50 anni fa moriva Totò. Cosa ci ha lasciato il “principe della risata”.

Era il 15 Aprile 1967. Nella sua casa romana in Via dei Monti Parioli si spegneva il Principe Antonio de Curtis, in arte Totò. Seguirono non uno ma ben tre funerali, incredibile a dirsi: il primo a Roma, gli altri due a Napoli-uno addirittura a bara vuota-nella sua Napoli, dove un mare di folla gli diede l’ultimo saluto, l’ultimo omaggio, l’ultimo abbraccio. Era amato Totò. Lo era soprattutto dalla gente, meno dalla critica, che imparò ad apprezzarlo, fino a riconoscerne l’inestimabile valore, solo dopo la sua morte. Come succede ai più grandi, a quelli che per la propria superiorità e per un’innata capacità di precorrere i tempi, finiscono spesso e volentieri col non essere capiti, anzi addirittura osteggiati, criticati, sminuiti. Ma ciò che un artista, qualsiasi sia il suo campo, è in grado di trasmettere al pubblico, è proprio quello a fare la differenza, decretandone, in alcuni casi, l’immortalità. E Totò è senza dubbio immortale.

La sua fama è giunta, senza essere scalfita dai segni del tempo, sino ad oggi, sino alla nostra generazione, che lo ama, lo osanna, lo cita, si ciba delle sue massime come pane quotidiano. Sì, possiamo dirlo, siamo cresciuti un po’ tutti a pane e Totò, complice l’onnipresenza dei suoi film, soprattutto negli anni ’80 e ’90, su decine di canali televisivi, tra nazionali e locali. Totò è per la maggioranza dei napoletani-e probabilmente per molti italiani-come uno di famiglia, qualcuno con cui si è cresciuti, che c’è sempre stato, come uno zio o un nonno, con cui si è trascorso il pranzo domenicale, i giorni di festa, che ha reso più speciali i momenti lieti e meno amari quelli dolorosi. Un sorriso, i film di Totò, sono sempre in grado di strapparlo, oggi come ieri. E se da bambini non potevamo essere in grado di coglierne tutto il valore, la poeticità, l’immensa capacità di dipingere ritratti dell’umanità, oggi, da adulti, non possiamo non farlo e ringraziare il passato, che ci ha lasciato in eredità un bene prezioso, da proteggere e trasmettere alle generazioni successive, patrimonio di Napoli, patrimonio d’Italia.

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Circa 100 sono le pellicole che costituiscono la filmografia di Totò, tanti i registi con cui ha lavorato, tra i quali anche i mostri sacri del cinema italiano: Monicelli, Rossellini, Risi, Pasolini, Comencini. Altrettanto numerose le cosiddette “spalle”, gli attori che hanno avuto il privilegio di condividere con lui la scena: Peppino de Filippo, Nino Taranto, Aldo Fabrizi, Macario, Mario Castellani. Tanti, troppi per essere qui ricordati, i titoli indimenticabili: da Miseria e Nobiltà a Un Turco Napoletano, da Totòtruffa 62 a La Banda degli Onesti, da 47 Morto che Parla a Totò a Colori, da I Tartassati a Totò, Peppino e la Malafemmina e ancora, i più intimisti, Totò e Marcellino, Guardie e Ladri, Siamo Uomini o Caporali. Vorremmo citarli tutti perché tutti hanno in sé un lampo di genio, un’espressione facciale indimenticabile, un momento di bellezza, una massima che è passata alla storia ed è entrata nel linguaggio comune. Tra queste: “La serva serve”, “Lei con quegli occhi mi spoglia. Spogliatoio!”, “Badi come parli, sa”, “Sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo”, “È la somma che fa il totale”, “Noio… volevan savoir…l’indiriss”, “Lei dica duca, io dico dica”, “Io sono un uomo tutto d’un pezzo”, “Vota Antonio, vota Antonio, vota Antonio”, “Signori si nasce e io modestamente lo nacqui!”. La lista potrebbe allungarsi a dismisura e ci ritroveremmo a recitare intere scene dei suoi film. Eppure, non solo cinema nella lunghissima carriera di Totò, ma anche e soprattutto teatro e ancora poesia e musica; come dimenticare ad esempio “’A livella”, con i suoi versi celebrativi della morte che appiana ogni umana differenza o “Malafemmena”, la struggente canzone scritta e musicata da Totò nel 1951 in occasione del concorso di Piedigrotta “La Canzonetta”, che fu poi portata al successo da Giacomo Rondinella.

La grandezza di Totò è stata suggellata la scorsa settimana con una laurea ad honorem alla memoria in Discipline dello Spettacolo, conferitagli dall’Università di Napoli Federico II e fortemente voluta da un suo illustre estimatore, Renzo Arbore. Tante sono le iniziative in programma per questa settimana e nei mesi a venire per celebrare i 50 anni dalla sua morte: mostre, incontri, spettacoli televisivi e teatrali, visite guidate attraverso i luoghi della vita del “principe della risata”, uno su tutti, il Rione Sanità, che lo vide nascere il 15 febbraio del 1898 in Via Santa Maria Antesaecula. A Totò sarà dedicata anche una speciale programmazione di Sky Cinema Classics, che per tutta la settimana, proporrà alcuni dei suoi film più famosi e amati dal grande pubblico.

 L’articolo è pubblicato integralmente sulla rivista MYGENERATIONWEB al seguente link:

https://www.mygenerationweb.it/201704123607/articoli/agora/3607-50-anni-fa-moriva-toto-cosa-ci-ha-lasciato-il-principe-della-risata

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Tutto pronto per la 72^ Mostra del Cinema di Venezia

L’attesa sta per concludersi. Mancano infatti una manciata di giorni all’inaugurazione della 72^ edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, organizzata dalla Biennale di Venezia, presieduta da Paolo Baratta. Il Lido della città lagunare sta ultimando i preparativi per quello che è un evento atteso tanto in Italia quanto a livello internazionale per il suo alto valore culturale. La Mostra avrà luogo dal 2 al 12 settembre  e sarà diretta da Alberto Barbera, critico cinematografico, che definisce l’obiettivo della kermesse: non solo fungere da vetrina del già noto ma anche da trampolino di lancio per quelle che potrebbero essere nuove promesse del cinema. Secondo Barbera la Mostra di Venezia ha l’opportunità di fotografare la realtà attuale del cinema, non più suddivisa idealmente in due grandi blocchi-cinema hollywoodiano ed europeo-ma insieme mutevole di micromondi che interagiscono e si influenzano. Come di consueto, la Mostra, la cui madrina di quest’anno sarà l’attrice Elisa Sednaoui, viaggia su più binari, dei quali sicuramente i più attesi sono il Concorso Internazionale dei film in anteprima mondiale e i cosiddetti “Fuori Concorso”.

Tra i lungometraggi in lizza per il Leone d’Oro, l’Italia è presente con quattro coproduzioni italo-francesi: “Sangue del mio sangue” di Marco Bellocchio, “Per amor vostro” di Giuseppe M. Gaudino, “A Bigger Splash” di Luca Guadagnino (Italia-Francia) con Tilda Swinton e Ralph Fiennes e “L’attesa” di Piero Messina, con Juliette Binoche. Le italiane Alba Rohrwacher, premiata alla precedente edizione con la Coppa Volpi per “Hungry Hearts”  e Valeria Golino saranno rispettivamente nel cast dei primi due film. Sempre in concorso, c’è grande attesa per “Heart of a Dog” di Laurie Anderson, che riflette su temi universali quali la vita e la morte, dopo aver vissuto la scomparsa del marito, il compianto Lou Reed, per “Rabin, The Last Day” di Amos Gitai, co-produzione franco israeliana sul tragico episodio dell’assassinio del Premier Rabin e per l’australiano “Looking for Grace” di Sue Brooks.

Tra i Fuori Concorso, luci puntate sugli americani e soprattutto su “The Audition” di Martin Scorsese con un cast stellare, attesissimo: Robert de Niro, Leonardo di Caprio, Brad Pitt e lo stesso Scorsese. Attesa anche per “Spotlight” di Thomas McCarthy con Michael Keaton, “Black Mass” di Scott Cooper, con Johnny Depp-tutti sperano di vederlo sul Red Carpet-e Dakota Johnson e per il film d’apertura della Mostra, “Everest” (3D), di Baltasar Kormakur, produzione angloamericana con, tra gli altri, Keira Knightley, Emily Watson e Jake Gyllenhaal, anch’essi attesissimi al Lido. Interesse anche per l’Italia con il documentario “I Ricordi del Fiume” di Gianluca e Massimiliano De Serio e per il lungometraggio “Non Essere Cattivo” di Claudio Caligari.

Alla Mostra vi sarà lo spazio anche per il concorso internazionale “Orizzonti”, dedicato alle nuove tendenze e forme di espressione cinematografiche, per un laboratorio, “Biennale College”, aperto ai giovani film makers per la produzione di film a basso costo e per una selezione di grandi classici del cinema, “Venezia Classici”. Il Leone d’Oro alla Carriera sarà assegnato a Bertrand Tavernier, che Barbera definisce “figura centrale della scena cinematografica francese”. Non ci resta che aspettare l’arrivo delle celebrità, che come di consueto saranno immortalati dagli scatti dei fotografi sul Red Carpet e la cerimonia di inaugurazione prevista per il 2 settembre.

Cinema. “Mia Madre”: Il nuovo film di Nanni Moretti

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Lo scorso giovedì 23 aprile Nanni Moretti ha presentato al cinema Modernissimo il suo ultimo lavoro cinematografico, Mia Madre, con due proiezioni alle ore 18:00 e alle ore 21:00 che hanno registrato il tutto esaurito e, come lo stesso regista romano ha sottolineato, la presenza di un pubblico giovane. Al termine di entrambe le proiezioni si è tenuto un vivace dibattito con gli spettatori presenti in sala, che è stato l’occasione per riflettere su alcuni aspetti del film e per mostrare 7 scene inedite escluse dal montaggio finale e due videoclip registrati sul set.

Nanni Moretti ritorna dunque dietro la macchina da presa per dirigere il suo dodicesimo film in cui, dopo La Stanza del Figlio affronta nuovamente il tema della malattia e della morte, seppure in maniera diversa. Il dolore straziante e paralizzante per la morte improvvisa del figlio nella pellicola del 2011 si trasforma nell’ultimo film in un’inadeguatezza quasi adolescenziale dell’adulto di fronte soprattutto alla malattia e in ultima istanza alla morte del genitore, della madre nello specifico. Traendo più di uno spunto proprio dalla vicenda umana di sua madre, Nanni Moretti costruisce una storia che ruota intorno alla figura di Margherita, interpretata dall’omonima Buy, che si trova costretta ma del tutto impreparata ad affrontare la malattia della madre.

Margherita, in cui Moretti proietta evidentemente se stesso, è una regista impegnata sul set di un film in cui, pur di sfuggire all’incapacità di  raccontare relazioni umane e parlare di qualcosa che senta parte della sua vita, affronta per l’ennesima volta nella sua carriera una questione sociale, tanto attuale quanto lontana dal suo mondo. Si tratta dell’occupazione di una fabbrica da parte dei suoi dipendenti sull’orlo del licenziamento, dopo la vendita della stessa ad un imprenditore americano, magnificamente interpretato da John Turturro. Margherita è una donna insicura tanto nel lavoro quanto nelle relazioni affettive: sul set appare impacciata, quasi non all’altezza del compito, cercando da un lato continuamente l’appoggio e il consenso dei suoi collaboratori e dall’altro di comunicare in modo goffo agli attori le sue richieste.

Pur non essendo perfettamente chiaro neanche a sé il significato della sua richiesta, lei vorrebbe che i suoi attori non si fondessero completamente con il personaggio ma si mantenessero a qualche ideale centimetro di distanza per osservarsi dall’esterno, che conservassero cioè la propria identità di attori. È la stessa richiesta che Nanni Moretti fa ai suoi attori, come egli stesso afferma nel corso del dibattito. Sul piano affettivo Margherita è altrettanto insicura, costruisce barriere che la pongono in una posizione di difesa e di estraneità rispetto agli altri, all’esterno da sé, che si tratti indifferentemente del compagno, della figlia, della madre. Accanto a lei ad affrontare l’ospedalizzazione e la malattia della madre, c’è suo fratello Giovanni, interpretato da Nanni Moretti.

Il regista sveste i panni di sé stesso per indossare quelli di un personaggio per lui insolito: un uomo centrato, accudente, affidabile, che faccia da contraltare alla figura a tratti nevrotica e del tutto disgregata di Margherita, che le faccia insomma da angelo custode. Le vite dei due figli, seppure in modo differente, sono profondamente scosse dalla precarietà di vita che ha investito la madre, una straordinaria Giulia Lazzarini, professoressa di lettere in pensione, amatissima dai suoi ex alunni, come lo era del resto la madre napoletana di Nanni Moretti. Margherita barcolla sempre più affannosamente tra le cure da dedicare alla madre, rifiutando peraltro l’idea che le resti poco da vivere e provando invano a manifestarle un affetto che rimane trattenuto, il rapporto con la figlia, che ha difficoltà scolastiche e le riprese del film. La sua inadeguatezza nell’affrontare le circostanze difficili della vita, che assumono il carattere quasi di un accanimento, trova piena dimostrazione nella fuga di Margherita dalla sua casa allagata verso il porto più rassicurante della casa materna.

A complicare il lavoro della regista vi è la presenza sul set di un attore americano che, oltre ad essere del tutto fuori dagli schemi, non è in grado di memorizzare le proprie battute e registrare le scene, la cui realizzazione diventa  perciò estenuante. È John Turturro, come dicevamo, a dar vita a questo personaggio esilarante, bizzarro, che, solo alla fine del film, dopo essere stato quasi ridicolizzato, si riscatta, acquistando un’inattesa dignità.  Certamente il “ruolo” di Turturro e del suo personaggio nel contesto del film è quello di smorzare il tono drammatico, non tanto per il tema affrontato quanto per l’instabilità emotiva della protagonista, che a tratti diviene angosciante. L’alternarsi, volutamente non ben definito, tra scene di vita reale, ricordi, incubi e proiezioni mentali, la presenza sullo stesso piano di stati d’animo e preoccupazioni sono l’espediente registico attraverso cui Moretti restituisce al pubblico la condizione confusionale di Margherita, che si trova costretta infine ad accettare quella realtà dalla quale aveva sempre cercato una via di fuga e che prende forma negli ultimi giorni di sofferenza della madre.

La  reazione di Giovanni è alquanto inaspettata rispetto alla calma apparente che mostra, in quanto decide di lasciare il suo lavoro dopo un periodo di aspettativa: anche lui, a suo modo, è profondamente turbato dalle vicende familiari, tanto da mettere in discussione le scelte fatte e la sua intera esistenza. Anche la sua dimensione di adulto è nettamente scricchiolante. Non possiamo non notare inoltre un parallelismo o meglio un contrasto che Moretti sottolinea rispetto al tema del lavoro: da un lato la possibilità di un professionista di rinunciare alla sua attività e al suo guadagno, dall’altro la lotta degli operai per difendere il proprio lavoro. All’immaturità degli adulti fa quasi da contrasto la maturità della figlia di Margherita, Livia (Beatrice Mancini) che, pur essendo nel pieno conflitto adolescenziale, è colei che vive la malattia e la morte della nonna tanto amata nella maniera più “sana”: la scena in cui si sveglia nel cuore della notte allo squillare del telefono e piange nel sentire che la nonna è finita è tra le più toccanti e realistiche del film.

“Mia madre” si conclude con un primo piano su Margherita Buy, il cui volto esprime in un attimo un turbinio di emozioni contrastanti: amore, tenerezza, perdita, smarrimento delle proprie radici e quindi della sicurezza. In definitiva Nanni Moretti realizza un film che rappresenta un ulteriore elemento di evoluzione nella sua carriera artistica e in cui l’elemento di maggiore risalto, come lo stesso regista ha affermato durante il dibattito, è la contrapposizione tra la solidità della trama, che procede attraverso elementi di certezza-malattia, angoscia, morte-e la totale destrutturazione della sua protagonista.

L’articolo è pubblicato su “Napoleggiamo” al seguente indirizzo:

http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=16466

Cinema: “Noi e la Giulia”, una commedia per sorridere e riflettere.

Dopo 18 Anni Dopo (2010) e Buongiorno Papà (2013), Edoardo Leo ritorna dietro la macchina da presa con una commedia corale, in cui veste anche i panni di attore, affrontando con leggerezza, ma non senza offrire spunti di riflessione, il tema della precarietà lavorativa-e non solo-di quelli che oggi sono considerati giovani, pur essendo più che adulti. Il film trae spunto dal romanzo di Fabio Bartolomei Giulia 1300 e altri miracoli ed è indubbiamente influenzato sia nelle atmosfere che nei contenuti da Smetto Quando Voglio (2014) di Sidney Sibilia, interpretato con grande successo dallo stesso Leo. Il talentuoso regista, sceneggiatore ed attore romano interpretava in quest’ultimo il ruolo di un ricercatore universitario “costretto” per ragioni economiche a diventare spacciatore di una sostanza stupefacente da lui sintetizzata insieme ad una banda sgangherata di precari come lui.

È la stessa precarietà del mondo del lavoro ma anche la difficoltà di fare nella propria vita scelte realmente appaganti a costituire il nucleo intorno al quale si svolge la vicenda. Fausto (Edoardo Leo), che si spaccia come un famoso personaggio della TV, in realtà vende su un’emittente privata orologi di dubbia fattura, è il tipico coatto romano, fascista e razzista, che vive di apparenza ed è indebitato fino al midollo. Diego (Luca Argentero) è un giovane piemontese, piuttosto timido ed impacciato, impiegato in una concessionaria; non è minimamente tagliato per il ruolo di venditore d’auto, non è capace di “costernarsi” di fronte ai suoi clienti e, solo le ultime parole di suo padre, sul letto di morte, lo spronano a mollare tutto e a reinventarsi: “Combina almeno una cosa buona nella tua vita!”. Infine c’è Claudio (Stefano Fresi), che ha portato al fallimento un famoso ed antico ristorante appartenente alla moglie-che non vuole saperne più niente di lui-e pertanto cerca il riscatto personale. Insomma, tre uomini in crisi, che si definiranno “falliti”, accomunati dalla necessità di cambiare rotta, che si trovano, per caso, a voler acquistare lo stesso casale abbandonato per farne un agriturismo. Decidono di unire le forze e imbarcarsi, pur essendo degli sconosciuti, in questa folle attività, che li vedrà impegnati da un lato a ridar vita ad un luogo che cade a pezzi e dall’altro a fare i conti con loschi individui appartenenti a diversi clan camorristici.

Alla combriccola si aggiungono Sergio (Claudio Amendola), creditore romano di Fausto, ancorato a “falce e martello” e all’ormai remota realtà del ’68 e delle lotte sindacali ed Elisa (Anna Foglietta), ragazza incinta con la testa completamente tra le nuvole, ma dal carattere dolce e dalle inaspettate doti di cuoca e arredatrice. Tra i camorristi che fanno visita al gruppo c’è Vito (Carlo Buccirosso): Sergio e gli altri non sono intenzionati a rinunciare al loro progetto e cedere al sopruso, per cui non resta loro nient’altro da fare se non fare prigioniero Vito e sotterrare la sua “Giulia”, dalla cui autoradio, di tanto in tanto, partono arie sinfoniche. È lo stesso Vito a passare inaspettatamente dalla parte del gruppo, quando i suoi stessi rivali in “affari” si presentano al casale. Il suo contributo sarà indispensabile alla realizzazione del progetto finale: un agriturismo delizioso, realizzato con materiali di recupero, accogliente, magico e di successo.

Quando tutto sembra procedere per il meglio, prevale il lato feroce della camorra, per cui ai protagonisti non resta che fuggire, proprio con la Giulia di Vito. Sulla strada della fuga, Diego si ferma. Tutti si riscoprono al bivio delle loro vite: fuggire per sempre o continuare a lottare per portare avanti l’unico sogno che avevano concretizzato?

Il film di Leo offre tanti spunti: come dicevamo, la precarietà lavorativa dei nostri giorni, la difficoltà di orientare la propria vita seguendo le proprie attitudini, piuttosto che le aspettative altrui, la difficoltà di avviare e portare avanti un’attività imprenditoriale nel nostro paese, dovendo fare i conti con la criminalità organizzata, la diffidenza, il razzismo, la necessità, qualche volta, di fermarsi a riflettere, lontano dai ritmi frenetici, la possibilità, forse, di cambiare la realtà se si lotta insieme, pur partendo da storie ed ideali diversi, l’aspirazione lecita di ogni uomo a realizzarsi nella propria vita, il senso, tutto da riscoprire, dell’amicizia. A Noi e la Giulia va il merito di affrontare questi temi in modo scanzonato, a tratti grottesco, di far sorridere e ridere, mantenendo un ritmo piacevole, che mai annoia e di risultare, in definitiva, una commedia intelligente, seppure non estremamente originale; sicuramente da apprezzare è l’assenza dell’happy ending.

Tra gli interpreti spiccano Edoardo Leo, il cui personaggio è a nostro parere il meglio caratterizzato, e Carlo Buccirosso, che mette a disposizione della pellicola, come del resto Amendola, la sua maturità artistica e la sua esperienza, regalando momenti di comicità mai forzata, complice una mimica che è ormai diventata un suo segno distintivo. In definitiva possiamo considerare Noi e la Giulia un film da gustare senza troppe pretese, che si inserisce perfettamente nel filone dell’attuale commedia italiana che punta, spesso riuscendoci, ad essere intelligente e a guardare criticamente ai nostri giorni così densi di contraddizioni. Edoardo Leo, dal canto suo, si conferma tra i giovani registi italiani che promettono di far strada e che indubbiamente possono-e lo speriamo-migliorare ancora e maturare.

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Birdman: il tentativo estremo di un attore di affrancarsi dal suo passato

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Sapere che il film che si sta per guardare ha portato a casa ben quattro statuette all’ultima edizione degli Oscar mette non solo un grande entusiasmo ma anche una certa soggezione. Naturalmente stiamo parlando di Birdman, del regista messicano Alejandro Gonzalez Inarritu, che il mese scorso ha trionfato alla cerimonia più attesa dell’anno (non solo cinematograficamente parlando), dove si è aggiudicato quattro dei nove premi per cui aveva ricevuto la candidatura: Miglior Film, Migliore Regia, Migliore Sceneggiatura Originale, Migliore Fotografia.

Birdman è la storia di un attore holliwoodiano, Riggan Thomson, interpretato da un redivivo Micheal Keaton, che vive in pieno la fase discendente della sua carriera artistica, il quale, dopo aver interpretato in gioventù il ruolo di un gigante pennuto dai poteri soprannaturali, si imbarca nella rischiosa e quindi coraggiosa avventura di mettere in scena una pièce teatrale nientedimeno che in quel di Broadway. Sin dall’inizio, il suo appare come un tentativo sgangherato e senza alcuna speranza di successo, di liberarsi della scomoda e ingombrante figura del supereroe cui deve la notorietà, nonché di dimostrare di essere un attore tutt’altro che finito, all’altezza di interpretare ruoli di spessore e di calpestare il palcoscenico più famoso del mondo.

Sostenuto dal suo produttore, Jake (Zach Galifianakis), Thomson riunisce la compagnia, nella quale spicca la figura di Mike Shiner (Edward Norton), attore eccentrico ed arrogante, che, insieme a Lesley (Naomi Watts), con cui intrattiene una relazione destinata al fallimento, Laura (Andrea Riseborough) e lo stesso Thomson, avrà l’onore e l’onere di mettere in scena il riadattamento di un’ opera di Raymond Carver, considerata dai più ormai desueta. Le difficoltà di tenere riunita la compagnia, di gestire le pressioni interne ed esterne, divengono sempre più evidenti per Thomson che, nonostante tutto, rimane intenzionato a perseguire il suo obiettivo. Si intersecano alla storia le vicende e i rapporti personali del protagonista, i suoi fallimenti come marito di Sylvia (Amy Ryan) e padre di Sam (Emma Stone), ragazza dal carattere aggressivo e ribelle, reduce dalla riabilitazione per tossicodipendenza. Le anteprime che precedono il debutto si rivelano, per un motivo o l’altro, delle avventure rocambolesche, più che ghiotte occasioni di perfezionare lo spettacolo in vista della prima, sulla quale pesa la minaccia della stroncatura da parte della più quotata critica teatrale, Tabitha (Lindsay Duncan) che promette cinicamente la chiusura immediata dello spettacolo. Letteralmente perseguitato dal suo alter ego Birdman, Thomson giunge alla prima, che, con un colpo di scena finale, si rileverà un successo. Quando l’attore sembra essersi ormai liberato dalla ossessionante presenza del supereroe alato, dimostrando, prima di tutto a se stesso nonché all’opinione pubblica, le sue capacità, la sua sottomissione al personaggio che lo ha consacrato star di Holliwood, si rivela totale.

Birdman è un viaggio prima di tutto attraverso l’uomo e le sue ossessioni, i suoi vizi, le sue debolezze, i fantasmi del passato, i fallimenti relazionali. Ma è anche un viaggio attraverso il mondo tormentato dell’attore, dipendente dall’immagine che è in grado di restituire al suo pubblico, che paradossalmente trova in scena e non nella sua vita reale, la sua naturale collocazione nel mondo. È un viaggio attraverso la realtà convulsa del teatro, di ciò che il teatro è dietro il sipario e non sul palco, dei protagonismi personali che si scontrano e si fondono con l’obiettivo comune del successo, di portare a compimento un progetto nonostante imprevisti e difficoltà. È una critica pungente alla società contemporanea, nella quale la parola successo non può prescindere dal consenso che viene dai social network, dove l’indice di gradimento si esprime attraverso il numero di condivisioni e il seguito dei follower, dove tutto fa rapidamente notizia per poi, altrettanto rapidamente, dissolversi nel nulla, facendo spazio al nuovo “fenomeno” di turno. Non mancano, come in ogni pellicola americana, i cliché: il sesso come bene di consumo, il tormento giovanile che si esprime con l’uso di droga, il fallimento della famiglia.

Il film ha l’originalità di essere girato in un unico piano sequenza: il passaggio da una scena all’altra avviene cioè in un continuum che, da un lato, cala lo spettatore direttamente nella realtà della pellicola, tenendolo letteralmente inchiodato allo schermo, ma dall’altro, finisce con l’essere eccessivo, quasi convulso, contribuendo comunque a connotare quella crescente sensazione di spasmodica attesa del finale. L’interpretazione di Keaton, che torna da protagonista sul grande schermo, è di altissimo livello, tanto da aver meritato la candidatura all’Oscar come migliore attore: a lui l’arduo compito di dare vita a Riggan Thomson e soprattutto ai suoi angoscianti “dialoghi” con Birdman. Pieni voti per l’intero cast stellare della pellicola, che ha senza dubbio contribuito al successo del film di Inarritu.

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 http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=15860

Napoli Film Festival, al via la XVI^ edizione

http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=12668

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Il Napoli Film Festival è una realtà ormai consolidata sia nel panorama culturale della città che nell’ambito dei festival cinematografici internazionali indipendenti. Giunge quest’anno alla XVI^ edizione, diretta da Davide Azzolini e Mario Violini,  e si svolgerà dal 29 settembre all’8 ottobre in molteplici location cittadine, il PAN (Palazzo delle Arti di Napoli), l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, i Cinema Metropolitan e Vittoria, l’Institut Français e l’ Instituto Cervantes.

Nucleo centrale della manifestazione i numerosi concorsi, volti alla scoperta di nuovi talenti, tra i quali il Concorso Europa e Mediterraneo, che vede la partecipazione di numerose pellicole provenienti dall’Est Europa, SchermoNapoli Corti, che presenta un’ampia selezione di cortometraggi (tra cui i 5 “film in Residency” di Altofest) e web-series, 39 per la precisione, diretti da registi campani o aventi la Campania come tema centrale, SchermoNapoli DOC, che presenta 18 documentari e SchermoNapoli Scuola, dedicato ai giovanissimi.

Tanti gli omaggi quest’anno ai grandi del cinema: da Michelangelo Antonioni con le proiezioni di alcuni dei suoi capolavori “I vinti”, “Le amiche”, “L’Avventura”, “Cronaca di un amore”, “La Notte”, “Deserto Rosso”, “Blow-up” a Vittorio De Sica con “Ieri, Oggi e Domani”, “L’Oro di Napoli”, “La Ciociara”, “Matrimonio all’Italiana” e “Ladri di Biciclette”, da Roman Polanski ad Eduardo de Filippo. Un omaggio va anche a Pier Paolo Pasolini con la proiezione di immagini tratte da “Il Vangelo secondo Matteo”, a 50 anni dall’uscita, accompagnate dal pianista Stefano Battaglia.

Si preannuncia del tutto speciale la serata dedicata a Massimo Troisi per il trentennale di “Non ci resta che piangere”(1984-2014), nel corso della quale interverranno ospiti a raccontare aneddoti legati alla realizzazione del film. “Scusate il Ritardo”, sempre del compianto attore e regista partenopeo, sarà anche l’occasione per l’intervento di Giuliana De Sio, che, con Giorgio Pasotti, Edoardo Leo e la regista francese Justine Triet, sarà tra gli ospiti della manifestazione di quest’anno. Ad alcuni di loro non solo l’onore di animare le serate della rassegna cinematografica, ma anche il compito di confrontarsi con gli studenti napoletani sul modo di vivere ed interpretare il cinema, attraverso incontri mattutini chiamati “Parole di Cinema”ai quali prenderanno parte anche Licia Maglietta (a seguire la proiezione di Pane e Tulipani di Soldini), Antonio Piazza e Fabio Grassadonia.

Il festival è anche occasione per l’impegno civile, che prende forma nel sostegno che gli artisti daranno per la riapertura del “TAN”(Teatro Area Nord), importante simbolo culturale del quartiere “Piscinola”. Del tutto originali si preannunciano la serata “Cinegustologia”, in cui l’enogastronomia partenopea si propone di far assaporare al meglio il “gusto” del Cinema con la realizzazione di pietanze ispirate ad Eduardo, de Sica e Troisi e il tour lungo i luoghi che hanno segnato la storia del cinema napoletano, che si svolgerà domenica 5 ottobre, a partire dalle 10. Infine arricchisce il cartellone di eventi un Concorso Fotografico che avrà sede all’Institut Francais di Napoli.

Maria Marobbio