Speranza=Vita

Ci sono cose che hanno un valore inestimabile. Tra queste per me c’è la SPERANZA. Chi sottrae la speranza, uccide. Chi la speranza la dona, dona la vita. Malala regala con le sue campagne pro istruzione manciate di vita a chi una vita degna di tale nome non la ha. A milioni di bambini e donne in tutto il mondo. La sua lotta per l’emancipazione culturale è un vero e proprio atto rivoluzionario in questo tempo di letargo interiore che ha contagiato tante coscienze e ha paralizzato tante mani, tanti corpi, troppo stanchi, troppo mortificati per racimolare le forze per reagire.
Ogni volta che osservo alla TV il suo sguardo, colgo un fuoco che sembra inverosimile per una poco più che bambina e che la rende una DONNA, al cospetto della quale mi sento una briciola. La forza, il coraggio e la caparbietà di Malala inducono rispetto e soggezione. Chi non ha armi interiori così autentiche e potenti, armi di vita, ma solo armi di morte, non può che provare timore di fronte a lei.

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Donna oggetto? No, grazie! #donnetuttolanno

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Era il lontano 1991, ma io lo ricordo come fosse ieri (anche perché avevo già 10 anni!). Jo Squillo e Sabrina Salerno facevano coppia a Sanremo, sfoggiavano un look glam-rock che oggi farebbe invidia a numerose celebs e cantavano la mitica “Siamo donne”. “Siamo donne, oltre le gambe c’è di più, siamo donne, un universo immenso e più”.

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Banale, direte. Io non credo affatto. Queste parole, molto più che semplici, incastrate in un motivetto orecchiabile, (che all’epoca fu un vero e proprio tormentone) racchiudono in sé una piccola grande verità, che, in modo scanzonato, ha raggiunto centinaia di migliaia di donne. Una donna non è un paio di gambe. E non è nemmeno un paio di tette (rigorosamente dalla terza taglia in su), né un fondoschiena (sono consapevole che Kim Kardashian rimarrà delusa nell’apprendere questa notizia, chiedendosi probabilmente il perché della sua esistenza!), né tantomeno un corpo da mettere in bella mostra in una vetrina, su un cartellone pubblicitario, su una passerella, in un programma televisivo. God save the radio!

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Quello della donna è un universo così immensamente straordinario che, nella maggior parte dei casi, agli uomini non resta che ammettere la loro irrimediabile incapacità di comprenderlo. Sconfitti, davanti alla nostra complessità, dopo averci dato delle isteriche, delle rompico…(bip!), delle eterne vittime della sindrome pre-mestruale, gettano le armi e addirittura (qualche volta) sono in grado di renderci felici, nonostante di noi, probabilmente, non ci capiscano quasi nulla.

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Ma siamo proprio sicure che oggi noi donne siamo consapevoli di non essere solo un paio di gambe o, per dirla brutalmente, un pezzo di carne? Sì, d’accordo, siamo istruite, lavoriamo, facciamo carriera, occupiamo posti di responsabilità, addirittura qualche volta persino ruoli istituzionali e, contemporaneamente, riusciamo ad essere figlie amorevoli, fidanzate e mogli fedeli (?), mamme premurose. Allo stesso tempo, possiamo negare che per molti uomini e in tante diverse situazioni, siamo ancora considerate poco più che “oggetti”? Ci sono i casi limite, certo, quelli sicuramente più lontani dalla nostra realtà, quelli che raggelano il sangue solo a sentirne parlare: le condanne sommarie, con cui, ancora oggi, si uccidono donne nel modo più brutale possibile (vedi lapidazione), la mutilazione dei genitali, il turismo sessuale (ne sono vittime anche i maschi, va detto per onestà!). Ci sono poi piccole creature vendute al miglior offerente solo per la disgrazia di essere nate con due cromosomi X e bambine, o poco più, date in spose a uomini che potrebbero essere i loro nonni, donne attratte nei paesi “sviluppati” con l’inganno e costrette alla prostituzione e alla schiavitù del corpo e dell’anima. Corpi e nient’altro, merce, senza dignità. E sono solo alcuni dei più squallidi esempi. Esempi di vite umane, che valgono meno di zero agli occhi del mondo.

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E noi, emancipate donne occidentali? Non cadiamo, pur senza accorgercene, anche noi in questa logica perversa quando, pur di fare carriera, ci prestiamo a concedere favori sessuali? Non facciamo finta che questa realtà non esista, sappiamo bene che è intorno a noi, anche se spesso fingiamo di ignorarla. E perché continuiamo ad accettare che, per alcune tipologie di lavoro, sia richiesta una bella presenza? Discriminazione. La lingua italiana è ricca di parole, usiamole! E perché siamo ancora così maledettamente sensibili al bombardamento di messaggi mediatici, che ci vogliono tutte stereotipate, “perfette” ed incredibilmente sexy, magari accanto a uomini che non sono altro che i diretti discendenti della scimmia? Perché, noi donne italiane, abbiamo accettato (e votato, ma è un’inezia!) di essere governate da un uomo che ha sempre ritenuto la donna nient’altro che un oggetto sessuale? Quanti uomini ci considerano solo come strumenti di piacere! Le battute continue e per lo più del tutto fuori luogo, gli sguardi ai raggi X di viscidi esemplari di sesso maschile mentre camminiamo per la strada con il nostro bagaglio di pensieri, con i nostri progetti, le nostre insicurezze, gli approcci da trogloditi che subiamo quando usciamo tra amiche, le proposte che riceviamo da uomini più o meno impegnati. Cerchiamo molto spesso, ahimè, relazioni sentimentali che nulla hanno a che vedere con l’amore, ci leghiamo morbosamente ad uomini che, con i loro atteggiamenti, ci svalutano, ci maltrattano, ci feriscono, ci offendono nella nostra dignità. E la tragedia vera e propria è che glielo lasciamo fare, dimenticando quanto ognuna di noi sia preziosa e meritevole di rispetto, prima che di amore.

Non sono forse, tutte queste, situazioni in cui la donna è “oggettivizzata” e sessualizzata?

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Ci ho pensato su a lungo. Credo che in parte la questione dipenda da millenni di sottomissione (nonostante in alcuni periodi storici e presso alcune culture la donna abbia avuto un ruolo importante nella società), come se (e probabilmente è così) nel nostro patrimonio genetico sia impresso un marchio che ancora ci condanna, una sorta di ancestrale dote alla sopportazione, da cui, con grande fatica, stiamo provando ad affrancarci. Ma un secolo è davvero un tempo troppo limitato per raggiungere in toto questo risultato, nonostante i grandi passi fatti. Potrei citare centinaia di donne che, in tutti i campi, hanno fatto la differenza e hanno scritto indelebilmente un pezzo della storia, da Rita Levi Montalcini a Madame Curie, da Maria Montessori a Madre Teresa di Calcutta, da Coco Chanel a Frida Kahlo, passando per la giovanissima, premio Nobel, Malala.

E allora non è che ci dispiaccia ricevere le mimose l’8 marzo; personalmente gli estremismi non fanno parte del mio DNA e della mia visione della vita, ma la mimosa nel giorno della festa della donna, per me, ha lo stesso valore di una rosa, di una margherita o di un girasole negli altri 364 giorni dell’anno, che siano o meno giorni importanti sul calendario o nella propria vita. Nessuna donna (così come nessun essere umano, sia chiaro!) ha bisogno che ci sia qualcuno a ricordarle, in un unico giorno dell’anno, quanto sia importante, quanto valga la sua presenza nel mondo. Ogni donna, 365 giorni su 365, deve essere rispettata ed essere considerata pari all’uomo nella sua dignità, nel suo lavoro, nella sua identità, nella sua sessualità, nella sua libertà religiosa e politica, nella sua affettività. E questo è molto diverso dal voler essere considerate uguali all’uomo. Noi donne, al nostro essere donne, non rinunceremo mai.

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A voi la scelta, ragazze. Prima opzione: una tristissima uscita tutta al femminile la sera dell’8 marzo (occasione ghiotta, è anche domenica!) che, per alcune, è l’unico, rarissimo momento di libertà che si concedono dalla simbiosi col partner e per altre, l’occasione di sfoggiare gli abiti più trash e gli atteggiamenti meno femminili che possano immaginarsi, esponendosi al pubblico ludibrio degli uomini. Seconda opzione: impegnarvi concretamente a vivere una vita all’altezza del vostro essere donne, pretendendo il rispetto SEMPRE.

IlPuntoV e le donne di MGW hanno già deciso da tempo. Loro, con le amiche, escono tutte le settimane!

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http://www.mygenerationweb.it/201503072289/articoli/agora/al-femminile/2289-donna-oggetto-no-grazie-donnetuttolanno

Diciamo insieme STOP alla violenza sulle donne!

http://www.mygenerationweb.it/201411222039/articoli/tendenze/pink-generation/2039-diciamo-insieme-stop-alla-violenza-sulle-donne

Il tema è scottante e purtroppo sempre attualissimo. Si tratta della violenza sulle donne. Non vorremmo continuare ancora a parlarne nel 2014, eppure è doveroso farlo, essendo questa una realtà costantemente presente, tanto nei paesi cosiddetti sottosviluppati, quanto in quelli ad elevato tenore socio-economico.

 Violenza sulle donne: qualsiasi atto di prevaricazione, verbale, psicologica, fisica, sessuale, economico-lavorativa, condotto su una donna, sfruttando l’appartenenza al genere maschile. Causa una sporadica o continuativa sottomissione della donna, che vive in uno stato di sudditanza psico-fisica, paura, angoscia temendo per la propria incolumità, fino ad arrivare, nei casi più gravi, alla perdita totale della propria libertà o della propria vita.

 Abbiamo tutti assistito con angoscia alla tragica vicenda della giovane iraniana Reyhaneh Jabbari, 26 anni, madre di cinque figli, condannata a morte per aver ucciso all’età di 19 anni l’uomo che aveva tentato di stuprarla. Tutti i tentativi di salvare questa giovane vittima di violenza, dall’intervento del Papa a quello di Amnesty International, sono falliti e la condanna, inizialmente rinviata, è stata eseguita lo scorso 25 ottobre nel carcere di Teheran, in cui era prigioniera.

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Reyhaneh, vittima due volte, è così diventata il simbolo più eclatante della violenza a carico delle donne. I dati sono ancora estremamente allarmanti: solo in Europa nel primo semestre del 2014, 62 milioni di cittadine tra i 17 e i 74 anni sono state vittime di una qualsivoglia forma di violenza. Certamente il fenomeno è sottostimato, se consideriamo che i dati fanno riferimento ai soli casi denunciati e tutti sappiamo perfettamente che, molto spesso, la denuncia non avviene, soprattutto quando la violenza è condotta in ambito familiare, tra le mura della propria casa, rappresentando questo un problema nel problema.

 La drammaticità di questo tema è sempre di più sotto i riflettori, di fronte agli occhi sgomenti del mondo intero, che, proprio il prossimo martedì, 25 novembre, celebra la  “Giornata Mondiale Contro La Violenza Sulle Donne”. La data ricorda l’efferato assassinio avvenuto nel 1960 di tre sorelle che, nella Repubblica Dominicana, hanno combattuto contro il regime dittatoriale di Trujillo. Dalle 20:00 alle 21:00 di martedì è previsto il primo flashmob telematico dal nome “Mai più deboli”: un’ora di silenzio collettivo su Facebook in tutto il mondo per gridare silenziosamente, ma altrettanto fortemente, il “no” alla violenza.

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 È l’epoca della comunicazione attraverso i social network e internet, più in generale; l’impatto che questa iniziativa può avere non è certamente da sottovalutare, sebbene costituisca soprattutto una “strategia” per sensibilizzare ogni cittadino del mondo. Non possiamo aspettarci che iniziative come questa siano risolutive del problema, ma che lo sia l’educazione che riserveremo alle future generazioni; di qui, la responsabilità della nostra, che assolutamente non può rimanere a guardare, fingendo che la violenza sulle donne sia una questione risolta ed ormai appartenente al passato. Dunque, conoscere, informare, sensibilizzare, denunciare, protestare se è necessario. Educare ogni donna sin da bambina all’amor proprio, alla stima di sé, a credere alle proprie potenzialità e alla propria realizzazione culturale, sociale, professionale ed economica, indipendentemente da una figura maschile di riferimento. Come non sottolineare allora la straordinaria figura di Malala Yousafzay, giovanissima attivista pakistana di 17 anni, recentemente insignita del Premio Nobel per la Pace, per il suo impegno per il diritto all’istruzione dei bambini, dei giovani e delle donne. Non vi sono, infatti, libertà ed autonomia senza istruzione.

Numerosissimi sono stati, inoltre, i progetti e le testimonianze delle donne stesse in favore delle donne per dire no alla violenza; tra questi quello di quattro donne americane, che hanno fondato un blog chiamato “Project Unbreakable”, in cui hanno raccolto oltre quattromila foto di donne, vittime di violenza, sotto lo slogan “Il silenzio copre le violenze: è ora di parlare”. Si tratta di foto, dal forte impatto emotivo, in cui ciascuna donna mostra un cartello che riporta le parole pronunciate dal proprio stupratore. Raccontare la propria storia, insomma, perché altre donne abbiano la forza di denunciare la loro.

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Altro progetto di sensibilizzazione al tema è quello cui ha partecipato Valentina Pitzalis, donna il cui volto è stato sfigurato dal marito, che l’ha cosparsa di cherosene per poi darle fuoco (e morire lui stesso). Valentina ha avuto lo straordinario coraggio di esporsi personalmente facendo da protagonista dello spot “Anche io credevo fosse amore”, al quale hanno partecipato anche la modella Eva Riccobono, il regista Federico Brugia, nonché numerosi brand di abbigliamento. La realizzazione dello spot è sostenuta dalla Onlus “Fare x bene”, che raccogliere fondi per l’assistenza alle donne vittime di violenza e da “Pari Passo”, un progetto di educazione all’affettività. Lo scopo è soprattutto insegnare alle donne a distinguere un amore sano da una relazione malata, in cui spesso la donna si trova a dover interpretare il ruolo della donna perfetta, che può sfociare in atti di violenza.

Per dire basta alla violenza sulle donne in India, dove il fenomeno è ancora estremamente diffuso, degli studenti della Harvard University (USA) di origine indiana hanno ideato una campagna di sensibilizzazione attraverso l’hashtag #embodyindia, cui hanno partecipato sia donne che uomini. Migliaia di foto provenienti da tutto il mondo sottolineano il rispetto per il corpo femminile, il cui abbigliamento non deve mai essere considerato come una ragione valida per mancare di rispetto ad una donna, nonché la libertà di ciascuna donna di esprimere le proprie idee e la propria personalità.

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Vincenzo, Malala, le combattenti curde: 3 storie di giovani vite

Giorni affollati di eventi, di storie, di realtà diverse. Molti di questi riguardano dei giovani. Ragazzi e ragazze che, in modo differente, si affacciano alla vita adulta, ciascuno nel proprio contesto.

Oggi l’Italia parla di un episodio di violenza brutale ai danni di un ragazzino napoletano, Vincenzo, di soli 14 anni, la cui colpa è avere qualche chilo di troppo. Buon motivo per 3 balordi di circa 10 anni più grandi per schernirlo, accerchiarlo e infine seviziarlo con un tubo dell’aria compressa fino a lacerargli l’intestino. Il pericolo di vita, un intervento chirurgico durato ore, le condizioni del ragazzo che attualmente sembrano migliorare. Il tutto è avvenuto in un quartiere tra i più difficili di Napoli, Pianura, in un autolavaggio. Fa orrore la violenza gratuita di cui Vincenzo è stato vittima. Una violenza prima di tutto verbale. Parole di scherno ed umiliazione per il suo aspetto fisico. Quanto possono già di per sé ferire le parole, soprattutto quando pronunciate da coetanei, da chi dovrebbe essere un “alleato” e non un nemico? Quale immensa solitudine genera il non sentirsi accettato e il percepirsi diverso, specie in un adolescente? Le battute idiote, gli spintoni, la minaccia di violenza fisica, avrebbero, già da soli, causato delle ferite profonde nella vita di questo ragazzo. Non oso immaginare l’inferno che lo attende. Dover fare i conti con i suoi aggressori, affrontare, sebbene da vittima, un processo. Soprattutto affrontare i ricordi, rivivere l’incubo di quel giorno, provare l’angoscia che gesti simili possano ripetersi, camminare da solo per strada senza tremare di paura. Ricominciare a vivere la vita di sempre, nel quartiere di sempre, con la differenza che tutti conoscono la sua storia. “Ciao, sono Vincenzo, già mi conoscete, sono il ragazzo che è stato seviziato. Smettetela di guardarmi con quell’aria di pietà”. E i carnefici come si sentono ora? Quanto è segnata da questo momento in poi anche la loro vita? Hanno compreso la gravità di quello che hanno fatto, si sentono colpevoli, sono pronti a chiedere perdono? Ad ascoltare le “dichiarazioni” dei parenti del giovane accusato di tentato omicidio, pare di no. Non bastano la brutalità, la cattiveria, la violenza. Si aggiunge tanta vergogna. La vergogna che esistano esseri umani che, di fronte a quanto accaduto, non hanno l’umiltà ma soprattutto la cultura per rimanere in silenzio. Stavano giocando. Hanno giocato, non volevano fargli del male. Questo hanno detto. Parole prive della minima forma di rispetto per una giovane vita in pericolo per mano dei propri figli. Stamattina ho pensato: “Certo, chi di noi da bambino non ha giocato almeno una volta a sevizia un individuo a tuo piacere? E i nostri genitori, certamente, ci lasciavano fare, che male c’era!”. In quelle parole non si riesce a intravedere il disperato tentativo di proteggere i propri figli, si percepiscono una superficialità, una bruttura morale e un’ignoranza che lasciano disarmati. Non si può che provare disgusto per tali genitori e pena per figli cresciuti senza alcuna morale. Il male, la cattiveria, l’ignoranza, sono come il pane, si mangiano a tavola con i propri genitori. Chi cresce in una famiglia priva di morale, sarà un giovane e poi un adulto, privo di morale anch’egli. E non potrà fare a meno di riproporre lo stesso modello di vita ai propri figli. Ci sono le eccezioni, certo. Ma questa è la regola. A meno che non ci siano realtà così forti, una su tutte l’istruzione, da persuadere un ragazzo a percorrere una strada alternativa. E per far questo ci vorrebbero risorse, che non ci sono. Si rimanda all’iniziativa dei singoli. Dei professori amati dagli alunni, dei sacerdoti di frontiera, e così via.

Ma oggi è un giorno importante, speciale, per una giovanissima donna, Malala Yousafzay, 17 anni, attivista pakistana, che ha ricevuto il premio Nobel per la Pace per il suo impegno per il diritto all’istruzione dei bambini, dei giovani e delle donne(con la stessa motivazione è stato premiato anche l’indiano Kailash Satyarthi). Malala è ufficialmente la più giovane ad aver ricevuto l’importante riconoscimento, sbaragliando addirittura Papa Francesco! Ha combattuto in prima persona per il diritto all’istruzione pubblicando nel 2009 un diario nel quale denunciava le angherie compiute dai talebani, motivo per cui ha subito, ad opera dei talebani stessi, un attentato in cui stava per rimettere la vita. E invece, come in una storia a lieto fine, Malala non solo è rimasta in vita, ma ha continuato la sua battaglia fino a raggiungere un traguardo importante, che, immagino, sia solo il punto di inizio per una vita spesa in favore degli altri. Ascoltare le parole di Malala e soprattutto guardare i suoi occhi, il suo sguardo fiero, è poesia per l’anima, è la consapevolezza che esistano creature che sono nel mondo per portare luce e che quando la luce è così abbagliante, non c’è nemico che non possa essere sconfitto. Malala è ufficialmente il simbolo della donna libera, intelligente ed autonoma, è bella, di una bellezza che non segue nessuno schema e nessun canone, perché la sua bellezza emana direttamente dalla sua anima in una maniera così dirompente che è impossibile non restarne affascinati. Oggi questa giovane ragazza rappresenta una speranza per il mondo intero, non solo per l’importanza della sua “missione”, che permetterà ad un numero sempre maggiore di bambini di accedere ad un’istruzione libera, ma anche perché è un monito vivente che ci ricorda quanto anche una sola persona possa essere importante per cambiare la realtà in cui vive.

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Da una donna coraggiosa ad un gruppo di donne coraggiose. Sono le giovani donne combattenti  di Kobane, città siriana al confine con la Turchia, che è diventata negli ultimi giorni il simbolo della resistenza curda all’Isis. Donne che in tuta mimetica o abiti civili imbracciano i kalashnikov, salutano madri e figli e difendono la loro terra, pronte a tutto, pronte a morire. Una donna qualche giorno fa si è fatta esplodere provocando un imprecisato numero di morti tra i militanti dell’Isis; è stato il primo attacco kamikaze ad opera di una donna. Era madre di due bimbi. Era una bellissima ragazza. I suoi occhi e il suo sorriso sono un pugno nello stomaco. La sua morte ha fatto notizia, ne hanno parlato i telegiornali, qualcuno la ricorderà anche in futuro. Mi sembra che neanche vedere donne combattere la guerra faccia orrore al mondo. Stiamo a guardare. Guardo i loro volti, trasfigurati dalla paura, dall’orgoglio, dall’angoscia, dalla speranza, dalla volontà di resistere. Sono donne che non dimenticherò mai.

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Cos’hanno in comune queste storie? I loro protagonisti. dei giovani.