Cinema.’Julieta’. Il dolore di una madre nel nuovo film di Almodòvar

Ancora una volta è una donna la figura centrale su cui Almodòvar intesse la ragnatela di emozioni umane che costituiscono il cuore pulsante del suo nuovo film, Julieta. Il regista spagnolo torna dietro la macchina da presa a distanza di tre anni dalla esuberante commedia, non proprio riuscita, “Gli amanti passeggeri”, allontanandosi dagli eccessi che hanno caratterizzato gran parte della sua carriera artistica per guardare alla realtà con maggiore equilibrio e semplicità, realizzando un film essenziale, drammaticamente vero ed intenso, che mette a nudo, lasciandolo disarmato, l’animo umano.

Julieta vive a Madrid ed è in procinto di trasferirsi con il suo compagno, Lorenzo, in Portogallo e dare così una svolta radicale alla sua vita, coltivando l’illusione di liberarsi per sempre dal fantasma della figlia, Antía, scomparsa senza apparenti ragioni 13 lunghi anni prima. Il precario equilibrio della donna crolla in mille pezzi quando, incontrata per caso la migliore amica di sua figlia, viene a conoscenza che quest’ultima vive sul Lago di Como e ha tre bambini. Il passato si riaffaccia così, prepotentemente, alla vita di Julieta, che non può fare altro che immergersi nel suo dolore di madre irrimediabilmente lacerata nel profondo, cercando di ricomporre una volta per tutte i tasselli della sua vita e affrontare il lutto che porta nel cuore.

Lo fa rinunciando a lasciare la città, che la lega visceralmente alla figlia, e trasferendosi in quella che, si apprenderà, era stata la loro casa. Il silenzio, le pareti spoglie, una scrivania sono tutto quello che serve a Julieta per scrivere idealmente ad Antía una lettera, senza pudori e senza reticenze, per rimettersi in contatto con il proprio, drammatico, vissuto. Julieta ripercorre nel racconto alla figlia le sue vicende personali, l’incontro in treno con Xoan (Daniel Grao), il padre di Antía, e il loro rapporto passionale che l’aveva spinta, giovanissima, a lasciare il suo gratificante lavoro da insegnante di letteratura, per trasferirsi in una piccola località di mare, dove l’intrigante amante faceva il pescatore e dedicarsi a lui e alla bimba nata dalla relazione.

La scoperta di un tradimento segna per sempre, con risvolti più che drammatici, la loro vita familiare, riaccendendo ed amplificando lontani sensi di colpa che finiranno per disintegrare la vita di quella che era stata una ragazza luminosa e desiderosa di felicità. Gli stessi sensi di colpa che, come una sorta di virus, Julieta trasferirà inconsapevolmente alla piccola Antía che, diventata maggiorenne, andrà via di casa senza lasciare alcuna traccia di sé. Solo il dolore della ragazza, ormai diventata donna, libererà Julieta dal suo incubo.

Almodòvar, ancora una volta, ma non in modo ripetitivo, rivela un’innata capacità di guardare l’umanità attraverso il suo personale e sensibile caleidoscopio, restituendo allo spettatore il senso della molteplicità dei sentimenti che agitano le vite, ciascuna intrisa della propria storia, in cui i dolori  e le esperienze si cementano fino a diventare il motore del presente. È il vivere esperienze altrettanto dolorose che costituisce l’occasione per immedesimarsi nelle fragilità altrui e guardare ad esse con sguardo più umano e scevro dal giudizio. È il mondo femminile, tanto caro al regista spagnolo e in particolare la figura di Julieta, donna e madre, ad essere protagonista delle trama, a veicolare il contenuto e a scandire i tempi della pellicola. Si alternano nel ruolo di Julieta, giovane e ormai matura, due attrici, rispettivamente Adriana Ugarte ed Emma Suárez, entrambe intense nell’interpretazione.

È Antía, adolescente, che frizionando i capelli della madre e sollevando dal suo capo l’asciugamano, segna il passaggio di testimone dall’una all’altra, come emblema del dolore, che di colpo appesantisce la vita e la trasforma. La pellicola stenta a decollare, incerta com’è nella parte iniziale, restituendo allo spettatore la sensazione di non comprendere in che direzione si stia procedendo, ma a nostro avviso è la scelta del regista di trasmettere lo stesso disorientamento che anima Julieta nella parte iniziale del film. Progressivamente, con lo svilupparsi della trama e il chiarirsi della vicenda e del passato della protagonista, la pellicola acquisisce forza e corposità avviluppando lo spettatore, cui non resta altra scelta che vivere insieme a Julieta la sua storia.

L’articolo è integralmente pubblicato on line sulla rivista Napoleggiamo al seguente link: http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=22328

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La pazza gioia, il nuovo, poetico film di Paolo Virzì

Paolo Virzì torna dietro la macchina da presa a due anni di distanza dal successo de Il Capitale Umano (che ha sfiorato la candidatura all’Oscar nel 2015 nella sezione miglior film straniero) realizzando un film poetico, La Pazza Gioia, nelle sale cinematografiche da ieri, 17 maggio. Il regista livornese, che ha scritto la sceneggiatura a quattro mani con Francesca Archibugi, decide per questo suo nuovo lavoro di trattare il delicatissimo argomento della malattia mentale, riuscendo a farlo con un tocco dolce e malinconico, senza pietismi ma con uno sguardo attento, critico e realistico, evidenziando lucidamente gioie e dolori (soprattutto) di persone affette da disturbi psichiatrici. Al centro quindi la malattia mentale che, come ogni altra malattia o forse ancor di più, accomuna tutti coloro che ne sono affetti e nel caso specifico del film donne di diversa estrazione sociale ed età, con differenti storie alle spalle, con il comune denominatore della fragilità, della solitudine e del difficile inserimento nella società.

Protagoniste della storia, che si svolge in Toscana, nei luoghi cari a Virzì, Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella (Micaela Ramazzotti). Le due donne si incontrano in una comunità terapeutica, Villa Biondi, presso la quale sono in custodia giudiziaria in quanto ritenute socialmente pericolose per i loro trascorsi personali. Sono estremamente diverse ma trovano nella loro diversità l’occasione di stringere un rapporto sempre più autentico e commovente, che andrà progressivamente fortificandosi nel corso della storia e che le renderà reciprocamente indispensabili.

Beatrice è una donna più matura, logorroica ed istrionica, a tratti delirante; inventa storie, trasforma la realtà a suo piacimento, fuma nervosamente. Avvezza ad un elevato tenore di vita, non rinuncia pur nella sua condizione a soddisfare la sua vanità e a ricercare momenti di bellezza. L’arrivo in comunità di Donatella non la lascia indifferente. Emaciata, taciturna e col corpo rivestito di tatuaggi, Donatella porta con sé un grande dolore, la separazione dal proprio bambino, e una tristezza sconfinata nello sguardo; unica compagnia una torcia e le note di Senza Fine (Gino Paoli), il solo legame con un padre assente e che accompagnano l’intero film.

Dopo un’iniziale ritrosia della giovanissima e introversa ragazza, tra le due nasce un legame che le donne vivranno intensamente e follemente durante una fuga, tra cene non pagate, ricerca disperata di denaro e abuso di psicofarmaci. Si danno alla pazza gioia per cercare quella felicità che non hanno mai vissuto e lo fanno al di fuori dalla comunità, nel mondo dei “normali”, accorgendosi a loro spese che lì non c’è posto per loro, troppo fragili per sopravvivere senza essere calpestate. L’amicizia tra le donne porterà a galla le loro storie, i loro fallimenti, rapporti familiari distrutti, amori malati, soprusi ed abbandoni, ma permetterà anche a Donatella di rivedere il suo bambino, Elia, e di riscoprirsi entrambe meritevoli di affetto, protezione e soprattutto rispetto.

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La Pazza Gioia, sulla linea de La Prima Cosa Bella, sa essere allo stesso tempo un film straordinariamente lieve e terribilmente duro perché, a nostro avviso, esplora la realtà con le sue brutalità e i suoi momenti di indescrivibile bellezza, rinchiusi che siano in un abbraccio, in un’offerta di aiuto, in una birra fredda o nel contatto silenzioso con il mare. Nel film di Virzì si respira la vita, con le sue lacrime e i suoi sorrisi, con rapporti irrimediabilmente finiti e quelli pronti a nascere. Doloroso ed eccezionalmente umano lo sfondo, quello della comunità terapeutica. Da un lato ci sono le pazienti, donne diverse, ciascuna con il proprio disturbo, costrette a condividere nel proprio dolore la vita, diventando volente o nolente una famiglia. Dall’altro gli operatori sanitari, veri e propri angeli custodi, uomini e donne che non si risparmiano per prendersi cura delle loro pazienti.

In pochi giorni, quelli del tempo della storia e in due ore circa di film, Virzì ha il merito di concentrare i tratti salienti dell’umanità, lasciando allo spettatore un messaggio in fondo positivo, un messaggio di speranza: se, in un modo o nell’altro, ci si spende per gli altri, si vivono rapporti autentici scevri da interessi, respirare un po’ di felicità non è poi così un’utopia. Colonne del film, le due protagoniste,  Valeria Bruni Tedeschi (Il Capitale Umano) e Micaela Ramazzotti (La Prima Cosa Bella), impegnate nella “gestione” di due ruoli tutt’altro che scontati, artefici di un’interpretazione intensa, toccante e straordinariamente naturale. Non avremmo potuto chiedere di più a La Pazza Gioia, un film cha fa incredibilmente bene in questo momento al cinema italiano, né a Virzì che si conferma sempre di più garanzia di qualità, scrivendo un’altra bella pagina della sua carriera cinematografica.

L’articolo è pubblicato integralmente sulla rivista “Napoleggiamo” al seguente link: http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=22033

Teatro. Una versione moderna della ‘Cantata dei Pastori’ al Teatro Delle Palme.

Il regista Massimo Andrei, tra l’altro noto al grande pubblico nei panni di Snack nei mini spot che intrattengono con intelligenza ed ironia i passeggeri di Metronapoli, ha messo in scena durante le festività natalizie lo spettacolo “Razzullo e Sarchiapone”. Palco scelto è quello prestigioso del Teatro delle Palme di Napoli. La rappresentazione, accolta con partecipazione ed entusiasmo dal pubblico napoletano, è una rivisitazione in chiave moderna della storica “Cantata dei Pastori”, opera teatrale tardo-seicentesca scritta da Andrea Perrucci, che racconta in musica il Natale nel suo senso più vero, ossia la nascita di Gesù.

A partire dalle prime rappresentazioni proprio sul finire del 1600, l’opera originale ha subito nei secoli diverse modifiche, sino ai giorni nostri, quando ha raggiunto il massimo successo e notorietà grazie alla versione messa in scena dalla compagnia teatrale del grandissimo Peppe Barra. Visto il valore storico artistico dell’opera e della fama dei predecessori che si sono cimentati nella rappresentazione, va dato quindi merito ad Andrei innanzitutto per aver avuto il coraggio di presentare un suo personalissimo ed originale adattamento, che in definitiva si propone di attualizzare ed affrontare col sorriso il viaggio intrapreso da Maria e Giuseppe verso Betlemme, luogo della nascita di Gesù.

Mentre la futura Sacra Famiglia si appresta a raggiungere la città scelta da Dio per l’incarnazione del Figlio, si sviluppano le comiche vicende di due napoletani DOC curiosamente presenti in Palestina: Razzullo (Benedetto Casillo) e Sarchiapone (Giovanni Mauriello). Il primo è uno scrivano incaricato di eseguire un censimento, il secondo un barbiere omicida in fuga. Davanti ai loro occhi, tra un dialogo comico e l’altro, prende vita la lotta tra il bene e il male, tra l’imminente nascita di Gesù, protetto dagli Arcangeli (i cantori) e un principe dei diavoli, che tenta con ogni forza ed inganno di cambiare una storia divina già scritta.

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Protagonisti assoluti Casillo e Mauriello, che danno vita a due vere e proprie maschere del teatro napoletano, attualizzandole. Andrei dimostra quindi attraverso di loro la ricchezza che viene dal “recupero” di elementi della tradizione napoletana, famosa in tutto il mondo, senza rinunciare al contempo ad elementi moderni. La rappresentazione, della durata di circa due ore, ha una struttura semplice e ben orchestrata, in cui si alternano le “gag” di Razzullo e Sarchiapone, il racconto della storia della nascita del Messia, le incursioni del diavolo, i canti, rigorosamente in napoletano, secondo la tradizione, ma rielaborati da Carlo Faiello.

La forza dello spettacolo è racchiusa in alcuni elementi fondamentali: la professionalità artistica del cast, la suggestività dei canti, interpretati meravigliosamente dai cantori/attori, la commistione tra sacro e profano, tra tradizione e modernità. Tra gli elementi interessanti e innovativi vi è la scenografia che si avvale di una nuova tecnica digitale, il “video mapping”, che consente di proiettare immagini in computer grafica ottenendo un effetto 3D, fungendo quindi da cornice ideale per il racconto della storia.

Chiude la rappresentazione una riflessione, che non poteva non essere affidata alla voce di Benedetto Casillo, sullo svilimento attuale del significato profondo del Natale, che sembra sempre di più essere stato smarrito, tra ansie che accompagnano le festività e corse all’acquisto dei regali. Lo spettacolo quindi  si inserisce nel contesto di quel tipo di teatro che in modo estremamente semplice si fa portavoce di un messaggio, annullando la distanza fisica tra attori sul palco e spettatori, proponendosi di suscitare una riflessione consapevole e pertanto svolgere una funzione non solo artistica ma sociale.

Le ultime due repliche sono previste per oggi e domani e rappresentano quindi una ghiotta occasione per respirare ancora per un po’ l’ineguagliabile aria natalizia, grazie alle suggestioni e alle emozioni che probabilmente solo uno spettacolo teatrale sa suscitare, complice l’esecuzione dal vivo degli splendidi canti proposti.

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Cinema. Il Ponte delle Spie, il nuovo film di Steven Spielberg.

Steven Spielberg torna magistralmente dietro la macchina da presa realizzando un film che si cala tra le maglie della Guerra Fredda. Anche lo spettatore meno consapevole della crucialità di quel periodo storico, non può attraverso Il Ponte delle Spie non cogliere il senso profondo e concreto della rivalità tra le due super potenze mondiali di quel periodo, USA e URSS, e soprattutto quanto gli effetti di questa si ripercuotessero nella vita delle persone, al di là di complotti politici e rischi tanto imminenti quanto invisibili. Matt Charmann e i fratelli Coen firmano la sceneggiatura, che muove i suoi passi dalla vicenda, realmente accaduta, che vide protagonista alla fine degli anni ‘50 l’avvocato James Donovan, interpretato brillantemente nel film da Tom Hanks.

1957. A New York viene catturato Rudolf Abel (Mark Rylance), accusato di essere una spia russa. Nel clima infuocato della guerra fredda, che rende Abel un nemico verso il quale non avere alcuna pietà, la democrazia e i principi della costituzione americana impongono che, come ogni altro cittadino, l’uomo venga regolarmente processato. Per la difesa gli viene assegnato d’ufficio un avvocato di Brooklyn, che sino ad allora si era occupato esclusivamente di assicurazioni, James Donovan. Inizialmente scettico, Donovan impiega crescenti impegno, professionalità e passione per esercitare i diritti del suo assistito in quanto essere umano e per questa ragione attira su di sé l’ostilità della moglie Mary (Amy Ryan) e il disprezzo dell’intera opinione pubblica. Quando in territorio russo viene abbattuto un aereo spia americano e fatto prigioniero il tenente Francys Gary Powers (Austin Stowell), il governo affida astutamente a Donovan la trattativa con i sovietici per lo scambio dei prigionieri, per evitare di esporre in prima linea la CIA.

La trattativa sarà negoziata a Berlino, all’alba della costruzione del muro, dove la Repubblica Democratica Tedesca (DDR) e la Repubblica Federale erano l’incarnazione della spietata ostilità tra russi e americani. A complicare la già ben delicata questione, l’arresto di uno studente di economia di Yale, Frederic Pryor, da parte della polizia sovietica, nel tentativo di aiutare la fidanzata a lasciare Berlino Est. Donovan si esporrà personalmente e al di fuori dell’accordo con i “capi” per negoziare nell’ambiente avverso, tanto della Germania Ovest quanto di quella Est, lo scambio di Abel con entrambi i prigionieri americani. Due, i luoghi, altamente simbolici, dello scambio: il cosiddetto ponte delle spie, il ponte di Glienicke e il Checkpoint Charlie.

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La profonda umanità è la chiave di lettura della pellicola del pluripremiato regista americano. Quell’umanità che sopravvive nel contesto di una guerra senza armi ma altrettanto spietata che ha fatto tremare il mondo intero dopo la Seconda Guerra Mondiale. Quell’umanità che salva le vite sacrificabili di una spia russa rimasta fedele al suo “dovere”, di un pilota americano che non ha rispettato il protocollo di “spendere il suo dollaro” (uccidersi pur di non essere catturato) e di un giovane studente, inerme ed estraneo alla logica della guerra. Umanità incarnata dal protagonista, che sceglie a sue spese di percorrere la strada più difficile, rimanendo saldo nei suoi principi di giustizia, molto lontani dalle ragioni disumane e brutali del conflitto, rivelandosi in ultimo un eroe.

L’interpretazione convincente del Premio Oscar Tom Hanks, la sceneggiatura pulita, lineare e coerente, l’eccezionale fotografia, la regia impeccabile di Spielberg, che torna ad affrontare il tema della guerra (Shindler’s List, Salvate il Soldato Ryan) rendono Il Ponte delle Spie un film da promuovere a pieni voti, senza dubbio uno dei migliori del 2015. Assolutamente da vedere. Una curiosità: nel cast anche Eve Hewson, che interpreta la figlia di Donovan, nella vita reale figlia di Bono Vox, leader degli U2, il cui nome deriva proprio dall’aereo americano pilotato da Powers e abbattuto dai sovietici.

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Qui, il trailer:

 

Cinema. Star Wars Episodio VII. Il grande ritorno della più celebre saga di tutti i tempi.

È stato senza dubbio l’evento cinematografico dell’anno, nonché il più ghiotto regalo di Natale per milioni di fan in tutto il mondo. Stiamo parlando ovviamente dell’episodio VII di Star Wars: Il Risveglio della Forza (titolo originale The Force Awakens), primo capitolo della nuova trilogia delle guerre stellari, che già prevede l’uscita degli episodi VIII e IX (rispettivamente nel 2017 e nel 2019). Il Risveglio della Forza approda al cinema dopo ben 10 anni dall’episodio III, La Vendetta dei Sith, l’ultimo scritto e diretto da George Lucas, creatore della più celebre saga cinematografica di tutti i tempi. Ed è stata anche la curiosità verso il primo prodotto dell’era post Lucas-la Lucasfilm ha venduto i diritti di Star Wars al colosso Disney-ad alimentare l’attesa per il nuovo capitolo di Guerre Stellari, diretto da J.J. Abrams, che ha realizzato anche la sceneggiatura insieme a Lawrence Kasdan (entrambi sono anche i produttori).

Il Risveglio della Forza si riaggancia temporalmente all’episodio VI, Il Ritorno dello Jedi (1983). Sono trascorsi infatti 30 anni da quando Luke Skywalker e compagni hanno distrutto la Morte Nera ponendo fine all’Impero Galattico e hanno restituito pace alla galassia. Lo scenario, tuttavia, non è cambiato molto: il lato oscuro della Forza ha trovato nuovi canali attraverso cui manifestarsi. A minacciare la Repubblica è ora il Primo Ordine, capeggiato dal Leader Supremo Snoke, che sta costruendo un’arma di distruzione dieci volte più grande della Morte Nera, la Starkiller. Al servizio di Snoke c’è un giovane, potente ma insicuro, che coltiva il sogno di diventare un grande sith e seguire le orme del glorioso e malvagio Darth Vader: il suo nome è Kylo Ren. Nella lotta tra i due lati della Forza, cruciale è la presenza dell’ultimo Jedi, ma nell’intera galassia non si ha più alcuna notizia di Luke, che sembra sparito nel nulla.

Una mappa custodita da un droide, BB8, è l’unica possibilità di trovarlo e dare così una svolta decisiva alla guerra; sulle sue tracce si mettono sia Kylo Ren che i membri della Resistenza, i custodi della Repubblica. BB8, messo in salvo da Poe, membro della Resistenza ed abile pilota, e da Finn, disertore dell’Ordine, si imbatte per caso nella vita di Rey, una giovane e temeraria abitante di Jakku, che sopravvive vendendo rottami trovati nel deserto. Aiutata dallo stesso Finn, Rey si imbarca su una vecchia navicella, non sapendo che si tratta del mitico Millennium Falcon, e i due vengono intercettati da Han Solo e Chewbacca. La missione è chiara: portare BB8 alla base della Resistenza, dove Han Solo ritroverà la Principessa Leila, ora anche generale della Resistenza. Accanto a lei i fedeli C3PO ed R2D2, quest’ultimo in uno stato di quiescenza. Come prevedibile, l’Ordine e Kylo Ren, che ha origini tutt’altro che malvagie, non resteranno a guardare, mettendo in atto parallelamente un vero e proprio piano di distruzione della galassia. Dovranno scontrarsi però contro il risveglio della forza, che vive e si manifesta inaspettatamente nella giovane Rey che, senza alcun addestramento, padroneggia armi da Jedi, compresa la spada laser di Luke. Spetterà a lei il compito di restituirla al legittimo proprietario.

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Riportare Star Wars al cinema è stata senza dubbio impresa ardua-anche se si tratta dell’acclamato creatore di Lost: inevitabile il confronto con gli altri episodi della saga, passando al setaccio ogni elemento alla ricerca di una nota stonata. Anche perché il tempo del racconto impone che Il Risveglio della Forza sia il sequel della prima, storica trilogia di Lucas, accendendo ancora di più i riflettori sul film. A nostro avviso l’episodio VII non delude le aspettative, non stona, anzi si inserisce armoniosamente nel contesto della saga, senza snaturarla dei suoi elementi caratterizzanti: il tono epico, il ritmo fluente, con l’alternanza di fasi di diversa intensità emotiva, una sceneggiatura solida con una trama avvincente. Quest’ultima, pur essendo come quella dei precedenti film, ben definita, rende il film meno autoconclusivo: sono molti infatti gli elementi che-supponiamo volutamente-restano non chiariti, connotando quindi il film di un alone di mistero. Altro elemento in linea con la saga è l’attenta caratterizzazione dei personaggi, tutti ampiamente strutturati ed integrati senza forzature con i vecchi, o per meglio dire storici. Non mancano sorprese e colpi di scena, tanto cari ai fan di Star Wars, non mancano le battaglie, né momenti in cui tirare il fiato e godersi un po’ di ironia. Allo stesso tempo c’è spazio per elementi innovativi: la natura umana di un trooper, che si ribella, passando dalla parte dell’ex nemico, il ruolo di protagonista affidato ad un personaggio femminile, Rey (è l’attrice Daisy Ridley la stella del film), un insolito “cattivo”, in cui è il lato “chiaro” a contaminare quello “scuro”, in maniera inversa rispetto a quanto accadeva al giovane Anakin Skywalker. Egli non vuole essere quindi l’impersonificazione del male che ha raggiunto la piena forza, maturità e spietatezza-come in Darth Vader-ma al contrario egli è un giovane smarrito, reso fragile dalla rabbia e dal dolore. Attenzione però: la crudeltà non manca, si esprime bensì diversamente nel film, nell’efferatezza della violenza perpetrata dai soldati dell’Ordine. Dal punto di vista degli effetti speciali, a distanza di 10 anni dall’ultimo episodio, si rimane senza parole di fronte a scene spettacolari; meno prorompente è la storica colonna sonora, che scandisce con minore enfasi i momenti salienti del film.

Impossibile non notare la ripresa di riferimenti all’episodio IV, Una nuova speranza (il primo, uscito nel 1977), quasi a preparare una nuova generazione di fan, senza tradire, anzi rendendo omaggio allo spirito originario della saga. BB8 infatti ha il ruolo che fu di R2D2 (anche in quel caso si trattava di custodire dei dati di vitale importanza), Rey quello di Luke, Kylo Ren-in qualche modo-quello che fu di Darth Vader, Il Primo Ordine è il nuovo Impero, Starkiller la nuova Morte Nera. Alla luce di questa riflessione, sebbene la promozione a pieni voti, resta impossibile non chiedersi come Lucas avrebbe concepito il film.

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Cinema. “La felicità è un sistema complesso”: un’amara commedia con Valerio Mastandrea.

Perché trasformiamo le cose semplici in complesse e perché, tra queste, proprio la felicità? È questa la domanda che si pone il regista Gianni Zanasi nel suo ultimo film, che vede protagonista ancora una volta dopo “Non pensarci” (2007), Valerio Mastandrea.

L’attore romano interpreta Enrico Giusti, che lavora come intermediario per una società che acquista aziende in crisi finanziaria. Il ruolo di Enrico è delicato: si tratta di fidelizzare con il cliente, convincendolo a cedere l’attività per evitarne il tracollo economico e le disastrose conseguenze sulle vite delle persone coinvolte. Nella sua carriera ha a che fare con persone irresponsabili e vacue, inclini a dilapidare il patrimonio e a sfasciare automobili; non si crea alcuno scrupolo, quindi, ad utilizzare ogni mezzo a sua disposizione pur di evitare all’azienda una fine certa. Svolge il suo lavoro brillantemente e come una vera e propria missione di vita: è il suo modo per “riparare” il trauma infantile causato dalla fuga del padre in Canada dopo il fallimento della sua azienda, a causa del quale Enrico e suo fratello Nicola sono cresciuti da soli. Se per Enrico il dovere è “restare”, Nicola, più giovane, segue nella vita le orme del padre, fuggendo dalle situazioni che lo mettono in difficoltà, tra le quali fingersi partito per il Chiapas pur di non lasciare apertamente la sua fidanzata israeliana. Enrico si ritrova così a dover ospitare in casa, suo malgrado, la ragazza, taciturna, diffidente e decisamente sopra le righe.

Qualcosa cambia per sempre nella vita lavorativa-e non solo-di Enrico quando suoi clienti diventano i giovanissimi Filippo e Camilla, di 18 e 13 anni, rimasti orfani dopo un incidente stradale in cui entrambi i genitori hanno perso la vita, diventando pertanto gli eredi dell’azienda di famiglia. Filippo, azionista di maggioranza, non si lascia imbonire dal cinismo dei titolari della Lievi e non cede alla proposta di Enrico, decidendo di non arrendersi dunque al tracollo dell’azienda e al vedere licenziati gli impiegati che tanta stima riponevano nei suoi genitori. Decide pertanto di opporsi alla delocalizzazione e sceglie di utilizzare i fondi a disposizione per tentare di risollevare le sorti dell’attività di cui è diventato responsabile a tutti gli effetti. Di fronte alla natura genuina di Filippo e Camilla e con l’esempio della giovane israeliana, Enrico non può far altro che rivedere la sua posizione e la sua stessa vita, dandole la svolta decisiva per riacquisire quella felicità, così semplice, a cui aveva finito per rinunciare.

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“La felicità è un sistema complesso” riflette, dunque, sulla scelta personale e libera di decidere della propria vita, attraverso una presa di posizione netta di fronte alle occasioni, positive o negative, che la vita stessa fornisce. Se Enrico mette un punto al proprio passato esercitando quella genitorialità sino a quel momento subita, il suo collega (Giuseppe Battison), figlio del titolare dell’azienda, “risolve” le sue inquietudini con il denaro e l’eroina

Il film, a nostro avviso, è riuscito solo per metà; ci appare infatti limitato da una trama fin troppo semplice e da una sceneggiatura scarna, che non possono che evidenziare la bravura di Valerio Mastandrea, sul quale l’intera pellicola ruota. Con la consueta spontaneità ed ironia, tratti da sempre distintivi dell’attore romano, Mastandrea regge praticamente da solo il film, in cui gli altri attori quasi fungono da anonimi gregari. Il regista cerca di limitare in qualche modo i danni, infarcendo il film di meri di esercizi di stile, peraltro discutibili, che non fanno altro che evidenziare i vuoti strutturali di cui la pellicola soffre. I lunghi silenzi, il ritmo complessivamente lento e le numerose inquadrature dedicate allo scenario del paesaggio del Trentino non giovano alla scorrevolezza del film, che è in definitiva  interessante soprattutto per l’argomento trattato, attuale e di grande impatto sociale, e per gli spunti di riflessione che offre.

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Cinema. Il Viaggio di Arlo: il nuovo cartoon Disney Pixar

Per la prima volta Disney Pixar decide di far uscire nello stesso anno due film. “Il Viaggio di Arlo” infatti è approdato nelle sale cinematografiche a breve distanza dall’acclamatissimo “Inside Out”.  Si presenta però come un prodotto piuttosto differente da quest’ultimo, così come dagli altri film targati Pixar, quali “Toy Story” ed “Up”, solo per citarne alcuni. Manca infatti di quegli elementi ironici e di quella ricchezza di contenuti e situazioni che rendono i prodotti Pixar fruibili non solo da parte dei bambini quanto di un pubblico adulto, avvicinandosi per questi aspetti forse solo a “Alla ricerca di Nemo”. Sebbene ciò, anche Il Viaggio di Arlo, rimane sicuramente un cartoon appetibile per i più grandi, connotandosi, in definitiva, come un film per tutta la famiglia, nella piena tradizione dei film Disney.

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Arlo è l’ultimo nato di tre fratellini di dinosauri; a partire dalla schiusura del suo guscio appare evidente che sia il più fragile ed insicuro e soprattutto il più timoroso dei tre. La famiglia di Arlo appartiene ad una specie di dinosauri incredibilmente evoluti poiché 56 milioni di anni fa un meteorite aveva evitato l’impatto con la Terra. I genitori di Arlo sono diventati così abili coltivatori e hanno messo su una stupenda fattoria: il segno del loro successo è l’impronta che lasciano sul silo del granaio. Anche ai loro figli spetterà l’onore di lasciare la propria impronta quando riusciranno a svolgere brillantemente i compiti a loro assegnati, segno di crescita, maturità e responsabilizzazione. Mentre i fratelli di Arlo, Buck e Libby, crescono forti e coraggiosi e si guadagnano presto il loro momento di gloria, Arlo stenta a crescere e fugge spaventato ogni qual volta entra nel pollaio per dar da mangiare alle galline. Il padre, preoccupato per le difficoltà del figlio, gli assegna il compito di catturare un “parassita” che ruba il raccolto, un cucciolo d’uomo, ma Arlo, spaventato dall’incontro con la selvaggia creatura, non porta a termine il suo compito. Arlo non sa ancora che il piccolo sarà il suo compagno e la sua guida durante il lungo e avventuroso viaggio che intraprenderà dopo essersi smarrito e dopo la morte del padre, annegato nel fiume per salvargli la vita. Il viaggio sarà l’occasione per il piccolo dinosauro di scontrarsi con le difficoltà della vita, di superare difficili prove, nonché di scoprire l’immenso valore dell’amicizia, condividendo con Spot la nostalgia per la famiglia. Non può non esserci il lieto fine: finalmente adulto, ritornerà alla fattoria e affiancherà la sua impronta a quella del padre.

ll Viaggio di Arlo ha una trama piuttosto esile, raccontando con un linguaggio molto semplice la crescita del piccolo dinosauro attraverso il superamento delle proprie paure e l’acquisizione dell’autonomia, fino al raggiungimento della piena maturità. Come da tradizione Disney, non mancano i buoni sentimenti, il valore dell’amicizia, della fiducia, della condivisione e dell’aiuto reciproco e i forti legami familiari, indispensabili per la vita. Il cartoon Pixar brilla soprattutto per il suo grande potere visivo, con una riproduzione spettacolare dell’ambiente: montagne innevate, immense distese di terra, corsi d’acqua, campi coltivati, danza di lucciole lasciano davvero a bocca aperta per la ricchezza di particolari e per il livello grafico raggiunto. Lo sguardo non può che rimanere incantato di fronte a tanta bellezza. Nota distintiva del film è l’ambientazione western, accompagnata da un’accattivante colonna sonora, inedita sinora per la Disney. Pur non essendo tra i migliori prodotti Pixar degli ultimi anni, Il Viaggio di Arlo merita sicuramente di essere visto.

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Cinema. “Gli ultimi saranno ultimi”.

È attualmente in programmazione nelle sale cinematografiche “Gli ultimi saranno ultimi”, film che vede la regia di Massimiliano Bruno, il quale, insieme a Gianni Corsi e Paola Cortellesi con il ruolo di protagonista, ha scritto anche la sceneggiatura. Si ripropone la coppia Bruno-Cortellesi quindi, reduce dal successo di “Nessuno mi può giudicare”, che si cimentano nella versione cinematografica dell’omonimo spettacolo teatrale andato in scena in tutta Italia dal 2005 al 2007. Nel cast, accanto alla Cortellesi, Alessandro Gassmann e Fabrizio Bentivoglio, trio sicuramente garanzia di qualità. Il film, al limite tra una commedia e un dramma, affronta un tema estremamente realistico ed attuale: la precarietà lavorativa e le inevitabili conseguenze-sino a quelle più estreme-che questa causa sia a livello individuale che familiare, soprattutto quando il contesto socio-culturale ed economico è dei più modesti.

La protagonista, Luciana, è una donna tanto semplice quanto genuina, sempre gentile e disponibile con il prossimo, sempre pronta al sorriso, nonostante una vita difficile, in cui i sacrifici e le privazioni sono all’ordine del giorno. Lavora come dipendente in un’azienda nella quale è addetta alla stiratura di ciocche di capelli sintetici: il suo è un lavoro ripetitivo, faticoso e mal pagato, eppure indispensabile al sostentamento della sua famiglia. Infatti è sposata con Stefano (Gassmann), disoccupato quasi per scelta, non disposto-nonostante le necessità economiche-a sottostare ad un “padrone”, scegliendo la via più comoda, ma allo stesso tempo inconcludente, di tentare “affari” che puntualmente falliscono. Sperano nell’arrivo di un figlio e vivono ad Anguillara, paese letteralmente invaso dalle onde radio (nocive?) di un’emittente religiosa, dove il luogo ideale per ascoltare la Santa Messa è il bagno di casa. Come in tutti i piccoli centri, tutti si conoscono e facilmente si è vittima di giudizio, specialmente quando non si rinuncia alla propria identità e libertà in favore dell’osservanza di arcaiche e sterili consuetudini.

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Luciana e Stefano frequentano due coppie di amici storici, con cui trascorrono momenti piacevoli tra un pic nic sul lago e una passeggiata nei centri commerciali. Una vita semplice e senza grandi pretese insomma, ma cementata dall’amore e dalla complicità e soprattutto dal carattere solare e compiacente della donna. L’equilibrio della coppia salta del tutto quando Luciana viene licenziata perché incinta. I litigi, le recriminazioni, le incertezze, l’angoscia di non farcela, aumentano mano a mano che si avvicina la nascita del primogenito. La speranza disattesa di essere reintegrata nell’organico dell’azienda e la scoperta del tradimento da parte di Stefano fanno esplodere la miccia. Luciana, stanca di accettare, stanca di essere pecora in mezzo ai lupi, mette in atto la sua personalissima ribellione, seguendo per una sola volta nella vita le orme di suo padre Mario, conosciuto da tutti come colui che non abbassava mai la testa. Luciana, perso del tutto il controllo di sé, non ha altra scelta se non rivendicare il suo diritto a lavorare, il suo diritto alla dignità di essere umano e di futura madre, Ma, si sa, la disperazione conduce a gesti estremi.

Parallelamente alla vicenda di Luciana e Stefano, si svolge quella di Antonio (Bentivoglio), poliziotto veneto, che viene relegato ad Anguillara in quanto “colpevole” di aver provocato la morte di un giovane collega per mancanza di tempestività. Schernito dai colleghi e condannato in paese, stringe un’amicizia con la sola Manuela, parrucchiera avvenente, che scopre più tardi essere transessuale e quindi esclusa dalla comunità. La storia di Antonio si incrocerà con quella di Luciana nell’epilogo del film, di cui non anticipiamo nulla.

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Luciana sul finale afferma: “Nostro Signore ha detto che gli ultimi saranno i primi, ma non ha specificato quando”. La risposta del film è chiara ed è racchiusa nel titolo. Gli ultimi non saranno mai i primi in questo mondo, dove chi è in difficoltà, sia essa lavorativa, economica, personale, è destinato a subire il sopruso, il giudizio facile, è vittima sempre e comunque, è destinato a soccombere. Allo stesso tempo, la chiusura del film, lascia un margine di speranza, nella nascita di una nuova vita, per la quale non ci sia madre che non si augura un futuro migliore. “Gli ultimi saranno ultimi” ci presenta una carrellata di personaggi, ciascuno “ultimo” a suo modo, nella sua vita, nella sua realtà, soffermandosi anche sulla riflessione che, in condizioni di disperazione, il limite tra la complicità e il contrasto, è labile. Facilmente, dunque, da amici si diventa nemici quando la terra trema sotto i piedi, quando l’unico obiettivo, in una società che non tutela l’essere umano nei suoi diritti fondamentali, è sopravvivere. Nonostante la durezza del tema trattato, i toni non sono sempre drammatici, soprattutto nella parte iniziale del film, dove c’è spazio anche per sorridere, anche se sempre piuttosto amaramente;  acquisisce via via sfumature sempre più buie, offrendo ai più sensibili momenti di commozione. In definitiva “Gli ultimi saranno ultimi” è un film ben riuscito, sebbene una sceneggiatura non particolarmente originale ed una regia che si perde in qualche esercizio di stile, uno su tutti la scelta di narrare la storia attraverso brevi flash back che non fanno altro che ridurre allo spettatore le possibilità di immaginare il procedere della trama. La brillante e convincente interpretazione di Paola Cortellesi dà senza dubbio lustro al film, che, finalmente, possiamo considerare un film italiano distribuito al grande pubblico che valga la pena di essere visto.

Cinema. Daniel Craig è ancora 007 in “Spectre”

Il più famoso agente segreto è tornato al cinema. Ovviamente stiamo parlando di James Bond (o come viene pronunciato almeno una volta in ciascun film: “Bond, James Bond”). È infatti in programmazione nelle sale cinematografiche Spectre, ventiquattresimo capitolo della saga dell’agente 007, firmata dal regista Premio Oscar Sam Mendes (American Beauty). Nei panni di Bond troviamo per la quarta volta consecutiva l’attore britannico Daniel Craig, che ha ridato lustro al personaggio letterario di Ian Fleming, interpretando i precedenti, ultimi tre film: Casino Royale, Quantum of Solace e Skyfall, entrati a pieno diritto tra i migliori della serie. Non è un caso, quindi, che lo stesso Craig sia considerato uno dei più degni eredi del James Bond per antonomasia, Sean Connery.

Città del Messico. Festa dei morti. James Bond, trovato un messaggio dell’ex M (capo dei servizi segreti MI6 per cui Bond lavora), è sulle tracce di Sciarra, membro di un’organizzazione criminale, impegnato nella pianificazione di un imminente attentato. Dopo averlo ucciso e aver rubato il suo anello, torna a Londra, dove viene sospeso dal nuovo M, Gareth Mallory, per aver agito senza autorizzazione. Quest’ultimo nel frattempo è informato della volontà del capo dei servizi segreti congiunti, Max Debingh (nome in codice C), di unire i servizi segreti di tutto il mondo, creando una sorta di Grande Fratello in stile orwelliano, ed eliminare l’ormai sorpassato programma 00. Bond, poco incline al rispetto della procedura, si reca a Roma al funerale di Sciarra e sedotta la moglie dello stesso, riesce ad infiltrarsi in un’importante riunione della misteriosa e potente organizzazione di cui Sciarra faceva parte.

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Qui viene ben presto scoperto dal capo Franz Oberhauser ma, riuscito a fuggire, si mette alla ricerca della vittima designata dell’organizzazione stessa, nonché vecchio nemico di Bond, Mr. White. Trovatolo in un nascondiglio in Austria, apprende che solo la figlia, Madeleine Swann, che Bond promette di proteggere, è in grado di condurlo fino a Oberhauser, capo dell’organizzazione SPECTRE. Mentre l’agente 007 raggiunge la ragazza, che lavora come psicologa in una sontuosa clinica sulle Alpi, parallelamente, a Londra viene approvato all’unanimità il programma “Nove Occhi”, che sarà operativo a partire dalla sua attivazione in rete. Bond e Madeleine partono quindi per Tangeri, alla volta di un albergo chiamato L’Americain e prendono possesso della stessa stanza d’albergo in cui lei alloggiava da piccola con i genitori, dove il padre aveva depositato le istruzioni per arrivare alla sede della SPECTRE, nel bel mezzo del deserto. L’incontro con Oberhauser che avverrà di lì a poco produrrà effetti che manterranno la suspense elevata fino alla fine del film. E chissà che questa non sia la volta buona per James Bond per incontrare una donna non solo da sedurre ma da amare.

Spectre è un film, rispetto ai più recenti della saga di James Bond, dall’inaspettato e piacevole gusto retrò, nel quale spiccano quegli elementi che hanno reso l’agente 007 una vera e propria icona letteraria e cinematografica: dall’Aston Martin, mitica automobile di Bond, all’impeccabile atterraggio in paracadute, dagli inseguimenti all’ultimo fiato in auto e in elicottero a bombe celate in orologi, il tutto condito dal consueto aplomb del più raffinato agente inglese con licenza di uccidere. Ad un’aria vintage fanno da contraltare straordinari effetti speciali ed una trama ben radicata nei nostri giorni, quando il nemico si sconfigge evitandone la messa in rete, il che equivale al suo annientamento, alla sua inesistenza. Eppure, se la regia è impeccabile, non si può dire altrettanto per la sceneggiatura, che in alcuni tratti traballa, con un risultato finale che comunque non delude le aspettative. Affascinano, come sempre nei film dedicati all’agente segreto, le ambientazioni in diverse città, a sottolineare l’internazionalità del personaggio.

Nel cast, insieme al brillante Daniel Craig, Ralph Finnes, Christopher Waltz e la “Bond girl” Léa Seydoux; spazio anche per Monica Bellucci-che convince più per forma fisica che per interpretazione-e la piccola partecipazione del nostrano Peppe Lanzetta, che vive il suo personale momento di gloria in una scena ambientata a Roma. Fa da cornice la colonna sonora di Thomas Newman, già autore di quella di Skyfall, con il tema principale Writing’s on the wall, scritto e interpretato dal cantante inglese Sam Smith.

 

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Cinema. “Sopravvissuto – The Martian”, il nuovo film di Ridley Scott

The Martian segna il grande ritorno di Ridley Scott dietro la macchina da presa dopo il parziale successo di Exodus. Il regista americano, che vanta all’attivo pellicole che hanno fatto la storia del cinema quali Alien, Blade Runner e Il Gadiatore, realizza un film di fantascienza estremamente realistico e di ottima qualità, puntando su una delle più celebrate stelle di Holliwood, Matt Damon, la cui interpretazione vale, da sola, il prezzo del biglietto.

In un futuro non troppo lontano la missione NASA Ares 3 è impegnata su Marte dove, nel corso di una tempesta di sabbia, rimane ferito e si disperde un membro dell’equipaggio, Mark Watney (Matt Damon). Credendolo tutti morto, la navicella torna sulla Terra, non senza il rimorso del comandante Lewis (Jessica Chastain) e dei compagni della missione. Watney non è morto e ben presto si rende conto di essere rimasto completamente da solo su Marte ma prima di tutto sa che, per rimanere in vita, deve curare, con una notevole dose di coraggio, la sua ferita. Realizza quindi di trovarsi in una situazione del tutto eccezionale e mai vissuta sino a quel momento da nessun altro essere umano e con lucidità sviluppa un piano di sopravvivenza sul pianeta rosso.

Le sue competenze di botanico gli consentono di allestire una serra d’emergenza per coltivare patate con cui alimentarsi dopo l’esaurimento delle scorte, sapientemente razionalizzate, di cibo. Mentre sulla Terra viene pianto da eroe morto nello spazio, Watney, tra un calcolo e l’altro, non si perde d’animo, pur sapendo che l’unica occasione per ritornare a casa sarà la successiva spedizione (Ares 4) dopo 4 anni. Lo scenario cambia quando Watney ha l’idea geniale di riesumare il Pathfinder, la sonda realmente spedita su Marte nel 1997 dalla NASA, e arenatasi in una zona del pianeta poco distante da quella in cui lui si trova. Riattivando la sonda, infatti, riesce a mettersi in contatto con la Terra, avendo così inizio le ardue- e a tratti disperate-operazioni per il suo salvataggio, in cui sarà coinvolta anche la Cina. Una serie di eventi minacciano così gravemente la sua sopravvivenza su Marte che la NASA è costretta ad accettare un’ultima, dubbia e rischiosissima operazione in cui sarà coinvolto l’equipaggio di Ares 3 ancora in viaggio nello Spazio. La suspense è assicurata.

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The Martian è un film di fantascienza atipico e sicuramente molto distante rispetto ad altri dello stesso Ridley Scott, poiché ha in sé molti meno elementi fantastici e molti più elementi scientifici. Il rigore della scienza, infatti, fa da filo conduttore degli avvenimenti, risultando disturbato “solo” da realistiche eventualità avverse, rispetto alle quali è l’atteggiamento umano a fare la differenza. L’ eterna lotta tra il bene e il male è qui unicamente la lotta dell’uomo contro tutto ciò che, nell’ordine naturale delle cose, minaccia la sua vita. E a salvare la vita di Watney non sono solo il rigore scientifico della NASA, la partecipazione dei compagni della missione e le sue eccellenti doti di astronauta, ma anche la sua ironia, il suo essere uomo in tutte le sue possibili sfumature. Uomo che tenta il tutto per tutto per la propria sopravvivenza. Il sopravvissuto, che ricordiamo essere tratto dal romanzo “L’uomo di Marte” di Andy Weir, ha in sé tutte le caratteristiche per essere un film di successo.

Ha una trama avvincente, in cui la suspense viene di tanto in tanto stemperata da momenti più leggeri, una regia impeccabile, che ci offre suggestivi scorci del pianeta rosso, sapientemente ricreato nel deserto della Giordania, un’ottima interpretazione del cast a supporto di quella, brillante, di Matt Damon, protagonista assoluto.

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