Sua maestà la MINI: viaggio attraverso un vero e proprio “must have” di ogni donna!

dsc01256Se vi dico MINI, cosa vi viene in mente, l’auto o la minigonna? Che domande, siamo su Il PuntoV: è molto più probabile che nell’immaginario delle lettrici appaia uno dei capi cult per eccellenza e non la famosa auto degli anni ’60. Alzi la mano la donna che non abbia mai indossato una gonna sopra il ginocchio o che non ne custodisca gelosamente almeno una nel suo armadio, che sia in jersey, in denim, pelle, stoffa, cotone, velluto, estiva o invernale! Non che debba necessariamente piacere a tutte, si intende, ma è indiscutibile che la sua introduzione nel mondo della moda abbia creato una vera e propria rivoluzione ed è proprio per questo che oggi vogliamo fare un viaggio attraverso il tempo insieme alla nostra mini preferita, compagna fedele di tante avventure.

hmprodA tale proposito, il nome di Mary Quant vi dice niente? Pare sia stata lei, almeno ufficialmente, sebbene alcuni pareri contrastanti, ad inventare la minigonna, esattamente 50 anni fa. Quest’anno, in occasione della celebrazione del 50° compleanno della mini, sua maestà la Regina Elisabetta ha addirittura nominato la sopracitata stilista inglese Dama, a sottolineare il suo contributo decisivo nel cambiamento del costume femminile che, a partire dall’Inghilterra, ha investito nel tempo l’intero globo, continuando la mini ad essere tuttora uno dei capi più amati e più indossati dalle donne del pianeta. Mary Quant, oggi ottantenne, si è dichiarata “assolutamente felice” per il titolo attribuitole dalla sovrana inglese, che, pur con gusti diciamo così discutibili, ha sempre mostrato interesse verso il mondo della moda. Sono noti a tutti i suoi tailleur in colori pastello con tanto di accessori abbinati, tra cui l’immancabile cappello, che sfoggia con orgoglio alla veneranda età di 89 anni in tutte le uscite ufficiali. De gustibus!

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Mary Quant

mary-quant2_jpg_940x0_q85Tornando a Dama Quant, ciò che è certo è che sia stata lei a vendere le prime minigonne nella sua boutique di King’s Road (quartiere Chelsea) come “atto finale” di una rivoluzione iniziata anni prima, che aveva l’intento di rendere l’abbigliamento femminile più comodo. Ma come la stessa stilista ha affermato più volte sono state le ragazze stesse di King’s Road a chiederle di ridurre la lunghezza delle gonne in modo che l’orlo inferiore arrivasse ben sopra il ginocchio, per cui, come tutte le vere rivoluzioni che hanno investito il mondo della moda, anche quella della mini-skirt, vede la sua nascita più per le strade che a tavolino. E non è un caso che Londra sia ufficialmente riconosciuta come patria dello street style, il luogo per eccellenza dove il meltingpot, che caratterizza la capitale britannica, influenza in modo decisivo la nascita di stili e tendenze, destinati a diffondersi soprattutto oggi alla velocità della luce grazie al web e ai social network. La mini è così diventata uno dei simboli, insieme a Carnaby Street, Beatles e Rolling Stones della cosiddetta “Swinging London”, la Londra che, investita da cambiamenti socio-culturali, diveniva fulcro di nuove tendenze, dopo il periodo di austerità degli anni ’50.

Londons_Carnaby_Street,_1969E a chi, se non alla rivista di moda Vogue, poteva andare il merito di esportare la mini in tutto il mondo? La testimonial scelta fu la mitica Twiggy, divenuta vera e propria icona degli anni ’60 e ’70, estendendo la sua popolarità dal mondo della moda a quello del cinema e della musica(è sulla copertina di “Pin Ups”, disco del 1973 di David Bowie). Indimenticabile e in voga per questa primavera/estate il suo beauty look: aspetto adolescenziale, capelli corti e ciglia “cloggy” (arcuate, opache e separate).

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twiggySe a Mary Quant va il merito di aver dato voce alle richieste delle ragazze londinesi, va allo stilista francese André Courrèges il merito di aver introdotto la mini-jupe nel mondo dell’alta moda, e in particolare nelle sue sfilate del 1964-1965 a Parigi. Poteva la rivoluzione della mini non riguardare in qualche modo la Francia, patria della moda? E, in tal senso, non possiamo non sottolineare l’influenza che nella nascita della mini ha avuto la più rivoluzionaria tra le stiliste: ovviamente sto parlando di Coco Chanel. È stata lei, infatti, molti anni prima a reinterpretare lo stile e l’abbigliamento femminile, rendendolo più semplice sia in termini di taglio degli abiti che di vestibilità, dando ufficialmente l’addio, su vasta scala, a gonne lunghe e pesanti, ai claustrofobici corsetti e introducendo l’uso del jersey, destinato sino ad allora alla sola classe proletaria. Insomma, la stilista francese ha ufficialmente fatto da apripista per i successivi, ulteriori cambiamenti in fatto di abbigliamento, che hanno portato alla nascita della mini. E dalla mini ai mini-dress il passo è stato breve, anzi immediato.

Coco-ChanelC’è comunque da dire, per dovere di cronaca, che la mini, primi di diventare un capo indossato-non senza polemiche-dalla donne di tutto il mondo, era stato già indossato dalle sensualissime pin-up, da alcune sportive (tenniste e pattinatrici), cheerleaders e addirittura negli anni ’20 dalla ballerina e cantante Josephine Baker, che sfoggiò coraggiosamente un corto gonnellino formato da un casco di banane. È da un secolo circa, quindi, che le donne hanno scelto di mostrare le loro gambe, sulla scia dei primi movimenti femministi di fine dell’800, in cui le donne rivendicavano l’esigenza di indossare abiti più comodi, legati a nuove esigenze e nuovi stili di vita.

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19208_josephine_baker_bananasE se negli anni ’70 del secolo scorso le mini sembravano quasi destinate a scomparire dagli armadi delle donne, dagli anni ’80 in poi le nostre amate gonne hanno ripreso nuova vita, rimanendo tuttora un vero e proprio must-have per tutte. Le abbiamo viste abbinate a collant, fuseaux, calzettoni in stile collegiale, fino ai più attuali leggins; le abbiamo viste indossate dalle modelle sulle passerelle, dalle ragazze per la strada, al cinema, in serie televisive cult (Sex & The City vi dice niente?), nei videoclip musicali, in innumerevoli programmi televisivi (ricordate le ragazze di Non è la Rai?), destando spesso l’indignazione per i troppi cm di “carne” lasciati scoperti. Di certo, come per ogni capo che si indossi, è sempre questione di buon gusto e di appropriatezza al contesto!

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Non-è-la-RaiChe siano a palloncino, aderenti, a pieghe, floreali, in jeans, a righe, a pois, fantasia o monocolore fa poca differenza: la mini è e resterà sempre la mini! E ora che ci avviciniamo, lentamente, alla bella stagione, le occasioni di indossarla si moltiplicheranno, per cui libero sfogo alla fantasia e…..buona mini a tutte!

L’articolo è pubblicato su Lady O e MYGENERATIONWEB ai seguenti link:

http://www.ladyo.it/sua-maesta-la-mini-viaggio-attraverso-il-must-have-di-ogni-donnamygenerationweb-per-ladyo/

 

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“Eppur si muove”: Vento di cambiamento in passerella – I^ Parte

Non me ne voglia Galileo Galilei per essermi concessa la libertà di usare, fuori da un contesto scientifico, la frase con cui-secondo la tradizione-egli sostenne di fronte al Tribunale dell’Inquisizione la Teoria Copernicana. “Eppur si muove”: lo scienziato toscano si riferiva al moto della Terra intorno al Sole (sempre meglio ricordarlo, non si sa mai!), io mi riferisco a quel timido ma percettibile vento di cambiamento che da un po’ ha iniziato a soffiare sul mondo delle passerelle, ripulendole un po’ dalla polvere che si è accumulata in anni e anni di staticità.

Sì, parliamo di moda e di sfilate, del tempio della perfezione-o di quella che ci viene proposta dall’alto come tale-di una realtà tanto patinata quanto discussa. Non sono solo gli stilisti e le modelle sotto i riflettori, ma lo sono finalmente le passerelle stesse, che sono sempre più frequentemente oggetto di critiche, in quanto considerate come lo specchio di una realtà quasi inesistente, che non parla a tutti, ma solo ad una fascia ristrettissima di donne soprattutto e qualche volta di uomini. Tralasciando l’inaccessibilità in termini di possibilità economica di acquisto dei capi soprattutto dell’haute couture (“alta moda”) ma anche del pret à porter (“pronta da indossare”-mi chiedo per chi!), che meriterebbe una riflessione a parte, voglio concentrare l’attenzione sull’esistenza di un gap, apparso sino ad oggi incolmabile, tra le passerelle e la realtà autentica di coloro che gli abiti li comprano e li indossano nella vita quotidiana.

La “moda” ci presenta in passerella delle proposte-diciamo così-di abbigliamento, secondo dei canoni che più o meno tutte noi sentiamo troppo lontani da ciò che siamo realmente, specialmente per il modo in cui queste proposte arrivano ai nostri occhi, condizionando fortemente il nostro modo di percepirci. Se non fosse chiaro mi sto riferendo a quelle statue viventi che chiamiamo modelle.

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Per carità, in molti casi non è altro che un piacere vederle sfilare per bellezza, portamento, personalità, stile, così come è un piacere per gli occhi ammirare vere e proprie creazioni di artisti più che comuni abiti: mi vengono in mente Valentino, Versace, Armani, giusto per tenere alta la bandiera del “made in Italy”. E accanto a loro le immagini di donne che sono diventate delle vere e proprie icone: Twiggy, Brooke Shields, Cindy Crawford, Claudia Shiffer, Noemi Campbell, Eva Herzigova, Linda Evangelista, Helena Christensen, Carla Bruni, Carol Alt, Elle Macpherson, Kate Moss, Milla Jovovich, Laetizia Casta, Adriana Lima, Heidi Klum, Bar Rafaeli, Bianca Balti, Gisele Bundchen. La lista della “perfezione” è chiusa in bellezza dalla modella brasiliana, icona degli anni 2000, che proprio in questi giorni ha dato l’addio alle passerelle direttamente dalla San Paolo Fashion Week.

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La maggior parte di questi nomi, e senza dubbio l’ultimo, sono legati sì ad una bellezza non ordinaria, irraggiungibile forse, ma anche all’armonia delle curve, alla femminilità, alla prorompenza, che restituiscono un’immagine di donna prima di tutto in salute. Per cui non credo assolutamente che modella sia sinonimo di magrezza al limite della malattia e pertanto non mi sento di demonizzare il mondo delle passerelle, come molti fanno. È pur vero che moltissime altre modelle, non a caso non divenute famose, con le “bonissime” elencate sopra non hanno nulla a che vedere: corpi quasi scheletrici, visi emaciati, spesso esaltati da make up e acconciature furbamente studiate. Sembra si reggano in piedi solo col vento a favore. Fin troppo oggetto di discussione la pericolosità del messaggio che passa e che trova un terreno fertile nelle donne (ma anche negli uomini) che vivono condizioni di disagio personale tali da condurre allo sviluppo di pericolosissimi disturbi della sfera alimentare.

Ha fatto scalpore in questo senso, suscitando l’indignazione soprattutto su web, l’immagine della modella sedicenne Lulu Leika Ravn Liep, evidentemente anoressica, apparsa sulla copertina di Cover Magazine (famoso giornale danese).

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La direttrice della rivista, Malene Malling, non ha potuto esimersi dalla richiesta pubblica di scuse con le seguenti parole: “Nessuno deve pensare che ciò che è successo passerà inosservato, mi auguro che non ricapiti mai più. Mi scuso”. Attualmente solo in Israele è prevista una legge che vieta “l’utilizzo” di modelle anoressiche, stabilendo come limite un BMI (Indice di massa corporea) di 18.5, che è tuttavia già al di sotto dell’intervallo di normalità (20-25 Kg/m2). Recentemente in Francia il deputato del Partito Socialista e medico Olivier Vèran ha presentato un emendamento al progetto di legge sulla Sanità, con il quale si chiede proprio che modelle troppo magre non sfilino in passerella né sia usata la loro immagine per campagne pubblicitarie, con sanzioni che vanno da multe a un periodo di reclusione.

Ben più vasta, comunque, è la platea di donne che è influenzata negativamente dal mondo della moda rispetto al proprio stile di vita, con conseguenze quali un ossessivo ricorso a diete restrittive, palestra e ricorso a pericolosi farmaci con effetto dimagrante (vedi amfetamine), pur di raggiungere un’immagine soddisfacente, pur di risultare “adatte” a esporsi in pubblico, ma soprattutto di sperimentare un po’ di quella autostima che evidentemente latita in altri ben più importanti aspetti della vita. Ma, come dicevamo, qualcosa o forse più-e lo spero-si sta muovendo e non possiamo non tenerne conto: dal “fenomeno” delle modelle curvy alle polemiche che hanno investito le “Angels” di Victoria’s Secret, dalla prima ragazza Down in passerella, alla prima modella affetta da vitiligine, passando per le ormai numerose modelle affette da paralisi che sfilano sulle loro sedie a rotelle. E uno spazio a parte lo meritano sicuramente le mamme modelle che hanno sfilato per Dolce e Gabbana con i loro bimbi tra le braccia.

Per tutti questi segnali positivi di cambiamento vi do appuntamento nei prossimi giorni con la seconda parte.

Stay tuned!

http://www.mygenerationweb.it/201504162381/articoli/agora/al-femminile/2381-eppur-si-muove-vento-di-cambiamento-in-passerella-i-parte

 

Pronte per un autunno esplosivo?

http://www.mygenerationweb.it/201409111860/articoli/tendenze/pink-generation/1860-pronte-per-un-autunno-esplosivo

Mentre sulle passerelle più importanti del mondo si stanno svolgendo le fashion weeks di presentazione delle collezioni primavera/estate 2015, noi comuni mortali siamo alle prese con uno dei momenti topici dell’anno. Sì, allo scadere della bella stagione, è arrivato il momento di aprire coraggiosamente il nostro guardaroba e fare un inventario per affrontare al meglio l’autunno ormai alle porte.

Quali ingredienti migliori se non colore, natura e fantasia per resistere a lunghe giornate fredde, buie e piovose? La stagione autunno-inverno si propone di essere estremamente ricca, esplosiva direi. Ad ognuna il suo stile, ce n’è davvero per tutti i gusti. Potrete scegliere tra un look bon ton, garçonne, punk, animalier, easy chic, urban. E persino le amanti della montagna e delle piste da sci vivranno il loro momento di gloria.

Vi anticipo, infatti, che anche in città saranno “ammessi” i maglioni jacquard! Quest’anno sembrano essere vietati solo i toni scuri, fatta eccezione per il total black, sempre sinonimo di eleganza, che però si arricchisce di luminose paillettes e intarsi, che gli conferiscono un aspetto un po’ rétro. Si conferma intramontabile il black & white, anche nella versione a scacchiera, ma soprattutto spazio al colore! Si va dal rosa, sia nella versione “confetto” che in una nuance “pop”, al viola, dal rosso all’arancio, dal turchese al giallo lime. Solo monocromie? Assolutamente no, sarebbero troppo scontate! La moda di quest’anno è ricca di fantasia, di disegni geometrici, di stampe, tra le più originali quelle ispirate a grandi artisti come Matisse e Klimt e  soprattutto di motivi ispirati alla natura e al mondo animale.

Vestirsi, per chi ha voglia di divertirsi e perché no, osare, sarà come sfogliare un libro di fiabe. Mantelle in stile “Cappuccetto Rosso” e accessori ispirati al “lupo cattivo”, piume che arricchiscono abiti, giacche e cappotti, clutch con gufi e civette, adatte sia per il giorno che per la sera, borse zebrate e maculate per le amanti dello stile animalier. Margherite, orchidee e rose accenderanno di colore abiti, gonne, cappotti, scarpe, borse. Come fosse già primavera!

Due grandi ritorni quest’anno. Il primo è la camicia tartan che, come la più sobria “cugina” bianca, potrà essere abbinata a qualsiasi capo. Il secondo non è un singolo capo, bensì uno stile unico e precisamente il folk, che viene reinventato ed attualizzato: tra i protagonisti, i camperos, le borse rigorosamente a frange e le stampe jacquard. Si propongono come must have della prossima stagione la gonna rigorosamente lunga e plissettata, l’abitino stampato, il chiodo, per le amanti di un look grintoso e i cappotti, nelle varianti, maschile, egg-shaped e bon ton, quest’ultima ispirata ai modelli indossati dalle dive degli anni ’50, dalle tinte rigorosamente pastello. Non preoccupatevi, non vi lascio senza almeno qualche anticipazione sulle tendenze per la sera! Per le serate più glamour preparatevi a ricreare il look disco degli anni ’80.

 La sfida, per le vere fashion-addicted, è diventare più che luminose, scintillanti, grazie a lamè, paillettes e  cristalli, ma anche al make-up glitterato e agli adorabili nuovi charms Pandora, ispirati a natura, spazio e galassie.

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Non tutti gli smalti vengono per nuocere!

Ragazze! Volete negare che Kiko abbia rivoluzionato la nostra esistenza in fatto di smalti? Ragazzi! Volete negare che per voi non sia un trauma quando, passeggiando con la vostra compagna, lei, in prossimità di uno store Kiko, con aria candida vi dice: “Amore, ci metto 5 minuti!”? Perché questa breve introduzione? Solo per condividere con voi il primo pensiero che mi è balenato per la mente quando ho letto: “Novità sul mercato. Smalto che cambia colore.” Come non pensare che ci fosse lo zampino di Kiko e simili? Già immaginavo uno smalto rivoluzionario in grado di cambiare nuance, magari a seconda della luce o del calore, per la gioia di milioni di ragazzine che postano le loro foto su Instagram e simili. Cioè, sai che figata, di giorno una tonalità più chiara, consona ad un ambiente di lavoro, e di sera una più scura! Del resto, pensavo, in fatto di nail art ne hanno inventate di tutti i colori: unghie glitterate, disegnate, smalti magnetici, effetto gel, colate….che a rimuovere gli strati che ricoprono la povera unghia ci vuole minimo mezzo litro di acetone! Andando avanti nel leggere la notizia, che in pochi istanti ha fatto il giro del mondo, sono rimasta piacevolmente sorpresa. Il nuovo smalto cambia-colore non è l’ennesima diavoleria per le fashion-addicted (preciso che anche io adoro gli smalti!) ma qualcosa di molto più utile. Uno smalto in grado di rivelare, all’interno di qualsivoglia bevanda, la presenza di sostanze stupefacenti che sono sempre più frequentemente utilizzate per compiere violenze sessuali su vittime inconsapevoli, ignare della sostanza assunta e incapaci di opporre resistenza o di chiedere aiuto. Come avviene il viraggio di colore? Con un gesto semplicissimo!

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