Cinema: “Noi e la Giulia”, una commedia per sorridere e riflettere.

Dopo 18 Anni Dopo (2010) e Buongiorno Papà (2013), Edoardo Leo ritorna dietro la macchina da presa con una commedia corale, in cui veste anche i panni di attore, affrontando con leggerezza, ma non senza offrire spunti di riflessione, il tema della precarietà lavorativa-e non solo-di quelli che oggi sono considerati giovani, pur essendo più che adulti. Il film trae spunto dal romanzo di Fabio Bartolomei Giulia 1300 e altri miracoli ed è indubbiamente influenzato sia nelle atmosfere che nei contenuti da Smetto Quando Voglio (2014) di Sidney Sibilia, interpretato con grande successo dallo stesso Leo. Il talentuoso regista, sceneggiatore ed attore romano interpretava in quest’ultimo il ruolo di un ricercatore universitario “costretto” per ragioni economiche a diventare spacciatore di una sostanza stupefacente da lui sintetizzata insieme ad una banda sgangherata di precari come lui.

È la stessa precarietà del mondo del lavoro ma anche la difficoltà di fare nella propria vita scelte realmente appaganti a costituire il nucleo intorno al quale si svolge la vicenda. Fausto (Edoardo Leo), che si spaccia come un famoso personaggio della TV, in realtà vende su un’emittente privata orologi di dubbia fattura, è il tipico coatto romano, fascista e razzista, che vive di apparenza ed è indebitato fino al midollo. Diego (Luca Argentero) è un giovane piemontese, piuttosto timido ed impacciato, impiegato in una concessionaria; non è minimamente tagliato per il ruolo di venditore d’auto, non è capace di “costernarsi” di fronte ai suoi clienti e, solo le ultime parole di suo padre, sul letto di morte, lo spronano a mollare tutto e a reinventarsi: “Combina almeno una cosa buona nella tua vita!”. Infine c’è Claudio (Stefano Fresi), che ha portato al fallimento un famoso ed antico ristorante appartenente alla moglie-che non vuole saperne più niente di lui-e pertanto cerca il riscatto personale. Insomma, tre uomini in crisi, che si definiranno “falliti”, accomunati dalla necessità di cambiare rotta, che si trovano, per caso, a voler acquistare lo stesso casale abbandonato per farne un agriturismo. Decidono di unire le forze e imbarcarsi, pur essendo degli sconosciuti, in questa folle attività, che li vedrà impegnati da un lato a ridar vita ad un luogo che cade a pezzi e dall’altro a fare i conti con loschi individui appartenenti a diversi clan camorristici.

Alla combriccola si aggiungono Sergio (Claudio Amendola), creditore romano di Fausto, ancorato a “falce e martello” e all’ormai remota realtà del ’68 e delle lotte sindacali ed Elisa (Anna Foglietta), ragazza incinta con la testa completamente tra le nuvole, ma dal carattere dolce e dalle inaspettate doti di cuoca e arredatrice. Tra i camorristi che fanno visita al gruppo c’è Vito (Carlo Buccirosso): Sergio e gli altri non sono intenzionati a rinunciare al loro progetto e cedere al sopruso, per cui non resta loro nient’altro da fare se non fare prigioniero Vito e sotterrare la sua “Giulia”, dalla cui autoradio, di tanto in tanto, partono arie sinfoniche. È lo stesso Vito a passare inaspettatamente dalla parte del gruppo, quando i suoi stessi rivali in “affari” si presentano al casale. Il suo contributo sarà indispensabile alla realizzazione del progetto finale: un agriturismo delizioso, realizzato con materiali di recupero, accogliente, magico e di successo.

Quando tutto sembra procedere per il meglio, prevale il lato feroce della camorra, per cui ai protagonisti non resta che fuggire, proprio con la Giulia di Vito. Sulla strada della fuga, Diego si ferma. Tutti si riscoprono al bivio delle loro vite: fuggire per sempre o continuare a lottare per portare avanti l’unico sogno che avevano concretizzato?

Il film di Leo offre tanti spunti: come dicevamo, la precarietà lavorativa dei nostri giorni, la difficoltà di orientare la propria vita seguendo le proprie attitudini, piuttosto che le aspettative altrui, la difficoltà di avviare e portare avanti un’attività imprenditoriale nel nostro paese, dovendo fare i conti con la criminalità organizzata, la diffidenza, il razzismo, la necessità, qualche volta, di fermarsi a riflettere, lontano dai ritmi frenetici, la possibilità, forse, di cambiare la realtà se si lotta insieme, pur partendo da storie ed ideali diversi, l’aspirazione lecita di ogni uomo a realizzarsi nella propria vita, il senso, tutto da riscoprire, dell’amicizia. A Noi e la Giulia va il merito di affrontare questi temi in modo scanzonato, a tratti grottesco, di far sorridere e ridere, mantenendo un ritmo piacevole, che mai annoia e di risultare, in definitiva, una commedia intelligente, seppure non estremamente originale; sicuramente da apprezzare è l’assenza dell’happy ending.

Tra gli interpreti spiccano Edoardo Leo, il cui personaggio è a nostro parere il meglio caratterizzato, e Carlo Buccirosso, che mette a disposizione della pellicola, come del resto Amendola, la sua maturità artistica e la sua esperienza, regalando momenti di comicità mai forzata, complice una mimica che è ormai diventata un suo segno distintivo. In definitiva possiamo considerare Noi e la Giulia un film da gustare senza troppe pretese, che si inserisce perfettamente nel filone dell’attuale commedia italiana che punta, spesso riuscendoci, ad essere intelligente e a guardare criticamente ai nostri giorni così densi di contraddizioni. Edoardo Leo, dal canto suo, si conferma tra i giovani registi italiani che promettono di far strada e che indubbiamente possono-e lo speriamo-migliorare ancora e maturare.

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Dalla morte nasce la vita “Nel Campo delle Viole”

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Vite spezzate, brutalmente interrotte nel corso della loro storia, da una criminalità violenta e disgustosa, che ha il nome di camorra. L’eco di quelle stesse vite, vittime innocenti di un male feroce, risuona in eterno in un campo di viole, perché “ciò che distrugge, muore e ciò che costruisce, vive in eterno”.

“Nel Campo delle Viole” è andato in scena al Teatro Di Sotto (Via Tasso 296) con numerose repliche e serate sold out, è vincitore del Premio Li Curti 2012 ed è stato insignito della menzione speciale all’edizione 2013 del Premio Landieri. Nonostante il grande successo di pubblico e critica, l’autore (insieme a Ivan Antonio Luigi Scherillo e Marianna Grillo) e regista dello spettacolo, Diego Sommaripa, non ha voluto presentare la sua opera prima nella versione originaria, ma ha voluto coraggiosamente apportare delle modifiche, solo in parte legate ad esigenze logistiche (lo spettacolo ha debuttato al Theatre de Poche nel maggio 2013), e piuttosto frutto della sua innata voglia di sperimentare e mettersi in gioco con nuove sfide.

E non manca una punta di orgoglio quando Sommaripa afferma di essere stato tra i primi, proprio in questo spettacolo, scritto nel 2012, ad avere utilizzato un linguaggio ed affrontato delle tematiche “filo-gomorriane”. Sicuramente lo splendido lavoro dell’autore e regista è supportato da un cast di tutto rispetto, del quale, tra l’altro, fanno parte (così come nella prima versione) due reduci proprio da “Gomorra – La Serie”: Salvatore Presutto e soprattutto Ivan Boragine, che, non a caso, rappresentano sul palco il fronte malavitoso.

“Nel Campo delle Viole” non può essere banalmente definito uno spettacolo teatrale che parla di vittime della camorra, ma è molto di più. Partendo infatti dal rispetto e dall’ammirazione per tre vittime innocenti, a rappresentanza di tutte le vittime della malavita organizzata, apre un vero e proprio squarcio su quella che è una delle realtà più scottanti della nostra quotidianità. Il punto di vista è duplice: da un lato le storie, che non possono non commuovere e scuotere profondamente, di Simonetta Lamberti, Antonio Landieri e Salvatore Nuvoletta; dall’altro i loro carnefici, assassini mandatari e materiali, non solo di vite umane, ma di valori ed ideali, quelli di una fetta di società che non si arrende, che continua a difendere la propria terra e la propria onestà, a dispetto della paura, delle minacce, del silenzio omertoso.

Le storie dei personaggi, quindi, si intrecciano idealmente, valicando il confine tra la vita e la morte, che prende la forma, sulla scena, di un led luminoso sul pavimento. Da un lato l’oscurità, la tenebra, le vite maledette di coloro che distruggono, che spargono sangue, che inquinano, che mortificano la vita in ogni modo possibile. C’è il politico corrotto (Boragine) che, in virtù del patrimonio consegnatogli dal padre e dei suoi studi di giurisprudenza, vive la sua personalissima “missione” di operare per la sua gente, da cui pretende, più che rispetto, amore incondizionato, adorazione; è assetato di potere, è disposto a tutto, tranne che a sporcarsi, affidando il compito più bieco, al suo braccio armato, Corrado, interpretato magnificamente da Presutto. Fedelissimo, quest’ultimo asseconda ogni volontà del suo “padrone”, è un figlio rispettoso, proveniente dalla strada, da quella realtà, la cui unica ragione d’essere sembra la violenza, fino al rinnegamento della vita stessa: un’infanzia trascorsa ad osservare pistole, rapine, prostituzione, violazione dell’infanzia, che diviene il motore più logico per scegliere di prenderne parte, per arricchirsi, per meritare rispetto.

Al limite “tra il male e il bene”, si colloca la figura della “donna” del malavitoso, interpretata con bravura e credibilità da Sara Saccone, che riesce nel difficile ruolo di dar vita ad una donna che ha consegnato l’anima al diavolo, a cui viene tolta ogni dignità, che agisce da schiava inerme e silente, terrorizzata, letteralmente paralizzata nel corpo e nello spirito, dal potere dell’uomo a cui ha scelto irrimediabilmente di legarsi. Sottomessa, accetta di essere calpestata. “Perché parli? Mi piaci quando stai zitta.” Vive consapevolmente la sua vita di dannazione ma è anch’ella vittima di qualcuno, qualcosa, più grande di lei ed ecco che appare come l’anello di congiunzione con il bene, con le vittime innocenti: Simonetta Lamberti (Claudia De Biase), Antonio Landieri (Paolo Gentile) e Salvatore Nuvoletta (Alessandro Palladino). Incontratisi in una dimensione ultraterrena, decidono di riappropriarsi del bene più grande che la camorra ha tolto loro, le loro vite, “costruendo” sulle macerie qualcosa che possa non morire mai, che possa testimoniare la speranza di cambiare, che possa rendere il loro sacrificio non vano. Una bambina strappata al salto della corda, alle onde del mare, ai sogni e all’abbraccio dei genitori, che, impotente, ascolta le lacrime e lo strazio della madre. Un ragazzo disabile col sogno di essere rispettato ed amato, di sentirsi uguale agli altri, scambiato per spacciatore insieme ai suoi amici, che non è riuscito a scappare in tempo per la sua condizione e che muore colpito alla schiena. Un giovane carabiniere, cresciuto nello stesso ambiente degradato di Corrado, con cui condivideva le partitelle di calcio, che ha scelto di schierarsi dall’altra parte, che ha speso la sua vita fino all’ultimo istante, per proteggere gli indifesi, per proteggere un bambino da una pallottola, morendo con orgoglio.

Rivivono le proprie vite e le rispettive morti sulla scena, arrivando al pubblico con un’intensità così forte da sentire un vero e proprio pugno nello stomaco, merito del testo, della regia mai scontata e sicuramente delle performance dei tre bravissimi attori, impegnati con monologhi e dialoghi nella dura prova di esprimere frammenti di vita, sentimenti ed inquietudini, così delicati, così meritevoli di rispetto. Nel limbo tra la vita e la morte i personaggi si incontrano. Le tre vittime non cedono al loro intento, non si lasciano intimidire e, nonostante i momenti di sconforto, rimangono uniti contro l’usurpatore e il suo scagnozzo, che lottano, inutilmente affinché la memoria sia spazzata via. Il messaggio è chiaro: un nemico comune si combatte insieme e, alla fine della battaglia, al termine della vita, tutto ciò che rimane è il bene per cui si è combattuto, l’esempio che si è lasciato, con la propria testimonianza di vita, che concima la terra affinché nasca nuova vita, affinché nascano le viole.

Non c’è un attimo in cui lo spettacolo non attiri magneticamente l’attenzione dello spettatore, nessun passaggio scontato, nessuna parola superflua, nessun movimento che non sia perfettamente incastrato nella scena corale. La storia è articolata in modo da non consentire alcuna distrazione, pena l’incompleta comprensione di ciò che accade sulla scena, laddove, in un’eterna lotta, il bene e il male si scambiano il ruolo di protagonista. Perfetto a questo fine è il gioco di luci. La scenografia è essenziale e pulita: ogni oggetto in scena ha una sua precisa funzione, nella storia o nella rappresentazione; nulla, anche in questo caso, è superfluo. Lo spettacolo è arricchito dalla malinconica musica di Marcello Cozzolino, che fa da colonna sonora ai monologhi di Claudia De Biase, la quale è protagonista di una performance intensa, complici proprio i frammenti canori, estremamente evocativi. Come la sua, ottime anche le interpretazioni di Paolo Gentile e Alessandro Palladino.

Non possiamo non sottolineare la prova artistica di Ivan Boragine, che mette la sua ormai consolidata tecnica a disposizione di una profonda lettura personale, raggiungendo il risultato di una realistica interpretazione del personaggio. Appare freddo e spietato calcolatore, ma allo stesso tempo estremamente complesso nelle sue molteplici sfaccettature: arroganza, perfidia, crudeltà, bassezza morale, ambizione, vanità. Boragine è il protagonista della forte scena finale, nella quale il politico, schiavo di sé, vive il terrore e l’angoscia delle sue ultime ore e più, che della condanna umana, di quella eterna.

Il plauso finale va a Diego Sommaripa, per l’altissima qualità di uno spettacolo che speriamo, un giorno, di vedere rappresentato a livello nazionale, ritenendo che, al di là dell’indiscusso valore artistico, possa avere anche un ruolo sociale: guardare diversamente ad una realtà che fa paura e che troppo spesso è misconosciuta, nella quale non sia dato solo risalto ai carnefici ma anche, doverosamente, alle vittime.

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E, a seguire, una foto con i protagonisti: Diego Sommaripa, Ivan Boragine. Attori e preziosi miei amici.

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‘A ChIeNA: l’onda travolgente della mafia cinese

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L’11 e il 12 ottobre la stagione teatrale del Te.Co – Teatro di Contrabbando di Fuorigrotta si è aperta con ‘A ChIeNA, scritto da Diego Sommaripa a quattro mani con Ivan Luigi Antonio Scherillo e diretto dallo stesso Sommaripa (con l’aiuto-regista Tommaso Vitiello), alla terza esperienza come regista. Dopo i premi collezionati lscorso anno dall’opera prima di Sommaripa, Nel Campo delle Viole, alla Rassegna Teatrale “Premio Li Curtidi Cava de’ Tirreni, anche ‘A ChIeNA porta a casa un premio nell’ambito della stessa manifestazione, svoltasi quest’anno. Si tratta del premio come miglior attore, che va a Pippo Cangiano, protagonista indiscusso dello spettacolo. Quest’ultimo si presenta con qualche modifica sia in termini di cast che di sceneggiatura rispetto alla prima edizione, andata in scena lo scorso maggio al Nouveau Téâtre de Poche.

L’intera scena si svolge all’interno di un bunker, buio, umido, spoglio, maleodorante, dove il boss Aniello Santanastaso(Cangiano), dopo essere stato scarcerato, si rifugia, per sfuggire alla vendetta tanto della camorra quanto della mafia cinese, ormai alleate contro di luiSantanastaso ha speso la sua vita nel mettere in piedi, capeggiandola con rigorosa lucidità, un’ efficientissima organizzazione malavitosa, strettamente collusa con la politica da un lato, e con la mafia cinese dall’altro, che trae il suo enorme profitto dalla vendita di articoli di abbigliamento contraffatti, confezionati da cinesi resi schiavi inconsapevoli all’ombra del Vesuvio. Il boss, consapevole che gli rimangono solo pochi giorni da vivereprima di essere fatto fuori dai suoi nemici, mette lucidamente in atto il suo ultimo piano, questa volta, però, di natura strettamente personale.                                                    

Attraverso l’aiuto di un avvocato di discutibili fama e capacità, interpretato da Marcello Cozzolino, e del suo fidatissimo e devoto scagnozzo Gennaro (Sommaripa), Santanastaso, prima si assicura che il suo testamento venga redatto da un notaio e poi “convoca”la bella e giovane giornalista, Maria, interpretata con grande naturalezza da Francesca Romana Bergamo, per rivelarle tutti i segreti del suo impero, dalla sua nascita, fino alla recente e travolgente espansione dei cinesi, affinché possano essere divulgati. Inizialmente restia alla proposta di Aniello, dal quale non sembra apparentemente intimorita, conservando spirito critico e passione per la verità, Maria si lascia convincere e tra i due si instaura una relazione di rispetto e a tratti affetto, che lascia presagire allo spettatore un colpo di scena finale, relativo alla vera natura del loro legame.                                                                                

Santanastaso è un uomo che fa i conti con la sua vita, che sente essere agli sgoccioli, un fervido e irriverente devoto di Padre Pio, davanti alla cui statuetta “prega” quotidianamente per ricevere approvazione e protezione, un amante della voce di Maria Callas, in onore della quale ha scelto i nomi per le tre figlie, un boss che ama essere rispettato ed adorato, che siede sul “trono” e si lascia vestire da Gennaro, quest’ultimo eternamente grato all’assassino di suo padre, che egli considera un padre stesso, il cane al quale la pulce rimane sempre attaccata.

Nel “gioco di lettere” del titolo dello spettacolo è racchiuso il suo stesso contenuto, ‘ChIeNA è  l’onda che tutto travolge e tutto ingloba, l’odiatissima mafia cinese, in grado di sottrarre lo scettro del potere ad Aniello Santanastaso, che cercherà a suo modo di redimersi, offrendo una possibilità di vita alternativa alle persone che condividono con lui i suoi ultimi giorni che egli radunerà intorno ad una tavola come una vera e propria famiglia.                                                                                                            

Ma ‘A ChIeNA è anche il flusso ininterrotto di parole, di dialoghi serrati tra i personaggi che si muovono sulla scena, di momenti di tensione, ma anche di surreale comicità (non mancano le risate tra gli spettatori), di rapporti che mutano seguendo lo scorrere degli eventi. Questa ricchezza fa da contraltare ad un ambiente essenziale, spoglio, in cui un tavolo, due sedie, un altarino, la statua raffigurante un cane nero e una lavagnetta su cui scorrono i numeri che segnano i giorni, sono gli unici elementi scenografici.

I punti di forza di ‘A ChIeNA sono sicuramente il testo, che suggerisce notevoli spunti di riflessione, sia sul tema della malavita che dell’estrema complessità dei più profondi meandri dell’animo umano, da cui solo dipendono scelte talvolta estreme, e l’interpretazione di Pippo Cangiano che, non solo veste abilmente i panni del boss, imponendosi al pubblico con tutta la sua energia e la sua presenza sul palco, ma conduce anche per mano i suoi compagni, mettendoli sempre a proprio agio sulla scena per ottenere il migliore risultato possibile, uno spettacolo che sia capace di coinvolgere lo spettatore dall’inizio sino alla fine e che non risulti mai al di sotto delle proprie possibilità.

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