Scarrafunera – poemetto lurido/iastemma cantata: un insolito sguardo sull’umanità

11009846_10205358755162211_6644444618568355468_n

È una riflessione intrisa di angoscia e disillusione sulla vita, è la metafora di qualsivoglia battaglia combattuta strenuamente, sino all’estremo anelito di vita, è soprattutto il tentativo individuale di uscire dalla propria tana, di liberarsi dal peso schiacciante del proprio ego. Tutto questo è, a mio parere, Scarrafunera, il “poemetto lurido” scritto e diretto dal giovane Cristian Izzo, andato in scena da venerdì 10 a domenica 12 aprile presso il Te.Co. Teatro di Contrabbando (Via Diocleziano 316). In scena, venerdì, il regista stesso ha eccezionalmente sostituito l’attore Luigi Credendino-impossibilitato ad essere sul palco per motivi di salute-che, insieme con Diego Sommaripa e Alessandro Langellotti, costituisce il trio di performers. Lo spettacolo, infatti, vede impegnati i tre attori in una vera e propria performance fisica, estremamente intensa-e se ne vedono interamente i segni al termine della rappresentazione-il cui ritmo, incalzante, segue quello del testo, registrato a tre voci dagli attori stessi. Dalle premesse risulta già chiaro che ci troviamo di fronte ad uno spettacolo di sicuro non convenzionale, almeno per quanto concerne la messa in scena: solo per una limitata ma intensa porzione dello spettacolo, la voce o meglio le grida dei protagonisti trovano espressione viva sul palco, accompagnandone i gesti densi di tensione.

Gli attori sono già presenti sul palco quando si entra in sala per prendere posto: sono seduti con le spalle rivolte al pubblico su tre cubi disposti al centro dello spazio e davanti a loro sono posti tre specchi. Un lenzuolo nero separa la scena dal musicista Salvatore Torregrossa, che accompagna con la sua musica dal vivo la rappresentazione, contribuendo senza dubbio alla capacità e alla forza dello spettacolo di restituire emozioni vivide, che si attaccano sulla pelle sempre più tenacemente via via che la rappresentazione si svolge e cresce d’intensità.

Per circa 30 minuti gli attori, disposti davanti al rispettivo specchio, guardano la propria immagine riflessa e in essa si scrutano, si cercano convulsamente, provando in tutti i modi a dar vita all’immagine di sé che vogliono vedere, che li appaghi. Indossano di volta in volta i più svariati abiti ed accessori, sovrapponendoli l’uno sull’altro, sino a dar vita a dei veri e propri mostri. Eppure l’immagine riflessa non è mai soddisfacente, il risultato non è mai all’altezza dell’aspettativa e del desiderio: i tre attori si svestono e si rivestono rabbiosamente sino all’atto estremo di possedere-letteralmente-la propria immagine, in un rapporto sessuale con lo specchio. È “l’amore” ossessivo per se stessi, è l’egocentrismo più esasperato, è la smania di essere qualcosa che non si è, che isola, che non rende consapevoli della presenza dell’altro-gli attori, infatti si ignorano sul palco-che schiaccia, che uccide. In scena, al contempo, risuonano le voci registrate degli attori, voci di scarafaggi intrappolati in una tana buia e lurida, una “scarrafunera”, dove la vita non è vita, dove la vita è fatta per morire. Parlano gli scarafaggi. Si lamentano, urlano, imprecano, maledicono le loro inutili vite, delle quali peraltro si fanno gioco per mezzo di un’amara e scostumata ironia. Improvvisamente la speranza di una luce, la decisione di tentare, insieme, di trovare una via d’uscita; lo spazio è troppo angusto, mancano aria e luce, la vita è un affanno, è un costante rimanere fermi pur muovendosi spasmodicamente. Evadere è l’unica possibilità. Si delinea così quella scarrafunera umana ed universale descritta da Salvatore di Giacomo, che in “ ‘O Funneco” scrive:“E sta ggente, nzevata e strellazzera/cresce sempe, e mo’ so’ mille e triciento/ Nun è nu vico; è na scarrafunera.”

Ecco che, negli ultimi 15 minuti circa, i due “pezzi” dello spettacolo, il testo e la performance degli attori in scena, si congiungono; la rappresentazione raggiunge il suo acme nella straziante morte degli “scarafaggi”-rigorosamente con le zampe all’aria-morte ideale di qualsiasi essere umano, illuso da una speranza, che, nella sua ora finale grida il suo dolore con le stesse parole che Cristo crocifisso urla verso il cielo. Quella luce che gli scarafaggi avevano intravisto nient’altro era se non il consumarsi di una sigaretta gettata nella loro putrida tana. Agli scarafaggi, dopo la morte, non resta che fare un’ultima, drammatica, considerazione: l’umanità, vista dall’alto verso il basso, è essa stessa una triste ed anonima “scarrafunera”. Siamo sempre gli scarafaggi di qualcuno che ci guarda dall’alto.

Il disorientamento che inizialmente si prova confrontandosi con lo spettacolo, gradualmente scema per sentirsi sempre più in sintonia tanto con il testo registrato quanto con la performance attoriale, quest’ultima estremamente intensa. Inaspettatamente inoltre lo spettatore si ritrova lui stesso proiettato nello spettacolo quando, con gli attori sul pavimento nell’atto della morte, vede la propria immagine riflessa negli specchi: la “storia” non solo parla a lui ma potrebbe parlare anche di lui. “Scarrafunera” e il suo regista meritano un giudizio positivo soprattutto per come lo spettacolo è concepito e reso e per la bravura degli attori, ma sarebbe interessante senza dubbio assistere allo stesso in una versione completamente “live”, probabilmente meno originale ma, credo, ancora più vibrante.

 http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=16242

Annunci

Dalla morte nasce la vita “Nel Campo delle Viole”

10857182_1404462689860015_5403676021448013492_o

Vite spezzate, brutalmente interrotte nel corso della loro storia, da una criminalità violenta e disgustosa, che ha il nome di camorra. L’eco di quelle stesse vite, vittime innocenti di un male feroce, risuona in eterno in un campo di viole, perché “ciò che distrugge, muore e ciò che costruisce, vive in eterno”.

“Nel Campo delle Viole” è andato in scena al Teatro Di Sotto (Via Tasso 296) con numerose repliche e serate sold out, è vincitore del Premio Li Curti 2012 ed è stato insignito della menzione speciale all’edizione 2013 del Premio Landieri. Nonostante il grande successo di pubblico e critica, l’autore (insieme a Ivan Antonio Luigi Scherillo e Marianna Grillo) e regista dello spettacolo, Diego Sommaripa, non ha voluto presentare la sua opera prima nella versione originaria, ma ha voluto coraggiosamente apportare delle modifiche, solo in parte legate ad esigenze logistiche (lo spettacolo ha debuttato al Theatre de Poche nel maggio 2013), e piuttosto frutto della sua innata voglia di sperimentare e mettersi in gioco con nuove sfide.

E non manca una punta di orgoglio quando Sommaripa afferma di essere stato tra i primi, proprio in questo spettacolo, scritto nel 2012, ad avere utilizzato un linguaggio ed affrontato delle tematiche “filo-gomorriane”. Sicuramente lo splendido lavoro dell’autore e regista è supportato da un cast di tutto rispetto, del quale, tra l’altro, fanno parte (così come nella prima versione) due reduci proprio da “Gomorra – La Serie”: Salvatore Presutto e soprattutto Ivan Boragine, che, non a caso, rappresentano sul palco il fronte malavitoso.

“Nel Campo delle Viole” non può essere banalmente definito uno spettacolo teatrale che parla di vittime della camorra, ma è molto di più. Partendo infatti dal rispetto e dall’ammirazione per tre vittime innocenti, a rappresentanza di tutte le vittime della malavita organizzata, apre un vero e proprio squarcio su quella che è una delle realtà più scottanti della nostra quotidianità. Il punto di vista è duplice: da un lato le storie, che non possono non commuovere e scuotere profondamente, di Simonetta Lamberti, Antonio Landieri e Salvatore Nuvoletta; dall’altro i loro carnefici, assassini mandatari e materiali, non solo di vite umane, ma di valori ed ideali, quelli di una fetta di società che non si arrende, che continua a difendere la propria terra e la propria onestà, a dispetto della paura, delle minacce, del silenzio omertoso.

Le storie dei personaggi, quindi, si intrecciano idealmente, valicando il confine tra la vita e la morte, che prende la forma, sulla scena, di un led luminoso sul pavimento. Da un lato l’oscurità, la tenebra, le vite maledette di coloro che distruggono, che spargono sangue, che inquinano, che mortificano la vita in ogni modo possibile. C’è il politico corrotto (Boragine) che, in virtù del patrimonio consegnatogli dal padre e dei suoi studi di giurisprudenza, vive la sua personalissima “missione” di operare per la sua gente, da cui pretende, più che rispetto, amore incondizionato, adorazione; è assetato di potere, è disposto a tutto, tranne che a sporcarsi, affidando il compito più bieco, al suo braccio armato, Corrado, interpretato magnificamente da Presutto. Fedelissimo, quest’ultimo asseconda ogni volontà del suo “padrone”, è un figlio rispettoso, proveniente dalla strada, da quella realtà, la cui unica ragione d’essere sembra la violenza, fino al rinnegamento della vita stessa: un’infanzia trascorsa ad osservare pistole, rapine, prostituzione, violazione dell’infanzia, che diviene il motore più logico per scegliere di prenderne parte, per arricchirsi, per meritare rispetto.

Al limite “tra il male e il bene”, si colloca la figura della “donna” del malavitoso, interpretata con bravura e credibilità da Sara Saccone, che riesce nel difficile ruolo di dar vita ad una donna che ha consegnato l’anima al diavolo, a cui viene tolta ogni dignità, che agisce da schiava inerme e silente, terrorizzata, letteralmente paralizzata nel corpo e nello spirito, dal potere dell’uomo a cui ha scelto irrimediabilmente di legarsi. Sottomessa, accetta di essere calpestata. “Perché parli? Mi piaci quando stai zitta.” Vive consapevolmente la sua vita di dannazione ma è anch’ella vittima di qualcuno, qualcosa, più grande di lei ed ecco che appare come l’anello di congiunzione con il bene, con le vittime innocenti: Simonetta Lamberti (Claudia De Biase), Antonio Landieri (Paolo Gentile) e Salvatore Nuvoletta (Alessandro Palladino). Incontratisi in una dimensione ultraterrena, decidono di riappropriarsi del bene più grande che la camorra ha tolto loro, le loro vite, “costruendo” sulle macerie qualcosa che possa non morire mai, che possa testimoniare la speranza di cambiare, che possa rendere il loro sacrificio non vano. Una bambina strappata al salto della corda, alle onde del mare, ai sogni e all’abbraccio dei genitori, che, impotente, ascolta le lacrime e lo strazio della madre. Un ragazzo disabile col sogno di essere rispettato ed amato, di sentirsi uguale agli altri, scambiato per spacciatore insieme ai suoi amici, che non è riuscito a scappare in tempo per la sua condizione e che muore colpito alla schiena. Un giovane carabiniere, cresciuto nello stesso ambiente degradato di Corrado, con cui condivideva le partitelle di calcio, che ha scelto di schierarsi dall’altra parte, che ha speso la sua vita fino all’ultimo istante, per proteggere gli indifesi, per proteggere un bambino da una pallottola, morendo con orgoglio.

Rivivono le proprie vite e le rispettive morti sulla scena, arrivando al pubblico con un’intensità così forte da sentire un vero e proprio pugno nello stomaco, merito del testo, della regia mai scontata e sicuramente delle performance dei tre bravissimi attori, impegnati con monologhi e dialoghi nella dura prova di esprimere frammenti di vita, sentimenti ed inquietudini, così delicati, così meritevoli di rispetto. Nel limbo tra la vita e la morte i personaggi si incontrano. Le tre vittime non cedono al loro intento, non si lasciano intimidire e, nonostante i momenti di sconforto, rimangono uniti contro l’usurpatore e il suo scagnozzo, che lottano, inutilmente affinché la memoria sia spazzata via. Il messaggio è chiaro: un nemico comune si combatte insieme e, alla fine della battaglia, al termine della vita, tutto ciò che rimane è il bene per cui si è combattuto, l’esempio che si è lasciato, con la propria testimonianza di vita, che concima la terra affinché nasca nuova vita, affinché nascano le viole.

Non c’è un attimo in cui lo spettacolo non attiri magneticamente l’attenzione dello spettatore, nessun passaggio scontato, nessuna parola superflua, nessun movimento che non sia perfettamente incastrato nella scena corale. La storia è articolata in modo da non consentire alcuna distrazione, pena l’incompleta comprensione di ciò che accade sulla scena, laddove, in un’eterna lotta, il bene e il male si scambiano il ruolo di protagonista. Perfetto a questo fine è il gioco di luci. La scenografia è essenziale e pulita: ogni oggetto in scena ha una sua precisa funzione, nella storia o nella rappresentazione; nulla, anche in questo caso, è superfluo. Lo spettacolo è arricchito dalla malinconica musica di Marcello Cozzolino, che fa da colonna sonora ai monologhi di Claudia De Biase, la quale è protagonista di una performance intensa, complici proprio i frammenti canori, estremamente evocativi. Come la sua, ottime anche le interpretazioni di Paolo Gentile e Alessandro Palladino.

Non possiamo non sottolineare la prova artistica di Ivan Boragine, che mette la sua ormai consolidata tecnica a disposizione di una profonda lettura personale, raggiungendo il risultato di una realistica interpretazione del personaggio. Appare freddo e spietato calcolatore, ma allo stesso tempo estremamente complesso nelle sue molteplici sfaccettature: arroganza, perfidia, crudeltà, bassezza morale, ambizione, vanità. Boragine è il protagonista della forte scena finale, nella quale il politico, schiavo di sé, vive il terrore e l’angoscia delle sue ultime ore e più, che della condanna umana, di quella eterna.

Il plauso finale va a Diego Sommaripa, per l’altissima qualità di uno spettacolo che speriamo, un giorno, di vedere rappresentato a livello nazionale, ritenendo che, al di là dell’indiscusso valore artistico, possa avere anche un ruolo sociale: guardare diversamente ad una realtà che fa paura e che troppo spesso è misconosciuta, nella quale non sia dato solo risalto ai carnefici ma anche, doverosamente, alle vittime.

http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=15629

E, a seguire, una foto con i protagonisti: Diego Sommaripa, Ivan Boragine. Attori e preziosi miei amici.

11032402_10205954874980521_7337585452961842983_o

‘A ChIeNA: l’onda travolgente della mafia cinese

http://www.mygenerationweb.it/201410191947/articoli/spettacolo/teatro/1947-a-chiena-londa-travolgente-della-mafia-cinese

L’11 e il 12 ottobre la stagione teatrale del Te.Co – Teatro di Contrabbando di Fuorigrotta si è aperta con ‘A ChIeNA, scritto da Diego Sommaripa a quattro mani con Ivan Luigi Antonio Scherillo e diretto dallo stesso Sommaripa (con l’aiuto-regista Tommaso Vitiello), alla terza esperienza come regista. Dopo i premi collezionati lscorso anno dall’opera prima di Sommaripa, Nel Campo delle Viole, alla Rassegna Teatrale “Premio Li Curtidi Cava de’ Tirreni, anche ‘A ChIeNA porta a casa un premio nell’ambito della stessa manifestazione, svoltasi quest’anno. Si tratta del premio come miglior attore, che va a Pippo Cangiano, protagonista indiscusso dello spettacolo. Quest’ultimo si presenta con qualche modifica sia in termini di cast che di sceneggiatura rispetto alla prima edizione, andata in scena lo scorso maggio al Nouveau Téâtre de Poche.

L’intera scena si svolge all’interno di un bunker, buio, umido, spoglio, maleodorante, dove il boss Aniello Santanastaso(Cangiano), dopo essere stato scarcerato, si rifugia, per sfuggire alla vendetta tanto della camorra quanto della mafia cinese, ormai alleate contro di luiSantanastaso ha speso la sua vita nel mettere in piedi, capeggiandola con rigorosa lucidità, un’ efficientissima organizzazione malavitosa, strettamente collusa con la politica da un lato, e con la mafia cinese dall’altro, che trae il suo enorme profitto dalla vendita di articoli di abbigliamento contraffatti, confezionati da cinesi resi schiavi inconsapevoli all’ombra del Vesuvio. Il boss, consapevole che gli rimangono solo pochi giorni da vivereprima di essere fatto fuori dai suoi nemici, mette lucidamente in atto il suo ultimo piano, questa volta, però, di natura strettamente personale.                                                    

Attraverso l’aiuto di un avvocato di discutibili fama e capacità, interpretato da Marcello Cozzolino, e del suo fidatissimo e devoto scagnozzo Gennaro (Sommaripa), Santanastaso, prima si assicura che il suo testamento venga redatto da un notaio e poi “convoca”la bella e giovane giornalista, Maria, interpretata con grande naturalezza da Francesca Romana Bergamo, per rivelarle tutti i segreti del suo impero, dalla sua nascita, fino alla recente e travolgente espansione dei cinesi, affinché possano essere divulgati. Inizialmente restia alla proposta di Aniello, dal quale non sembra apparentemente intimorita, conservando spirito critico e passione per la verità, Maria si lascia convincere e tra i due si instaura una relazione di rispetto e a tratti affetto, che lascia presagire allo spettatore un colpo di scena finale, relativo alla vera natura del loro legame.                                                                                

Santanastaso è un uomo che fa i conti con la sua vita, che sente essere agli sgoccioli, un fervido e irriverente devoto di Padre Pio, davanti alla cui statuetta “prega” quotidianamente per ricevere approvazione e protezione, un amante della voce di Maria Callas, in onore della quale ha scelto i nomi per le tre figlie, un boss che ama essere rispettato ed adorato, che siede sul “trono” e si lascia vestire da Gennaro, quest’ultimo eternamente grato all’assassino di suo padre, che egli considera un padre stesso, il cane al quale la pulce rimane sempre attaccata.

Nel “gioco di lettere” del titolo dello spettacolo è racchiuso il suo stesso contenuto, ‘ChIeNA è  l’onda che tutto travolge e tutto ingloba, l’odiatissima mafia cinese, in grado di sottrarre lo scettro del potere ad Aniello Santanastaso, che cercherà a suo modo di redimersi, offrendo una possibilità di vita alternativa alle persone che condividono con lui i suoi ultimi giorni che egli radunerà intorno ad una tavola come una vera e propria famiglia.                                                                                                            

Ma ‘A ChIeNA è anche il flusso ininterrotto di parole, di dialoghi serrati tra i personaggi che si muovono sulla scena, di momenti di tensione, ma anche di surreale comicità (non mancano le risate tra gli spettatori), di rapporti che mutano seguendo lo scorrere degli eventi. Questa ricchezza fa da contraltare ad un ambiente essenziale, spoglio, in cui un tavolo, due sedie, un altarino, la statua raffigurante un cane nero e una lavagnetta su cui scorrono i numeri che segnano i giorni, sono gli unici elementi scenografici.

I punti di forza di ‘A ChIeNA sono sicuramente il testo, che suggerisce notevoli spunti di riflessione, sia sul tema della malavita che dell’estrema complessità dei più profondi meandri dell’animo umano, da cui solo dipendono scelte talvolta estreme, e l’interpretazione di Pippo Cangiano che, non solo veste abilmente i panni del boss, imponendosi al pubblico con tutta la sua energia e la sua presenza sul palco, ma conduce anche per mano i suoi compagni, mettendoli sempre a proprio agio sulla scena per ottenere il migliore risultato possibile, uno spettacolo che sia capace di coinvolgere lo spettatore dall’inizio sino alla fine e che non risulti mai al di sotto delle proprie possibilità.

10711137_10202752268067904_8118386316477487535_n