Vademecum per il dolore

Prendi il tuo grande dolore.
Bagnalo con le tue lacrime, lasciale scorrere copiose senza vergogna, senza temere il giudizio.
Impastalo col senso di fallimento e con la delusione.
Aggiungici l’aroma dell’amore che porti nel cuore, quello che credevi-ne eri certa-avrebbe fatto la differenza.
Non lasciare spazio alla rabbia, alle recriminazioni, non ti punire.
Domina le tue paure, sono le tue peggiori nemiche.
Affonda tra le braccia di chi è in grado di sorreggerti, consolarti, amarti, spronarti a tirar fuori la tua parte migliore.
Cerca occasioni per sorridere e non per non pensare.
Respira profondamente e non chiederti il perché.
Non lo capirai oggi, forse nemmeno domani, ma augurati di riuscire a vederlo come l’ennesima parte di un grande progetto per la tua vita.
Infine trasforma il tuo dolore in una preghiera di speranza e presentalo a Dio con la certezza della fedeltà delle sue promesse e dell’intervento della sua provvidenza.

 

Immagine tratta da Weheartit.com

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Una giornata speciale

Oggi è una giornata speciale. Oggi mi sento felice. Non c’è un motivo in particolare, nessun successo, nessuna grande novità, nessun evento da festeggiare, viaggio in programma (anche se, mioddio, quanto ci vorrebbe!) o vincita milionaria (certo, non mi dispiacerebbe in tutta onestà!).

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Oggi tutto ha un sapore diverso. I raggi di un sole caldo sulla pelle, dopo il freddo di ieri sera, mi hanno caricato d’entusiasmo e mi hanno riconciliato con la vita. Stamattina, andando a lavoro (sì, sono felice di aver lavorato anche di sabato mentre mezza città era a godersi mare e sole), rigorosamente a piedi come da molti giorni a questa parte, ho fatto un incontro che mi ha riempito il cuore di gioia. Una bambina, indiana credo. Grandi occhi dolcissimi ed intensi, un sorriso genuino come solo quello di un bambino può essere, una felicità da conquistare il mondo, un abito rosa pesco che nemmeno una principessa, che risaltava la pelle scura. Le ho sorriso, mi ha sorriso, così come il suo papà, così orgoglioso della sua creatura. “Sei bella come una principessa”, le ho detto. Mi ha sorriso ancora più forte. Una meraviglia.

Ho ripensato a due anni fa. Lo sfacelo più assoluto. Un cuore frantumato in mille pezzi, da troppo tempo sanguinante, incastrato in una storia-non storia che non riuscivo a dimenticare. La mia vita da studentessa allo sbaraglio, senza più forza, senza più motivazioni, col mio lutto personale alle porte da elaborare per la scelta più sbagliata che abbia mai fatto e che mi aveva condannato per anni alla frustrazione e all’infelicità. La salute ormai compromessa di mio padre, sopravvissuto per miracolo. L’inquietudine continua, il peso della solitudine, il disagio in qualsiasi posto o situazione in cui mi trovassi, il miraggio di un’autonomia. Il miraggio della felicità. Porte chiuse in faccia, delusioni, castelli di sabbia che mano a mano venivano giù al primo soffio di vento, all’infrangersi della prima onda. Agosto. Il vuoto pneumatico, la desolazione, l’incubo dell’ennesimo settembre. Era linfa per la nascita di questo blog, così piccolo, così intimo eppure così prezioso. Di lì il potere catartico della scrittura come balsamo che ha contribuito a riparare tutte le mie ferite.

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Come non potrei oggi essere felice? Quanto sarei disgustosamente ingrata alla vita se non lo fossi? Il passato ormai sepolto-ma metabolizzato-nel passato. La certezza che per vivere serenamente la vita una sola cosa è da tenere sempre ben in mente. “Le cose vecchie sono  passate, ecco, ne sono nate di nuove“. San Paolo, Seconda Lettera ai Corinzi. 2000 anni fa. Vera allora come oggi e per sempre. Il mio mantra, la mia luce. Oggi è l’abbraccio forte di Dio che mi protegge e mi consola. Sono tutte le forze e i sacrifici che impiego nel mio lavoro, un’attività messa su con tenacia, che mi danno il senso dei giorni, prima terribilmente vuoti. Guardo indietro. Alle giornate, le ore, i minuti persi di una vita che non torna e che ho sprecato, sicuramente negli anni migliori. Ma nulla in fondo è perso, tutto è da recuperare. Con un sapore nuovo. Quello del senso della possibilità e della gratitudine. Per ogni istante, felice o triste, per la presenza della mia famiglia che, tra sostegno e incomprensioni, è un piccolo grande miracolo e sempre una certezza.

È arrivato anche l’amore. Ormai da un anno. Lo amo, mi ama. È presente e non c’è nulla ora per me che valga di più della presenza. Ci siamo, ci siamo sempre. Senza se e senza ma. Con le nostre profonde e continue differenze, ma ci siamo e non ci risparmiamo l’uno per l’altro. Credo che l’amore sia questo. Il resto, le parole scivolano via, lasciando nient’altro che il vuoto. Le amiche, quelle vere, le conto sulle dita di una mano. Ma si sa, un amico è un dono prezioso e per questo raro. Ho imparato a non darmi a chi capita. A non condividere i miei pensieri più intimi con chi non sa che farsene. Apprezzo piccoli momenti di confidenze e di sincerità, la confusione del mondo intorno non mi interessa. Non fa più per me. È acqua passata. Per fortuna. E poi coltivo il mio sogno nel cassetto. Continuare a sognare fa parte della bimba che sarà presente in me, ormai donna a tutti gli effetti e non solo per la veneranda età di 34 anni. Sì, cominciano a chiamarmi, signora. I segni di questi anni difficili li porto tutti addosso, per fortuna non la cellulite. Il mio sogno dicevo…..scrivere. Il traguardo del tesserino da giornalista pubblicista è ormai alle porte e sì, sono fiera di me per tutto il lavoro svolto con passione e onestà. E chissà che in futuro la vita non mi riservi qualche bella sorpresa……

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Tutto perfetto direte, ogni tassello al suo posto. Sapeste quanto dolore ci è voluto per arrivare fino a qui! Dieci anni e più di inferno. E non sono esagerata. Chi meglio di me conosce la mia storia? Uno solo, ma non è di questo mondo…..Comunque no, non è tutto perfetto. I problemi ci sono, le difficoltà sono tante, economiche soprattutto….aprire una propria attività con uno Stato che ti falcia appena possibile non è facile, per nulla. Tanti sacrifici, tante rinunce. Ma ve bene così. Sono cambiati i miei occhi, è cambiato il mio modo di guardare il mondo. Sono pronta ad accettare nel bene e nel male la mia vita per quella che è, perché è questa la realtà che sono chiamata a vivere. Ci saranno tanti giorni di tempesta, ora mi godo un po’ di sereno. Me lo merito, questo è certo.

Ho smesso di guardare la mia vita come fossi affacciata ad una finestra, ho smesso di farmi trascinare via dalla corrente. Non voglio fare il marinaio. Scelgo di essere il timoniere.

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Vedi Napoli e poi…..VIVI!

Mia cara, adorata Napoli,
quanto è grande il desiderio di vederti un giorno splendente come in questi magnifici scatti che ti rivelano unica, magica, di incomparabile bellezza e fascino. Come vorrei che gli spettacolari fuochi d’artificio che ti hanno a lungo illuminata nella notte di Capodanno e che hanno incantato la vista di tanti, napoletani e non, segnassero e consacrassero una rinascita in cui tanti speriamo. Si percepisce nell’aria che qualcosa si sta finalmente muovendo, si percepisce dalla speranza che sta iniziando a maturare negli animi di chi ti ama e ti ha sempre amata nonostante le tue disarmanti e avvilenti contraddizioni. La poesia che fa da contraltare all’ignoranza, l’impegno che si contrappone alla noncuranza e all’illegalità, il desiderio di vita che fa a cazzotti con il sangue. Quello delle vittime innocenti che la malavita continua a mietere nelle nostre strade sotto gli occhi stanchi, impotenti e spesso omertosi di chi la speranza, forse, l’ha persa da un pezzo. Tutti sono rimasti a bocca aperta di fronte al tuo splendore quella notte. Quella notte fredda e tersa in cui il mare calmo e la cornice del golfo ti hanno eletta la più mirabile delle regine, mentre giochi di luci, forme e colori brillavano prepotentemente nel tuo cielo sereno. La stessa notte in cui l’ennesima vita è stata consumata, quella di un giovane di appena 27 anni. Quanto impegno, quanta dedizione, quanto amore è necessario per aiutarti a combattere, quanta onestà nell’ammettere che i tuoi, i nostri problemi, sono grandi e complessi, stratificati sotto le macerie di anni e anni di criminalità, disimpegno, disinteresse. Troppo facile nascondere le nostre responsabilità all’ombra dei tuoi tesori, troppo infantile l’atteggiamento di chi si fa scudo dei tuoi secoli di storia e cultura per glorificarsi agli occhi del mondo senza contribuire attivamente alla tua, alla nostra vita. Una vita, oggi, ancora troppo spesso ai margini della civiltà, in balia di limiti, abbandono, desolazione, emarginazione, dove la convivenza scricchiola, la maleducazione regna incontrastata e la malavita è ancora vista come l’unica alternativa per sopravvivere. 
Napoli, noi, non meritiamo di sopravvivere. Ma di vivere. 
Questo mi auguro innanzitutto per il 2016. Che tanti napoletani scelgano di vivere, scelgano di vederti splendente come quella notte.

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Foto: Riccardo Vosa

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Cinema. “Gli ultimi saranno ultimi”.

È attualmente in programmazione nelle sale cinematografiche “Gli ultimi saranno ultimi”, film che vede la regia di Massimiliano Bruno, il quale, insieme a Gianni Corsi e Paola Cortellesi con il ruolo di protagonista, ha scritto anche la sceneggiatura. Si ripropone la coppia Bruno-Cortellesi quindi, reduce dal successo di “Nessuno mi può giudicare”, che si cimentano nella versione cinematografica dell’omonimo spettacolo teatrale andato in scena in tutta Italia dal 2005 al 2007. Nel cast, accanto alla Cortellesi, Alessandro Gassmann e Fabrizio Bentivoglio, trio sicuramente garanzia di qualità. Il film, al limite tra una commedia e un dramma, affronta un tema estremamente realistico ed attuale: la precarietà lavorativa e le inevitabili conseguenze-sino a quelle più estreme-che questa causa sia a livello individuale che familiare, soprattutto quando il contesto socio-culturale ed economico è dei più modesti.

La protagonista, Luciana, è una donna tanto semplice quanto genuina, sempre gentile e disponibile con il prossimo, sempre pronta al sorriso, nonostante una vita difficile, in cui i sacrifici e le privazioni sono all’ordine del giorno. Lavora come dipendente in un’azienda nella quale è addetta alla stiratura di ciocche di capelli sintetici: il suo è un lavoro ripetitivo, faticoso e mal pagato, eppure indispensabile al sostentamento della sua famiglia. Infatti è sposata con Stefano (Gassmann), disoccupato quasi per scelta, non disposto-nonostante le necessità economiche-a sottostare ad un “padrone”, scegliendo la via più comoda, ma allo stesso tempo inconcludente, di tentare “affari” che puntualmente falliscono. Sperano nell’arrivo di un figlio e vivono ad Anguillara, paese letteralmente invaso dalle onde radio (nocive?) di un’emittente religiosa, dove il luogo ideale per ascoltare la Santa Messa è il bagno di casa. Come in tutti i piccoli centri, tutti si conoscono e facilmente si è vittima di giudizio, specialmente quando non si rinuncia alla propria identità e libertà in favore dell’osservanza di arcaiche e sterili consuetudini.

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Luciana e Stefano frequentano due coppie di amici storici, con cui trascorrono momenti piacevoli tra un pic nic sul lago e una passeggiata nei centri commerciali. Una vita semplice e senza grandi pretese insomma, ma cementata dall’amore e dalla complicità e soprattutto dal carattere solare e compiacente della donna. L’equilibrio della coppia salta del tutto quando Luciana viene licenziata perché incinta. I litigi, le recriminazioni, le incertezze, l’angoscia di non farcela, aumentano mano a mano che si avvicina la nascita del primogenito. La speranza disattesa di essere reintegrata nell’organico dell’azienda e la scoperta del tradimento da parte di Stefano fanno esplodere la miccia. Luciana, stanca di accettare, stanca di essere pecora in mezzo ai lupi, mette in atto la sua personalissima ribellione, seguendo per una sola volta nella vita le orme di suo padre Mario, conosciuto da tutti come colui che non abbassava mai la testa. Luciana, perso del tutto il controllo di sé, non ha altra scelta se non rivendicare il suo diritto a lavorare, il suo diritto alla dignità di essere umano e di futura madre, Ma, si sa, la disperazione conduce a gesti estremi.

Parallelamente alla vicenda di Luciana e Stefano, si svolge quella di Antonio (Bentivoglio), poliziotto veneto, che viene relegato ad Anguillara in quanto “colpevole” di aver provocato la morte di un giovane collega per mancanza di tempestività. Schernito dai colleghi e condannato in paese, stringe un’amicizia con la sola Manuela, parrucchiera avvenente, che scopre più tardi essere transessuale e quindi esclusa dalla comunità. La storia di Antonio si incrocerà con quella di Luciana nell’epilogo del film, di cui non anticipiamo nulla.

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Luciana sul finale afferma: “Nostro Signore ha detto che gli ultimi saranno i primi, ma non ha specificato quando”. La risposta del film è chiara ed è racchiusa nel titolo. Gli ultimi non saranno mai i primi in questo mondo, dove chi è in difficoltà, sia essa lavorativa, economica, personale, è destinato a subire il sopruso, il giudizio facile, è vittima sempre e comunque, è destinato a soccombere. Allo stesso tempo, la chiusura del film, lascia un margine di speranza, nella nascita di una nuova vita, per la quale non ci sia madre che non si augura un futuro migliore. “Gli ultimi saranno ultimi” ci presenta una carrellata di personaggi, ciascuno “ultimo” a suo modo, nella sua vita, nella sua realtà, soffermandosi anche sulla riflessione che, in condizioni di disperazione, il limite tra la complicità e il contrasto, è labile. Facilmente, dunque, da amici si diventa nemici quando la terra trema sotto i piedi, quando l’unico obiettivo, in una società che non tutela l’essere umano nei suoi diritti fondamentali, è sopravvivere. Nonostante la durezza del tema trattato, i toni non sono sempre drammatici, soprattutto nella parte iniziale del film, dove c’è spazio anche per sorridere, anche se sempre piuttosto amaramente;  acquisisce via via sfumature sempre più buie, offrendo ai più sensibili momenti di commozione. In definitiva “Gli ultimi saranno ultimi” è un film ben riuscito, sebbene una sceneggiatura non particolarmente originale ed una regia che si perde in qualche esercizio di stile, uno su tutti la scelta di narrare la storia attraverso brevi flash back che non fanno altro che ridurre allo spettatore le possibilità di immaginare il procedere della trama. La brillante e convincente interpretazione di Paola Cortellesi dà senza dubbio lustro al film, che, finalmente, possiamo considerare un film italiano distribuito al grande pubblico che valga la pena di essere visto.

Esistono parole di vita vera per illuminare il tuo cammino

Puoi aver difetti, essere ansioso e vivere qualche volta irritato, ma non dimenticare che la tua vita è la più grande azienda al mondo.
Solo tu puoi impedirle che vada in declino.
In molti ti apprezzano, ti ammirano e ti amano.
Mi piacerebbe che ricordassi che essere felice, non è avere un cielo senza tempeste, una strada senza incidenti stradali, lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni.
Essere felici è trovare forza nel perdono, speranza nelle battaglie, sicurezza sul palcoscenico della paura, amore nei disaccordi.
Essere felici non è solo apprezzare il sorriso, ma anche riflettere sulla tristezza.
Non è solo celebrare i successi, ma apprendere lezioni dai fallimenti.
Non è solo sentirsi allegri con gli applausi, ma essere allegri nell’anonimato.
Essere felici è riconoscere che vale la pena vivere la vita, nonostante tutte le sfide, incomprensioni e periodi di crisi.
Essere felici non è una fatalità del destino, ma una conquista per coloro che sono in grado viaggiare dentro il proprio essere.
Essere felici è smettere di sentirsi vittima dei problemi e diventare attore della propria storia.
È attraversare deserti fuori di sé, ma essere in grado di trovare un’oasi nei recessi della nostra anima.
È ringraziare Dio ogni mattina per il miracolo della vita.
Essere felici non è avere paura dei propri sentimenti.
È saper parlare di sé.
È aver coraggio per ascoltare un “No”.
È sentirsi sicuri nel ricevere una critica, anche se ingiusta.
È baciare i figli, coccolare i genitori, vivere momenti poetici con gli amici, anche se ci feriscono.
Essere felici è lasciar vivere la creatura che vive in ognuno di noi, libera, gioiosa e semplice.
È aver la maturità per poter dire: “Mi sono sbagliato”.
È avere il coraggio di dire: “Perdonami”.
È avere la sensibilità per esprimere: “Ho bisogno di te”.
È avere la capacità di dire: “Ti amo”.
Che la tua vita diventi un giardino di opportunità per essere felice …
Che nelle tue primavere sii amante della gioia.
Che nei tuoi inverni sii amico della saggezza.
E che quando sbagli strada, inizi tutto daccapo.
Poiché così sarai più appassionato per la vita.
E scoprirai che essere felice non è avere una vita perfetta.
Ma usare le lacrime per irrigare la tolleranza.
Utilizzare le perdite per affinare la pazienza.
Utilizzare gli errori per scolpire la serenità.
Utilizzare il dolore per lapidare il piacere.
Utilizzare gli ostacoli per aprire le finestre dell’intelligenza.
Non mollare mai ….
Non rinunciare mai alle persone che ami.
Non rinunciare mai alla felicità, poiché la vita è uno spettacolo incredibile!”

Non sono le parole di uno scrittore, di un artista, di uno psicologo o di un blogger di successo. Sono le parole di Papa Francesco, parole di ispirazione divina, che tracciano la via per la felicità di ogni essere umano, di qualsiasi confessione religiosa, credente oppure no, uomo o donna. Le scolpirò nel cuore e le affiggerò accanto al mio letto per rileggerle ogni giorno al risveglio. Perché la mia giornata, la mia vita possano essere illuminate dall’amore.
Spero che possano scaldare anche i vostri cuori come hanno fatto col mio.

Love. M.

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Una persona nuova. Una vita nuova.

Mi ritrovo a pensare a me, a quanto sia una persona nuova, una donna-finalmente(meglio tardi che mai!)-al coraggio di scelte tanto dolorose quanto salvifiche, impopolari ma autentiche, mosse dalla conoscenza profonda della mia natura-troppo spesso soggiogata dalle aspettative e dal tentativo sterile di emulazione-dal rispetto e soprattutto dall’amore per me, per la mia vita, per il mio bene. Ho imparato ad amarmi e a contare solo sulle mie forze, a sentire che comunque vada basto a me stessa, pur nutrendo amore per chi mi circonda e per chi incrocia la mia strada. Scoppio di vita, di voglia di non sprecare nemmeno un minuto, perché il tempo perso è tempo rubato. Non senza momenti down, ovviamente, ci sono la tristezza, lo sconforto, la paura, la fragilità, le cadute, il senso di solitudine talvolta; sono pur sempre umana! Miraggio tutto questo fino a un anno fa. Momento in cui prendevo la decisione più importante e iniziavo una nuova vita, regalandomi la possibilità di viverla davvero. La mia realtà oggi. Il mio presente, che è tutto quello che ho. Il significato nascosto dietro tanto dolore. La base del mio futuro.

C’è un senso a tutto. In palio c’è la felicità. Non quella di un’irrealizzabile prospettiva di vita ma di una vita consapevole, dove tutto può essere affrontato, dove la parola chiave è autenticità.

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Amarsi. Da sempre.

Mi sono letteralmente innamorata di questa illustrazione di GloriaPizzilli‬.
Forse perché ritrae una sirena e un marinaio, forse perché è l’esemplificazione di un amore unico e passionale.
Due che diventano uno o forse che sono uno da sempre, pur senza saperlo. Avvolti, avvinghiati, indispensabili. E allora non c’è spazio per il possesso. L’amore è intrinseco all’esistenza.
Esisti. Esistiamo. Il resto è conseguenza.

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Ancora donne vittime di violenza. Ma non ci arrendiamo.

Resta una triste, angosciante e allarmante realtà. È la violenza sulle donne, sia essa perpetrata per anni, mesi o giorni, che sia di natura fisica, verbale o psicologica, che giunga sino al suo atto estremo, il femminicidio, che ha ormai sempre più le caratteristiche di un fenomeno inarrestabile, rispetto al quale le vittime appaiono facilmente esposte ed indifese. Non vorrei continuare a parlarne, eppure sento che è un mio dovere farlo, per rispetto alle vittime, per mantenere viva l’attenzione su una questione che, in quanto donna, non può che starmi a cuore, per cercare di contribuire all’informazione in qualche modo, nel mio piccolo, sebbene sia solo una goccia nell’oceano, per provare a lanciare un messaggio, rivolto soprattutto alle giovanissime.

L’ennesimo episodio di femminicidio si è consumato due giorni fa, il primo settembre. Quello che per molti è l’emblema della progettualità per i successivi mesi dell’anno, per delineare la direzione da dare alla propria vita, si è rivelato invece il capolinea della vita di una giovanissima donna, una ragazza appena diciottenne. Cezara Musteata (di origini moldave), studentessa di Desenzano del Garda è stata uccisa; il suo carnefice, il fidanzato, Luigi Cuel, 41 anni. L’ha strangolata, poi si è impiccato. Tante parole, ipotesi rispetto al possibile svolgersi dei fatti, che si sono conclusi nella maniera più tragica possibile. Fa dolore e rabbia che Cezara sia stata uccisa, è sconcertante che un uomo adulto abbia potuto stroncare la vita di una poco più che bambina, che probabilmente vedeva in lui una fonte di protezione e non un possibile assassino. Ma anche le mie sono solo parole. La verità di Cezara non la conosce e non la conoscerà nessuno, al di là delle indagini che accerteranno la dinamica dei fatti. Le motivazioni che l’hanno portata ad intraprendere una relazione con un uomo così tanto più grande di lei, le sue aspettative, i suoi desideri, i progetti di una vita appena cominciata, vanno via con lei, nel silenzio e nell’orrore. E dall’altra parte c’è un uomo, per così dire. Un uomo che ha messo fine anche alla propria vita. Si è parlato della fine della loro relazione come causa del gesto estremo, probabilmente a seguito di un incontro tra i due concesso dalla ragazza all’uomo, che ormai era stato lasciato. Può mai essere la fine di una relazione una motivazione plausibile di una così efferata violenza? L’ultimo litigio, le parole, le recriminazioni, forse sono state “solo” la cosiddetta miccia, l’evento scatenante della follia. Ma non può essere tutto qui. Non può esserlo-a mio parere-in questo come in altre decine, centinaia di casi, soprattutto di femminicidio. Che sia la slatentizzazione di una condizione psichiatrica rimasta sino a quel momento del tutto o parzialmente misconosciuta, al carnefice stesso e alla vittima? E allora forse andrebbe prestata più attenzione ai possibili segnali. Alla storia del “era un brav uomo”-non necessariamente rispetto al caso in questione-non credo. Chi non sta bene lo manifesta in qualche modo. Forse siamo noi a non voler vedere. E forse molte donne non hanno abbastanza strumenti socio-culturali per riconoscerli. Agli esperti,   sicuramente, la parola.

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Noi, nel frattempo, non possiamo illuderci di coltivare la mera speranza che le cose prima o poi cambino, che la cronaca improvvisamente un giorno smetta di raccontarci di donne che subiscono violenza nelle loro case, che vengono uccise dai loro compagni. La realtà non muta se non la si fa mutare, non è sufficiente scuotere le coscienze ed organizzare manifestazioni, sicuramente utili a sensibilizzare l’opinione pubblica; è necessario agire, agire con interventi concreti. “E quali potrebbero essere?” mi sono chiesta. Insegnare forse il rispetto reciproco tra uomini e donne sin da bambini è sufficiente? Ne dubito, visto che è stato insegnato anche alle precedenti generazioni e dai risultati ottenuti, non mi sembra abbia avuto grande successo. Non credo che a nessuno di noi sia stato insegnato in famiglia o a scuola che l’uomo e la donna non abbiano gli stessi diritti e doveri. Credo che tutti abbiamo imparato che ciascun essere umano vada rispettato indipendentemente dal sesso e dall’orientamento sessuale, della razza, del credo religioso, dalla condizione socio-economica, dall’ideologia politica. Eppure questo non è stato sufficiente ad insegnarci realmente ad accogliere le differenze e a farne un elemento di ricchezza e non di contrasto. Saremmo una società vicina alla perfezione. Niente di più utopico. Educazione all’affettività da insegnare nelle scuole con personale adeguatamente specializzato e formato? Forse è la chiave, perché in futuro davvero cambi qualcosa, o almeno questo è il mio parere. Insegnare ai bambini a sviluppare in maniera sana la propria affettività, per poter identificare, al momento opportuno, un partner che sia realmente un compagno di vita-o di un tratto di essa-e non un carnefice, qualsiasi sia la violenza che possa contraddistinguere la relazione. Il mio sangue ribolle quando apprendo che un’altra donna subisce violenza o è stata uccisa. Conosco troppe donne vittime, non di abusi fisici per fortuna, ma di diverse forme di sottomissione psicologica, di plagio nei casi più gravi, di rapporti che sono molto lontani dall’idea di rispetto per l’altro e per sé, che dovrebbe essere invece uno dei capisaldi della nostra vita. Anche io, in qualche modo, sono stata una giovane donna che in passato non si è amata fino in fondo e non è stata tanto forte da pretendere il rispetto che meritava e forse è questa è la ragione per cui non vorrei più vedere donne che chinano il capo, che assecondano sempre i loro compagni, che subiscono, pur di assicurarsi la presenza di un uomo, spesso dall’atteggiamento vittimistico, che non potrà mai renderle felici.

Oggi, comunque, non va trascurato almeno nell’ambito della sensibilizzazione, il ruolo dei social network, per l’impatto immediato che hanno. Un bell’esempio è quello di Brooke, ventisettenne americana, madre di due bambini, che si è fatta fotografare dalla sua amica Tiffany, per mostrare al mondo la violenza subita dal suo compagno, che in auto l’aveva colpita con un pugno e aveva cercato di impedirle di chiedere aiuto, sottraendole il cellulare. Brooke ha postato le immagini sul suo profilo facebook con l’hashtag #Silencehideviolence (Il silenzio nasconde la violenza): un atto tanto coraggioso quanto di aiuto per tutte le donne che ancora oggi rinunciano, per paura di ripicche ed ulteriori violenze, a denunciare quanto subito, scegliendo la via senza uscita del silenzio. E segno di grande attenzione al problema e di rispetto per il mondo femminile è stato anche il gesto di Giuliano Sangiorgi, leader dei Negramaro, che ha dichiarato di aver modificato i versi del brano “Attenta”, da poco in radio. Il cantautore salentino, che aveva inizialmente scritto “Ti uccido”-ovviamente in senso metaforico riferendosi al potere “assassino” di un bacio-ha poi modificato il testo con “Mi uccidi”, considerando l’espressione originaria pericolosa e possibilmente fuorviante in un momento in cui la violenza sulle donne è un tema così scottante. La voce di un personaggio famoso e di grande impatto sui giovani attraverso la musica è sicuramente un canale anch’esso efficace per trasmettere un messaggio positivo.

Brooke

Brooke

L’articolo è pubblicato on line al seguente link:

http://www.mygenerationweb.it/201509022619/articoli/agora/al-femminile/2619-ancora-donne-vittime-di-violenza-ma-non-ci-arrendiamo

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Caro primo settebre, ti scrivo…….

Caro primo settembre,

ti scrivo per dirti che sei davvero sulla bocca di tutti, semmai non te ne fossi accorto. C’è chi ti considera come una sorta di “primo dell’anno” in versione 2.0 e chi come il giorno peggiore, addirittura più terribile dei più neri lunedì, di quando di iniziare una nuova settimana nessuno ha proprio voglia. E si sa, prima o poi, anche i giorni più fatidici, quelli che vorresti scansare di gran classe o cancellare dal calendario, arrivano inesorabili. Convenzioni sociali. In fondo si tratta solo di questo. Organizzazione del tempo secondo i ritmi e le esigenze umane.

Sai, primo settembre, sei davvero angosciante per molti. Sì, per tutti quelli per cui le vacanze sono finite e “si torna a lavorare”, perché lavorare non solo è faticoso, ma anche noioso e stressante e non resta che augurarsi che arrivi presto il venerdì sera, la prima festività o il “primo ponte”. Tu sei l’emblema del dovere, lo spettro del castigo cui è sottoposta da sempre l’umanità: produrre per poter sopravvivere. E la tua reputazione è notevolmente peggiorata da quando non si lavora più per vivere ma si vive per lavorare. Ma non credere di essere angosciante solo per loro. In fila, pronti a maledirti, ci sono anche tutti quelli-e credimi sono davvero in tanti-che un lavoro non ce l’hanno. Loro, il primo settembre, si sentono tremendamente diversi, più che in ogni altro giorno dell’anno. Si guardano allo specchio e vedono un fantasma, si sentono vuoti. È come se per loro la vita non iniziasse davvero, è come se, allineati sulla pista e pronti alla partenza, rimanessero inchiodati con le ginocchia sulla terra rossa al colpo della pistola, al suono del fischietto, allo sventolare della bandiera. Pronti, partenza, via. No. Non per loro. Loro non vanno da nessuna parte. E poi ci sono quelli che, sì, quelli li conosci benissimo, quelli per i quali sei una sorta di giorno catartico. Il giorno delle promesse e dei buoni propositi, un punto d’arrivo e un punto d’inizio allo stesso tempo, uno spartiacque tra il prima e il dopo, il momento della verità, il giorno in cui la volontà è più forte e si inizia un nuovo cammino. Come se davvero si decidesse il giorno e l’ora in cui dare una svolta alla propria vita, che a stento riusciamo a girare nel verso giusto il volante dell’auto!

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E per me, primo settembre, sei curioso di sapere come sei per me? O meglio come sei stato quest’anno per me? Perché, perdona la mia onestà, ma di te degli anni passati non è che abbia ricordi molto nitidi e comunque, se proprio ci tieni a saperlo, sì, anche per me spesso sei stato angosciante, ma tanto proprio, soprattutto quando non c’era nulla ad aspettarmi, nulla che volessi realmente fare, ma una serie di giorni avvolti da una nuvola, senza contorni, senza prospettiva. Solo ansie e inadeguatezza.

Ma oggi hai avuto un sapore del tutto diverso. Hai avuto un sapore buono. Devo ammetterlo. C’è del buono anche in te. C’è del buono anche in chi o in cosa non ci aspetteremmo mai. Certezze non ne ho nemmeno quest’anno, ma poco importa, che cos’è una certezza nella nostra vita se non un’illusione? Ho dei progetti, questo sì, e ognuno di loro, a suo modo, oggi ha fatto parte di te, primo settembre. Sai, ho ancora vivida la sensazione dei caldi raggi di sole di Corfù, della sensazione di libertà nel nuotare a lungo e dei “buongiorno” a letto accanto al mio compagno. Ho iniziato così questa giornata, con un misto di nostalgia e pace del cuore, per qualcosa di bello che è finito e con la soddisfazione e l’appagamento di averlo vissuto e averlo fatto appieno. Perché sì, quest’anno, primo settembre, sei coinciso con il mio primo giorno post-vacanza e per questo c’erano grosse probabilità che ti odiassi, voglio essere sincera. E invece no, nemmeno il minimo sentore di fastidio. Sai, sei stato un piccolo spettacolo-puoi andarne fiero-una successione di momenti carichi di senso, eppure non è successo nulla di spettacolare, non mi hai riservato grosse sorprese. Ma sei stato vita. Sei stato il risveglio nel mio letto, con la schiena a pezzi per il viaggio in nave, sei stato la confusione della mia casa al mattino, quando tutto fa in modo che mi alzi dal letto contro la mia volontà, sei stato i messaggi di “sono tornata” alle mie amiche, sei stato la noia di disfare la valigia, guardando i costumi senza poterli indossare e gettandoli tra le cose da lavare. Sei stato la lontananza del mio ragazzo, che mi è mancato come l’aria, sei stato la mozzarella, perché mia mamma lo sa che ho bisogno di te al rientro dalle vacanze, sei stato il caldo umido e insopportabile di Napoli, la folla chiassosa per la strada, sei stato via Toledo e il primo abbraccio con Valeria, il nostro lavoro insieme, le folli discussioni che solo noi possiamo comprendere e che ci stanno facendo trovare la strada, sei stato il primo caffè al bar-e ci voleva dopo 13 giorni di astinenza-sei stato l’appuntamento con il commercialista e un gelato cocco/lime e melone. Sei stato l’incontro inaspettato con gli amici di sempre, Carlo e Maya. “Arrivi prima della wi-fi”, mi ha detto Carlo, perché mi sono palesata prima che arrivasse il mio wa, già inviato, a Maya. Sei stato una lunga passeggiata con i sandali che mi sono regalata in Grecia-bellissimi!-un fiume di parole, sei stato il nuovo album dei Bon Jovi che è finalmente tra le mie mani, accarezzare i miei gatti, abbracciare i miei genitori, mangiare la crostatina di frutta di Bellavia, sei stato un’accurata pedicure “all by myself”. Sei stato scrivere sul mio adorato blog fino alle 02:20 con gli occhi a stento aperti davanti al PC.

Sei stato tanto perché sei stato un giorno da vivere e niente più, come gli altri 364 giorni dell’anno, come tutti i giorni, mi auguro, della mia vita.

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Arte. Chagall – Love and Life. Un inno alla vita e all’amore.

Seguirà la mia recensione della Mostra che il Chiostro del Bramante ha dedicato quest’anno a Chagall. Una mostra che non solo mi ha fatto conoscere in modo più approfondito un artista, di cui ho sempre apprezzato le opere più famose, Compleanno e Sopra la Città, ma anche una mostra che ha parlato profondamente al mio cuore nell’ultima sezione, quella dedicata ad alcune famose opere dell’artista russo sull’amore. La mostra intera è permeata di amore, di quell’amore che Chagall nutriva per la sua sposa. Nelle opere esposte e dedicate a lei si percepisce una così grande dedizione che il cuore di una donna non può che sussultare di gioia e di speranza. La speranza di poter ricevere quello stesso amore. Voglio “interpretare” come un segno il fatto che questa sia stata la prima mostra che ho visto con il mio compagno, colui che ogni giorno mi dimostra con la sua presenza, oltre che con le parole, amore e dedizione. Non potevo non sentirmi perfettamente allineata emotivamente camminando per le sale del Chiostro. Roma, la mia città amata-dopo Napoli, si intende-la città dove ho vissuto l’amore e dove temevo di averlo penso per sempre. Ma l’amore compie i suoi viaggi, inaspettati ed imprevedibili e per questo motivo entusiasmanti. L’amore oggi lo custodisco e lo difendo per viverlo pienamente.

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L’amore per l’arte in Italia sembra non essersi per nulla assopito. Come gran parte delle mostre realizzate nella Capitale negli ultimi anni, anche Chagall – Love and Life ha riscosso grande successo ed ha chiuso i battenti domenica 26 luglio (è stata visitabile a partire dal 16 marzo). Sede di quella che si configura come una delle mostre di maggiore rilievo del 2015 è stato il Chiostro del Bramante (Via della Pace – Roma), che ha prodotto e organizzato insieme ad Arthemisia Group l’esposizione dedicata all’artista russo, curata da Ronit Sorek.

Chagall – Love and Life” è una esposizione di oltre 140 opere di quello che è riconosciuto come uno dei più grandi artisti del Novecento, sicuramente il più celebrato tra gli artisti ebrei. Stampe, disegni, incisioni, litografie e dipinti provenienti dall’Israel Museum di Gerusalemme consentono di ripercorrere gran parte della produzione artistica di Chagall e fanno luce in particolar modo sull’attività di illustratore editoriale, a sottolineare il suo profondo legame con la letteratura, l’attenzione costante alla relazione tra la parola e il contenuto. Ci troviamo davanti ad un artista poliedrico, che si è espresso non solo nel disegno, nella pittura e nella stampa, ma anche nella scultura, nel mosaico e nella scenografia.

Come anticipa il titolo della mostra, i temi affrontati nelle opere in esposizione sono principalmente relativi alla vita di Chagall e all’amore, che si incarna fortemente nel sentimento dell’artista per l’amatissima moglie, Bella Rosenfeld. L’opera che “accoglie” il visitatore è Sopra Vitebsk, la cittadina natale di Chagall, nell’attuale Bielorussia. L’artista descriveva la sua città con queste parole:

“È solo la mia città, la mia, che ho riscoperto. E torno a lei pieno di emozione”.

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Sopra Vitebsk: Gouache, grafite e matita colorata su cartoncino

Nelle illustrazioni della sua opera letteraria autobiografica, Ma Vie, Chagall fa rivivere i ricordi dell’infanzia, i giorni trascorsi a Vitebsk, le tradizioni e le feste ebraiche, i familiari, gli amici, le case e le botteghe che davano vita alla sua città. Ammirare queste opere è viaggiare alla scoperta delle radici russo-ebraiche di Chagall, vivere l’incontro con Bella, assaporare quanto l’artista sia stato influenzato dai pittori parigini delle Avanguardie del primo Novecento. Le incisioni sono realizzate con la tecnica della puntasecca e lo stile è quello realistico-naïf tipico dell’artista russo, che dà vita a composizioni in cui le immagini sono disposte in modo del tutto originale.

“Ho dipinto il mio mondo, la mia vita, tutte le cose che amavo, tutte le cose che sognavo, tutte le cose che non potevo esprimere a parole”.

Numerose sono anche le illustrazioni che Chagall realizzò per i testi scritti dalla moglie: First Encounter, From My Notebooks e Burning Lights. Si tratta per lo più di disegni lineari a inchiostro di china, che “raccontano” con romanticismo e nostalgia il primo incontro di Bella con Chagall e l’infanzia della donna, la sua vita familiare e sociale. La mostra permette poi di ammirare le illustrazioni che Chagall realizzò per Le Anime Morte di Gogol, capolavoro della letteratura russa, per le Favole di La Fontaine e per la Bibbia, affrontando quindi temi estremamente diversi.

Per il poema di Gogol Chagall realizzò 96 incisioni come semplici complementi pittorici alla storia: i personaggi, le “anime morte” sono i servi della gleba appartenenti ai ricchi proprietari terrieri e, così come li descrive l’autore, hanno dimensioni spropositate. Nel lavorare alle Favole di La Fontaine, dove i protagonisti sono per lo più animali e figure mitologiche, Chagall, che per l’occasione si dedicò allo studio della natura e del mondo animale, potette esprimere al massimo la sua creatività e la sua immaginazione e, attraverso un sapiente gioco di colori e forme, rivelare con ironia le verità sui comportamenti umani che emergono dai racconti. Lascia senza fiato infine il ciclo di illustrazioni dedicato alla Bibbia, che denota una profonda conoscenza da parte dell’artista dei “Testi Sacri”, ma anche una grande autonomia rispetto all’iconografia tradizionale: grande risalto assume infatti sempre la figura umana e per questa ragione le illustrazioni vengono definite “umaniste”. Si ammirano, tra le altre, Il Sacrificio di Isacco, Il Sacrificio di Noè, Daniele, Mosè Riceve le Tavole della Legge e Davide.

Davide: Inchiostro di china, gouache, acquerello e grafite su carta.

Davide: Inchiostro di china, gouache, acquerello e grafite su carta.

La mostra prosegue con una sezione dedicata a ritratti, dedicati soprattutto a familiari ed autoritratti, in cui Chagall inserisce di volta in volta differenti elementi simbolici, che richiamano a particolari momenti della sua vita, a come egli percepiva probabilmente se stesso. Si rimane affascinati e allo stesso tempo fortemente turbati alla vista de La Crocifissione, in cui Chagall utilizza l’elemento chiave della cristianità, la croce, come emblema della sofferenza del popolo ebraico durante la seconda guerra mondiale; il turbamento dell’artista si esprime anche ne L’Angelo Caduto, in cui un ebreo tenta di fuggire con la Torah. Si apprezzano quindi il disegno da cui ha preso vita una delle più famose opere di Chagall, La Passeggiata, conservata a San Pietroburgo, rappresentazione più alta della idilliaca vita matrimoniale con Bella, Ebreo in Preghiera e Apparizione, in cui l’artista utilizza la stessa struttura dell’Annunciazione rappresentata nell’arte cristiana.

La Passeggiata - Il disegno: Gouache, acquerello e grafite su carta.

La Passeggiata – Il disegno: Gouache, acquerello e grafite su carta.

La passeggiata - Museo di San Pietroburgo.

La passeggiata – Museo di San Pietroburgo.

Ebreo in Prehiera: Inchiostro di china, grafite e acquerello su carta.

Ebreo in Prehiera: Inchiostro di china, grafite e acquerello su carta.

“Solo l’amore mi interessa, sono in contatto solo con cose che hanno a che fare con l’amore”.

Queste parole esprimono chiaramente come Chagall pensasse e vivesse l’amore, ma è sicuramente in alcune delle opere esposte al Chiostro del Bramante che lo si percepisce in maniera netta, immediata, viva. Gli Amanti, Coppia di Amanti con Gallo, Coppia di Amanti e Fiori esprimono non solo l’amore di Chagall per la moglie, sua musa ispiratrice per tutta la vita, ma sono simboli dell’amore universale. Gli innamorati sono ritratti ora nell’atto di baciarsi, ora di abbracciarsi, talvolta spiccano il volo, sono appagati, eterei, quasi evanescenti, circondati dal tripudio della natura: le forme sinuose, i colori vivaci contribuiscono ad esaltare la felicità e il totale benessere legati al sentimento di amore.

Gli Amanti: Gouache, inchiostro di china e acquerello su carta.

Gli Amanti: Gouache, inchiostro di china e acquerello su carta.

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Coppia di Amanti con Gallo: Litografia a colori.

Coppia di Amanti e Fiori: Litografia a colori.

Coppia di Amanti e Fiori: Litografia a colori.

“Chagall – Love and Life” è una mostra da assaporare lentamente, che coinvolge il visitatore in un crescendo di emozioni, è un inno alla vita, ai ricordi dell’infanzia, all’amore. È arte allo stato puro.

L’articolo è pubblicato on line al seguente link:

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