Sogni femminili mostruosamente proibiti(vi): la Birkin Bag

Nel precedente articolo di Lunedì abbiamo appurato che le borse sono le migliori amiche-non umane-di una donna. Ora, non venite a raccontarmi che le amiche sono tutte uguali! Ecco, allora come potrebbero esserlo le borse? Del resto, mica Marilyn quando diceva che “Diamonds are a girl’s best friend” parlava di bijoux! Signore mie, parlava di DIAMANTI, non so se mi spiego.

Bene, io desidero parlarvi oggi di una borsa che è un gioiello, una borsa con la b maiuscola. Non è una Chanel né una Louis Vuitton, con tutto il rispetto per queste ed altre famose maison, che sono veri e propri mostri sacri della moda.

Oggi vi parlo di sua maestà la BIRKIN BAG di Hermès, la borsa delle borse, la più amata, la più sognata. Immortale, inimitabile, iconica, vero e proprio oggetto del desiderio femminile (quel desiderio mostruosamente PROIBITIVO del titolo) sin dagli anni ‘80, quando fu disegnata da Jean Louis Dumas, direttore artistico di Hermès (lo è stato per 28 anni, fino alla sua morte nel 2010).

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Se si chiama Birkin un motivo c’è. Sì, lo so, suona un po’ come il segreto di Pulcinella. Lo sanno più o meno tutti che la più famosa It Bag (non sapete perché viene definita It Bag? Don’t worry, lo scoprirete in uno dei prossimi articoli!) prende il nome da Jane Birkin, attrice e cantante britannica che ha mosso i primi passi nel mondo dello spettacolo nella Swinging London per poi affermarsi soprattutto in Francia. Si narra che il papà della Birkin e la bella Jane si incontrarono su un volo Parigi-New York, nel corso del quale l’attrice si lamentò con Mr Hermès di non aver ancora trovato una borsa che rispondesse in pieno alle sue esigenze di donna che voleva coniugare praticità, femminilità e stile. Zac, detto fatto. Non fosse mai detto che Hermès non era in grado di esaudire i desideri di una donna. La bacchetta magica-e che bacchetta-di Dumas creò l’opera d’arte. Perché di un’opera d’arte si tratta, rimanendo confinati al mondo della moda, ovviamente. La sezione Arte di MYGENERATION potrebbe querelarmi! Che poi, a dirla tutta, la musa ispiratrice si è recentemente schierata contro Hermès (patricidio!) chiedendo di ritirare il suo nome dalla regina delle borse a causa della crudele pratica con cui vengono uccisi i coccodrilli per ricavarne la pregiata pelle che viene utilizzata per realizzare una delle Birkin più desiderate e, manco a dirlo, costose (chissà perché!). Brava, Jane, siamo con te!

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Se la capricciosa Jane Birkin ha ispirato l’omonima borsa oggetto del nostro articolo, l’elegantissima Grace Kelly (sì, proprio lei, la Principessa di Monaco) è stata la dea che ha dato il nome nel 1956 alla Kelly, la sorella maggiore della Birkin, nata in casa Hermès, nel lontano 1935. Entrambe hanno una forma trapezoidale ma se la Kelly è per antonomasia la borsa piccola ed alta con un singolo manico, simbolo indiscusso di uno stile sobrio ed elegante, la Birkin ha un’apertura più pratica ed agevole, ha doppi manici e si presta meglio ad adattarsi ad un look casual.

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E i costi? Veniamo al tasto dolente: il prezzo. Quando si dice svenarsi o farsi un buco in petto (in napoletano!)…..Ecco, queste espressioni rendono bene il concetto. Si stima che il costo di una Birkin (è chiaro che non ho alcuna esperienza personale, al massimo posso rivelarvi i prezzi delle borse Carpisa) vada da 6000 a più di 120000 euro. Non ho sbagliato a scrivere gli zeri, giuro! I prezzi sono veramente da capogiro. Ovviamente il prezzo oscilla in funzione del tipo di pelle: è chiaro che se la pelle è quella del povero coccodrillo di cui sopra il costo diventa esorbitante. C’è da dire, per onor del vero, che la manifattura richiede tempi e tecniche di lavorazione altamente dispendiosi, per cui mi duole ammettere che il costo esorbitante è in qualche modo giustificato. A questo punto la domanda sorge spontanea (citazione per le più anziane): chi può permettersi di sostenere una spesa simile per una borsa? Noi povere studentesse o lavoratrici in questi tempi di crisi sicuramente no. Tra le più accanite fan della Birkin, molto strano a dirsi, un bel po’ di celebrities o presunte tali: da Victoria Adams/Posh Spice/Lady Beckam alle immancabili sorelle Kardashian (quando non si parla di loro?), da Lady Gaga a Beyoncé, da Eva Longoria a Cindy Crawford e ancora Sharon Stone ed Elizabeth Hurley.

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Tutte donne. Normale, no? Parliamo di borse! E invece no, qui sta la sorpresa! Le Birkin sono approdate nell’universo maschile con modelli appositamente pensati per Lui. Praticamente, come può una donna a diventare sterile con il solo potere della vista! Sarò all’antica ma l’uomo con la borsa, come quello depilato, con i risvoltini dei pantaloni alle caviglie e le sopracciglia più curate delle mie (ammetto che non ci voglia molto), per carità, no! Preferirei rimanere single a vita.

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A noi piacciono gli uomini che le borse le regalano alle loro fidanzate, mogli, compagne (no, alle amanti no!), che siano o meno una Birkin. Certo, comprare la regina Hermès è un affare. Pare più redditizio e sicuro dell’oro. Sono impazzita? Assolutamente no. Uno studio condotto dal sito americano Baghunter, e riportato da “The Independent” ha fatto emergere una stramba verità, a quanto pare. Mentre dagli anni ’80 l’oro ha subito un decremento di valore pari allo 0.5 % annuo nel mercato statunitense, il valore della Birkin è salito del 14% circa. Ah, che bello sarebbe un mondo in cui nei quiz televisivi non si regalassero più gettoni d’oro ma Birkin!

Insomma, il paragone con la famosa frase di Marilyn sta proprio come il cacio sui maccheroni: Una Birkin è per sempre, altro che diamante! E guardate qui che scelta, ce n’è davvero per tutti i gusti. No, per tutte le tasche proprio no! Ma almeno rifacciamoci gli occhi con questi modelli che ho scelto per voi, ci sono anche quelli in coccodrillo, non me ne vogliate.

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L’articolo è pubblicato on line sulla rivista MYGENERATIONWEB al seguente link: https://www.mygenerationweb.it/201605203109/articoli/agora/al-femminile/3109-sogni-femminili-mostruosamente-proibiti-vi-la-birkin-bag

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Bags are a girl’s best friend

Se negli anni ’50 Marilyn Monroe cantava Diamonds are a girl’s best friend, oggi possiamo dire senza grandi dubbi che le migliori amiche di una donna siano essenzialmente due: borse e scarpe. Non che i gioielli non ci piacciano più, sia chiaro, quelli sono sempre i benvenuti, ma nei nostri desideri gli accessori per eccellenza sono diventati con il passare del tempo sempre più la nostra passione. Borse e scarpe, essenziali per creare outfit perfetti, riempiono sempre di più i nostri armadi e svuotano contemporaneamente portafogli e carte di credito. Dalle vetrine richiamano l’attenzione delle addicted di turno seducendole irrimediabilmente: una moderna forma del canto delle sirene che avvolse nelle profondità del mare gli sfortunati compagni di Ulisse. Io ho sviluppato la mia personalissima tecnica: non guardare. Per ora sono viva!

Delle scarpe parleremo poi. Oggi è il turno delle borse, compagne fedeli e discrete, custodi di segreti, vere e proprie appendici del nostro corpo, da cui non osiamo quasi mai separarci, che siamo al lavoro, all’università, ad una festa, in discoteca e persino in chiesa. Ancore di salvezza in momenti di imbarazzo. E quante volte vi è capitato di andare al bagno protette dalle vostre borse, con la scusa di mettere su un po’ di phard solo per lasciar scorrere qualche lacrima? Giuro, non volevo intristirvi ma sono pur sempre frammenti della nostra vita e in bagno senza borsa non si va!

 Le nostre borse….micro mondi misteriosi in cui portiamo con noi oggetti indispensabili (proprio tutti?) alla sopravvivenza nella giungla della quotidianità, con le sue giornate interminabili, i repentini cambi climatici e le molteplici situazioni alle quali essere all’altezza (mamma mia, che ansia!). Portafogli, chiavi (di casa, dell’auto, del motorino), smartphone, fazzoletti (per le più organizzate e previdenti). Poveri illusi-mi rivolgo ai maschietti-pensate che sia finita qui? E vai con: tampax, make up e salviettine struccanti (non vuoi farla una ritoccatina al trucco in ben 12 ore?!), ombrello, penne, agendina, chewingum e caramelle, sigarette (per le maledette fumatrici come me!), portafortuna e qualsivoglia altra forma di cianfrusaglia utile a generare caos e a fare peso tra cerniere, tasche e taschini saggiamente celati. Ovviamente nessuno di questi oggetti sarà scovato in tempi umani all’occorrenza, piuttosto risulterà come dematerializzato manco il mago Silvan (ve lo ricordate, vero?) l’avesse spostato col pensiero. Se vieni messa sotto pressione poi, è la fine. “Mi fai accendere per favore?” E scatta immediato il panico, perché l’accendino, stai certa, non lo troverai mai!

Se il rapporto di una donna con la propria borsa è di amore/odio, quello dell’uomo con la borsa della partner o di una semplice amica (attenzione, qui sono tutte amiche….diffidate sempre!) è di profonda soggezione mista a ossequioso rispetto. Divieto ASSOLUTO di accesso, a meno di differenti ed esplicite indicazioni. Tipicamente nell’immaginario di un uomo ogni nostra borsa è la versione in miniatura della ben più famosa borsa di Mary Poppins. Siate sincere, suvvia! Quante volte vi hanno fatto notare la somiglianza? A me, parecchie!

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Come ogni cosa anche la borsa ha una sua storia. Se i primi modelli rudimentali di borse compaiono nella lontanissima preistoria, epoca in cui per ovvie ragioni erano appannaggio esclusivo degli uomini, che le utilizzavano per trasportare utensili durante la caccia, è dal Medioevo che compaiono modelli più simili a quelli attuali. Con il Rinascimento e la maggiore diffusione di pellami e materiali preziosi la borsa inizia ad acquisire la sua natura di oggetto non solo utile ma anche di moda e il connubio vero e proprio tra le borse e le donne si stabilisce definitivamente tra l’Ottocento e il Novecento, secoli in cui si afferma progressivamente l’autonomia della donna che vede profondamente mutare le sue esigenze di vita. La borsa a quel punto diventa indispensabile. Sono gli anni in cui le più grandi maison di moda si dedicano all’affascinante universo della borsa, realizzando nel tempo modelli diventati delle vere e proprie icone. Coco Chanel vi dice niente?

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Volete approfondire la storia della borsa (ve lo consiglio, le mie parole sono solo una goccia nell’oceano)? Non vi resta altro da fare che godervi una bella visita al Museo della Borsa di Amsterdam, il Tassen Museum Hendrikje o Museum of Bags and Purses. Nell’attesa di un week end nella capitale olandese, tra mulini e tulipani, eccovi il link relativo al Museo

http://tassenmuseum.nl/http://tassenmuseum.nl/.

 Oggi la borsa è per antonomasia simbolo di indipendenza per una donna, ma allo stesso tempo non ha perso, anzi ha rafforzato, il suo valore seduttivo e di indispensabile completamento del look. Sobrie ed eleganti, stravaganti ed eccessive, casual e sportive, da giorno, da sera, piccole, medie e grandi e capienti, invernali o estive, di borse ne esistono davvero per tutti i gusti e per tutte le esigenze. Di ogni materiale e di ogni colore, tinta unita o multicolor, rivestite di borchie, piume, pailletes e chi più ne pensa più ne realizza. A tracolla, con  i manici, cartelle, shopping bag, bauletti, pochette, clutch, buste, ognuno di questi modelli ha la sua ragione di esistere, soprattutto nei nostri armadi, dove le custodiamo gelosamente.

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Per cui, signori uomini, non continuate a chiederci il motivo per cui ne accumuliamo tante, quando possiamo permettercelo, si intende! L’avere una o più borse non riduce in noi il desiderio, che magari rimane irrealizzato, di comprarne un’altra. Ne individueremo sempre una che ci piace e di cui pensiamo di non poter proprio farne a meno, ci sarà sempre un dettaglio che non ci lascerà indifferenti, un colore che si abbinerà perfettamente ad un abito nuovo di zecca, una forma che manca nella nostra collezione. Quella borsa che diventerà semplicemente una compagna inseparabile delle nostre, spesso terrificanti, giornate. Quella borsa da cui spunterà un ombrello mentre a voi non rimarrà altra scelta che inzupparvi di pioggia! Che poi una borsa sia uno dei regali con cui difficilmente ci vedrete deluse scartando la confezione, quella è storia ben più che nota.

 Non mi resta che lasciarvi con un’anticipazione sul prossimo articolo. Parleremo della borsa con la B maiuscola. Shhhhh, se avete capito di CHI sto parlando, mantenete il segreto, in fondo dovete aspettare solo fino a Venerdì!

L’articolo è pubblicato on line sulla rivista #MYGENERATIONWEB al seguente indirizzo: https://www.mygenerationweb.it/201605163103/articoli/agora/al-femminile/3103-bags-are-a-girls-best-friend

Un giorno per dire BASTA alle mutilazioni genitali femminili

8 Marzo. Festa della donna. Fiori, cioccolatini, serate a tema e vetrine allestite per l’occasione fanno decisamente a cazzotti in questo giorno con manifestazioni, memoria storica e riconoscimento di diritti. Diritti, questi sconosciuti, per milioni di donne nel mondo. Rispetto, questo sconosciuto, dell’integrità fisica, morale e psicologica della donna, oggi ancora un lontano miraggio in tanti paesi. Mutilazione genitale femminile. Solo a sentirla pronunciare questa espressione fa orrore; se ne parla, sì, ma di rado, quasi fosse ancora un tabù, un argomento troppo scomodo e troppo crudo da affrontare. Troppo privato, troppo intimo. Abbiamo scelto di parlarne oggi, nel giorno in cui il mondo celebra la donna, perché riteniamo sia una delle più grandi e mortificanti forme di violenza di cui le donne sono ancora vittime, una forma di violenza di cui il mondo speriamo quanto prima possa liberarsi definitivamente. Donne mutilate e brutalmente cucite per preservarne la “purezza”, donne a cui, nel migliore dei casi, viene negato un sano e sereno rapporto con il proprio corpo e con la propria sessualità, e che nella quasi totalità dei casi vanno incontro a gravissimi problemi di salute, rischiando persino la morte.

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Per mutilazioni genitali femminili si intendono una serie di pratiche che consistono nell’incisione e/o asportazione parziale o completa dei genitali femminili esterni. Tra queste la tristemente più nota nonché la più aberrante, umiliante e dolorosa è l’infibulazione. Quest’ultima prevede l’asportazione del clitoride, delle piccole labbra e di parte delle grandi labbra, con successiva sutura delle parti residue di queste ultime. I genitali esterni sono così completamente cuciti, consentendo solo lo sbocco dell’urina (dal meato uretrale) e quello-difficoltoso-del sangue mestruale da una minima porzione di ostio vaginale rimasto pervio.

Non ci sono abbastanza parole per descrivere una simile atrocità, non ci sono, non possono esistere, ragioni valide per cui un essere umano, senza una necessità medica, debba essere mutilato, debba essere “modificato” contro la sua volontà rispetto a come, nella perfezione del suo corpo, è venuto al mondo. Eppure, affondando le radici in culture lontanissime dalla nostra, sono tante le ragioni-se così possono essere chiamate-per cui le donne subiscono le mutilazioni genitali. Un rito di iniziazione delle adolescenti, una sorta di passaggio alla vita adulta, un modo per preservarne la purezza fino al matrimonio, limitando e rendendo dolorosa la sessualità ma anche mettendo seriamente a rischio la fertilità, motivazioni religiose ed economiche-quello degli interventi mutilanti infatti è un vero e proprio business, un “servizio” pagato profumatamente.

Inimmaginabili il dolore, le lacrime, le urla, il terrore delle neonate, delle bambine, delle donne, vittime inermi di un tale abominio, praticato, nella maggior parte dei casi, da donne come loro, levatrici od ostetriche che siano. Inimmaginabile lo squarcio interiore, i segni indelebili nell’anima oltre che sul corpo. Tanti, troppi i rischi per la salute: emorragie, shock per il dolore devastante, setticemia, complicazioni al momento del parto, infezioni e ostruzioni croniche del tratto urinario e molte, molte altre.

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È l’Africa a detenere il triste primato del continente in cui le MGF sono più largamente praticate, seguito dall’Asia (paesi a prevalenza islamica); più raramente il fenomeno è presente in America Latina e sporadicamente negli Stati Uniti, in Europa, in Australia, tra comunità di immigrati. In occasione della Giornata ONU di Tolleranza Zero verso le Mutilazioni Genitali Femminili, lo scorso 6 febbraio, l’UNICEF ha pubblicato un nuovo rapporto da cui è emerso che almeno 200 milioni di donne e bambine in 30 paesi tra Africa e Asia hanno subito mutilazioni genitali e che la metà di loro vive in soli 3 paesi: Egitto,Etiopia e Indonesia. Inoltre in tutti i paesi in cui le mutilazioni vengono praticate, sono bambine al di sotto dei 5 anni ad esserne vittime, un dato agghiacciante.

Ma qualcosa, anche in questi paesi sta cambiando, grazie alla mobilitazione globale e alla nascita di una nuova consapevolezza da parte delle donne; già sono numerosi gli stati africani in cui le mutilazioni genitali sono diventate illegali e la speranza collettiva è che il numero di questi possa aumentare sempre di più. La comunità internazionale si ripropone di eliminare definitivamente le mutilazioni genitali femminili entro il 2030; è l’UNICEF insieme al Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA) a coordinare questo importantissimo obiettivo grazie al cosiddetto Joint Programme on Female Genital Mutilation/Cutting.

Nessuna donna, nessun uomo, nessuna società civile può tacere a riguardo; ognuno può e deve fare la sua parte affinché questo risultato possa essere raggiunto, affinché le mutilazioni genitali femminili diventino “solo” l’ennesimo tragico capitolo della storia dell’umanità.

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L’articolo è pubblicato integralmente on line al seguente link: http://www.mygenerationweb.it/201603082958/articoli/agora/al-femminile/2958-un-giorno-per-dire-basta-alle-mutilazioni-genitali-femminili

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Ci sono cose che hanno un valore inestimabile. Tra queste per me c’è la SPERANZA. Chi sottrae la speranza, uccide. Chi la speranza la dona, dona la vita. Malala regala con le sue campagne pro istruzione manciate di vita a chi una vita degna di tale nome non la ha. A milioni di bambini e donne in tutto il mondo. La sua lotta per l’emancipazione culturale è un vero e proprio atto rivoluzionario in questo tempo di letargo interiore che ha contagiato tante coscienze e ha paralizzato tante mani, tanti corpi, troppo stanchi, troppo mortificati per racimolare le forze per reagire.
Ogni volta che osservo alla TV il suo sguardo, colgo un fuoco che sembra inverosimile per una poco più che bambina e che la rende una DONNA, al cospetto della quale mi sento una briciola. La forza, il coraggio e la caparbietà di Malala inducono rispetto e soggezione. Chi non ha armi interiori così autentiche e potenti, armi di vita, ma solo armi di morte, non può che provare timore di fronte a lei.

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Ancora donne vittime di violenza. Ma non ci arrendiamo.

Resta una triste, angosciante e allarmante realtà. È la violenza sulle donne, sia essa perpetrata per anni, mesi o giorni, che sia di natura fisica, verbale o psicologica, che giunga sino al suo atto estremo, il femminicidio, che ha ormai sempre più le caratteristiche di un fenomeno inarrestabile, rispetto al quale le vittime appaiono facilmente esposte ed indifese. Non vorrei continuare a parlarne, eppure sento che è un mio dovere farlo, per rispetto alle vittime, per mantenere viva l’attenzione su una questione che, in quanto donna, non può che starmi a cuore, per cercare di contribuire all’informazione in qualche modo, nel mio piccolo, sebbene sia solo una goccia nell’oceano, per provare a lanciare un messaggio, rivolto soprattutto alle giovanissime.

L’ennesimo episodio di femminicidio si è consumato due giorni fa, il primo settembre. Quello che per molti è l’emblema della progettualità per i successivi mesi dell’anno, per delineare la direzione da dare alla propria vita, si è rivelato invece il capolinea della vita di una giovanissima donna, una ragazza appena diciottenne. Cezara Musteata (di origini moldave), studentessa di Desenzano del Garda è stata uccisa; il suo carnefice, il fidanzato, Luigi Cuel, 41 anni. L’ha strangolata, poi si è impiccato. Tante parole, ipotesi rispetto al possibile svolgersi dei fatti, che si sono conclusi nella maniera più tragica possibile. Fa dolore e rabbia che Cezara sia stata uccisa, è sconcertante che un uomo adulto abbia potuto stroncare la vita di una poco più che bambina, che probabilmente vedeva in lui una fonte di protezione e non un possibile assassino. Ma anche le mie sono solo parole. La verità di Cezara non la conosce e non la conoscerà nessuno, al di là delle indagini che accerteranno la dinamica dei fatti. Le motivazioni che l’hanno portata ad intraprendere una relazione con un uomo così tanto più grande di lei, le sue aspettative, i suoi desideri, i progetti di una vita appena cominciata, vanno via con lei, nel silenzio e nell’orrore. E dall’altra parte c’è un uomo, per così dire. Un uomo che ha messo fine anche alla propria vita. Si è parlato della fine della loro relazione come causa del gesto estremo, probabilmente a seguito di un incontro tra i due concesso dalla ragazza all’uomo, che ormai era stato lasciato. Può mai essere la fine di una relazione una motivazione plausibile di una così efferata violenza? L’ultimo litigio, le parole, le recriminazioni, forse sono state “solo” la cosiddetta miccia, l’evento scatenante della follia. Ma non può essere tutto qui. Non può esserlo-a mio parere-in questo come in altre decine, centinaia di casi, soprattutto di femminicidio. Che sia la slatentizzazione di una condizione psichiatrica rimasta sino a quel momento del tutto o parzialmente misconosciuta, al carnefice stesso e alla vittima? E allora forse andrebbe prestata più attenzione ai possibili segnali. Alla storia del “era un brav uomo”-non necessariamente rispetto al caso in questione-non credo. Chi non sta bene lo manifesta in qualche modo. Forse siamo noi a non voler vedere. E forse molte donne non hanno abbastanza strumenti socio-culturali per riconoscerli. Agli esperti,   sicuramente, la parola.

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Noi, nel frattempo, non possiamo illuderci di coltivare la mera speranza che le cose prima o poi cambino, che la cronaca improvvisamente un giorno smetta di raccontarci di donne che subiscono violenza nelle loro case, che vengono uccise dai loro compagni. La realtà non muta se non la si fa mutare, non è sufficiente scuotere le coscienze ed organizzare manifestazioni, sicuramente utili a sensibilizzare l’opinione pubblica; è necessario agire, agire con interventi concreti. “E quali potrebbero essere?” mi sono chiesta. Insegnare forse il rispetto reciproco tra uomini e donne sin da bambini è sufficiente? Ne dubito, visto che è stato insegnato anche alle precedenti generazioni e dai risultati ottenuti, non mi sembra abbia avuto grande successo. Non credo che a nessuno di noi sia stato insegnato in famiglia o a scuola che l’uomo e la donna non abbiano gli stessi diritti e doveri. Credo che tutti abbiamo imparato che ciascun essere umano vada rispettato indipendentemente dal sesso e dall’orientamento sessuale, della razza, del credo religioso, dalla condizione socio-economica, dall’ideologia politica. Eppure questo non è stato sufficiente ad insegnarci realmente ad accogliere le differenze e a farne un elemento di ricchezza e non di contrasto. Saremmo una società vicina alla perfezione. Niente di più utopico. Educazione all’affettività da insegnare nelle scuole con personale adeguatamente specializzato e formato? Forse è la chiave, perché in futuro davvero cambi qualcosa, o almeno questo è il mio parere. Insegnare ai bambini a sviluppare in maniera sana la propria affettività, per poter identificare, al momento opportuno, un partner che sia realmente un compagno di vita-o di un tratto di essa-e non un carnefice, qualsiasi sia la violenza che possa contraddistinguere la relazione. Il mio sangue ribolle quando apprendo che un’altra donna subisce violenza o è stata uccisa. Conosco troppe donne vittime, non di abusi fisici per fortuna, ma di diverse forme di sottomissione psicologica, di plagio nei casi più gravi, di rapporti che sono molto lontani dall’idea di rispetto per l’altro e per sé, che dovrebbe essere invece uno dei capisaldi della nostra vita. Anche io, in qualche modo, sono stata una giovane donna che in passato non si è amata fino in fondo e non è stata tanto forte da pretendere il rispetto che meritava e forse è questa è la ragione per cui non vorrei più vedere donne che chinano il capo, che assecondano sempre i loro compagni, che subiscono, pur di assicurarsi la presenza di un uomo, spesso dall’atteggiamento vittimistico, che non potrà mai renderle felici.

Oggi, comunque, non va trascurato almeno nell’ambito della sensibilizzazione, il ruolo dei social network, per l’impatto immediato che hanno. Un bell’esempio è quello di Brooke, ventisettenne americana, madre di due bambini, che si è fatta fotografare dalla sua amica Tiffany, per mostrare al mondo la violenza subita dal suo compagno, che in auto l’aveva colpita con un pugno e aveva cercato di impedirle di chiedere aiuto, sottraendole il cellulare. Brooke ha postato le immagini sul suo profilo facebook con l’hashtag #Silencehideviolence (Il silenzio nasconde la violenza): un atto tanto coraggioso quanto di aiuto per tutte le donne che ancora oggi rinunciano, per paura di ripicche ed ulteriori violenze, a denunciare quanto subito, scegliendo la via senza uscita del silenzio. E segno di grande attenzione al problema e di rispetto per il mondo femminile è stato anche il gesto di Giuliano Sangiorgi, leader dei Negramaro, che ha dichiarato di aver modificato i versi del brano “Attenta”, da poco in radio. Il cantautore salentino, che aveva inizialmente scritto “Ti uccido”-ovviamente in senso metaforico riferendosi al potere “assassino” di un bacio-ha poi modificato il testo con “Mi uccidi”, considerando l’espressione originaria pericolosa e possibilmente fuorviante in un momento in cui la violenza sulle donne è un tema così scottante. La voce di un personaggio famoso e di grande impatto sui giovani attraverso la musica è sicuramente un canale anch’esso efficace per trasmettere un messaggio positivo.

Brooke

Brooke

L’articolo è pubblicato on line al seguente link:

http://www.mygenerationweb.it/201509022619/articoli/agora/al-femminile/2619-ancora-donne-vittime-di-violenza-ma-non-ci-arrendiamo

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Gioie e dolori di una 4^ di reggiseno

Estate. Voglia di vacanze, relax e frivolezza. Già vi vedo spalmate sui vostri lettini in spiaggia, a scattarvi selfie a raffica e a commentare gli album di foto delle vacanze dei vostri amici, rigorosamente immortalati nell’atto di addentare una bistecca, sciacquare il costume da bagno, in cima a una montagna o su un cammello, arenati sul bagnasciuga in modalità megattera. Per non parlare di quanto sentiate il bisogno, ne sono certa, dopo un anno all’insegna dello stress, di sgombrare la mente dai pensieri, leggendo post di Selvaggia Lucarelli o gossip alla Sandro Mayer. Ebbene, in questo tripudio di leggerezza, inseriteci, se vi va, anche queste mie chiacchiere.

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Dammi tre parole: mare, spiaggia, costume. Si fa presto a dire costume, si fa presto a dire bikini. Sì, perché l’acquisto del due pezzi è stato quasi sempre un evento traumatico della mia estate, così come quello del reggiseno in tutto il resto dell’anno. “Perché?”-forse si starà chiedendo qualcuno! Beh, perché una taglia quarta non ha propriamente vita facile. Almeno non io e soprattutto d’estate. E oggi ho proprio voglia di rivelarvi le ragioni per cui una donna con un decolleté-diciamo così-abbondante, non viva di sole gioie ma anche di dolori. Dite la verità, non avevate mai pensato alla possibile esistenza di un altro lato della medaglia “taglia di reggiseno”! Immaginavate la vita di una donna con delle belle curve anteriori come un’ oasi di prosperità, complimenti, femminilità e lei, la proprietaria del bendidìo, come la donna più invidiata tra le donne (vi smentisco subito, lo è quella che non deve sottoporsi alla ceretta!), come la più desiderata dal sesso maschile, per la serie “gli uomini preferiscono le bionde? No, gli uomini preferiscono le tette!”. Sì, è vero, e mi duole dirlo: un bell’aspetto, accompagnato da una quarta di reggiseno, è un’ottima presentazione-inutile far finta che non sia così-è molto meglio che sfoggiare un sorriso degno della Colgate Whitening o di una laurea alla Bocconi. Tristi verità.

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Bene, quali sono dunque gli effetti collaterali derivanti dall’avere una taglia quarta? Affrontiamo l’argomento nel modo più semplice possibile, ossia con una breve lista della spesa, sempre per venire incontro all’esigenza di non sforzare troppo la mente.

  1. Non tutti i reggiseno, così come non tutti i costumi, ti calzano a pennello.
    Che tradotto vuol dire che ci sono dei modelli off limits, che a indossarli faresti ridere anche i sassi: alcuni reggono l’aria fritta, altri ti schiacciano, con altri corri il rischio che le tue rotondità ti sguscino via da un momento all’altro. E con il costume i problemi aumentano. Devi preoccuparti di non essere indecente, di essere moderatamente comoda e soprattutto di evitare di rimanere nuda nel caso in cui il mare sia agitato e un’onda ti faccia il brutto scherzo di travolgerti. Non sono belle cose, vi assicuro. E per qualche strana ragione che ancora stento a comprendere, di solito la fantasia che mi piace di più è esattamente quella corrispondente a uno dei modelli sopra descritti, cioè quelli con cui risulterei oscena. Attenta alla coppa, scarta l’imbottitura, analizza la fascia, dosa il push-up. Ragazze, a volte è un inferno e tutto quello che vorresti è avere un paio di tette più facili da gestire!

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2. Non puoi indossare tutto quello che ti pare.

Simile al punto precedente, forse per alcuni aspetti più tragico. Se in lingerie ti vede “soltanto” il tuo ragazzo-tua madre tutt’ al più-e in costume ti guardano solo al mare, vestita ti guardano tutti, è impossibile sfuggire, soprattutto al giudice supremo, a te stessa. Così ti guardi e ti riguardi allo specchio e ti dici che “no, questa maglietta proprio non me la posso permettere” e a seguire tutta una serie di altri indumenti, troppo stretti, troppo trasparenti e così via. In più aggiungete che, se proprio volete saperlo, molti abiti li fanno su misura di chi porta la taglia 1 e così si restringe anche la possibilità di acquisto, per il beneficio della sola carta di credito e la frustrazione della povera maggiorata. E così guarderai con un pizzico di invidia la ragazza magrissima e pressoché piatta che è seduta di fronte a te in metro, che sfoggia una canotta bianca senza reggiseno senza risultare minimamente volgare, mentre lei, molto probabilmente, si sta domandando se tu non sia per caso a rischio esplosione! Si sa, si vuole sempre quello che non si ha!

P.S. Nicki Minaj non sembra farsi troppi problemi.

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3. Subisci puntualmente i commenti dell’uomo di Neanderthal.

È inutile, è come se non ne avessero mai viste altre prima delle tue, non possono fare a meno di dirti qualche volgarità-anche se sei sottobraccio a tua madre-incollarti i loro sguardi viscidi addosso-anche se indossi un maglione a collo alto-spalancare la bocca e fare il classico sguardo da triglia. E non è che il DOC (disturbo ossessivo compulsivo) riguardi solo la triade camionisti/muratori in pausa lavoro con panino alla mortadella/psicopatici ambulanti (con tutto il rispetto eh!); si tratta di una condizione che taglia trasversalmente la popolazione maschile (ovviamente con le dovute, rare, eccezioni) indipendentemente da stato sociale, potere d’acquisto, cultura generale. Imperativo: far finta di nulla. Forse all’epoca della clava funzionava così. E qualcuno evidentemente ha dimenticato di guardare avanti-anche perché troppo impegnato a guardare altrove.

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 4. È un problema contenerle quando fai sport.

Se corri, stai certa che loro correranno insieme a te-o meglio saltelleranno insieme a te-ed è una sensazione incredibilmente imbarazzante, oltre che essere di una scomodità enorme. Va leggermente meglio con gli sport acquatici o che prevedono una divisa: saranno così fasciate che dimenticherete di averle. Un bel corso di yoga? Non avete idea di quanto possano essere ingombranti durante la pratica delle “asana”, vi stanno sempre davanti, manco avessero paura che le abbandoniate! E se semplicemente passeggerete con un bel paio di scarpe tacco 12, sculettando moderatamente, le vostre amiche non si esimeranno dal dirvi che “arrivano prima loro e poi tu!”. Amiche…..

Ricordate quello che è successo alla Tatangelo a “Ballando con le stelle”?

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5. In fase premestruale diventano le tue peggiori nemiche.

La sindrome premestruale la conosciamo bene: siamo irritabili, cambiamo umore una ventina di volte al giorno, ci avventiamo su qualsiasi cosa ricordi lontanamente il cibo. Ma c’è un di più. Il seno è terribilmente dolente: si chiama tensione mammaria ed è una cosa del tutto normale. C’è solo un piccolo particolare. Se sei piuttosto ben dotata, non solo ti daranno tanto ma tanto fastidio, ma non riuscirai neppure a fare cose banali come stenderti su un fianco; insomma, ti sembrerà di possedere delle vere e proprie bombe a mano, faresti di tutto per disfartene il più velocemente possibile! E non oso immaginare gli effetti della gravidanza e dell’allattamento. Ma di quelli, forse, parleremo poi! Nel frattempo vi ricordo che vi basterà ingrassare di qualche etto perché aumentino di volume anche loro, di solito!
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E se avessi fatto cambiare idea a qualche lettrice che a settembre aveva voglia di ingrandire il seno con un bell’intervento di chirurgia plastica? Prontissima a fare mea culpa!

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Buono sfoggio di curve a tutte, qualsiasi taglia di reggiseno abbiate!

L’articolo è pubblicato on line al seguente link:

http://www.mygenerationweb.it/201508122592/articoli/agora/al-femminile/2592-gioie-e-dolori-di-una-4-di-reggiseno

Io viaggio da sola. Non proprio! (Alla scoperta delle PinkTrotters……)

272_firstStrane congiunzioni astrali sembrano essere il motivo per cui almeno una volta nella vita ogni donna si trova ad affrontare una delicatissima questione. No, non la fine di una relazione sentimentale né tanto meno un licenziamento o una gravidanza inaspettata. Qui parliamo di vacanze estive e l’argomento è serio, complice il fatto che luglio è bello che iniziato, il che equivale a dire che il tanto agognato/temuto agosto è ormai alle porte! Forse qualcuna si starà chiedendo perché io stia usando un tono così drammatico per parlare di una delle più grandi gioie della vita di un essere umano (dopo il sesso, il sonno e il cibo, ovviamente!).

Eppure sono convinta che qualche lettrice starà già avvertendo la sensazione di essere stata colta in flagrante, un po’ come Adamo ignudo nel giardino dell’Eden scoperto a mangiare il frutto della conoscenza (la mela, per chi lo avesse dimenticato!). Ragazze, parlo proprio con voi, le “sfigate” per eccellenza. Voi, che dopo un anno di studio o lavoro e relativi sacrifici e privazioni, diete ad hoc per superare a pieni voti la prova costume, risparmi che il vostro salvadanaio è diventato un porcellino con obesità di grado elevato, non avete la più pallida idea di come trascorrere le vostre ferie estive. Sì, perché non solo non avete un ragazzo, ma le vostre amiche-manco si fossero messe tutte d’accordo per giocarvi il più brutto scherzo della vostra vita-si sono tutte fidanzate e a voi di fare la “candela”-se mai vi proponessero gentilmente di partire con loro-non va proprio.

donna-valigia-viaggio_550x574Vacanza in famiglia? Non scherziamo! Una volta acquisita l’autonomia, di tornare indietro non se ne parla! E poi, al solo pensiero di tre/quattro ombrelloni occupati a schiera da parenti fino al terzo grado, compresi bambinetti e “pora nonna” al seguito, diciamoci la verità, vi convincete che la vostra casa sarebbe il luogo ideale dove trascorrere i giorni più caldi dell’anno. Una crociera per single? Lo sappiamo già come si concluderebbe: livelli testosteronici così elevati dalla mattina a notte inoltrata che la vacanza si trasformerebbe in una gara di slalom gigante da fare un baffo ad Alberto Tomba. Agognereste un po’ di relax più di un’oasi in pieno deserto. E un bel viaggetto da sole in una capitale europea girl-friendly? Sì, d’accordo sono esperienze che fortificano lo spirito e incrementano esponenzialmente l’autostima, però, quanto è bello condividere le piccole grandi esperienze di una vacanza! Un buongiorno assonnato e un caffè, una lunga giornata di mare, una passeggiata tra le boutique colorate, un aperitivo al tramonto, canticchiare tra mini dress e make up con la tua migliore amica che ti presta come al solito la lacca che hai dimenticato nel bagno di casa tua. Bene (sarebbe più corretto dire “male”!), a questo punto inizia il panico e tutto, ma proprio tutto intorno a voi, sembra parlare di vacanze. Quali sono le mete preferite dagli italiani? Di che percentuale si svuoteranno le città? Prenota un volo low cost! Servizi al Tg, spot pubblicitari in radio e in TV, offerte di Booking e Easy Jet che arrivano per magia sulla casella di posta elettronica, volantini “appiccicati” sulle vetrine delle agenzie di viaggio, ma soprattutto loro: le foto dei contatti facebook direttamente dal bagnasciuga delle Maldive (pure se è Baia Domizia non fa differenza, la rabbia è già scattata!) e le stramaledette domande di tutti quelli che incontri per strada. Gli stessi che ti hanno chiesto decine di volte se ti fossi laureata, perché non sei “ancora” fidanzata e se a casa va tutto bene. Che gli vorresti solo ricordare quanto fosse interessante guardare i “Fatti Vostri” del buon Magalli. Ragazze, è dura, lo so! Ma c’è qualcuno che ha pensato seriamente a voi e anche a quelle donne che non hanno mai potuto realizzare la vacanza dei loro sogni-e ovviamente non sono io, che a parte dedicarvi un articolo e sostenervi con tutto il mio affetto, non avrei saputo cosa fare. Lei è Eliana Salvi, ha 31 anni ed è di Ascoli Piceno.

2qm-0lYsHa trascorso buona parte della sua vita su e giù per il mondo e dopo aver lavorato nel freddo mondo di una multinazionale, sottostando a gerarchie e meccanismi che non si conciliavano con il suo spirito libero, ha deciso di dare una svolta alla sua vita. Ha sfruttato la sua innata creatività, la passione per i viaggi, la voglia di condivisione e le competenze manageriali, senza dimenticare i desideri delle migliori consulenti al mondo, le sue amiche, per creare una startup tutta “Alfemminile” chiamata PinkTrotters, versione in rosa di globetrotters. Si tratta di una community di sole donne che, pur non conoscendosi, decidono di affrontare un’esperienza di viaggio insieme, ad alto tasso di glamour tra eventi esclusivi in giro per il mondo. Global lifestyle community of women: così “recita” il sito internet delle ViaggiatriciInRosa. Ci si registra, si entra a far parte della community, ci si scambia informazioni, si scelgono mete ed eventi e il gioco è fatto. Non resta altro che viaggiare. Parola d’ordine: essere smart. E temo anche avere un bel po’ di soldini da spendere ed essere-tanto per cambiare-strafighe, ma questo è un altro discorso!

mykonos-pinktrotters2Poche sinora le giramondo italiane, molto più predisposte ad un’avventura del genere le straniere. Ammetto in tutta onestà che è necessaria una buona dose di “coraggio” per partire con delle complete sconosciute-soprattutto se si sono sperimentati tremendi e del tutto inattesi litigi vacanzieri-ma, se l’alternativa è rinunciare ad una vacanza strameritata o ad una vacanza come la si è sempre sognata, perché non provarci. Magari una delle pinktrotters durante il viaggio diventerà la vostra migliore amica e il prossimo anno vi godrete un viaggio insieme, magari meno glamour, ma con affinità comprovata. Perché, diciamocelo giusto tra di noi, sfoggiare fisici impeccabili e outfit da fare invidia a Chiara Ferragni con tanto di migliaia di like su Instagram, non è proprio il primo desiderio di una donna che parte per le vacanze estive. Bikini, infradito e telo da mare e il gioco è fatto! Nel frattempo, buona pianificazione di vacanza a tutte, qualsiasi cosa decidiate di fare, anche rimanere in città!

Se volete saperne di più di PinkTrotters, visitate il sito ufficiale: http://www.pinktrotters.com/http://www.pinktrotters.com/

L’articolo è pubblicato on line al seguente link: http://www.mygenerationweb.it/201507082523/articoli/agora/al-femminile/2523-io-viaggio-da-sola-non-proprio

Donne che aiutano le donne. Nuovo sportello anti-violenza a Napoli.

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Mani. Mani di donne, giovani ed anziane, mani che lavorano, che rassettano, che stringono dolcemente la manina di un bambino. Si tratta di alcuni frammenti del corto di Antonella Padulano-artista napoletana poliedrica alla prima prova di regia-dal titolo “Le mani di noi tutte”, che apre la conferenza di inaugurazione dello Sportello Antiviolenza, il primo della Municipalità Vomero-Arenella.

Lo “Spazio Ascolto Donna” è stato inaugurato lo scorso sabato 13 giugno presso la sala Paolo VI della Parrocchia di Santa Maria di Costantinopoli a Cappella Cangiani (tra le più grandi d’Italia) nel contesto del Consultorio Familiare (SMC Onlus) che già da anni opera su un territorio ad elevatissima densità di popolazione come quello della V^ Municipalità, sinora ancora sprovvisto di un punto di riferimento per le donne vittime di violenza. Lo sportello è il concretizzarsi del lavoro, del senso sociale, della sensibilità e della comunione di intenti delle dottoresse Adelaide Mazzocchi e Sabrina Garofalo, psicologhe e rispettivamente Presidente e Vice Presidente dell’SMC Onlus.

“Sono orgogliosa della donna che sono”, “Tutte le donne sono belle”: frasi semplici ma allo stesso tempo ricche di significato. Sono quelle che appaiono nel video che introduce la conferenza, svoltasi alla presenza di un discreto pubblico sia femminile che maschile, a sottolineare l’importanza del tema, che interessa trasversalmente la popolazione, indipendentemente dal sesso e-importante sottolinearlo-dall’orientamento sessuale. Frasi forse scontate per tutte le donne che vivono la loro vita nella consapevolezza della loro forza, della loro ricchezza sociale ed affettiva, che hanno imparato a rispettarsi e ad amarsi, che intessono relazioni sentimentali sane e costruiscono con lo studio o con il lavoro la loro autonomia. Frasi che allo stesso tempo rappresentano quasi un miraggio per tutte le donne vittime di violenza, donne ripiegate su se stesse a leccarsi inevitabilmente le ferite procurate loro da uomini che con il corpo, le parole, il controllo, il possesso, la subordinazione economica, le minacce, trasformano la loro vita in un incubo da cui sembra non esserci via d’uscita.

Eppure le competenze professionali di altre donne, donne pronte a tendere la mano del tutto gratuitamente, rappresentano le armi per restituire a queste donne, spesso del tutto isolate da un contesto familiare e sociale, innanzitutto la speranza di emanciparsi da una condizione di violenza, nonché una possibilità concreta di ascolto, di aiuto, di cambiamento, con l’obiettivo finale del riappropriarsi di quella dignità di essere umano che è stata loro strappata.

La Dott.ssa Mazzocchi sottolinea come in questi anni di attività presso il Consultorio Familiare siano state tante le richieste di aiuto da parte delle donne, alle quali spesso non era possibile fornire un aiuto mirato, dovendo spesso delegare a terzi la gestione di situazioni delicate. In molti casi, le donne e le loro storie diventavano fantasmi, non si avevano più notizie rispetto all’ eventuale percorso di “liberazione”. Donne accolte ed ascoltate, quindi, di cui purtroppo non si sapeva più nulla.

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Riconoscere la necessità di una struttura adeguata e di specifiche competenze professionali è stato il primo passo per dare vita allo Sportello Anti Violenza, che beneficerà dell’attività specialistica della dottoressa Simona Di Matola, psicologa e della dottoressa Rosanna Armone, avvocato civilista. Di grande valore umano e professionale i loro interventi.

Simona Di Matola ha fatto un vero e proprio excursus sul tema della violenza, presentando la storia di una donna; è stato così possibile far luce sui molteplici volti della violenza stessa, che può essere contemporaneamente e drammaticamente fisica, sessuale, psicologica, economica. Di fronte ad un esempio reale e concreto di una donna che ha subito continui abusi fino a diventare completamente dipendente e sottomessa al suo carnefice, nessun’altra informazione o dato statistico può chiarire la gravità del problema che, con aspetti sicuramente differenti, interessa tutti, indipendentemente da razza, stato sociale, potere economico, località geografica, credo religioso. Sicuramente nel nostro paese il dato chiaro e allo stesso tempo sconcertante è che la stragrande maggioranza delle violenze sia perpetrata nell’ambiente familiare, da fidanzati, compagni, mariti, il che spiega il motivo per cui una donna vittima di violenza rimanga molto spesso invischiata in una ragnatela che è stata costruita intorno a lei in maniera subdola, liberarsi dalla quale è pressoché impossibile in assenza di un sostegno ben articolato. E la ragnatela è tanto più fitta quando, accanto alle donne, vittime indirette di violenza sono i bambini, che si trovano ad assistere a litigi, fisici e verbali, a cui in molti casi prendono parte in difesa della madre, o “semplicemente” vivere in un contesto familiare in cui la violenza, anche se non vista o sentita, è percepita chiaramente, segnandoli di ferite che porteranno per la vita e che ne condizioneranno inevitabilmente lo sviluppo e la personalità.

Sugli importantissimi e spesso misconosciuti aspetti legali interviene l’avvocato Rosanna Armone, che pone l’attenzione proprio sulla complessità ma anche sulle possibilità legali di gestione delle situazioni di violenza in cui, accanto ad una donna, vittime non meno trascurabili sono i bambini.

Nel corso dell’inaugurazione dello sportello anti violenza sono intervenuti anche il professore Fortunato Danise, Presidente del Club UNESCO Napoli, l’avvocato penalista Stella Arena, Presidente dell’Associazione Garibaldi 101, il dottor Annibale Falco, Segretario generale provinciale SIAP Napoli e il dottor Antonio Sannino, Presidente della Cosulta Pari Opportunità. Hanno inoltre esposto le loro opere Loretta Bartoli, Stefania Colizzi, Davide Esposito, Serena Lobosco e Antonella Padulano, mentre Marianna Matacena ha letto un toccante brano tratto dal film “Mary per sempre”. Diverse realtà, quindi, che si spendono ed interagiscono sinergicamente per contrastare un fenomeno di enorme impatto sociale, spesso ancora percepito e vissuto come un tabù, come qualcosa da nascondere.

L’obiettivo comune, che si realizza attraverso lo Spazio Ascolto Donna, è quindi dar vita ad una struttura integrata nel territorio che sappia prendersi cura a 360 gradi di tutte le donne che subiscono atti di violenza, affinché esse imparino a dire “NO” a chi sottrae loro libertà e dignità, fondamenti della vita di ogni essere umano.

Lo sportello “Spazio Ascolto Donna” sarà attivo nei giorni di lunedì, mercoledì e venerdì dalle ore 17:00 alle ore 19:00 in via Mariano Semmola 10 (tel. 0815461952).

L’articolo è pubblicato on line ai seguenti link:

http://www.mygenerationweb.it/201506262506/articoli/agora/al-femminile/2506-mgw-per-ladyo-al-vomero-un-nuovo-sportello-anti-violenza

http://www.ladyo.it/napoli-al-vomero-un-nuovo-sportello-antiviolenza/

Sua maestà la MINI: viaggio attraverso un vero e proprio “must have” di ogni donna!

dsc01256Se vi dico MINI, cosa vi viene in mente, l’auto o la minigonna? Che domande, siamo su Il PuntoV: è molto più probabile che nell’immaginario delle lettrici appaia uno dei capi cult per eccellenza e non la famosa auto degli anni ’60. Alzi la mano la donna che non abbia mai indossato una gonna sopra il ginocchio o che non ne custodisca gelosamente almeno una nel suo armadio, che sia in jersey, in denim, pelle, stoffa, cotone, velluto, estiva o invernale! Non che debba necessariamente piacere a tutte, si intende, ma è indiscutibile che la sua introduzione nel mondo della moda abbia creato una vera e propria rivoluzione ed è proprio per questo che oggi vogliamo fare un viaggio attraverso il tempo insieme alla nostra mini preferita, compagna fedele di tante avventure.

hmprodA tale proposito, il nome di Mary Quant vi dice niente? Pare sia stata lei, almeno ufficialmente, sebbene alcuni pareri contrastanti, ad inventare la minigonna, esattamente 50 anni fa. Quest’anno, in occasione della celebrazione del 50° compleanno della mini, sua maestà la Regina Elisabetta ha addirittura nominato la sopracitata stilista inglese Dama, a sottolineare il suo contributo decisivo nel cambiamento del costume femminile che, a partire dall’Inghilterra, ha investito nel tempo l’intero globo, continuando la mini ad essere tuttora uno dei capi più amati e più indossati dalle donne del pianeta. Mary Quant, oggi ottantenne, si è dichiarata “assolutamente felice” per il titolo attribuitole dalla sovrana inglese, che, pur con gusti diciamo così discutibili, ha sempre mostrato interesse verso il mondo della moda. Sono noti a tutti i suoi tailleur in colori pastello con tanto di accessori abbinati, tra cui l’immancabile cappello, che sfoggia con orgoglio alla veneranda età di 89 anni in tutte le uscite ufficiali. De gustibus!

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Mary Quant

mary-quant2_jpg_940x0_q85Tornando a Dama Quant, ciò che è certo è che sia stata lei a vendere le prime minigonne nella sua boutique di King’s Road (quartiere Chelsea) come “atto finale” di una rivoluzione iniziata anni prima, che aveva l’intento di rendere l’abbigliamento femminile più comodo. Ma come la stessa stilista ha affermato più volte sono state le ragazze stesse di King’s Road a chiederle di ridurre la lunghezza delle gonne in modo che l’orlo inferiore arrivasse ben sopra il ginocchio, per cui, come tutte le vere rivoluzioni che hanno investito il mondo della moda, anche quella della mini-skirt, vede la sua nascita più per le strade che a tavolino. E non è un caso che Londra sia ufficialmente riconosciuta come patria dello street style, il luogo per eccellenza dove il meltingpot, che caratterizza la capitale britannica, influenza in modo decisivo la nascita di stili e tendenze, destinati a diffondersi soprattutto oggi alla velocità della luce grazie al web e ai social network. La mini è così diventata uno dei simboli, insieme a Carnaby Street, Beatles e Rolling Stones della cosiddetta “Swinging London”, la Londra che, investita da cambiamenti socio-culturali, diveniva fulcro di nuove tendenze, dopo il periodo di austerità degli anni ’50.

Londons_Carnaby_Street,_1969E a chi, se non alla rivista di moda Vogue, poteva andare il merito di esportare la mini in tutto il mondo? La testimonial scelta fu la mitica Twiggy, divenuta vera e propria icona degli anni ’60 e ’70, estendendo la sua popolarità dal mondo della moda a quello del cinema e della musica(è sulla copertina di “Pin Ups”, disco del 1973 di David Bowie). Indimenticabile e in voga per questa primavera/estate il suo beauty look: aspetto adolescenziale, capelli corti e ciglia “cloggy” (arcuate, opache e separate).

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twiggySe a Mary Quant va il merito di aver dato voce alle richieste delle ragazze londinesi, va allo stilista francese André Courrèges il merito di aver introdotto la mini-jupe nel mondo dell’alta moda, e in particolare nelle sue sfilate del 1964-1965 a Parigi. Poteva la rivoluzione della mini non riguardare in qualche modo la Francia, patria della moda? E, in tal senso, non possiamo non sottolineare l’influenza che nella nascita della mini ha avuto la più rivoluzionaria tra le stiliste: ovviamente sto parlando di Coco Chanel. È stata lei, infatti, molti anni prima a reinterpretare lo stile e l’abbigliamento femminile, rendendolo più semplice sia in termini di taglio degli abiti che di vestibilità, dando ufficialmente l’addio, su vasta scala, a gonne lunghe e pesanti, ai claustrofobici corsetti e introducendo l’uso del jersey, destinato sino ad allora alla sola classe proletaria. Insomma, la stilista francese ha ufficialmente fatto da apripista per i successivi, ulteriori cambiamenti in fatto di abbigliamento, che hanno portato alla nascita della mini. E dalla mini ai mini-dress il passo è stato breve, anzi immediato.

Coco-ChanelC’è comunque da dire, per dovere di cronaca, che la mini, primi di diventare un capo indossato-non senza polemiche-dalla donne di tutto il mondo, era stato già indossato dalle sensualissime pin-up, da alcune sportive (tenniste e pattinatrici), cheerleaders e addirittura negli anni ’20 dalla ballerina e cantante Josephine Baker, che sfoggiò coraggiosamente un corto gonnellino formato da un casco di banane. È da un secolo circa, quindi, che le donne hanno scelto di mostrare le loro gambe, sulla scia dei primi movimenti femministi di fine dell’800, in cui le donne rivendicavano l’esigenza di indossare abiti più comodi, legati a nuove esigenze e nuovi stili di vita.

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19208_josephine_baker_bananasE se negli anni ’70 del secolo scorso le mini sembravano quasi destinate a scomparire dagli armadi delle donne, dagli anni ’80 in poi le nostre amate gonne hanno ripreso nuova vita, rimanendo tuttora un vero e proprio must-have per tutte. Le abbiamo viste abbinate a collant, fuseaux, calzettoni in stile collegiale, fino ai più attuali leggins; le abbiamo viste indossate dalle modelle sulle passerelle, dalle ragazze per la strada, al cinema, in serie televisive cult (Sex & The City vi dice niente?), nei videoclip musicali, in innumerevoli programmi televisivi (ricordate le ragazze di Non è la Rai?), destando spesso l’indignazione per i troppi cm di “carne” lasciati scoperti. Di certo, come per ogni capo che si indossi, è sempre questione di buon gusto e di appropriatezza al contesto!

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Non-è-la-RaiChe siano a palloncino, aderenti, a pieghe, floreali, in jeans, a righe, a pois, fantasia o monocolore fa poca differenza: la mini è e resterà sempre la mini! E ora che ci avviciniamo, lentamente, alla bella stagione, le occasioni di indossarla si moltiplicheranno, per cui libero sfogo alla fantasia e…..buona mini a tutte!

L’articolo è pubblicato su Lady O e MYGENERATIONWEB ai seguenti link:

http://www.ladyo.it/sua-maesta-la-mini-viaggio-attraverso-il-must-have-di-ogni-donnamygenerationweb-per-ladyo/

 

“Eppur si muove: vento di cambiamento in passerella – II^ Parte

Nella prima parte dell’articolo abbiamo fatto un excursus attraverso le contraddizioni esistenti nel mondo della moda e abbiamo riflettuto sull’influenza che il mondo patinato delle passerelle ha sull’immaginario, soprattutto della donna, in termini di canoni di bellezza, influenzando in maniera netta la percezione della propria immagine. Vi ho anticipato anche quali sono le novità sulle passerelle. Non parlo di nuove collezioni e tendenze, ma di qualcosa di più importante. Solo modelle perfette, taglia 40, strafighe e da invidiare? Assolutamente no. Donne normali, donne che rappresentano tutte le donne, finalmente, indipendentemente dalla taglia, dallo stato di salute, dall’essere madri e perfino dall’identità sessuale. A questo punto non ci resta che entrare nel dettaglio delle principali “rivoluzioni”!

Di curvy abbiamo sentito parlare moltissimo. Ha fatto scalpore nei mesi scorsi la scelta del calendario Pirelli di avere come testimonial la rotondissima e bellissima Candice Huffine, a dimostrazione che non solo magrezza è sinonimo di bellezza da copertina. E, ancora a proposito di curvy, dopo che il brand americano più famoso di lingerie ha dovuto affrontare la polemica sollevata dalle tre studentesse inglesi-che non si sentivano adeguatamente rappresentate dallo slogan Perfect Body-Victoria’s Secret è stato anche il bersaglio della campagna #ImNoAngel, promossa da Lane Bryant, produttore di intimo plus-size. La stessa Candice Huffine, insieme ad altre modelle dalle curve prosperose, di taglia rigorosamente superiore alla 44, hanno posato in lingerie invitando le donne a scrivere l’hashtag relativo alla campagna con rossetto rosso su uno specchio e a fotografarlo per diffondere sempre più l’idea che le donne siano belle a prescindere dalla taglia.

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Molto più di impatto, a mio avviso e di grande significato socio-culturale, l’apertura del mondo della moda a realtà di malattia: da un lato la sindrome di Down, che sappiamo essere una condizione tanto frequente quanto grave, dall’altro la vitiligine, una semplice patologia cutanea nella quale aree più o meno estese del corpo sono prive o quasi di melanina, per cui la pelle assume un colore molto più chiaro del normale, con grande disagio estetico e psicologico.

Jamie Brewer è la prima modella Down della storia. Ha sfilato in un prestigioso evento newyorkese, tra l’altro dopo aver recitato ed essere diventata popolare nella serie televisiva American Horror Story, a dimostrazione che oggi la malattia non necessariamente esclude una persona da quelle attività che sino ad ora sono state riservate alle sole donne sane. L’esplosiva Jamie è diventata un vero e proprio simbolo non solo per tutte le donne con disabilità ma anche per tutte coloro che per i più svariati motivi hanno un cattivo rapporto con sé e la propria immagine. La stessa Jamie ha affermato: “”Se posso farcela io, può farcela chiunque; sento il supporto delle altre donne. Io mi mostro come sono e questo è d’ispirazione per loro. Mi sento molto onorata”.

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E tanto successo sta riscuotendo anche Chantelle Harrow, modella diciannovenne affetta da una forma molto estesa di vitiligine, che interessa cioè tutto il corpo: per giunta, essendo Chantelle di colore, il contrasto cromatico è più evidente. Eppure, fiera di sé e consapevole della propria bellezza, è stata in grado di trasformare la sua imperfezione in una caratteristica di unicità, spesso un miraggio nel mondo della moda. L’ironia realizzata nel servizio fotografico attraverso la contrapposizione bianco/nero ha fatto il resto!

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Non possiamo che fare a queste due donne speciali una standing ovation e prendere esempio da loro ogni qual volta, guardandoci allo specchio, passiamo del tempo a lamentarci di peso, imperfezioni e chi più ne ha più ne metta, perché, diciamocelo, noi donne siamo grandi campionesse quando si tratta di trovare in noi stesse dei difetti. Ahhhhh, l’insicurezza!

E non finisce qui! Andiamo ben oltre, dove era assolutamente impensabile arrivare. Sulla scia dell’esempio di Jillian Mercado, fashion blogger affetta da distrofia muscolare, che è diventata l’anno scorso testimonial per Diesel (campagna We Are Connected #DieselReboot), numerose sono state le sfilate di moda “aperte” a bellissime donne disabili, così come a uomini con arti artificiali). L’ultimo evento ha avuto luogo il 15 febbraio al Lincoln Center durante la New York Fashion Week 2015 con il nome di FTL Moda Loving You, organizzato in collaborazione con la Fondazione Vertical, che si occupa della sensibilizzazione sul tema delle lesioni spinali. Quanta forza e voglia di mettersi in gioco hanno dimostrato queste donne con la D, quanto abbiamo da imparare da loro, quanta forza possono aver tratto donne nella stessa condizione e nella più totale invisibilità!

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Ma veniamo alle super mamme di Dolce e Gabbana! Chi l’ha detto che una mamma non possa sfilare in passerella? Può mai l’aver avuto un figlio essere sinonimo di decadimento fisico o perdita della femminilità? Anzi, è del tutto il contrario. La gravidanza è il tripudio della femminilità e non sto dicendo, al contrario, che una donna che non abbia un figlio non sia altrettanto donna, le cosiddette “child-free” (anche se è un’espressione che non tollero) potrebbero linciarmi! Bene, la mitica coppia di stilisti, ha fatto sfilare mamme insieme ai loro bimbi e la stupenda Bianca Balti con il suo pancione di 6 mesi: inevitabile la commozione per la bellezza e l’unicità di questo evento. Le note sulle quali le modelle hanno sfoggiato i capi? Ovviamente quelle di “Viva la Mamma” di Edoardo Bennato.

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E raggiungiamo il top del top. Se nel lontano 1996 fece scalpore per il colore della pelle l’elezione di Denny Mendez come Miss Italia, oggi fa notizia ammirare sulla copertina, niente popò dimeno di Vogue, Andreja Pejic. Chi è? È la prima modella transgender della storia e scusate se è poco! Nel 2011 aveva sfilato come modello meritando, per il suo aspetto androgino, l’appellativo di “più bel ragazzo del mondo”. L’anno scorso ha annunciato la sua decisione di sottoporsi ad interventi per la rassegnazione chirurgica del sesso e oggi ritroviamo la 23enne australiana sulla copertina della più importante rivista di moda e come nuovo volto di Make Up Forever. Credo non ci sia bisogno di aggiungere altro.

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Insomma, nel mondo della moda qualcosa e forse di più sta realmente cambiando. Non resta che augurarci che la stessa apertura a differenti tipologie di bellezza, ciascuna con la propria unicità, si realizzi concretamente, rendendo tutte noi libere dall’ossessione della bellezza stereotipata e dall’incubo della bilancia. Non possiamo pretendere di piacere a tutti a tutti i costi, l’importante è piacere a noi stesse!

Il Punto V ne è una convintissima sostenitrice e si augura lo siano anche le sue lettrici ed i suoi lettori.

L’articolo è pubblicato su MYGENERATIONWEB al seguente link:

http://www.mygenerationweb.it/201504232396/articoli/agora/al-femminile/2396-eppur-si-muove-vento-di-cambiamento-in-passerella-ii-parte