50 anni fa moriva Totò. Cosa ci ha lasciato il “principe della risata”.

Era il 15 Aprile 1967. Nella sua casa romana in Via dei Monti Parioli si spegneva il Principe Antonio de Curtis, in arte Totò. Seguirono non uno ma ben tre funerali, incredibile a dirsi: il primo a Roma, gli altri due a Napoli-uno addirittura a bara vuota-nella sua Napoli, dove un mare di folla gli diede l’ultimo saluto, l’ultimo omaggio, l’ultimo abbraccio. Era amato Totò. Lo era soprattutto dalla gente, meno dalla critica, che imparò ad apprezzarlo, fino a riconoscerne l’inestimabile valore, solo dopo la sua morte. Come succede ai più grandi, a quelli che per la propria superiorità e per un’innata capacità di precorrere i tempi, finiscono spesso e volentieri col non essere capiti, anzi addirittura osteggiati, criticati, sminuiti. Ma ciò che un artista, qualsiasi sia il suo campo, è in grado di trasmettere al pubblico, è proprio quello a fare la differenza, decretandone, in alcuni casi, l’immortalità. E Totò è senza dubbio immortale.

La sua fama è giunta, senza essere scalfita dai segni del tempo, sino ad oggi, sino alla nostra generazione, che lo ama, lo osanna, lo cita, si ciba delle sue massime come pane quotidiano. Sì, possiamo dirlo, siamo cresciuti un po’ tutti a pane e Totò, complice l’onnipresenza dei suoi film, soprattutto negli anni ’80 e ’90, su decine di canali televisivi, tra nazionali e locali. Totò è per la maggioranza dei napoletani-e probabilmente per molti italiani-come uno di famiglia, qualcuno con cui si è cresciuti, che c’è sempre stato, come uno zio o un nonno, con cui si è trascorso il pranzo domenicale, i giorni di festa, che ha reso più speciali i momenti lieti e meno amari quelli dolorosi. Un sorriso, i film di Totò, sono sempre in grado di strapparlo, oggi come ieri. E se da bambini non potevamo essere in grado di coglierne tutto il valore, la poeticità, l’immensa capacità di dipingere ritratti dell’umanità, oggi, da adulti, non possiamo non farlo e ringraziare il passato, che ci ha lasciato in eredità un bene prezioso, da proteggere e trasmettere alle generazioni successive, patrimonio di Napoli, patrimonio d’Italia.

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Circa 100 sono le pellicole che costituiscono la filmografia di Totò, tanti i registi con cui ha lavorato, tra i quali anche i mostri sacri del cinema italiano: Monicelli, Rossellini, Risi, Pasolini, Comencini. Altrettanto numerose le cosiddette “spalle”, gli attori che hanno avuto il privilegio di condividere con lui la scena: Peppino de Filippo, Nino Taranto, Aldo Fabrizi, Macario, Mario Castellani. Tanti, troppi per essere qui ricordati, i titoli indimenticabili: da Miseria e Nobiltà a Un Turco Napoletano, da Totòtruffa 62 a La Banda degli Onesti, da 47 Morto che Parla a Totò a Colori, da I Tartassati a Totò, Peppino e la Malafemmina e ancora, i più intimisti, Totò e Marcellino, Guardie e Ladri, Siamo Uomini o Caporali. Vorremmo citarli tutti perché tutti hanno in sé un lampo di genio, un’espressione facciale indimenticabile, un momento di bellezza, una massima che è passata alla storia ed è entrata nel linguaggio comune. Tra queste: “La serva serve”, “Lei con quegli occhi mi spoglia. Spogliatoio!”, “Badi come parli, sa”, “Sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo”, “È la somma che fa il totale”, “Noio… volevan savoir…l’indiriss”, “Lei dica duca, io dico dica”, “Io sono un uomo tutto d’un pezzo”, “Vota Antonio, vota Antonio, vota Antonio”, “Signori si nasce e io modestamente lo nacqui!”. La lista potrebbe allungarsi a dismisura e ci ritroveremmo a recitare intere scene dei suoi film. Eppure, non solo cinema nella lunghissima carriera di Totò, ma anche e soprattutto teatro e ancora poesia e musica; come dimenticare ad esempio “’A livella”, con i suoi versi celebrativi della morte che appiana ogni umana differenza o “Malafemmena”, la struggente canzone scritta e musicata da Totò nel 1951 in occasione del concorso di Piedigrotta “La Canzonetta”, che fu poi portata al successo da Giacomo Rondinella.

La grandezza di Totò è stata suggellata la scorsa settimana con una laurea ad honorem alla memoria in Discipline dello Spettacolo, conferitagli dall’Università di Napoli Federico II e fortemente voluta da un suo illustre estimatore, Renzo Arbore. Tante sono le iniziative in programma per questa settimana e nei mesi a venire per celebrare i 50 anni dalla sua morte: mostre, incontri, spettacoli televisivi e teatrali, visite guidate attraverso i luoghi della vita del “principe della risata”, uno su tutti, il Rione Sanità, che lo vide nascere il 15 febbraio del 1898 in Via Santa Maria Antesaecula. A Totò sarà dedicata anche una speciale programmazione di Sky Cinema Classics, che per tutta la settimana, proporrà alcuni dei suoi film più famosi e amati dal grande pubblico.

 L’articolo è pubblicato integralmente sulla rivista MYGENERATIONWEB al seguente link:

https://www.mygenerationweb.it/201704123607/articoli/agora/3607-50-anni-fa-moriva-toto-cosa-ci-ha-lasciato-il-principe-della-risata

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Teatro. Una versione moderna della ‘Cantata dei Pastori’ al Teatro Delle Palme.

Il regista Massimo Andrei, tra l’altro noto al grande pubblico nei panni di Snack nei mini spot che intrattengono con intelligenza ed ironia i passeggeri di Metronapoli, ha messo in scena durante le festività natalizie lo spettacolo “Razzullo e Sarchiapone”. Palco scelto è quello prestigioso del Teatro delle Palme di Napoli. La rappresentazione, accolta con partecipazione ed entusiasmo dal pubblico napoletano, è una rivisitazione in chiave moderna della storica “Cantata dei Pastori”, opera teatrale tardo-seicentesca scritta da Andrea Perrucci, che racconta in musica il Natale nel suo senso più vero, ossia la nascita di Gesù.

A partire dalle prime rappresentazioni proprio sul finire del 1600, l’opera originale ha subito nei secoli diverse modifiche, sino ai giorni nostri, quando ha raggiunto il massimo successo e notorietà grazie alla versione messa in scena dalla compagnia teatrale del grandissimo Peppe Barra. Visto il valore storico artistico dell’opera e della fama dei predecessori che si sono cimentati nella rappresentazione, va dato quindi merito ad Andrei innanzitutto per aver avuto il coraggio di presentare un suo personalissimo ed originale adattamento, che in definitiva si propone di attualizzare ed affrontare col sorriso il viaggio intrapreso da Maria e Giuseppe verso Betlemme, luogo della nascita di Gesù.

Mentre la futura Sacra Famiglia si appresta a raggiungere la città scelta da Dio per l’incarnazione del Figlio, si sviluppano le comiche vicende di due napoletani DOC curiosamente presenti in Palestina: Razzullo (Benedetto Casillo) e Sarchiapone (Giovanni Mauriello). Il primo è uno scrivano incaricato di eseguire un censimento, il secondo un barbiere omicida in fuga. Davanti ai loro occhi, tra un dialogo comico e l’altro, prende vita la lotta tra il bene e il male, tra l’imminente nascita di Gesù, protetto dagli Arcangeli (i cantori) e un principe dei diavoli, che tenta con ogni forza ed inganno di cambiare una storia divina già scritta.

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Protagonisti assoluti Casillo e Mauriello, che danno vita a due vere e proprie maschere del teatro napoletano, attualizzandole. Andrei dimostra quindi attraverso di loro la ricchezza che viene dal “recupero” di elementi della tradizione napoletana, famosa in tutto il mondo, senza rinunciare al contempo ad elementi moderni. La rappresentazione, della durata di circa due ore, ha una struttura semplice e ben orchestrata, in cui si alternano le “gag” di Razzullo e Sarchiapone, il racconto della storia della nascita del Messia, le incursioni del diavolo, i canti, rigorosamente in napoletano, secondo la tradizione, ma rielaborati da Carlo Faiello.

La forza dello spettacolo è racchiusa in alcuni elementi fondamentali: la professionalità artistica del cast, la suggestività dei canti, interpretati meravigliosamente dai cantori/attori, la commistione tra sacro e profano, tra tradizione e modernità. Tra gli elementi interessanti e innovativi vi è la scenografia che si avvale di una nuova tecnica digitale, il “video mapping”, che consente di proiettare immagini in computer grafica ottenendo un effetto 3D, fungendo quindi da cornice ideale per il racconto della storia.

Chiude la rappresentazione una riflessione, che non poteva non essere affidata alla voce di Benedetto Casillo, sullo svilimento attuale del significato profondo del Natale, che sembra sempre di più essere stato smarrito, tra ansie che accompagnano le festività e corse all’acquisto dei regali. Lo spettacolo quindi  si inserisce nel contesto di quel tipo di teatro che in modo estremamente semplice si fa portavoce di un messaggio, annullando la distanza fisica tra attori sul palco e spettatori, proponendosi di suscitare una riflessione consapevole e pertanto svolgere una funzione non solo artistica ma sociale.

Le ultime due repliche sono previste per oggi e domani e rappresentano quindi una ghiotta occasione per respirare ancora per un po’ l’ineguagliabile aria natalizia, grazie alle suggestioni e alle emozioni che probabilmente solo uno spettacolo teatrale sa suscitare, complice l’esecuzione dal vivo degli splendidi canti proposti.

L’articolo è pubblicato on line al seguente link: http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=20220

Vedi Napoli e poi…..VIVI!

Mia cara, adorata Napoli,
quanto è grande il desiderio di vederti un giorno splendente come in questi magnifici scatti che ti rivelano unica, magica, di incomparabile bellezza e fascino. Come vorrei che gli spettacolari fuochi d’artificio che ti hanno a lungo illuminata nella notte di Capodanno e che hanno incantato la vista di tanti, napoletani e non, segnassero e consacrassero una rinascita in cui tanti speriamo. Si percepisce nell’aria che qualcosa si sta finalmente muovendo, si percepisce dalla speranza che sta iniziando a maturare negli animi di chi ti ama e ti ha sempre amata nonostante le tue disarmanti e avvilenti contraddizioni. La poesia che fa da contraltare all’ignoranza, l’impegno che si contrappone alla noncuranza e all’illegalità, il desiderio di vita che fa a cazzotti con il sangue. Quello delle vittime innocenti che la malavita continua a mietere nelle nostre strade sotto gli occhi stanchi, impotenti e spesso omertosi di chi la speranza, forse, l’ha persa da un pezzo. Tutti sono rimasti a bocca aperta di fronte al tuo splendore quella notte. Quella notte fredda e tersa in cui il mare calmo e la cornice del golfo ti hanno eletta la più mirabile delle regine, mentre giochi di luci, forme e colori brillavano prepotentemente nel tuo cielo sereno. La stessa notte in cui l’ennesima vita è stata consumata, quella di un giovane di appena 27 anni. Quanto impegno, quanta dedizione, quanto amore è necessario per aiutarti a combattere, quanta onestà nell’ammettere che i tuoi, i nostri problemi, sono grandi e complessi, stratificati sotto le macerie di anni e anni di criminalità, disimpegno, disinteresse. Troppo facile nascondere le nostre responsabilità all’ombra dei tuoi tesori, troppo infantile l’atteggiamento di chi si fa scudo dei tuoi secoli di storia e cultura per glorificarsi agli occhi del mondo senza contribuire attivamente alla tua, alla nostra vita. Una vita, oggi, ancora troppo spesso ai margini della civiltà, in balia di limiti, abbandono, desolazione, emarginazione, dove la convivenza scricchiola, la maleducazione regna incontrastata e la malavita è ancora vista come l’unica alternativa per sopravvivere. 
Napoli, noi, non meritiamo di sopravvivere. Ma di vivere. 
Questo mi auguro innanzitutto per il 2016. Che tanti napoletani scelgano di vivere, scelgano di vederti splendente come quella notte.

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Foto: Riccardo Vosa

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Caro primo settebre, ti scrivo…….

Caro primo settembre,

ti scrivo per dirti che sei davvero sulla bocca di tutti, semmai non te ne fossi accorto. C’è chi ti considera come una sorta di “primo dell’anno” in versione 2.0 e chi come il giorno peggiore, addirittura più terribile dei più neri lunedì, di quando di iniziare una nuova settimana nessuno ha proprio voglia. E si sa, prima o poi, anche i giorni più fatidici, quelli che vorresti scansare di gran classe o cancellare dal calendario, arrivano inesorabili. Convenzioni sociali. In fondo si tratta solo di questo. Organizzazione del tempo secondo i ritmi e le esigenze umane.

Sai, primo settembre, sei davvero angosciante per molti. Sì, per tutti quelli per cui le vacanze sono finite e “si torna a lavorare”, perché lavorare non solo è faticoso, ma anche noioso e stressante e non resta che augurarsi che arrivi presto il venerdì sera, la prima festività o il “primo ponte”. Tu sei l’emblema del dovere, lo spettro del castigo cui è sottoposta da sempre l’umanità: produrre per poter sopravvivere. E la tua reputazione è notevolmente peggiorata da quando non si lavora più per vivere ma si vive per lavorare. Ma non credere di essere angosciante solo per loro. In fila, pronti a maledirti, ci sono anche tutti quelli-e credimi sono davvero in tanti-che un lavoro non ce l’hanno. Loro, il primo settembre, si sentono tremendamente diversi, più che in ogni altro giorno dell’anno. Si guardano allo specchio e vedono un fantasma, si sentono vuoti. È come se per loro la vita non iniziasse davvero, è come se, allineati sulla pista e pronti alla partenza, rimanessero inchiodati con le ginocchia sulla terra rossa al colpo della pistola, al suono del fischietto, allo sventolare della bandiera. Pronti, partenza, via. No. Non per loro. Loro non vanno da nessuna parte. E poi ci sono quelli che, sì, quelli li conosci benissimo, quelli per i quali sei una sorta di giorno catartico. Il giorno delle promesse e dei buoni propositi, un punto d’arrivo e un punto d’inizio allo stesso tempo, uno spartiacque tra il prima e il dopo, il momento della verità, il giorno in cui la volontà è più forte e si inizia un nuovo cammino. Come se davvero si decidesse il giorno e l’ora in cui dare una svolta alla propria vita, che a stento riusciamo a girare nel verso giusto il volante dell’auto!

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E per me, primo settembre, sei curioso di sapere come sei per me? O meglio come sei stato quest’anno per me? Perché, perdona la mia onestà, ma di te degli anni passati non è che abbia ricordi molto nitidi e comunque, se proprio ci tieni a saperlo, sì, anche per me spesso sei stato angosciante, ma tanto proprio, soprattutto quando non c’era nulla ad aspettarmi, nulla che volessi realmente fare, ma una serie di giorni avvolti da una nuvola, senza contorni, senza prospettiva. Solo ansie e inadeguatezza.

Ma oggi hai avuto un sapore del tutto diverso. Hai avuto un sapore buono. Devo ammetterlo. C’è del buono anche in te. C’è del buono anche in chi o in cosa non ci aspetteremmo mai. Certezze non ne ho nemmeno quest’anno, ma poco importa, che cos’è una certezza nella nostra vita se non un’illusione? Ho dei progetti, questo sì, e ognuno di loro, a suo modo, oggi ha fatto parte di te, primo settembre. Sai, ho ancora vivida la sensazione dei caldi raggi di sole di Corfù, della sensazione di libertà nel nuotare a lungo e dei “buongiorno” a letto accanto al mio compagno. Ho iniziato così questa giornata, con un misto di nostalgia e pace del cuore, per qualcosa di bello che è finito e con la soddisfazione e l’appagamento di averlo vissuto e averlo fatto appieno. Perché sì, quest’anno, primo settembre, sei coinciso con il mio primo giorno post-vacanza e per questo c’erano grosse probabilità che ti odiassi, voglio essere sincera. E invece no, nemmeno il minimo sentore di fastidio. Sai, sei stato un piccolo spettacolo-puoi andarne fiero-una successione di momenti carichi di senso, eppure non è successo nulla di spettacolare, non mi hai riservato grosse sorprese. Ma sei stato vita. Sei stato il risveglio nel mio letto, con la schiena a pezzi per il viaggio in nave, sei stato la confusione della mia casa al mattino, quando tutto fa in modo che mi alzi dal letto contro la mia volontà, sei stato i messaggi di “sono tornata” alle mie amiche, sei stato la noia di disfare la valigia, guardando i costumi senza poterli indossare e gettandoli tra le cose da lavare. Sei stato la lontananza del mio ragazzo, che mi è mancato come l’aria, sei stato la mozzarella, perché mia mamma lo sa che ho bisogno di te al rientro dalle vacanze, sei stato il caldo umido e insopportabile di Napoli, la folla chiassosa per la strada, sei stato via Toledo e il primo abbraccio con Valeria, il nostro lavoro insieme, le folli discussioni che solo noi possiamo comprendere e che ci stanno facendo trovare la strada, sei stato il primo caffè al bar-e ci voleva dopo 13 giorni di astinenza-sei stato l’appuntamento con il commercialista e un gelato cocco/lime e melone. Sei stato l’incontro inaspettato con gli amici di sempre, Carlo e Maya. “Arrivi prima della wi-fi”, mi ha detto Carlo, perché mi sono palesata prima che arrivasse il mio wa, già inviato, a Maya. Sei stato una lunga passeggiata con i sandali che mi sono regalata in Grecia-bellissimi!-un fiume di parole, sei stato il nuovo album dei Bon Jovi che è finalmente tra le mie mani, accarezzare i miei gatti, abbracciare i miei genitori, mangiare la crostatina di frutta di Bellavia, sei stato un’accurata pedicure “all by myself”. Sei stato scrivere sul mio adorato blog fino alle 02:20 con gli occhi a stento aperti davanti al PC.

Sei stato tanto perché sei stato un giorno da vivere e niente più, come gli altri 364 giorni dell’anno, come tutti i giorni, mi auguro, della mia vita.

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Teatro. Gli altri: Per Brividi d’estate, le storie di ‘fantasmi’ di Maurizio de Giovanni

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Come un moderno Re Mida, qualsiasi cosa Maurizio de Giovanni tocchi in questo momento si trasforma incredibilmente in oro. È successo anche per Gli Altri Fantasmi (2012), una raccolta di tre storie pensata per il teatro, che proprio sotto forma di pièce teatrale, dal nome Gli altri, è stata messa in scena. Lo spettacolo ha avuto luogo il 28 e 29 luglio presso l’Orto Botanico nell’ambito della rassegna Brividi d’Estate de Il Pozzo e il Pendolo, appuntamento ormai divenuto un classico dell’estate napoletana. Sono stati tanti infatti gli spettatori e grande è stato l’entusiasmo per la presenza tra il pubblico di quello che attualmente è considerato uno dei più amati scrittori italiani, con tanto di orgoglio per i suoi concittadini napoletani. Il cortile antistante il Museo dell’Orto Botanico, impreziosito dall’affascinante Orologio Solare, è stata la location naturale per la rappresentazione: un’atmosfera quasi senza tempo e senza spazio, il buio che avvolge gli spettatori, di tanto in tanto affievolito dal volo delle lucciole, la voce degli attori in scena che si interrompe necessariamente al passaggio degli aerei.

La regista Anna Maria Russo mette in scena le tre storie, come dicevamo, scritte da de Giovanni: Storia di Papo e Bimbomio, La casa è il mio regno, La canzone di Filomena. Il trait d’union tra queste è l’esistenza di un sottile confine tra la vita e la morte, tra il vero e l’immaginario, tra il terreno e il soprannaturale; i sentimenti umani appaiono sospesi in questo limbo, dove si mescolano relazioni, amore, dolore, sangue, violenza, pietà, speranza. Napoli, come di consueto negli scritti di de Giovanni, fa da sfondo: è la sua natura di città multi stratificata a consentirlo, come se ogni strada, ogni vicolo, ogni muro, perfino ogni pietra sia in grado di raccontare una storia, di testimoniare un evento più o meno lontano nel passato e che, con il suo essersi verificato, contribuisce a rendere viva la città, ad essere il sangue che scorre nelle sue vene, il suo motore pulsante, il suo volto più nascosto e misterioso ma, proprio per questo, più affascinante. Sono “anime” a raccontare le storie.

Fissi sul palco, Rosalba di Girolamo, in uno splendido abito nero, sulla destra (rispetto allo spettatore) e Rocco Zacanini a sinistra: la prima funge da voce narrante, oltre a “raccontare” la terza storia, il secondo regala allo spettacolo la lieve malinconia del suono della fisarmonica. La di Girolamo introduce la prima storia: le luci si abbassano e un faro illumina la scalinata che conduce al primo piano del Museo. Allo straordinario Paolo Cresta il compito di narrare la storia che, a nostro avviso, suscita le sensazioni più intense: è la lotta di un padre, “Papo” con il dolore disumano per la morte inaccettabile del suo bambino, “Bimbomio”. Più che una storia è un susseguirsi di immagini: la rievocazione dei giorni felici prima della scoperta della malattia, i dialoghi dolcissimi tra padre e figlio-resi con una voce registrata fuori campo-nella stanza d’ospedale, il dolore paralizzante della perdita, il vuoto, sino alla totale assenza di un umano sentire. Il dolore uccide e può trasformare un uomo in un fantasma: questo diventa “Papo”, un fantasma, invisibile agli occhi della folla, incapace di gridare il proprio dolore, un’ombra confusa tra la pioggia e il vento. “Ricorda. Ricorda tutto”. Sono le parole che ossessivamente gli ripete un uomo anziano con un cappello scuro, un uomo “invisibile” proprio come lui, che lo esorta a ricordare, a liberarsi dallo stato anestetico in cui la sofferenza lo ha condannato. L’uomo gli concede di passare dall’altra parte, è sufficiente un salto per raggiungere “Bimbomio”.

Nella seconda storia, “La casa è il mio regno” un pappagallo ascolta lo sfogo di una coppia: marito e moglie, affacciati ai balconi della loro casa, confessano al pennuto il loro personale disagio rispetto al rapporto coniugale, che ha tutto l’aspetto di un matrimonio senza amore, logorato dal tempo, dall’abitudine e da insuperabili differenze. La casa è il loro unico bene, il bene a cui sono saldamente legati, ciò che li unisce e che allo stesso tempo li divide: il luogo dove, agli occhi degli altri, sono una coppia amorevole ed ammirata. Il personaggio interpretato da Antonello Cossia è in realtà un marito avaro e scostante, dedito ai suoi riti casalinghi, che trovano pienezza nella preparazione meticolosa del caffè, quello interpretato da Elena Pasqualoni è una moglie dispettosa, che trascorre ore ad insaponarsi nella vasca da bagno e pur di irritare il marito acquista nei negozi a suo nome. Una coppia di eduardiana memoria insomma. Le luci, che illuminano i balconi del Museo da cui gli attori si cimentano nel dialogo amaro, si spengono: il pappagallo stava ascoltando le voci di due anime rimaste intrappolate in una casa “maledetta”, la casa in cui il marito, dopo aver affogato la moglie nella vasca da bagno, era rimasto avvelenato dalla stricnina che la moglie aveva mescolato nella macina del caffè. La casa era da allora rimasta invenduta.

La terza storia ha il sapore tipico della vicenda al confine tra spiritualità ed esoterismo, tra cristianità e paganesimo, di cui tanto i vicoli napoletani sono intrisi. Rosalba di Girolamo racconta “La Canzone di Filomena”, la storia di una ragazzina-Filomena per l’appunto-interpretata da Floriana Cangiano, che si esibisce in momenti canori della tradizione popolare napoletana. Filomena ha il menarca nello stesso giorno in cui la madre muore dissanguata mentre dà alla luce l’ultimo di una serie di figli, fratellini di cui la primogenita, povera e miserabile, dovrà prendersi cura: è il sangue  l’elemento che accompagna la narrazione. Filomena si ritroverà insanguinata dopo la violenza che il padre, alcolizzato, le infligge, sullo stesso giaciglio che ha visto vittima la bella madre. Ma la ragazza non ha tempo di odiare: “l’odio è per i ricchi. E anche l’amore”. L’affidamento alla Madonna della Francesca davanti al quadro che la ritrae, nell’omonima chiesa dei Quartieri Spagnoli, le restituirà la vita, sottraendola a quella del padre, che improvvisamente incontra la morte, una bella donna, a cui Filomena assomiglia e alla quale Rosalba di Girolamo presta la voce.

Uno spettacolo, dunque, suddiviso idealmente in tre parti, una per ciascuna storia, che avrebbe giovato, a nostro avviso, di una regia più convinta, al fine di dare maggiore continuità ai tre “episodi”, al di là dei contenuti. Le storie scritte da de Giovanni hanno una forte impronta napoletana ma allo stesso tempo racchiudono in sé elementi non del tutto originali rispetto ad altri lavori-romanzi, film-dello stesso genere, anche di provenienza estera, anglosassone soprattutto. Il momento più vibrante della messa in scena è sicuramente la performance di Paolo Cresta, unico ad essere da solo in scena-probabilmente l’unico tra gli attori a poterlo fare-che emoziona senza eccessi e senza sbavature, confermando la sua capacità di catalizzare l’attenzione dello spettatore con un monologo intenso e di certo non breve; brava anche Rosalba di Girolamo. In conclusione uno spettacolo godibile, da cui ci aspettavamo senza dubbio di più.

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Fotografia. Gli anni più straordinari del cinema italiano nelle foto di Monicelli in mostra al PAN.

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Lo scorso 16 maggio Mario Monicelli, classe 1915, avrebbe compiuto 100 anni. Per celebrare un secolo dalla sua nascita e la sua straordinaria carriera artistica, il PAN Palazzo delle Arti di Napoli (Palazzo Roccella-Via dei Mille 60) ospita una mostra dal titolo “Mario Monicelli e RAP – 100 Anni di Cinema”, inaugurata il 3 luglio e visitabile gratuitamente sino a sabato 29 agosto. Parallelamente, durante questa settimana, il Cinema Metropolitan (Via Chiaia) ha riproposto alcuni dei capolavori cinematografici del grande regista e sceneggiatore, scomparso nel novembre 2010. Emblematico l’atto finale di una vita vissuta fuori da qualsiasi schema: la decisione di togliersi la vita lanciandosi dal quinto piano del reparto di Urologia dell’Ospedale San Giovanni di Roma, dove era ricoverato per un tumore alla prostata. “Era un uomo del futuro, Mario”: così la compagna, Chiara Rapaccini, in arte RAP, descrive Monicelli. E in questa frase, probabilmente, è racchiuso l’intero senso della sua carriera artistica e della sua vita privata. “Del passato non conservava né ricordi né documenti”-prosegue RAP-ed è proprio da questa consapevolezza che la sua ultima compagna ed artista è partita per raccogliere e catalogare pazientemente tutte le fotografie che Monicelli aveva destinato alla spazzatura, come di consueto faceva a conclusione di un progetto. 80 di questi scatti inediti, principalmente provenienti dai set di alcuni dei più grandi film italiani del secolo scorso, sono esposti nelle sale del primo piano del PAN. Passando in rassegna le fotografie, prevalentemente in bianco e nero, si viaggia attraverso uno dei capitoli più memorabili e luminosi del cinema italiano, quel cinema che ha reso l’Italia apprezzata ed invidiata all’estero, al pari-se non superiore-del colosso americano.

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Emozionano le foto dai set di alcuni dei film cult della cosiddetta “commedia all’italiana”, di cui Monicelli è stato il massimo esponente insieme a Dino Risi e Luigi Comencini, da Amici miei a I soliti ignoti, da L’Armata Brancaleone a Un borghese piccolo piccolo, che secondo alcuni chiude idealmente questo filone. E ancora scatti sui set di Casanova 70, mentre illustra la scena da filmare a Virna Lisi, Brancaleone alle crociate, con un giovanissimo Paolo Villaggio, La grande guerra, Viaggio con Anita, con Goldie Hawn e Giancarlo Giannini, Temporale Rosy, al fianco di G. Depardieu, Il Marchese del Grillo, Parenti Serpenti. Preziose ai nostri occhi le immagini che lo ritraggono insieme a Totò, sul set di Guardie e Ladri e Totò e Carolina, con Eduardo De Filippo, Mastroianni, Sordi, Tognazzi, Gassman, Mariangela Melato, Monica Vitti. Un susseguirsi di attimi di vita, di lavoro alla macchina da presa, di confronto con i “suoi” attori, di pause, di tensione, di creatività. E accanto a lui non possono non notarsi le espressioni intense di veri e propri mostri sacri del cinema, gli stessi che in momenti di nostalgia tutti vorremmo rivedere interpretare capolavori con quella vena poetica e con quel sapore tragicomico con cui Monicelli sapeva in modo unico dipingere le sue pellicole. C’è anche spazio per fotografie che ritraggono il regista nella sua vita privata, una commovente immagine di bambino, un preziosissimo scatto del maestro francese Robert Doisneau, fotografie di un Monicelli ormai anziano negli ultimi anni, altrettanto straordinari, della sua carriera.

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11733954_10206896954251914_377431315_oLa mostra si completa con il lavoro artistico di RAP che, partendo dalle stesse foto, realizza illustrazioni-acrilici su carta-in cui reinterpreta l’immagine originaria privandola di alcuni elementi-facendo risaltare la figura di Monicelli-ed arricchendola di altri: commenti, pennellate, baloon. C’è spesso la figura stilizzata di una bambina: è la stessa Chiara Rapaccini, al cospetto dei tanto ammirati maestri del cinema, gli stessi di cui aveva-per sua confessione-una certa soggezione. A lei il merito di aver portato ai nostri occhi veri e propri cimeli di un tempo passato, sottraendoli all’oblio, come testimonianza dell’inestimabile patrimonio culturale che ci ha lasciato il cinema italiano.

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La mostra Rock!5 al PAN: da Pino Daniele ai Pink Floyd, la musica non ha confini

4-Mostre-presentate-da-Rock5Quanto il linguaggio musicale sia universale è cosa nota ed ampiamente comprovata tanto dall’esperienza individuale quanto da quella collettiva; la mostra Rock!5 ne fornisce un’ ulteriore dimostrazione congiungendo con un filo invisibile due realtà musicali lontane, solo apparentemente discordanti quali quelle di Pino Daniele e dei Pink Floyd. Il primo, simbolo incontrastato della napoletanità e di un mix di sonorità provenienti dal Sud del mondo-senza però trascurare l’interesse verso il “progressive” inglese, i secondi una delle più grandi rock band-“made in Britan”-mai esistite. Sperimentazione, passione, una lunga, lunghissima carriera, decisioni spesso impopolari: questi alcuni degli elementi che tracciano un’ideale connessione tra due veri e propri fenomeni musicali. Sullo sfondo la Campania, terra natia di Pino, che a Napoli è nato, vissuto-prima di trasferirsi-e ha composto e suonato la sua musica, ma anche la terra che ospita Pompei, il sito archeologico tra i più visitati del mondo, dove i Pink Floyd hanno suonato il loro famigerato concerto senza pubblico al cospetto delle solenni e silenziose rovine.

Rock! mostra internazionale sulla musica e i suoi linguaggi, giunge quest’anno alla V^ edizione e come di consueto prende vita nelle sale del PAN, il Palazzo delle Arti di Napoli (Palazzo Carafa di Roccella-Via dei Mille 60) sotto la direzione artistica di Carmine Aymone e Michelangelo Iossa, anche ideatori ed organizzatori della mostra. 2000 mq circa di spazio espositivo per una mostra che è ormai a pieno diritto tra gli appuntamenti fissi degli cultura napoletana, avendo tutte le potenzialità e la forza espressiva per parlare ad un pubblico vasto ed eterogeneo, il pubblico amante della musica, pane quotidiano di Napoli. Quest’anno la mostra si arricchisce e si divide in quattro, essendo quattro le sezioni in cui si articola: il secondo piano del PAN è interamente dedicato a Pino Daniele, che viene celebrato con la mostra “Pino! I mille colori del lazzaro felice”, mentre l’area Loft è dedicata ai Pink Floyd e al loro “Live at Pompeii”, alle opere digitali di Juan Betancourt e alla sezione, presente anche quest’anno, “The sound of music”.

Ed è proprio da quest’ultima che ha inizio la nostra passeggiata al PAN. “The sound of music: storia delle macchine parlanti e delle radio” è un’esposizione, curata da Raffaele Grieco, dei dispositivi, analogici prima e digitali poi, che hanno permesso negli ultimi 50 anni di registrare e riprodurre l’audio e il video, dando voce ed immagine alla musica e non solo. Il fine, quindi, è mostrare come il progresso tecnologico abbia reso possibile, anche nel campo della musica, di realizzare oggi i dispositivi che comunemente utilizziamo. Veri e propri oggetti cult di un recente passato, di fronte ai quali, specie chi li ha usati o visti usare da bambino, non può che provare un misto di emozione e nostalgia: audiocassette, VHS, walkman, CD, MiniDisc, MiniDV e persino un carillon programmabile ed il registratore Grundig TK-47, risalente al 1962, esposto con l’apposito manuale di istruzioni. La mostra è impreziosita dalla spiegazione della tecnica di registrazione “binaurale”, con l’ausilio di due esperimenti interattivi, particolarmente adatti a stimolare l’interesse e la curiosità dei più piccoli.

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Sempre nell’area Loft del PAN si resta incantati di fronte alle cosiddette “Animated Covers”, vere e proprie copertine di dischi animate, realizzate dall’artista venezuelano Juan Betancourt ed esposte a Napoli in anteprima europea. Ecco che le copertine di alcuni dischi dei più famosi rocker prendono vita: dai Led Zeppelin ai Pearl Jam, passando per Pink Floyd, Nirvana e Micheal Jackson. E incantano le tre “versioni animate” delle copertine di “Terra Mia”, “Pino Daniele” e “Tutta n’ata storia-Vai mò-Live in Napoli”, tre dischi del cantautore partenopeo che Betancourt ha voluto a suo modo omaggiare appositamente per Rock!5.

Lo spazio espositivo del piano terra è completato dalla mostra “Pink Floyd-Live at Pompeii: the exhibition”, un vero e proprio viaggio attraverso le immagini sul set-e dietro il set-del film diretto dal regista Adrian Maben, che ha collaborato, insieme al Comune di Pompei, per realizzare questa esclusiva ed imperdibile mostra. Gli scatti, di cui ben 10 del tutto inediti, sono opera del fotografo Jacques Boumendil, l’allora direttore della fotografia, che ha immortalato Roger Waters e il resto della band non solo nel corso delle prove e del concerto ma anche durante i giorni vissuti alle pendici del Vesuvio nel lontano ottobre del 1971. Le immagini, accompagnate dalla proiezione del film, permettono quindi al visitatore di immergersi nel clima di uno dei concerti che hanno maggiormente segnato la scena musicale mondiale, con quella ricchezza di storia ed atmosfere magiche e surreali che solo i Pink Floyd avrebbero potuto realizzare. Lo spazio espositivo si arricchisce di pannelli che consentono di approfondire la storia dei singoli brani suonati a Pompei, tra cui “ A saucerful of secret” e “Echoes”, delle opere realizzate da Flavia Soprani, artista contemporanea napoletana che si è lasciata ispirare per ciascuno dei suoi dipinti minimalistici dallo spirito dei brani della band britannica e da cimeli del collezionista Stefano Girolami.

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11402729_10206809922796182_2420891507252123424_nLa mostra Rock!5 non poteva non essere in parte dedicata quest’anno a Pino Daniele, vista la sua recente ed improvvisa scomparsa che tanto ha scosso il cuore di Napoli e dei napoletani e di tutti gli estimatori del cantautore. “Pino! I mille colori del lazzaro felice” è una mostra maestosa, una delle più grandi mostre sinora mai realizzate sul compianto autore di “Napul’è”. Si rimane impressionati dalla quantità di “materiale” esposto nelle sale dedicate alla mostra, che consente di ripercorrere la carriera musicale di Pino Daniele, con una precisione ed una passione incredibili, grazie al contributo dei collezionisti Vincenzo Calenda e Francesco De Martino. Gli album, i concerti, le collaborazioni, le copertine dei dischi, le locandine dei live, collage realizzati con i ritagli di giornale, film le cui colonne sonore sono impreziosite dalle canzoni di Pino e addirittura-ed è emozionante vederle-chitarre da lui suonate, tra cui la rara Fender ZAI n.19 (in onore del giorno del suo compleanno). Visitare la mostra è come entrare in una gigante camera da letto di un fan che custodisce gelosamente tutti i “memorabilia” del proprio artista preferito: l’emozione è dietro l’angolo. Ma non solo l’artista, c’è anche spazio per l’uomo. Questo il senso delle fotografie in bianco e nero realizzate da Dino Borrelli, che immortalano con uno sguardo malinconico i luoghi in cui Pino Daniele è nato, vissuto, trascorso i suoi giorni, composto e suonato le sue canzoni, condiviso la sua vita: la chiesa di Santa Maria la Nova, Piazza del Plebiscito, Via San Sebastiano, solo per citarne alcuni. Le fotografie sono state il frutto di un’esperienza pensata sempre dalla coppia Aymone-Iossa, che hanno ideato degli itinerari culturali proprio lungo i “luoghi” di Pino Daniele, che hanno appassionato turisti e visitatori nel corso del Maggio dei Monumenti.

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11223304_10206825245539241_430058981059065512_nLa mostra è visitabile tutti i giorni-ad eccezione del martedì-fino al 19 luglio ed è gratuita.

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Teatro. Creonte/Antigone: La storia di un conflitto senza tempo in chiave moderna

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Una storia fatta di intensi legami familiari che si scontrano tra loro e con le fredde ragioni di Stato, personaggi dalle molteplici sfumature, dialoghi scarni, movimenti corporei che catalizzano l’attenzione dello spettatore, una scenografia praticamente assente: tutto questo e molto altro in una delle tragedie greche più famose, più amate e più rappresentate di sempre. Ecco che, come spesso abbiamo avuto modo di constatare durante la stagione teatrale pronta a chiudere i battenti, una giovane compagnia-sia per età che per maturità artistica-si cimenta con un vero e proprio “mostro sacro” del teatro classico, con grande umiltà e con una passione che è immediatamente palpabile tanto all’apertura quanto alla chiusura del sipario.

Gli conferisce, pur rimanendo piuttosto fedele in termini di trama e senza troppi sconvolgimenti, un’aria di freschezza che potrebbe essere-e lo speriamo-l’occasione per avvicinare al teatro un pubblico meno avvezzo a frequentarlo, soprattutto i giovanissimi. Si parla in fondo di temi con i quali prima o poi tutti ci confrontiamo nel corso della vita: relazioni familiari, diversità di caratteri e di indole, contrasto genitori-figli, doveri, potere politico-sebbene, consentiteci, con un’accezione piuttosto diversa da quella dei nostri giorni-amore, separazione, morte. Ma è il contrasto il vero e proprio protagonista della rappresentazione.

CREONTE/ANTIGONE di GAG Produzioni è andato in scena dal 5 al 7 giugno al Teatro Il Primo di Napoli (Viale del Capricorno 4), con la regia di Giuseppe Fiscariello, cui va il merito di aver creduto fortemente e portato avanti un progetto ambizioso, che-supponiamo-avrà scaturito non poche titubanze agli occhi dei fedelissimi del teatro classico ancor prima di andare in scena. Ci auguriamo che gli stessi spettatori possano comprendere quanto un’opera dal valore inestimabile-quanto la tragedia di Antigone-sia così intrisa di elementi preziosi per comprendere le dinamiche dell’uomo e della società, da applaudire chi tenta di renderla essenziale e fruibile ad  un pubblico più vasto e in chiave più “moderna”, esaltando così la funzione sociale del teatro, che crediamo essere tutt’oggi uno strumento per scuotere coscienze spesso anestetizzate.

Antigone (Sara Esposito) ed Ismene (Claudia Esposito) sono due sorelle unite da un amore viscerale pur nelle loro diversità: la prima, coraggiosa e sanguigna, la seconda timorosa e dalle belle fattezze. La mancata sepoltura di uno dei due fratelli è il motivo del grande scontro tra di loro; Antigone è decisa a dare al fratello degna sepoltura affinché la sua anima non vaghi schiava dell’inquietudine per l’eternità ed è pronta a sfidare Creonte (Giuseppe Fiscariello), il sovrano di Tebe, nonché padre di Emone (Valerio Lombardi), l’uomo che ella ama.

La legge prevede infatti la morte per chiunque osi contraddire la volontà del re: Pollinice, fratello delle ragazze, in quanto traditore, non merita sepoltura, il suo cadavere è destinato a decomporsi davanti agli occhi del popolo, affinché sia di monito per tutti coloro che osano sfidare Creonte e la sua autorità. Ismene, sebbene addolorata per il triste destino del fratello, non mette per un attimo in dubbio la sua scelta: non ha senso secondo lei perdere la vita, rinunciare ai propri giorni, anche se per una causa così nobile e tenta invano di convincere l’amata sorella a rinunciare al suo progetto, alla sua folle ribellione. Lo stesso Creonte, altrettanto invano, tenta di dissuadere la nipote Antigone, perché sa che nulla, nemmeno l’affetto per lei né l’amore che il proprio figlio nutre per la ragazza, possono essere ragioni valide per venir meno al suo dovere, al tenere salde le redini del suo Stato, che impone la morte di chi osa ribellarsi.  Le sue guardie, schiave del potere, interpretate da Michela Di Costanzo e Domenico Carbone, non possono fare altro che ricordare a Creonte che il destino che attende la ragazza è lo stesso di qualsiasi altro cittadino. La morte di Antigone è dunque necessaria, è il sacrificio per un bene più alto, anche se comporta un dolore inaccettabile, anche se è la causa dell’odio del suo stesso figlio, che finirà per uccidersi per aver perso la sua innamorata.

La forza dello spettacolo è nell’adattamento del testo e nelle scelte registiche: sono i personaggi e le loro relazioni a costruire la rappresentazione, coinvolgente, vibrante, sufficiente a se stessa, tanto che la scenografia diventa superflua, molti dialoghi sono sostituiti dai gesti-stupenda la ricostruzione dei giorni dell’infanzia di Antigone ed Ismene, tra capricci ed amore incondizionato-e il movimento corporeo, talora lieve ma più spesso carico di tensione, è l’elemento imprescindibile, è l’elemento che ha il maggiore impatto sul pubblico e che con straordinaria immediatezza veicola il senso dello spettacolo. Unico oggetto di scena, vero protagonista, è un drappo rosso, la relazione umana, che si allenta e si tende tra i personaggi che si muovono sul palco, unendoli, dividendoli, abbracciandoli, soffocandoli, allontanandoli, liberandoli, imprigionandoli. Intenso ed emozionante il dialogo tra Creonte ed Emone, padre e figlio, esperienza ed autorità che si scontrano con la giovinezza, l’impeto dell’amore, la voglia di libertà, sino a condurre Emone al crollo della figura paterna, unica via possibile, secondo Creonte, perché un figlio divenga adulto,  perché recida per sempre il cordone ombelicale che lo tiene legato alla propria famiglia.

Le performance attoriali sono anch’esse di grande intensità per come è concepito il movimento degli attori sul palco, che talora sembra essere una gabbia nella quale i personaggi si muovono convulsi, risultando quasi intrappolati, così come ogni individuo è intrappolato nella rete dei propri contrasti, delle proprie difficoltà, delle proprie relazioni, delle proprie scelte. Da sottolineare la prova di recitazione di Sara Esposito e di Giuseppe Fiscariello, nonché quella della voce narrante, Paolo Gentile, sempre impeccabile, che dà vita, tra l’altro, ad una commovente scena finale nella quale, sfogliando i petali di una rosa bianca, racconta malinconicamente l’amore di Antigone ed Emone, i cui corpi eseguono una vera e propria danza d’amore. Un unico petalo viene posto sul drappo rosso che li riveste giacenti sul pavimento: l’amore, forse, genera ancora una speranza.

Non ci sono dunque né vincitori né vinti, come Fiscariello precisa nelle note di regia. Ci sono solo dei personaggi, che potrebbero idealmente assumere le sembianze di qualsiasi individuo o realtà che vive un contrasto. La storia, allora, è solo il mezzo per raccontarlo e quasi sembra avere né un inizio né una fine: del resto, è del tutto inimmaginabile una vita il cui motore non sia il conflitto, che modificando la realtà, ne genera continuamente una nuova.

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Alla scoperta del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa

L’evento dello scorso sabato 23 maggio “Un treno per le stelle”, organizzato dalla Fondazione FS Italiane e dall’Unione Astrofili Napoletani, è stato l’occasione per visitare uno dei luoghi simbolo della storia delle Ferrovie di Stato Italiane, il Museo Nazionale di Pietrarsa, ancora incredibilmente sconosciuto a molti napoletani. L’evento di sabato si inserisce nel più vasto programma che ha  visto il Museo tra i protagonisti del Maggio dei Monumenti con visite guidate dedicate ogni fine settimana ad un tema specifico e, come detto, nel nostro caso si è trattato di una serata dedicata interamente agli astri e in modo particolare alla Luna. A partire dalle 19 e fino alle 23 è stato possibile effettuare osservazioni dirette della Luna sia mediante telescopio, sebbene le condizioni metereologiche l’abbiano resa piuttosto difficoltosa e poco soddisfacente, che mediante l’uso di schermi; ad arricchire l’evento mini lezioni di orientamento nel cielo e riconoscimento delle costellazioni, grazie alla presenza di astronomi.

Il tutto ha avuto luogo nel magnifico cortile antistante il Museo, che vanta una stupenda vista sul golfo di Napoli, essendo localizzato tra il Vesuvio ed il mare. Anello di congiunzione ideale tra l’evento per gli appassionati del Cielo e il tour guidato attraverso i padiglioni che ripercorrono la storia ferroviaria italiana, sono state proiezioni video sulle origini della Luna e sui moti lunari all’interno di una “saletta cinematografica” allestita per l’occasione con le immagini dei grandi film del passato che hanno visto protagonisti proprio i treni, uno su tutti l’indimenticabile “Destinazione Piovarolo” con Totò e Tina Pica.

Veniamo quindi al Museo: sorge a Portici, esattamente al confine con Napoli ed è uno dei luoghi simbolo della storia delle FS italiane, dei principali poli dell’archeologia industriale italiana ed è tra i più importanti musei ferroviari di tutta Europa. La storia del luogo è strettamente correlata a quella dei Borboni e nello specifico di Ferdinando II, che lo scelse come sede del Reale Opificio Meccanico, Pirotecnico e per le Locomotive, fondato nel 1840. Il luogo ove sorge, prima chiamato Pietra Bianca, fu successivamente denominato Pietrarsa in seguito all’eruzione del Vesuvio e all’arrivo sino alla costa della colata lavica.

A celebrare la figura del re borbonico, una statua in ghisa si erge maestosa nel piazzale, ritraendo Ferdinando II che indica il luogo dove realizzare le Officine. Il Museo, inaugurato nel 1989, ripercorre circa 150 anni della storia delle ferrovie italiane, consentendo al visitatore di intraprendere un viaggio del tutto originale a partire dalle locomotive a vapore sino ai treni più moderni. La visita guidata ha inizio dal Padiglione G, il più antico e riservato in origine alle tornerie: non si può non ammirare la sua struttura architettonica caratterizzata da una volta con archi a sesto acuto, cui si deve il nome di “Cattedrale”. Vi si trovano una delle primissime locomotive italiane, la Bayard, numerosi oggetti ferroviari, tra cui la macchina destinata alla stampa dei titoli di viaggio e un imponente plastico realizzato in 15 anni, chiamato Trecentotreni.

Nel Padiglione A, riservato in passato al montaggio, è presente invece il maggiore numero di treni storici: non può che destare emozione osservare dal vivo la locomotiva 740, che ebbe l’onore di trasportare il Milite Ignoto nel suo ultimo viaggio da Aquileia a Roma, ma anche la riproduzione del 1939 del primo treno delle FS che effettuò nel 1839 in 10 minuti la tratta Napoli-Portici con a bordo Ferdinando II e l’intera famiglia reale. Si prosegue attraverso i padiglioni B e C, che in passato ospitavano i forni e oggi carrozze e automotrici, tra cui la magnifica carrozza 10 del treno reale dei Savoia, costruita dalla Fiat, che ospitò Umberto II e la sua sposa durante il viaggio di nozze: spettacolari gli interni che vantano, tra le altre cose, soffitti intarsiati con lamine d’oro, stemmi delle Repubbliche Marinare e un  tavolo in mogano lungo 8 metri. Nello stesso padiglione si trovano anche una carrozza utilizzata dalle Regie Poste e la locomotiva della prima Metropolitana, che effettuava la tratta Napoli-Villa Literno.

Infine si ammirano negli ultimi padiglioni le locomotive diesel e numerosi utensili delle antiche officine. Un viaggio, insomma, attraverso una realtà tanto misconosciuta quanto di grande valore storico-culturale e di grande impatto sia visivo che emotivo, in un luogo prezioso per la nostra realtà campana che, come molti altri, il Maggio dei Monumenti cerca di valorizzare e di presentare al grande pubblico. Infine una più che doverosa menzione va all’ interessantissima mostra dedicata alle Macchine progettate dal genio di Leonardo Da Vinci, frutto dei suoi studi avveniristici di anatomia, idraulica e meccanica del volo.

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“Le Stanze del Desiderio” di Milo Manara

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Non posso negare la mia fama di disegnatore erotico. Ora, i miei personaggi rappresentano l’archetipo della “donnina” e devono essere quello: femminilità, seduzione, erotismo

Lo stesso Milo Manara parla chiaro. Le immagini di donna che lo hanno reso famoso a livello internazionale di certo non esaltano la donna nella sua interezza ma si “limitano” ad evidenziare solo alcuni aspetti della natura femminile, quelli legati fortemente al corpo e ad una sessualità il più delle volte sfrontata. Aspetti che, va sottolineato, di certo non sono sconosciuti, soprattutto nella nostra società, né tantomeno a cui guardare con moralismo, a differenza della posizione assunta da molti detrattori dell’artista.

Ho visitato Milo Manara: Le stanze del desiderio, la mostra in corso al PAN – Palazzo delle arti di Napoli (Via dei Mille, 60), inaugurata l’11 aprile, che proseguirà sino al 30 maggio e che è stata inserita nel programma dell’edizione 2015 del Napoli COMICON, Salone internazionale del Fumetto, di cui il maestro veneto è stato quest’anno Presidente onorario. Profondo è il rapporto di Manara con Napoli e con il COMICON, che da anni cura le sue esposizioni non solo in Italia ma anche nel mondo. Tra i più begli omaggi dell’artista alla nostra città La Sirena Jolie, una personale interpretazione della celebre sirena partenopea raffigurata con il volto di Angelina Jolie.

Sirena JolieL’allestimento delle 120 opere, tra cui alcune inedite, consente al visitatore di ripercorrere sia da un punto di vista cronologico che tematico i 46 anni della produzione artistica di Manara, classe 1945: si tratta di un vero e proprio viaggio nell’universo di Manara grazie a tele, illustrazioni, tavole originali e manifesti. Quindi, sebbene ai più Manara sia noto soprattutto per le sue seducenti figure femminili, dalla bellezza dirompente e dalla forte connotazione erotica, la mostra è molto di più di una successione di donne seminude in atteggiamento esplicitamente provocante. È l’espressione di grandi collaborazioni, quelle giovanili con Il Corriere dei Ragazzi, per cui realizza una serie di fumetti sceneggiati da Mino Milani, poi con nomi altisonanti quali Piovani e Federico Fellini; con quest’ultimo ha realizzato una delle sue più apprezzate opere, la graphic novel Viaggio a Tulum. Tra le grandi collaborazioni non poteva mancare quella con il suo maestro Hugo Pratt, che disse di lui: “….eh, sì, perché malgrado la tua modestia, Milo, sei davvero un grande disegnatore…”.

La mostra è anche l’espressione dell’interesse di Manara per l’arte classica, la storia (vedi il crudo fumetto sulla casata dei Borgia, di cui Alejandro Jodorowsky è sceneggiatore), la letteratura (Favole Libertine di Jean de La Fontaine), è la testimonianza della realizzazione non solo di fumetti ma anche di illustrazioni (vedi quella per l’Eni e per il terremoto de L’Aquila) e disegni, manifesti di festival, mostre, film, copertine di libri, dischi, omaggi a Pasolini e Andrea Pazienza. Da ricordare la realizzazione della copertina per La Nuova Storia d’Italia a Fumetti di Enzo Biagi.

de la fontaineDi fattura del tutto originale è la serie Zodiaco, che si arricchisce per l’occasione di illustrazioni inedite, per completare con Sagittario, Acquario, Pesci e  Ariete i 12 segni zodiacali dalle sembianze naturalmente femminili: “bellezze eteree e virginali per trasportare gli uomini in un firmamento stellato”.

sagittarioNon c’è dubbio che le numerosissime figure di donne siano in un modo o nell’altro la punta di diamante della mostra, probabilmente il principale motivo che ha attratto i tanti visitatori sinora, non solo uomini ma anche molte donne, non solo estimatori dell’artista ma anche molti curiosi. Le vere e proprie “stanze del desiderio” occupano la sezione centrale della mostra e sono limitate ad un pubblico adulto. Le immagini sono forti e non lasciano davvero nulla all’immaginazione, essendo al limite, come lo stesso Manara afferma, tra l’erotismo e la pornografia, la cui sostanziale differenza secondo l’illustratore è il buon gusto del primo e la diffusione a livello industriale del secondo. Le donne di Manara non sono solo disinibite e quindi ad elevata carica erotica, sono anche complici, aggressive, ironiche, sono spesso vittime quasi compiacenti di sopraffazione, di scherno, di violenza fisica. Differenti, almeno in parte, le bellissime donne che occupano le sale successive, tra cui le protagoniste delle copertine (in formato grande) della collana RCS, come la sensualissima Miele, dalle fattezze simili a quelle di una dea. Non possiamo non sottolineare la ricchezza e l’armonia dei particolari che Manara realizza nelle sue opere; i corpi sinuosi delle sue muse sono inseriti in splendidi paesaggi e sono arricchiti da abiti e gioielli disegnati nei minimi dettagli.

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titolo MARILYN MONROE - autore  MILO MANARA

Non ci resta che aspettare l’uscita, prima in Francia e poi in Italia, dell’ultimo lavoro di Manara, il fumetto-biografia “Il Caravaggio”, dedicato ovviamente al maestro della pittura italiana.

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