50 anni fa moriva Totò. Cosa ci ha lasciato il “principe della risata”.

Era il 15 Aprile 1967. Nella sua casa romana in Via dei Monti Parioli si spegneva il Principe Antonio de Curtis, in arte Totò. Seguirono non uno ma ben tre funerali, incredibile a dirsi: il primo a Roma, gli altri due a Napoli-uno addirittura a bara vuota-nella sua Napoli, dove un mare di folla gli diede l’ultimo saluto, l’ultimo omaggio, l’ultimo abbraccio. Era amato Totò. Lo era soprattutto dalla gente, meno dalla critica, che imparò ad apprezzarlo, fino a riconoscerne l’inestimabile valore, solo dopo la sua morte. Come succede ai più grandi, a quelli che per la propria superiorità e per un’innata capacità di precorrere i tempi, finiscono spesso e volentieri col non essere capiti, anzi addirittura osteggiati, criticati, sminuiti. Ma ciò che un artista, qualsiasi sia il suo campo, è in grado di trasmettere al pubblico, è proprio quello a fare la differenza, decretandone, in alcuni casi, l’immortalità. E Totò è senza dubbio immortale.

La sua fama è giunta, senza essere scalfita dai segni del tempo, sino ad oggi, sino alla nostra generazione, che lo ama, lo osanna, lo cita, si ciba delle sue massime come pane quotidiano. Sì, possiamo dirlo, siamo cresciuti un po’ tutti a pane e Totò, complice l’onnipresenza dei suoi film, soprattutto negli anni ’80 e ’90, su decine di canali televisivi, tra nazionali e locali. Totò è per la maggioranza dei napoletani-e probabilmente per molti italiani-come uno di famiglia, qualcuno con cui si è cresciuti, che c’è sempre stato, come uno zio o un nonno, con cui si è trascorso il pranzo domenicale, i giorni di festa, che ha reso più speciali i momenti lieti e meno amari quelli dolorosi. Un sorriso, i film di Totò, sono sempre in grado di strapparlo, oggi come ieri. E se da bambini non potevamo essere in grado di coglierne tutto il valore, la poeticità, l’immensa capacità di dipingere ritratti dell’umanità, oggi, da adulti, non possiamo non farlo e ringraziare il passato, che ci ha lasciato in eredità un bene prezioso, da proteggere e trasmettere alle generazioni successive, patrimonio di Napoli, patrimonio d’Italia.

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Circa 100 sono le pellicole che costituiscono la filmografia di Totò, tanti i registi con cui ha lavorato, tra i quali anche i mostri sacri del cinema italiano: Monicelli, Rossellini, Risi, Pasolini, Comencini. Altrettanto numerose le cosiddette “spalle”, gli attori che hanno avuto il privilegio di condividere con lui la scena: Peppino de Filippo, Nino Taranto, Aldo Fabrizi, Macario, Mario Castellani. Tanti, troppi per essere qui ricordati, i titoli indimenticabili: da Miseria e Nobiltà a Un Turco Napoletano, da Totòtruffa 62 a La Banda degli Onesti, da 47 Morto che Parla a Totò a Colori, da I Tartassati a Totò, Peppino e la Malafemmina e ancora, i più intimisti, Totò e Marcellino, Guardie e Ladri, Siamo Uomini o Caporali. Vorremmo citarli tutti perché tutti hanno in sé un lampo di genio, un’espressione facciale indimenticabile, un momento di bellezza, una massima che è passata alla storia ed è entrata nel linguaggio comune. Tra queste: “La serva serve”, “Lei con quegli occhi mi spoglia. Spogliatoio!”, “Badi come parli, sa”, “Sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo”, “È la somma che fa il totale”, “Noio… volevan savoir…l’indiriss”, “Lei dica duca, io dico dica”, “Io sono un uomo tutto d’un pezzo”, “Vota Antonio, vota Antonio, vota Antonio”, “Signori si nasce e io modestamente lo nacqui!”. La lista potrebbe allungarsi a dismisura e ci ritroveremmo a recitare intere scene dei suoi film. Eppure, non solo cinema nella lunghissima carriera di Totò, ma anche e soprattutto teatro e ancora poesia e musica; come dimenticare ad esempio “’A livella”, con i suoi versi celebrativi della morte che appiana ogni umana differenza o “Malafemmena”, la struggente canzone scritta e musicata da Totò nel 1951 in occasione del concorso di Piedigrotta “La Canzonetta”, che fu poi portata al successo da Giacomo Rondinella.

La grandezza di Totò è stata suggellata la scorsa settimana con una laurea ad honorem alla memoria in Discipline dello Spettacolo, conferitagli dall’Università di Napoli Federico II e fortemente voluta da un suo illustre estimatore, Renzo Arbore. Tante sono le iniziative in programma per questa settimana e nei mesi a venire per celebrare i 50 anni dalla sua morte: mostre, incontri, spettacoli televisivi e teatrali, visite guidate attraverso i luoghi della vita del “principe della risata”, uno su tutti, il Rione Sanità, che lo vide nascere il 15 febbraio del 1898 in Via Santa Maria Antesaecula. A Totò sarà dedicata anche una speciale programmazione di Sky Cinema Classics, che per tutta la settimana, proporrà alcuni dei suoi film più famosi e amati dal grande pubblico.

 L’articolo è pubblicato integralmente sulla rivista MYGENERATIONWEB al seguente link:

https://www.mygenerationweb.it/201704123607/articoli/agora/3607-50-anni-fa-moriva-toto-cosa-ci-ha-lasciato-il-principe-della-risata

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Fotografia. Gli anni più straordinari del cinema italiano nelle foto di Monicelli in mostra al PAN.

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Lo scorso 16 maggio Mario Monicelli, classe 1915, avrebbe compiuto 100 anni. Per celebrare un secolo dalla sua nascita e la sua straordinaria carriera artistica, il PAN Palazzo delle Arti di Napoli (Palazzo Roccella-Via dei Mille 60) ospita una mostra dal titolo “Mario Monicelli e RAP – 100 Anni di Cinema”, inaugurata il 3 luglio e visitabile gratuitamente sino a sabato 29 agosto. Parallelamente, durante questa settimana, il Cinema Metropolitan (Via Chiaia) ha riproposto alcuni dei capolavori cinematografici del grande regista e sceneggiatore, scomparso nel novembre 2010. Emblematico l’atto finale di una vita vissuta fuori da qualsiasi schema: la decisione di togliersi la vita lanciandosi dal quinto piano del reparto di Urologia dell’Ospedale San Giovanni di Roma, dove era ricoverato per un tumore alla prostata. “Era un uomo del futuro, Mario”: così la compagna, Chiara Rapaccini, in arte RAP, descrive Monicelli. E in questa frase, probabilmente, è racchiuso l’intero senso della sua carriera artistica e della sua vita privata. “Del passato non conservava né ricordi né documenti”-prosegue RAP-ed è proprio da questa consapevolezza che la sua ultima compagna ed artista è partita per raccogliere e catalogare pazientemente tutte le fotografie che Monicelli aveva destinato alla spazzatura, come di consueto faceva a conclusione di un progetto. 80 di questi scatti inediti, principalmente provenienti dai set di alcuni dei più grandi film italiani del secolo scorso, sono esposti nelle sale del primo piano del PAN. Passando in rassegna le fotografie, prevalentemente in bianco e nero, si viaggia attraverso uno dei capitoli più memorabili e luminosi del cinema italiano, quel cinema che ha reso l’Italia apprezzata ed invidiata all’estero, al pari-se non superiore-del colosso americano.

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Emozionano le foto dai set di alcuni dei film cult della cosiddetta “commedia all’italiana”, di cui Monicelli è stato il massimo esponente insieme a Dino Risi e Luigi Comencini, da Amici miei a I soliti ignoti, da L’Armata Brancaleone a Un borghese piccolo piccolo, che secondo alcuni chiude idealmente questo filone. E ancora scatti sui set di Casanova 70, mentre illustra la scena da filmare a Virna Lisi, Brancaleone alle crociate, con un giovanissimo Paolo Villaggio, La grande guerra, Viaggio con Anita, con Goldie Hawn e Giancarlo Giannini, Temporale Rosy, al fianco di G. Depardieu, Il Marchese del Grillo, Parenti Serpenti. Preziose ai nostri occhi le immagini che lo ritraggono insieme a Totò, sul set di Guardie e Ladri e Totò e Carolina, con Eduardo De Filippo, Mastroianni, Sordi, Tognazzi, Gassman, Mariangela Melato, Monica Vitti. Un susseguirsi di attimi di vita, di lavoro alla macchina da presa, di confronto con i “suoi” attori, di pause, di tensione, di creatività. E accanto a lui non possono non notarsi le espressioni intense di veri e propri mostri sacri del cinema, gli stessi che in momenti di nostalgia tutti vorremmo rivedere interpretare capolavori con quella vena poetica e con quel sapore tragicomico con cui Monicelli sapeva in modo unico dipingere le sue pellicole. C’è anche spazio per fotografie che ritraggono il regista nella sua vita privata, una commovente immagine di bambino, un preziosissimo scatto del maestro francese Robert Doisneau, fotografie di un Monicelli ormai anziano negli ultimi anni, altrettanto straordinari, della sua carriera.

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11733954_10206896954251914_377431315_oLa mostra si completa con il lavoro artistico di RAP che, partendo dalle stesse foto, realizza illustrazioni-acrilici su carta-in cui reinterpreta l’immagine originaria privandola di alcuni elementi-facendo risaltare la figura di Monicelli-ed arricchendola di altri: commenti, pennellate, baloon. C’è spesso la figura stilizzata di una bambina: è la stessa Chiara Rapaccini, al cospetto dei tanto ammirati maestri del cinema, gli stessi di cui aveva-per sua confessione-una certa soggezione. A lei il merito di aver portato ai nostri occhi veri e propri cimeli di un tempo passato, sottraendoli all’oblio, come testimonianza dell’inestimabile patrimonio culturale che ci ha lasciato il cinema italiano.

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Alla scoperta del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa

L’evento dello scorso sabato 23 maggio “Un treno per le stelle”, organizzato dalla Fondazione FS Italiane e dall’Unione Astrofili Napoletani, è stato l’occasione per visitare uno dei luoghi simbolo della storia delle Ferrovie di Stato Italiane, il Museo Nazionale di Pietrarsa, ancora incredibilmente sconosciuto a molti napoletani. L’evento di sabato si inserisce nel più vasto programma che ha  visto il Museo tra i protagonisti del Maggio dei Monumenti con visite guidate dedicate ogni fine settimana ad un tema specifico e, come detto, nel nostro caso si è trattato di una serata dedicata interamente agli astri e in modo particolare alla Luna. A partire dalle 19 e fino alle 23 è stato possibile effettuare osservazioni dirette della Luna sia mediante telescopio, sebbene le condizioni metereologiche l’abbiano resa piuttosto difficoltosa e poco soddisfacente, che mediante l’uso di schermi; ad arricchire l’evento mini lezioni di orientamento nel cielo e riconoscimento delle costellazioni, grazie alla presenza di astronomi.

Il tutto ha avuto luogo nel magnifico cortile antistante il Museo, che vanta una stupenda vista sul golfo di Napoli, essendo localizzato tra il Vesuvio ed il mare. Anello di congiunzione ideale tra l’evento per gli appassionati del Cielo e il tour guidato attraverso i padiglioni che ripercorrono la storia ferroviaria italiana, sono state proiezioni video sulle origini della Luna e sui moti lunari all’interno di una “saletta cinematografica” allestita per l’occasione con le immagini dei grandi film del passato che hanno visto protagonisti proprio i treni, uno su tutti l’indimenticabile “Destinazione Piovarolo” con Totò e Tina Pica.

Veniamo quindi al Museo: sorge a Portici, esattamente al confine con Napoli ed è uno dei luoghi simbolo della storia delle FS italiane, dei principali poli dell’archeologia industriale italiana ed è tra i più importanti musei ferroviari di tutta Europa. La storia del luogo è strettamente correlata a quella dei Borboni e nello specifico di Ferdinando II, che lo scelse come sede del Reale Opificio Meccanico, Pirotecnico e per le Locomotive, fondato nel 1840. Il luogo ove sorge, prima chiamato Pietra Bianca, fu successivamente denominato Pietrarsa in seguito all’eruzione del Vesuvio e all’arrivo sino alla costa della colata lavica.

A celebrare la figura del re borbonico, una statua in ghisa si erge maestosa nel piazzale, ritraendo Ferdinando II che indica il luogo dove realizzare le Officine. Il Museo, inaugurato nel 1989, ripercorre circa 150 anni della storia delle ferrovie italiane, consentendo al visitatore di intraprendere un viaggio del tutto originale a partire dalle locomotive a vapore sino ai treni più moderni. La visita guidata ha inizio dal Padiglione G, il più antico e riservato in origine alle tornerie: non si può non ammirare la sua struttura architettonica caratterizzata da una volta con archi a sesto acuto, cui si deve il nome di “Cattedrale”. Vi si trovano una delle primissime locomotive italiane, la Bayard, numerosi oggetti ferroviari, tra cui la macchina destinata alla stampa dei titoli di viaggio e un imponente plastico realizzato in 15 anni, chiamato Trecentotreni.

Nel Padiglione A, riservato in passato al montaggio, è presente invece il maggiore numero di treni storici: non può che destare emozione osservare dal vivo la locomotiva 740, che ebbe l’onore di trasportare il Milite Ignoto nel suo ultimo viaggio da Aquileia a Roma, ma anche la riproduzione del 1939 del primo treno delle FS che effettuò nel 1839 in 10 minuti la tratta Napoli-Portici con a bordo Ferdinando II e l’intera famiglia reale. Si prosegue attraverso i padiglioni B e C, che in passato ospitavano i forni e oggi carrozze e automotrici, tra cui la magnifica carrozza 10 del treno reale dei Savoia, costruita dalla Fiat, che ospitò Umberto II e la sua sposa durante il viaggio di nozze: spettacolari gli interni che vantano, tra le altre cose, soffitti intarsiati con lamine d’oro, stemmi delle Repubbliche Marinare e un  tavolo in mogano lungo 8 metri. Nello stesso padiglione si trovano anche una carrozza utilizzata dalle Regie Poste e la locomotiva della prima Metropolitana, che effettuava la tratta Napoli-Villa Literno.

Infine si ammirano negli ultimi padiglioni le locomotive diesel e numerosi utensili delle antiche officine. Un viaggio, insomma, attraverso una realtà tanto misconosciuta quanto di grande valore storico-culturale e di grande impatto sia visivo che emotivo, in un luogo prezioso per la nostra realtà campana che, come molti altri, il Maggio dei Monumenti cerca di valorizzare e di presentare al grande pubblico. Infine una più che doverosa menzione va all’ interessantissima mostra dedicata alle Macchine progettate dal genio di Leonardo Da Vinci, frutto dei suoi studi avveniristici di anatomia, idraulica e meccanica del volo.

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Grande successo per la superband a Napoli. Fabi, Gazzè e Silvestri ‘padroni della festa’

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È stata una vera e propria festa il concerto tenutosi al Palapartenope il 28 novembre scorso. C’era da aspettarselo, visto il successo de “Il padrone della festa”, disco concepito e realizzato a sei mani da Niccolò Fabi, Max Gazzè e Daniele Silvestri, che si esibiscono per quasi tre ore in uno spettacolo unico. Poche manciate di biglietti rimasti invenduti al botteghino, una folla di spettatori che in trepida attesa dell’inizio dello show, intorno alle 21:15 (apprezzatissima la puntualità del trio), andando avanti sino alla mezzanotte. I tre amici e cantautori romani salgono sul palco, ciascuno in compagnia della sua chitarra, sulle note di Alzo le mani, prima traccia dell’album, invitando il pubblico a portare le braccia verso l’alto. Un inizio di concerto estremamente intimo: il trio è separato dal resto dei musicisti da uno spartano telo bianco, che li rende unici protagonisti davanti ai loro fan, in una sorta di abbraccio di benvenuto.

C’è chi è venuto per Gazzè, chi per Silvestri, chi per Fabi, chi per tutti e tre, chi spinto semplicemente dalla curiosità dell’esperimento musicale, a nostro avviso, perfettamente riuscito, tanto in studio quanto dal vivo. È un viaggio all’indietro nel tempo, si parte dal progetto condiviso, per esplorare poi il repertorio musicale dei singoli artisti, che interpretano, ciascuno, alcuni dei propri brani più famosi, che vengono arricchiti dall’esperienza personale, dalla condivisione con i compagni di viaggio e dall’impronta caratteristica di ognuno di loro. Via via lo spettacolo si arricchisce di elementi scenografici e della presenza preziosa dei componenti della band che supporta il trio, musicisti straordinari nonché amici, tra cui Roberto Angelini, Josè Ramon Caraballo Armas (che interpreta magistralmente il successo di Santana, Corazon Espinado) e Gianluca Misiti.

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Un viaggio ventennale a partire dalle prime serate in cui il trio si esibiva al “Locale” di Roma, davanti a pochi spettatori, come ricordato da Gazzè & co. durante il concerto. Ed è proprio quell’aria di amicizia, complicità scanzonata, passione per la musica, genuinità, che si respira durante la serata, come se tutti questi anni non fossero mai passati, nonostante le carriere e i progetti personali e le vicende, talora dolorose, delle loro vite. Niccolò Fabi con la sua vena intimistica, Max Gazzè con la sua poesia pungente e Daniele Silvestri con la sua ironia tutta romana e l’attenzione al sociale, giocano sul palco come ventenni, passando in rassegna brani storici, con un’energia in crescendo, da Occhi da orientale a Il solito sesso, da È non è ad A bocca chiusa e ancora Il timido ubriaco, Il mio nemico, Costruire, Vento d’estate, Negozio di antiquariato, Testardo (con “sfogo” finale del pubblico su una tipica espressione romanesca), Lasciarsi un giorno a Roma, Sornione, Come mi pare(quest’ultima dall’album del trio).

La prima strofa (e ritornello) della dolcissima Mentre dormi di Gazzè è interpretata divinamente da un emozionato Niccolò Fabi e il momento romantico dello show è affidato al grande successo del trio, L’amore non esiste, con annesso coro finale dei fan napoletani. La parte centrale del concerto vede i tre artisti impegnati sul ring: Daniele Silvestri annuncia e commenta lo “scontro” tra Gazzè e Fabi, sulle note di L’avversario, uno “spettacolo eccezionale”, l’occasione per sfidarsi a colpi di frammenti di canzoni: Annina mia si scontra con Rosso, L’uomo più furbo con Dica e con Le cose che abbiamo in comune.

Non solo musica in una serata tutta da ricordare. Impegno umanitario, partecipazione, sensibilizzazione, condivisione di un’esperienza (da cui è nato tra l’altro il brano Life is sweet), quella del viaggio in Africa, accanto all’associazione “Medici con l’Africa – CUAMM”: l’applauso sentito del pubblico scatta immediato alla proiezione di un video che sottolinea l’impegno dei medici per tutte le popolazioni dell’Africa ancora in stato di indigenza.

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Altro momento commovente, seppure di diversa matrice, è la proiezione di un filmato in cui l’amico Valerio Mastandrea recita “La preghiera del clown” (tratto da “Il più comico spettacolo del mondo”) di Totò, emblema della vita di chi sale su un palco, nonostante le proprie tristezze e i propri affanni, per regalare momenti di gioia agli spettatori. L’ultima parte del concerto è tutta da ballare con Una musica può fare, Gino e l’alfetta e Sotto casa; la conclusione, su una splendida scenografia raffigurante il sole, è affidata a Il padrone della festa (che chiude anche l’album), riflessione sull’ambiente e sulla necessità di preservarlo per le generazioni future. Gli artisti escono di scena: prima Silvestri, poi Gazzè e infine Fabi, quest’ultimo soprattutto, accompagnato da uno scroscio di applausi che suonano come un commosso abbraccio.

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Per le foto del live si ringrazia sentitamente Valeria Pietroluongo.