50 anni fa moriva Totò. Cosa ci ha lasciato il “principe della risata”.

Era il 15 Aprile 1967. Nella sua casa romana in Via dei Monti Parioli si spegneva il Principe Antonio de Curtis, in arte Totò. Seguirono non uno ma ben tre funerali, incredibile a dirsi: il primo a Roma, gli altri due a Napoli-uno addirittura a bara vuota-nella sua Napoli, dove un mare di folla gli diede l’ultimo saluto, l’ultimo omaggio, l’ultimo abbraccio. Era amato Totò. Lo era soprattutto dalla gente, meno dalla critica, che imparò ad apprezzarlo, fino a riconoscerne l’inestimabile valore, solo dopo la sua morte. Come succede ai più grandi, a quelli che per la propria superiorità e per un’innata capacità di precorrere i tempi, finiscono spesso e volentieri col non essere capiti, anzi addirittura osteggiati, criticati, sminuiti. Ma ciò che un artista, qualsiasi sia il suo campo, è in grado di trasmettere al pubblico, è proprio quello a fare la differenza, decretandone, in alcuni casi, l’immortalità. E Totò è senza dubbio immortale.

La sua fama è giunta, senza essere scalfita dai segni del tempo, sino ad oggi, sino alla nostra generazione, che lo ama, lo osanna, lo cita, si ciba delle sue massime come pane quotidiano. Sì, possiamo dirlo, siamo cresciuti un po’ tutti a pane e Totò, complice l’onnipresenza dei suoi film, soprattutto negli anni ’80 e ’90, su decine di canali televisivi, tra nazionali e locali. Totò è per la maggioranza dei napoletani-e probabilmente per molti italiani-come uno di famiglia, qualcuno con cui si è cresciuti, che c’è sempre stato, come uno zio o un nonno, con cui si è trascorso il pranzo domenicale, i giorni di festa, che ha reso più speciali i momenti lieti e meno amari quelli dolorosi. Un sorriso, i film di Totò, sono sempre in grado di strapparlo, oggi come ieri. E se da bambini non potevamo essere in grado di coglierne tutto il valore, la poeticità, l’immensa capacità di dipingere ritratti dell’umanità, oggi, da adulti, non possiamo non farlo e ringraziare il passato, che ci ha lasciato in eredità un bene prezioso, da proteggere e trasmettere alle generazioni successive, patrimonio di Napoli, patrimonio d’Italia.

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Circa 100 sono le pellicole che costituiscono la filmografia di Totò, tanti i registi con cui ha lavorato, tra i quali anche i mostri sacri del cinema italiano: Monicelli, Rossellini, Risi, Pasolini, Comencini. Altrettanto numerose le cosiddette “spalle”, gli attori che hanno avuto il privilegio di condividere con lui la scena: Peppino de Filippo, Nino Taranto, Aldo Fabrizi, Macario, Mario Castellani. Tanti, troppi per essere qui ricordati, i titoli indimenticabili: da Miseria e Nobiltà a Un Turco Napoletano, da Totòtruffa 62 a La Banda degli Onesti, da 47 Morto che Parla a Totò a Colori, da I Tartassati a Totò, Peppino e la Malafemmina e ancora, i più intimisti, Totò e Marcellino, Guardie e Ladri, Siamo Uomini o Caporali. Vorremmo citarli tutti perché tutti hanno in sé un lampo di genio, un’espressione facciale indimenticabile, un momento di bellezza, una massima che è passata alla storia ed è entrata nel linguaggio comune. Tra queste: “La serva serve”, “Lei con quegli occhi mi spoglia. Spogliatoio!”, “Badi come parli, sa”, “Sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo”, “È la somma che fa il totale”, “Noio… volevan savoir…l’indiriss”, “Lei dica duca, io dico dica”, “Io sono un uomo tutto d’un pezzo”, “Vota Antonio, vota Antonio, vota Antonio”, “Signori si nasce e io modestamente lo nacqui!”. La lista potrebbe allungarsi a dismisura e ci ritroveremmo a recitare intere scene dei suoi film. Eppure, non solo cinema nella lunghissima carriera di Totò, ma anche e soprattutto teatro e ancora poesia e musica; come dimenticare ad esempio “’A livella”, con i suoi versi celebrativi della morte che appiana ogni umana differenza o “Malafemmena”, la struggente canzone scritta e musicata da Totò nel 1951 in occasione del concorso di Piedigrotta “La Canzonetta”, che fu poi portata al successo da Giacomo Rondinella.

La grandezza di Totò è stata suggellata la scorsa settimana con una laurea ad honorem alla memoria in Discipline dello Spettacolo, conferitagli dall’Università di Napoli Federico II e fortemente voluta da un suo illustre estimatore, Renzo Arbore. Tante sono le iniziative in programma per questa settimana e nei mesi a venire per celebrare i 50 anni dalla sua morte: mostre, incontri, spettacoli televisivi e teatrali, visite guidate attraverso i luoghi della vita del “principe della risata”, uno su tutti, il Rione Sanità, che lo vide nascere il 15 febbraio del 1898 in Via Santa Maria Antesaecula. A Totò sarà dedicata anche una speciale programmazione di Sky Cinema Classics, che per tutta la settimana, proporrà alcuni dei suoi film più famosi e amati dal grande pubblico.

 L’articolo è pubblicato integralmente sulla rivista MYGENERATIONWEB al seguente link:

https://www.mygenerationweb.it/201704123607/articoli/agora/3607-50-anni-fa-moriva-toto-cosa-ci-ha-lasciato-il-principe-della-risata

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Teatro. Una versione moderna della ‘Cantata dei Pastori’ al Teatro Delle Palme.

Il regista Massimo Andrei, tra l’altro noto al grande pubblico nei panni di Snack nei mini spot che intrattengono con intelligenza ed ironia i passeggeri di Metronapoli, ha messo in scena durante le festività natalizie lo spettacolo “Razzullo e Sarchiapone”. Palco scelto è quello prestigioso del Teatro delle Palme di Napoli. La rappresentazione, accolta con partecipazione ed entusiasmo dal pubblico napoletano, è una rivisitazione in chiave moderna della storica “Cantata dei Pastori”, opera teatrale tardo-seicentesca scritta da Andrea Perrucci, che racconta in musica il Natale nel suo senso più vero, ossia la nascita di Gesù.

A partire dalle prime rappresentazioni proprio sul finire del 1600, l’opera originale ha subito nei secoli diverse modifiche, sino ai giorni nostri, quando ha raggiunto il massimo successo e notorietà grazie alla versione messa in scena dalla compagnia teatrale del grandissimo Peppe Barra. Visto il valore storico artistico dell’opera e della fama dei predecessori che si sono cimentati nella rappresentazione, va dato quindi merito ad Andrei innanzitutto per aver avuto il coraggio di presentare un suo personalissimo ed originale adattamento, che in definitiva si propone di attualizzare ed affrontare col sorriso il viaggio intrapreso da Maria e Giuseppe verso Betlemme, luogo della nascita di Gesù.

Mentre la futura Sacra Famiglia si appresta a raggiungere la città scelta da Dio per l’incarnazione del Figlio, si sviluppano le comiche vicende di due napoletani DOC curiosamente presenti in Palestina: Razzullo (Benedetto Casillo) e Sarchiapone (Giovanni Mauriello). Il primo è uno scrivano incaricato di eseguire un censimento, il secondo un barbiere omicida in fuga. Davanti ai loro occhi, tra un dialogo comico e l’altro, prende vita la lotta tra il bene e il male, tra l’imminente nascita di Gesù, protetto dagli Arcangeli (i cantori) e un principe dei diavoli, che tenta con ogni forza ed inganno di cambiare una storia divina già scritta.

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Protagonisti assoluti Casillo e Mauriello, che danno vita a due vere e proprie maschere del teatro napoletano, attualizzandole. Andrei dimostra quindi attraverso di loro la ricchezza che viene dal “recupero” di elementi della tradizione napoletana, famosa in tutto il mondo, senza rinunciare al contempo ad elementi moderni. La rappresentazione, della durata di circa due ore, ha una struttura semplice e ben orchestrata, in cui si alternano le “gag” di Razzullo e Sarchiapone, il racconto della storia della nascita del Messia, le incursioni del diavolo, i canti, rigorosamente in napoletano, secondo la tradizione, ma rielaborati da Carlo Faiello.

La forza dello spettacolo è racchiusa in alcuni elementi fondamentali: la professionalità artistica del cast, la suggestività dei canti, interpretati meravigliosamente dai cantori/attori, la commistione tra sacro e profano, tra tradizione e modernità. Tra gli elementi interessanti e innovativi vi è la scenografia che si avvale di una nuova tecnica digitale, il “video mapping”, che consente di proiettare immagini in computer grafica ottenendo un effetto 3D, fungendo quindi da cornice ideale per il racconto della storia.

Chiude la rappresentazione una riflessione, che non poteva non essere affidata alla voce di Benedetto Casillo, sullo svilimento attuale del significato profondo del Natale, che sembra sempre di più essere stato smarrito, tra ansie che accompagnano le festività e corse all’acquisto dei regali. Lo spettacolo quindi  si inserisce nel contesto di quel tipo di teatro che in modo estremamente semplice si fa portavoce di un messaggio, annullando la distanza fisica tra attori sul palco e spettatori, proponendosi di suscitare una riflessione consapevole e pertanto svolgere una funzione non solo artistica ma sociale.

Le ultime due repliche sono previste per oggi e domani e rappresentano quindi una ghiotta occasione per respirare ancora per un po’ l’ineguagliabile aria natalizia, grazie alle suggestioni e alle emozioni che probabilmente solo uno spettacolo teatrale sa suscitare, complice l’esecuzione dal vivo degli splendidi canti proposti.

L’articolo è pubblicato on line al seguente link: http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=20220

Teatro. Gli altri: Per Brividi d’estate, le storie di ‘fantasmi’ di Maurizio de Giovanni

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Come un moderno Re Mida, qualsiasi cosa Maurizio de Giovanni tocchi in questo momento si trasforma incredibilmente in oro. È successo anche per Gli Altri Fantasmi (2012), una raccolta di tre storie pensata per il teatro, che proprio sotto forma di pièce teatrale, dal nome Gli altri, è stata messa in scena. Lo spettacolo ha avuto luogo il 28 e 29 luglio presso l’Orto Botanico nell’ambito della rassegna Brividi d’Estate de Il Pozzo e il Pendolo, appuntamento ormai divenuto un classico dell’estate napoletana. Sono stati tanti infatti gli spettatori e grande è stato l’entusiasmo per la presenza tra il pubblico di quello che attualmente è considerato uno dei più amati scrittori italiani, con tanto di orgoglio per i suoi concittadini napoletani. Il cortile antistante il Museo dell’Orto Botanico, impreziosito dall’affascinante Orologio Solare, è stata la location naturale per la rappresentazione: un’atmosfera quasi senza tempo e senza spazio, il buio che avvolge gli spettatori, di tanto in tanto affievolito dal volo delle lucciole, la voce degli attori in scena che si interrompe necessariamente al passaggio degli aerei.

La regista Anna Maria Russo mette in scena le tre storie, come dicevamo, scritte da de Giovanni: Storia di Papo e Bimbomio, La casa è il mio regno, La canzone di Filomena. Il trait d’union tra queste è l’esistenza di un sottile confine tra la vita e la morte, tra il vero e l’immaginario, tra il terreno e il soprannaturale; i sentimenti umani appaiono sospesi in questo limbo, dove si mescolano relazioni, amore, dolore, sangue, violenza, pietà, speranza. Napoli, come di consueto negli scritti di de Giovanni, fa da sfondo: è la sua natura di città multi stratificata a consentirlo, come se ogni strada, ogni vicolo, ogni muro, perfino ogni pietra sia in grado di raccontare una storia, di testimoniare un evento più o meno lontano nel passato e che, con il suo essersi verificato, contribuisce a rendere viva la città, ad essere il sangue che scorre nelle sue vene, il suo motore pulsante, il suo volto più nascosto e misterioso ma, proprio per questo, più affascinante. Sono “anime” a raccontare le storie.

Fissi sul palco, Rosalba di Girolamo, in uno splendido abito nero, sulla destra (rispetto allo spettatore) e Rocco Zacanini a sinistra: la prima funge da voce narrante, oltre a “raccontare” la terza storia, il secondo regala allo spettacolo la lieve malinconia del suono della fisarmonica. La di Girolamo introduce la prima storia: le luci si abbassano e un faro illumina la scalinata che conduce al primo piano del Museo. Allo straordinario Paolo Cresta il compito di narrare la storia che, a nostro avviso, suscita le sensazioni più intense: è la lotta di un padre, “Papo” con il dolore disumano per la morte inaccettabile del suo bambino, “Bimbomio”. Più che una storia è un susseguirsi di immagini: la rievocazione dei giorni felici prima della scoperta della malattia, i dialoghi dolcissimi tra padre e figlio-resi con una voce registrata fuori campo-nella stanza d’ospedale, il dolore paralizzante della perdita, il vuoto, sino alla totale assenza di un umano sentire. Il dolore uccide e può trasformare un uomo in un fantasma: questo diventa “Papo”, un fantasma, invisibile agli occhi della folla, incapace di gridare il proprio dolore, un’ombra confusa tra la pioggia e il vento. “Ricorda. Ricorda tutto”. Sono le parole che ossessivamente gli ripete un uomo anziano con un cappello scuro, un uomo “invisibile” proprio come lui, che lo esorta a ricordare, a liberarsi dallo stato anestetico in cui la sofferenza lo ha condannato. L’uomo gli concede di passare dall’altra parte, è sufficiente un salto per raggiungere “Bimbomio”.

Nella seconda storia, “La casa è il mio regno” un pappagallo ascolta lo sfogo di una coppia: marito e moglie, affacciati ai balconi della loro casa, confessano al pennuto il loro personale disagio rispetto al rapporto coniugale, che ha tutto l’aspetto di un matrimonio senza amore, logorato dal tempo, dall’abitudine e da insuperabili differenze. La casa è il loro unico bene, il bene a cui sono saldamente legati, ciò che li unisce e che allo stesso tempo li divide: il luogo dove, agli occhi degli altri, sono una coppia amorevole ed ammirata. Il personaggio interpretato da Antonello Cossia è in realtà un marito avaro e scostante, dedito ai suoi riti casalinghi, che trovano pienezza nella preparazione meticolosa del caffè, quello interpretato da Elena Pasqualoni è una moglie dispettosa, che trascorre ore ad insaponarsi nella vasca da bagno e pur di irritare il marito acquista nei negozi a suo nome. Una coppia di eduardiana memoria insomma. Le luci, che illuminano i balconi del Museo da cui gli attori si cimentano nel dialogo amaro, si spengono: il pappagallo stava ascoltando le voci di due anime rimaste intrappolate in una casa “maledetta”, la casa in cui il marito, dopo aver affogato la moglie nella vasca da bagno, era rimasto avvelenato dalla stricnina che la moglie aveva mescolato nella macina del caffè. La casa era da allora rimasta invenduta.

La terza storia ha il sapore tipico della vicenda al confine tra spiritualità ed esoterismo, tra cristianità e paganesimo, di cui tanto i vicoli napoletani sono intrisi. Rosalba di Girolamo racconta “La Canzone di Filomena”, la storia di una ragazzina-Filomena per l’appunto-interpretata da Floriana Cangiano, che si esibisce in momenti canori della tradizione popolare napoletana. Filomena ha il menarca nello stesso giorno in cui la madre muore dissanguata mentre dà alla luce l’ultimo di una serie di figli, fratellini di cui la primogenita, povera e miserabile, dovrà prendersi cura: è il sangue  l’elemento che accompagna la narrazione. Filomena si ritroverà insanguinata dopo la violenza che il padre, alcolizzato, le infligge, sullo stesso giaciglio che ha visto vittima la bella madre. Ma la ragazza non ha tempo di odiare: “l’odio è per i ricchi. E anche l’amore”. L’affidamento alla Madonna della Francesca davanti al quadro che la ritrae, nell’omonima chiesa dei Quartieri Spagnoli, le restituirà la vita, sottraendola a quella del padre, che improvvisamente incontra la morte, una bella donna, a cui Filomena assomiglia e alla quale Rosalba di Girolamo presta la voce.

Uno spettacolo, dunque, suddiviso idealmente in tre parti, una per ciascuna storia, che avrebbe giovato, a nostro avviso, di una regia più convinta, al fine di dare maggiore continuità ai tre “episodi”, al di là dei contenuti. Le storie scritte da de Giovanni hanno una forte impronta napoletana ma allo stesso tempo racchiudono in sé elementi non del tutto originali rispetto ad altri lavori-romanzi, film-dello stesso genere, anche di provenienza estera, anglosassone soprattutto. Il momento più vibrante della messa in scena è sicuramente la performance di Paolo Cresta, unico ad essere da solo in scena-probabilmente l’unico tra gli attori a poterlo fare-che emoziona senza eccessi e senza sbavature, confermando la sua capacità di catalizzare l’attenzione dello spettatore con un monologo intenso e di certo non breve; brava anche Rosalba di Girolamo. In conclusione uno spettacolo godibile, da cui ci aspettavamo senza dubbio di più.

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Teatro. Creonte/Antigone: La storia di un conflitto senza tempo in chiave moderna

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Una storia fatta di intensi legami familiari che si scontrano tra loro e con le fredde ragioni di Stato, personaggi dalle molteplici sfumature, dialoghi scarni, movimenti corporei che catalizzano l’attenzione dello spettatore, una scenografia praticamente assente: tutto questo e molto altro in una delle tragedie greche più famose, più amate e più rappresentate di sempre. Ecco che, come spesso abbiamo avuto modo di constatare durante la stagione teatrale pronta a chiudere i battenti, una giovane compagnia-sia per età che per maturità artistica-si cimenta con un vero e proprio “mostro sacro” del teatro classico, con grande umiltà e con una passione che è immediatamente palpabile tanto all’apertura quanto alla chiusura del sipario.

Gli conferisce, pur rimanendo piuttosto fedele in termini di trama e senza troppi sconvolgimenti, un’aria di freschezza che potrebbe essere-e lo speriamo-l’occasione per avvicinare al teatro un pubblico meno avvezzo a frequentarlo, soprattutto i giovanissimi. Si parla in fondo di temi con i quali prima o poi tutti ci confrontiamo nel corso della vita: relazioni familiari, diversità di caratteri e di indole, contrasto genitori-figli, doveri, potere politico-sebbene, consentiteci, con un’accezione piuttosto diversa da quella dei nostri giorni-amore, separazione, morte. Ma è il contrasto il vero e proprio protagonista della rappresentazione.

CREONTE/ANTIGONE di GAG Produzioni è andato in scena dal 5 al 7 giugno al Teatro Il Primo di Napoli (Viale del Capricorno 4), con la regia di Giuseppe Fiscariello, cui va il merito di aver creduto fortemente e portato avanti un progetto ambizioso, che-supponiamo-avrà scaturito non poche titubanze agli occhi dei fedelissimi del teatro classico ancor prima di andare in scena. Ci auguriamo che gli stessi spettatori possano comprendere quanto un’opera dal valore inestimabile-quanto la tragedia di Antigone-sia così intrisa di elementi preziosi per comprendere le dinamiche dell’uomo e della società, da applaudire chi tenta di renderla essenziale e fruibile ad  un pubblico più vasto e in chiave più “moderna”, esaltando così la funzione sociale del teatro, che crediamo essere tutt’oggi uno strumento per scuotere coscienze spesso anestetizzate.

Antigone (Sara Esposito) ed Ismene (Claudia Esposito) sono due sorelle unite da un amore viscerale pur nelle loro diversità: la prima, coraggiosa e sanguigna, la seconda timorosa e dalle belle fattezze. La mancata sepoltura di uno dei due fratelli è il motivo del grande scontro tra di loro; Antigone è decisa a dare al fratello degna sepoltura affinché la sua anima non vaghi schiava dell’inquietudine per l’eternità ed è pronta a sfidare Creonte (Giuseppe Fiscariello), il sovrano di Tebe, nonché padre di Emone (Valerio Lombardi), l’uomo che ella ama.

La legge prevede infatti la morte per chiunque osi contraddire la volontà del re: Pollinice, fratello delle ragazze, in quanto traditore, non merita sepoltura, il suo cadavere è destinato a decomporsi davanti agli occhi del popolo, affinché sia di monito per tutti coloro che osano sfidare Creonte e la sua autorità. Ismene, sebbene addolorata per il triste destino del fratello, non mette per un attimo in dubbio la sua scelta: non ha senso secondo lei perdere la vita, rinunciare ai propri giorni, anche se per una causa così nobile e tenta invano di convincere l’amata sorella a rinunciare al suo progetto, alla sua folle ribellione. Lo stesso Creonte, altrettanto invano, tenta di dissuadere la nipote Antigone, perché sa che nulla, nemmeno l’affetto per lei né l’amore che il proprio figlio nutre per la ragazza, possono essere ragioni valide per venir meno al suo dovere, al tenere salde le redini del suo Stato, che impone la morte di chi osa ribellarsi.  Le sue guardie, schiave del potere, interpretate da Michela Di Costanzo e Domenico Carbone, non possono fare altro che ricordare a Creonte che il destino che attende la ragazza è lo stesso di qualsiasi altro cittadino. La morte di Antigone è dunque necessaria, è il sacrificio per un bene più alto, anche se comporta un dolore inaccettabile, anche se è la causa dell’odio del suo stesso figlio, che finirà per uccidersi per aver perso la sua innamorata.

La forza dello spettacolo è nell’adattamento del testo e nelle scelte registiche: sono i personaggi e le loro relazioni a costruire la rappresentazione, coinvolgente, vibrante, sufficiente a se stessa, tanto che la scenografia diventa superflua, molti dialoghi sono sostituiti dai gesti-stupenda la ricostruzione dei giorni dell’infanzia di Antigone ed Ismene, tra capricci ed amore incondizionato-e il movimento corporeo, talora lieve ma più spesso carico di tensione, è l’elemento imprescindibile, è l’elemento che ha il maggiore impatto sul pubblico e che con straordinaria immediatezza veicola il senso dello spettacolo. Unico oggetto di scena, vero protagonista, è un drappo rosso, la relazione umana, che si allenta e si tende tra i personaggi che si muovono sul palco, unendoli, dividendoli, abbracciandoli, soffocandoli, allontanandoli, liberandoli, imprigionandoli. Intenso ed emozionante il dialogo tra Creonte ed Emone, padre e figlio, esperienza ed autorità che si scontrano con la giovinezza, l’impeto dell’amore, la voglia di libertà, sino a condurre Emone al crollo della figura paterna, unica via possibile, secondo Creonte, perché un figlio divenga adulto,  perché recida per sempre il cordone ombelicale che lo tiene legato alla propria famiglia.

Le performance attoriali sono anch’esse di grande intensità per come è concepito il movimento degli attori sul palco, che talora sembra essere una gabbia nella quale i personaggi si muovono convulsi, risultando quasi intrappolati, così come ogni individuo è intrappolato nella rete dei propri contrasti, delle proprie difficoltà, delle proprie relazioni, delle proprie scelte. Da sottolineare la prova di recitazione di Sara Esposito e di Giuseppe Fiscariello, nonché quella della voce narrante, Paolo Gentile, sempre impeccabile, che dà vita, tra l’altro, ad una commovente scena finale nella quale, sfogliando i petali di una rosa bianca, racconta malinconicamente l’amore di Antigone ed Emone, i cui corpi eseguono una vera e propria danza d’amore. Un unico petalo viene posto sul drappo rosso che li riveste giacenti sul pavimento: l’amore, forse, genera ancora una speranza.

Non ci sono dunque né vincitori né vinti, come Fiscariello precisa nelle note di regia. Ci sono solo dei personaggi, che potrebbero idealmente assumere le sembianze di qualsiasi individuo o realtà che vive un contrasto. La storia, allora, è solo il mezzo per raccontarlo e quasi sembra avere né un inizio né una fine: del resto, è del tutto inimmaginabile una vita il cui motore non sia il conflitto, che modificando la realtà, ne genera continuamente una nuova.

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Scarrafunera – poemetto lurido/iastemma cantata: un insolito sguardo sull’umanità

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È una riflessione intrisa di angoscia e disillusione sulla vita, è la metafora di qualsivoglia battaglia combattuta strenuamente, sino all’estremo anelito di vita, è soprattutto il tentativo individuale di uscire dalla propria tana, di liberarsi dal peso schiacciante del proprio ego. Tutto questo è, a mio parere, Scarrafunera, il “poemetto lurido” scritto e diretto dal giovane Cristian Izzo, andato in scena da venerdì 10 a domenica 12 aprile presso il Te.Co. Teatro di Contrabbando (Via Diocleziano 316). In scena, venerdì, il regista stesso ha eccezionalmente sostituito l’attore Luigi Credendino-impossibilitato ad essere sul palco per motivi di salute-che, insieme con Diego Sommaripa e Alessandro Langellotti, costituisce il trio di performers. Lo spettacolo, infatti, vede impegnati i tre attori in una vera e propria performance fisica, estremamente intensa-e se ne vedono interamente i segni al termine della rappresentazione-il cui ritmo, incalzante, segue quello del testo, registrato a tre voci dagli attori stessi. Dalle premesse risulta già chiaro che ci troviamo di fronte ad uno spettacolo di sicuro non convenzionale, almeno per quanto concerne la messa in scena: solo per una limitata ma intensa porzione dello spettacolo, la voce o meglio le grida dei protagonisti trovano espressione viva sul palco, accompagnandone i gesti densi di tensione.

Gli attori sono già presenti sul palco quando si entra in sala per prendere posto: sono seduti con le spalle rivolte al pubblico su tre cubi disposti al centro dello spazio e davanti a loro sono posti tre specchi. Un lenzuolo nero separa la scena dal musicista Salvatore Torregrossa, che accompagna con la sua musica dal vivo la rappresentazione, contribuendo senza dubbio alla capacità e alla forza dello spettacolo di restituire emozioni vivide, che si attaccano sulla pelle sempre più tenacemente via via che la rappresentazione si svolge e cresce d’intensità.

Per circa 30 minuti gli attori, disposti davanti al rispettivo specchio, guardano la propria immagine riflessa e in essa si scrutano, si cercano convulsamente, provando in tutti i modi a dar vita all’immagine di sé che vogliono vedere, che li appaghi. Indossano di volta in volta i più svariati abiti ed accessori, sovrapponendoli l’uno sull’altro, sino a dar vita a dei veri e propri mostri. Eppure l’immagine riflessa non è mai soddisfacente, il risultato non è mai all’altezza dell’aspettativa e del desiderio: i tre attori si svestono e si rivestono rabbiosamente sino all’atto estremo di possedere-letteralmente-la propria immagine, in un rapporto sessuale con lo specchio. È “l’amore” ossessivo per se stessi, è l’egocentrismo più esasperato, è la smania di essere qualcosa che non si è, che isola, che non rende consapevoli della presenza dell’altro-gli attori, infatti si ignorano sul palco-che schiaccia, che uccide. In scena, al contempo, risuonano le voci registrate degli attori, voci di scarafaggi intrappolati in una tana buia e lurida, una “scarrafunera”, dove la vita non è vita, dove la vita è fatta per morire. Parlano gli scarafaggi. Si lamentano, urlano, imprecano, maledicono le loro inutili vite, delle quali peraltro si fanno gioco per mezzo di un’amara e scostumata ironia. Improvvisamente la speranza di una luce, la decisione di tentare, insieme, di trovare una via d’uscita; lo spazio è troppo angusto, mancano aria e luce, la vita è un affanno, è un costante rimanere fermi pur muovendosi spasmodicamente. Evadere è l’unica possibilità. Si delinea così quella scarrafunera umana ed universale descritta da Salvatore di Giacomo, che in “ ‘O Funneco” scrive:“E sta ggente, nzevata e strellazzera/cresce sempe, e mo’ so’ mille e triciento/ Nun è nu vico; è na scarrafunera.”

Ecco che, negli ultimi 15 minuti circa, i due “pezzi” dello spettacolo, il testo e la performance degli attori in scena, si congiungono; la rappresentazione raggiunge il suo acme nella straziante morte degli “scarafaggi”-rigorosamente con le zampe all’aria-morte ideale di qualsiasi essere umano, illuso da una speranza, che, nella sua ora finale grida il suo dolore con le stesse parole che Cristo crocifisso urla verso il cielo. Quella luce che gli scarafaggi avevano intravisto nient’altro era se non il consumarsi di una sigaretta gettata nella loro putrida tana. Agli scarafaggi, dopo la morte, non resta che fare un’ultima, drammatica, considerazione: l’umanità, vista dall’alto verso il basso, è essa stessa una triste ed anonima “scarrafunera”. Siamo sempre gli scarafaggi di qualcuno che ci guarda dall’alto.

Il disorientamento che inizialmente si prova confrontandosi con lo spettacolo, gradualmente scema per sentirsi sempre più in sintonia tanto con il testo registrato quanto con la performance attoriale, quest’ultima estremamente intensa. Inaspettatamente inoltre lo spettatore si ritrova lui stesso proiettato nello spettacolo quando, con gli attori sul pavimento nell’atto della morte, vede la propria immagine riflessa negli specchi: la “storia” non solo parla a lui ma potrebbe parlare anche di lui. “Scarrafunera” e il suo regista meritano un giudizio positivo soprattutto per come lo spettacolo è concepito e reso e per la bravura degli attori, ma sarebbe interessante senza dubbio assistere allo stesso in una versione completamente “live”, probabilmente meno originale ma, credo, ancora più vibrante.

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Dalla morte nasce la vita “Nel Campo delle Viole”

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Vite spezzate, brutalmente interrotte nel corso della loro storia, da una criminalità violenta e disgustosa, che ha il nome di camorra. L’eco di quelle stesse vite, vittime innocenti di un male feroce, risuona in eterno in un campo di viole, perché “ciò che distrugge, muore e ciò che costruisce, vive in eterno”.

“Nel Campo delle Viole” è andato in scena al Teatro Di Sotto (Via Tasso 296) con numerose repliche e serate sold out, è vincitore del Premio Li Curti 2012 ed è stato insignito della menzione speciale all’edizione 2013 del Premio Landieri. Nonostante il grande successo di pubblico e critica, l’autore (insieme a Ivan Antonio Luigi Scherillo e Marianna Grillo) e regista dello spettacolo, Diego Sommaripa, non ha voluto presentare la sua opera prima nella versione originaria, ma ha voluto coraggiosamente apportare delle modifiche, solo in parte legate ad esigenze logistiche (lo spettacolo ha debuttato al Theatre de Poche nel maggio 2013), e piuttosto frutto della sua innata voglia di sperimentare e mettersi in gioco con nuove sfide.

E non manca una punta di orgoglio quando Sommaripa afferma di essere stato tra i primi, proprio in questo spettacolo, scritto nel 2012, ad avere utilizzato un linguaggio ed affrontato delle tematiche “filo-gomorriane”. Sicuramente lo splendido lavoro dell’autore e regista è supportato da un cast di tutto rispetto, del quale, tra l’altro, fanno parte (così come nella prima versione) due reduci proprio da “Gomorra – La Serie”: Salvatore Presutto e soprattutto Ivan Boragine, che, non a caso, rappresentano sul palco il fronte malavitoso.

“Nel Campo delle Viole” non può essere banalmente definito uno spettacolo teatrale che parla di vittime della camorra, ma è molto di più. Partendo infatti dal rispetto e dall’ammirazione per tre vittime innocenti, a rappresentanza di tutte le vittime della malavita organizzata, apre un vero e proprio squarcio su quella che è una delle realtà più scottanti della nostra quotidianità. Il punto di vista è duplice: da un lato le storie, che non possono non commuovere e scuotere profondamente, di Simonetta Lamberti, Antonio Landieri e Salvatore Nuvoletta; dall’altro i loro carnefici, assassini mandatari e materiali, non solo di vite umane, ma di valori ed ideali, quelli di una fetta di società che non si arrende, che continua a difendere la propria terra e la propria onestà, a dispetto della paura, delle minacce, del silenzio omertoso.

Le storie dei personaggi, quindi, si intrecciano idealmente, valicando il confine tra la vita e la morte, che prende la forma, sulla scena, di un led luminoso sul pavimento. Da un lato l’oscurità, la tenebra, le vite maledette di coloro che distruggono, che spargono sangue, che inquinano, che mortificano la vita in ogni modo possibile. C’è il politico corrotto (Boragine) che, in virtù del patrimonio consegnatogli dal padre e dei suoi studi di giurisprudenza, vive la sua personalissima “missione” di operare per la sua gente, da cui pretende, più che rispetto, amore incondizionato, adorazione; è assetato di potere, è disposto a tutto, tranne che a sporcarsi, affidando il compito più bieco, al suo braccio armato, Corrado, interpretato magnificamente da Presutto. Fedelissimo, quest’ultimo asseconda ogni volontà del suo “padrone”, è un figlio rispettoso, proveniente dalla strada, da quella realtà, la cui unica ragione d’essere sembra la violenza, fino al rinnegamento della vita stessa: un’infanzia trascorsa ad osservare pistole, rapine, prostituzione, violazione dell’infanzia, che diviene il motore più logico per scegliere di prenderne parte, per arricchirsi, per meritare rispetto.

Al limite “tra il male e il bene”, si colloca la figura della “donna” del malavitoso, interpretata con bravura e credibilità da Sara Saccone, che riesce nel difficile ruolo di dar vita ad una donna che ha consegnato l’anima al diavolo, a cui viene tolta ogni dignità, che agisce da schiava inerme e silente, terrorizzata, letteralmente paralizzata nel corpo e nello spirito, dal potere dell’uomo a cui ha scelto irrimediabilmente di legarsi. Sottomessa, accetta di essere calpestata. “Perché parli? Mi piaci quando stai zitta.” Vive consapevolmente la sua vita di dannazione ma è anch’ella vittima di qualcuno, qualcosa, più grande di lei ed ecco che appare come l’anello di congiunzione con il bene, con le vittime innocenti: Simonetta Lamberti (Claudia De Biase), Antonio Landieri (Paolo Gentile) e Salvatore Nuvoletta (Alessandro Palladino). Incontratisi in una dimensione ultraterrena, decidono di riappropriarsi del bene più grande che la camorra ha tolto loro, le loro vite, “costruendo” sulle macerie qualcosa che possa non morire mai, che possa testimoniare la speranza di cambiare, che possa rendere il loro sacrificio non vano. Una bambina strappata al salto della corda, alle onde del mare, ai sogni e all’abbraccio dei genitori, che, impotente, ascolta le lacrime e lo strazio della madre. Un ragazzo disabile col sogno di essere rispettato ed amato, di sentirsi uguale agli altri, scambiato per spacciatore insieme ai suoi amici, che non è riuscito a scappare in tempo per la sua condizione e che muore colpito alla schiena. Un giovane carabiniere, cresciuto nello stesso ambiente degradato di Corrado, con cui condivideva le partitelle di calcio, che ha scelto di schierarsi dall’altra parte, che ha speso la sua vita fino all’ultimo istante, per proteggere gli indifesi, per proteggere un bambino da una pallottola, morendo con orgoglio.

Rivivono le proprie vite e le rispettive morti sulla scena, arrivando al pubblico con un’intensità così forte da sentire un vero e proprio pugno nello stomaco, merito del testo, della regia mai scontata e sicuramente delle performance dei tre bravissimi attori, impegnati con monologhi e dialoghi nella dura prova di esprimere frammenti di vita, sentimenti ed inquietudini, così delicati, così meritevoli di rispetto. Nel limbo tra la vita e la morte i personaggi si incontrano. Le tre vittime non cedono al loro intento, non si lasciano intimidire e, nonostante i momenti di sconforto, rimangono uniti contro l’usurpatore e il suo scagnozzo, che lottano, inutilmente affinché la memoria sia spazzata via. Il messaggio è chiaro: un nemico comune si combatte insieme e, alla fine della battaglia, al termine della vita, tutto ciò che rimane è il bene per cui si è combattuto, l’esempio che si è lasciato, con la propria testimonianza di vita, che concima la terra affinché nasca nuova vita, affinché nascano le viole.

Non c’è un attimo in cui lo spettacolo non attiri magneticamente l’attenzione dello spettatore, nessun passaggio scontato, nessuna parola superflua, nessun movimento che non sia perfettamente incastrato nella scena corale. La storia è articolata in modo da non consentire alcuna distrazione, pena l’incompleta comprensione di ciò che accade sulla scena, laddove, in un’eterna lotta, il bene e il male si scambiano il ruolo di protagonista. Perfetto a questo fine è il gioco di luci. La scenografia è essenziale e pulita: ogni oggetto in scena ha una sua precisa funzione, nella storia o nella rappresentazione; nulla, anche in questo caso, è superfluo. Lo spettacolo è arricchito dalla malinconica musica di Marcello Cozzolino, che fa da colonna sonora ai monologhi di Claudia De Biase, la quale è protagonista di una performance intensa, complici proprio i frammenti canori, estremamente evocativi. Come la sua, ottime anche le interpretazioni di Paolo Gentile e Alessandro Palladino.

Non possiamo non sottolineare la prova artistica di Ivan Boragine, che mette la sua ormai consolidata tecnica a disposizione di una profonda lettura personale, raggiungendo il risultato di una realistica interpretazione del personaggio. Appare freddo e spietato calcolatore, ma allo stesso tempo estremamente complesso nelle sue molteplici sfaccettature: arroganza, perfidia, crudeltà, bassezza morale, ambizione, vanità. Boragine è il protagonista della forte scena finale, nella quale il politico, schiavo di sé, vive il terrore e l’angoscia delle sue ultime ore e più, che della condanna umana, di quella eterna.

Il plauso finale va a Diego Sommaripa, per l’altissima qualità di uno spettacolo che speriamo, un giorno, di vedere rappresentato a livello nazionale, ritenendo che, al di là dell’indiscusso valore artistico, possa avere anche un ruolo sociale: guardare diversamente ad una realtà che fa paura e che troppo spesso è misconosciuta, nella quale non sia dato solo risalto ai carnefici ma anche, doverosamente, alle vittime.

http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=15629

E, a seguire, una foto con i protagonisti: Diego Sommaripa, Ivan Boragine. Attori e preziosi miei amici.

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Trappola per topi, un classico del giallo nell’esclusiva location del Pio Monte della Misericordia

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Quando diverse forme di arte si fondono, il risultato non può che essere che positivo. Abbiamo infatti assistito, al Pio Monte della Misericordia(Via dei Tribunali), noto soprattutto per la presenza del capolavoro di Caravaggio “Opere di Misericordia”, al realizzarsi di una mescolanza armoniosa tra storia di Napoli, architettura, scultura ed arte pittorica con il teatro.

Parliamo di “Trappola per topi”, andato in scena dal 9 all’11 gennaio nel Salone d’Ingresso del Pio Monte della Misericordia, che vanta la presenza di quadri di artisti del calibro di Francesco De Mura, Domenico Antonio Vaccaro e Cesare Fracanzano (solo per citarne alcuni). In seguito al successo registrato, per il gran numero di richieste, lo spettacolo replicherà domani, venerdì 16 gennaio alle ore 20:00. Si tratta di uno spettacolo interattivo, adattato da Vincenzo De Falco, con la regia di Peppe Celentano (aiuto regia Vittorio Adinolfi),  tratto interamente dall’omonima famosa commedia poliziesca scritta da Agatha Cristhie, la regina del giallo, nel 1952.

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A piedi nudi nel parco: il clima di una serie televisiva direttamente a teatro

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Un gioiellino. Una bomboniera confezionata perfettamente. Lo spettacolo che non ti aspetti. Un’occasione per sorridere e per riflettere su diversi aspetti della vita: relazioni sentimentali, lavoro, precarietà economica, solitudine, stereotipi, stravaganze. Tutto questo e molto altro è “A piedi nudi nel parco”, presentato da “GAG produzioni” e andato in scena dal 3 al 6 gennaio presso il Te.Co. Teatro di Contrabbando. 

Lo spettacolo, tratto dall’opera di Neil Simon, nasce da un’idea del regista Giuseppe Fiscariello, che, non solo rivede ampiamente il testo originale, ma gli conferisce una connotazione del tutto originale. La storia, che ha visto l’interpretazione sul grande schermo da parte di attori del calibro di Robert Redford e Jane Fonda, è infatti presentata sotto forma di serie televisiva a puntate. Innegabile che, dagli anni ’90 ad oggi, le serie televisive, tanto italiane quanto straniere(americane soprattutto) siano state tra i prodotti più apprezzati dal pubblico, specialmente quando ad alto tasso di ironia, sino a diventare col tempo, irriverenti e persino ciniche.

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Pene d’amor perdute. Impossibile rinunciare all’amore

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Dal 30 dicembre è in scena al Nouveau Theatre de Poche lo spettacolo “Pene d’amor perdute”(titolo originale “Love’s Labour’s Lost”), commedia shakespeariana, tra le prime scritte dal Bardo inglese, sull’esigenza inevitabile dell’uomo di cercare l’amore e conquistare la donna amata, superando ogni ostacolo. Lo spettacolo, in due tempi, con la regia di Peppe Miale (registi assistenti Sergio Di Paola e Lorena Leone, assistente alla regia Agostino Pannone) non può che essere, come da degna rappresentazione di un’opera di Shakespeare, di tipo corale.

Sedici gli attori in scena, tra protagonisti e gregari. Del tutto originale l’ambientazione della storia nei moderni anni ’80, occasione per allietare il pubblico con successi musicali di quel periodo e vedere gli attori indossare abiti ed accessori perfettamente in stile, dai colori vivaci, per un look stravagante e scanzonato, che ben si presta al tono, spesso ironico, della commedia.

Questa scelta consente sicuramente di rendere più godibile e più leggero uno spettacolo dal linguaggio complesso e di lunga durata. La scena iniziale è ambientata in una classica discoteca degli anni ’80: disco-music, luci stroboscopiche e tanto colore. Si inizia così a familiarizzare con gli attori presenti sul palco, che, via via, lasciano la scena per dare inizio alla storia.

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La regina delle nevi: un invito a non smettere di sognare

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Ancora una volta il Tunnel Borbonico di Napoli, con i suoi antri, cunicoli, cisterne e ponti, che rimandano ad un tempo passato e a dolorose vicende (la galleria fu infatti utilizzata come rifugio durante la II^ Guerra Mondiale), si presta ad essere la cornice ideale per la rappresentazione di una favola senza tempo. Questa volta si tratta de “La regina delle nevi” (nell’ambito de “Racconti d’Inverno”) dello scrittore danese Hans Christian Andersen, conosciuto in tutto il mondo per aver scritto numerose altre fiabe, amate da grandi e piccini, quali “La Sirenetta”, “Il Brutto Anatroccolo”, “La Piccola Fiammiferaia”, solo per citarne alcune.

Lo spettacolo, la cui visione è sicuramente ideale durante le vacanze natalizie, per l’ambientazione della storia nei paesi nordici, tra distese di ghiaccio e foreste, è andato in scena lo scorso venerdì 2 gennaio, in due appuntamenti consecutivi, alle 19:30 e alle 21:00. Nato da un’idea di Valerio Gargiulo, il testo è stato riadattato e messo in scena dalla regista Livia Bertè, sotto la direzione artistica di Ilaria Vitale e si è avvalso delle musiche, composte ed eseguite da Gianluca Rovinello e delle coreografie di Luisa Leone. Come di consueto, la rappresentazione, è stata preceduta da una breve visita guidata, ricca di aneddoti e curiosità, attraverso il tunnel sotterraneo.

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