Speranza=Vita

Ci sono cose che hanno un valore inestimabile. Tra queste per me c’è la SPERANZA. Chi sottrae la speranza, uccide. Chi la speranza la dona, dona la vita. Malala regala con le sue campagne pro istruzione manciate di vita a chi una vita degna di tale nome non la ha. A milioni di bambini e donne in tutto il mondo. La sua lotta per l’emancipazione culturale è un vero e proprio atto rivoluzionario in questo tempo di letargo interiore che ha contagiato tante coscienze e ha paralizzato tante mani, tanti corpi, troppo stanchi, troppo mortificati per racimolare le forze per reagire.
Ogni volta che osservo alla TV il suo sguardo, colgo un fuoco che sembra inverosimile per una poco più che bambina e che la rende una DONNA, al cospetto della quale mi sento una briciola. La forza, il coraggio e la caparbietà di Malala inducono rispetto e soggezione. Chi non ha armi interiori così autentiche e potenti, armi di vita, ma solo armi di morte, non può che provare timore di fronte a lei.

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Disabilità scolastiche: La petizione che richiede la presenza di un insegnante di sostegno in ogni classe

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Quanto l’istruzione sia lo strumento decisivo per lo sviluppo intellettivo, culturale e sociale di un individuo è cosa nota, quanto la stessa sia deficitaria per gli alunni con disabilità è tuttora una questione al limite tra l’indifferenza e il tabù, con conseguenze che hanno un impatto notevole sulle famiglie in primis e, a medio-lungo termine, sulla società.

Abbiamo intervistato a tale proposito la Dottoressa Giuseppa Cinquemani, psicologa presso l’ASL Napoli 1 Centro e socio fondatore di Funzione Alfa – Associazione di Psichiatria e Psicoanalisi Campania, nonché membro della , centro impegnato nell’ideazione e nella realizzazione di percorsi individualizzati, anche grazie a supporti tecnologici, per migliorare la qualità di vita e potenziare l’autonomia di tutte le persone con disabilità.

Parte da lei una proposta estremamente interessante: inserire, di base, in tutte le classi della scuola dell’obbligo un insegnante di sostegno. La sua proposta è diventata una petizione, che può essere firmata al seguente link https://www.change.org/p/inserire-di-base-in-tutte-le-classi-della-scuola-dell-obbligo-un-insegnante-di-sostegno?utm_campaign=responsive_friend_inviter_chat&utm_medium=facebook&utm_source=share_petition&recruiter=47804930 diretta al Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, al Presidente del Consiglio Matteo Renzi e al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Dottoressa Cinquemani, da cosa nasce la sua proposta?

Lavorando da circa 15 anni nel campo delle disabilità e da 5 nel settore della Neuropsichiatria Infantile presso alcuni distretti dell’ASL Napoli 1, ho potuto constatare un fenomeno a mio avviso preoccupante: la sempre più diffusa tendenza a considerare che i supporti tecnologici possano in qualche modo sostituire la presenza umana nella formazione scolastica di un bambino o ragazzo con disabilità e più in generale all’interno di una classe. Questa tendenza diventa allarmante se consideriamo che negli ultimi anni si è assistito ad un ben preciso trend, ossia ad un incremento notevole del numero dei casi di DSA (disturbi specifici dell’apprendimento).

Che cosa sono i DSA e quali sono le cause di questo aumento del numero dei casi?

I DSA sono dei disturbi che riguardano specifiche abilità relative all’apprendimento, soprattutto lettura, scrittura e calcolo, che dovrebbero essere normalmente acquisite in età scolare; il disturbo, comporta, molto spesso in assenza di altre condizioni patologiche, la non autosufficienza negli apprendimenti scolastici. Le cause dell’aumento del numero dei casi che si osserva attualmente non sono ben note ma è ipotizzabile che più fattori ne siano responsabili: la maggiore attenzione e sensibilizzazione da parte degli insegnanti e delle famiglie alla questione, il maggiore ricorso ai servizi di Neuropsichiatria Infantile (che si occupa dei ragazzi sino ai 17 anni), il miglioramento e la standardizzazione-nei limiti del possibile-delle capacità diagnostiche.

È previsto attualmente l’insegnante di sostegno per gli scolari che ricevono diagnosi di DSA?

Purtroppo no. La Legge 170/10 prevede solo che essi abbiano diritto a strumenti didattici e tecnologici di tipo compensativo (sintesi vocale, registratore, programmi di video-scrittura e con correttore ortografico, calcolatrice) e a misure dispensative, per permettere loro di raggiungere un grado di apprendimento equipollente a quello dei loro compagni. Va considerato poi che, accanto agli alunni con DSA, vi sono anche quelli con BES, ossia con “bisogni educativi specifici”, che possiamo definire semplicisticamente un’altra macrocategoria nella quale rientrano tutti gli alunni in cui le difficoltà di apprendimento non sono certificate. Ad oggi hanno diritto al sostegno solo gli alunni con disabilità certificata dalla legge 104, come per esempio i bambini con disturbi dello spettro autistico o quelli con ADHD (disturbo da iperattività e deficit dell’attenzione).

Possiamo dire quindi che all’interno del gruppo classe vi sia un’ampia eterogeneità in termini di bisogni educativi?

Certamente. Consideriamo anche che in fondo ciascun bambino/ragazzo, a prescindere dalla “macrocategoria” in cui viene incluso, è un individuo con dei propri specifici bisogni, a cui vi è la necessità di rispondere in modo adeguato per garantire il suo pieno e sereno sviluppo umano prima che educativo. E anche che in ogni classe vi è fisiologicamente un certo numero di alunni che presentano delle più generiche difficoltà di apprendimento, spesso legate a fattori di ordine psicologico e familiare, che necessitano in maniera analoga di un’attenzione particolare. Sono proprio queste le ragioni fondamentali che mi hanno spinto a formulare la petizione. Infatti, sebbene la normativa vigente preveda un tetto massimo di 3 alunni con disabilità certificata per ogni classe, nel concreto coesistono realtà molto differenti tra loro, che sicuramente beneficerebbero tutte della presenza di un insegnante di sostegno, una figura che sia sostanzialmente di supporto a quella dell’insegnante. Anche perché la legge attuale prevede comunque che la presenza dell’insegnante di sostegno sia di sostegno non direttamente al bambino con disabilità-sebbene nel concreto questo accada-ma sia di sostegno al gruppo classe. Infatti le ore di presenza dell’insegnante previste sono calcolate in base alle esigenze di supporto della classe per lo svolgimento delle attività formative tenuto conto della presenza di uno o più bambini con disabilità.

Quali sono secondo lei i benefici che il successo della petizione apporterebbe?

Sicuramente la presenza dell’insegnante di sostegno in ciascuna classe, garantendo una più serena gestione del gruppo, eviterebbe che i bambini con difficoltà o disabilità vengano percepiti come elementi di disturbo da parte sia dei compagni che delle famiglie e quindi per questo emarginati. In secondo luogo consentirebbe di individuare precocemente i bambini con difficoltà di apprendimento da avviare ad un eventuale percorso diagnostico e infine consentirebbe di iniziare un intervento concreto in quei bambini che, diagnosticati ad esempio come DSA, sono in attesa di intraprendere una terapia, come per esempio la logopedia, l’accesso alla quale prevede ad oggi tempi di attesa estremamente lunghi. Infatti un ritardo nell’inizio di un intervento concreto significa in molti casi ridurre drasticamente le possibilità di ottenere un miglioramento reale nell’apprendimento.

L’articolo è pubblicato on line al seguente link

http://www.mygenerationweb.it/201505262447/articoli/attualita/napoli/2447-disabilita-scolastiche-la-petizione-che-richiede-la-presenza-di-un-insegnante-di-sostegno-in-ogni-classe

Vincenzo, Malala, le combattenti curde: 3 storie di giovani vite

Giorni affollati di eventi, di storie, di realtà diverse. Molti di questi riguardano dei giovani. Ragazzi e ragazze che, in modo differente, si affacciano alla vita adulta, ciascuno nel proprio contesto.

Oggi l’Italia parla di un episodio di violenza brutale ai danni di un ragazzino napoletano, Vincenzo, di soli 14 anni, la cui colpa è avere qualche chilo di troppo. Buon motivo per 3 balordi di circa 10 anni più grandi per schernirlo, accerchiarlo e infine seviziarlo con un tubo dell’aria compressa fino a lacerargli l’intestino. Il pericolo di vita, un intervento chirurgico durato ore, le condizioni del ragazzo che attualmente sembrano migliorare. Il tutto è avvenuto in un quartiere tra i più difficili di Napoli, Pianura, in un autolavaggio. Fa orrore la violenza gratuita di cui Vincenzo è stato vittima. Una violenza prima di tutto verbale. Parole di scherno ed umiliazione per il suo aspetto fisico. Quanto possono già di per sé ferire le parole, soprattutto quando pronunciate da coetanei, da chi dovrebbe essere un “alleato” e non un nemico? Quale immensa solitudine genera il non sentirsi accettato e il percepirsi diverso, specie in un adolescente? Le battute idiote, gli spintoni, la minaccia di violenza fisica, avrebbero, già da soli, causato delle ferite profonde nella vita di questo ragazzo. Non oso immaginare l’inferno che lo attende. Dover fare i conti con i suoi aggressori, affrontare, sebbene da vittima, un processo. Soprattutto affrontare i ricordi, rivivere l’incubo di quel giorno, provare l’angoscia che gesti simili possano ripetersi, camminare da solo per strada senza tremare di paura. Ricominciare a vivere la vita di sempre, nel quartiere di sempre, con la differenza che tutti conoscono la sua storia. “Ciao, sono Vincenzo, già mi conoscete, sono il ragazzo che è stato seviziato. Smettetela di guardarmi con quell’aria di pietà”. E i carnefici come si sentono ora? Quanto è segnata da questo momento in poi anche la loro vita? Hanno compreso la gravità di quello che hanno fatto, si sentono colpevoli, sono pronti a chiedere perdono? Ad ascoltare le “dichiarazioni” dei parenti del giovane accusato di tentato omicidio, pare di no. Non bastano la brutalità, la cattiveria, la violenza. Si aggiunge tanta vergogna. La vergogna che esistano esseri umani che, di fronte a quanto accaduto, non hanno l’umiltà ma soprattutto la cultura per rimanere in silenzio. Stavano giocando. Hanno giocato, non volevano fargli del male. Questo hanno detto. Parole prive della minima forma di rispetto per una giovane vita in pericolo per mano dei propri figli. Stamattina ho pensato: “Certo, chi di noi da bambino non ha giocato almeno una volta a sevizia un individuo a tuo piacere? E i nostri genitori, certamente, ci lasciavano fare, che male c’era!”. In quelle parole non si riesce a intravedere il disperato tentativo di proteggere i propri figli, si percepiscono una superficialità, una bruttura morale e un’ignoranza che lasciano disarmati. Non si può che provare disgusto per tali genitori e pena per figli cresciuti senza alcuna morale. Il male, la cattiveria, l’ignoranza, sono come il pane, si mangiano a tavola con i propri genitori. Chi cresce in una famiglia priva di morale, sarà un giovane e poi un adulto, privo di morale anch’egli. E non potrà fare a meno di riproporre lo stesso modello di vita ai propri figli. Ci sono le eccezioni, certo. Ma questa è la regola. A meno che non ci siano realtà così forti, una su tutte l’istruzione, da persuadere un ragazzo a percorrere una strada alternativa. E per far questo ci vorrebbero risorse, che non ci sono. Si rimanda all’iniziativa dei singoli. Dei professori amati dagli alunni, dei sacerdoti di frontiera, e così via.

Ma oggi è un giorno importante, speciale, per una giovanissima donna, Malala Yousafzay, 17 anni, attivista pakistana, che ha ricevuto il premio Nobel per la Pace per il suo impegno per il diritto all’istruzione dei bambini, dei giovani e delle donne(con la stessa motivazione è stato premiato anche l’indiano Kailash Satyarthi). Malala è ufficialmente la più giovane ad aver ricevuto l’importante riconoscimento, sbaragliando addirittura Papa Francesco! Ha combattuto in prima persona per il diritto all’istruzione pubblicando nel 2009 un diario nel quale denunciava le angherie compiute dai talebani, motivo per cui ha subito, ad opera dei talebani stessi, un attentato in cui stava per rimettere la vita. E invece, come in una storia a lieto fine, Malala non solo è rimasta in vita, ma ha continuato la sua battaglia fino a raggiungere un traguardo importante, che, immagino, sia solo il punto di inizio per una vita spesa in favore degli altri. Ascoltare le parole di Malala e soprattutto guardare i suoi occhi, il suo sguardo fiero, è poesia per l’anima, è la consapevolezza che esistano creature che sono nel mondo per portare luce e che quando la luce è così abbagliante, non c’è nemico che non possa essere sconfitto. Malala è ufficialmente il simbolo della donna libera, intelligente ed autonoma, è bella, di una bellezza che non segue nessuno schema e nessun canone, perché la sua bellezza emana direttamente dalla sua anima in una maniera così dirompente che è impossibile non restarne affascinati. Oggi questa giovane ragazza rappresenta una speranza per il mondo intero, non solo per l’importanza della sua “missione”, che permetterà ad un numero sempre maggiore di bambini di accedere ad un’istruzione libera, ma anche perché è un monito vivente che ci ricorda quanto anche una sola persona possa essere importante per cambiare la realtà in cui vive.

Malala-Yousafzai

Da una donna coraggiosa ad un gruppo di donne coraggiose. Sono le giovani donne combattenti  di Kobane, città siriana al confine con la Turchia, che è diventata negli ultimi giorni il simbolo della resistenza curda all’Isis. Donne che in tuta mimetica o abiti civili imbracciano i kalashnikov, salutano madri e figli e difendono la loro terra, pronte a tutto, pronte a morire. Una donna qualche giorno fa si è fatta esplodere provocando un imprecisato numero di morti tra i militanti dell’Isis; è stato il primo attacco kamikaze ad opera di una donna. Era madre di due bimbi. Era una bellissima ragazza. I suoi occhi e il suo sorriso sono un pugno nello stomaco. La sua morte ha fatto notizia, ne hanno parlato i telegiornali, qualcuno la ricorderà anche in futuro. Mi sembra che neanche vedere donne combattere la guerra faccia orrore al mondo. Stiamo a guardare. Guardo i loro volti, trasfigurati dalla paura, dall’orgoglio, dall’angoscia, dalla speranza, dalla volontà di resistere. Sono donne che non dimenticherò mai.

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Cos’hanno in comune queste storie? I loro protagonisti. dei giovani.