A tutto GREENERY! Come sfoggiare al meglio il colore Pantone 2017.

È ufficialmente primavera! È tempo di lasciarsi riscaldare dai primi raggi di sole, fare passeggiate all’aria aperta-che sia in un parco cittadino, in campagna o in riva al mare non fa differenza-e godere appieno delle ore di luce che ogni giorno ci regala. È tempo di rifiorire fuori e dentro, aiutate da quello straordinario periodo di rinascita che la natura ogni anno ci dona senza chiedere nulla in cambio. Lasciamo che piumoni, pigiamoni di pile, sciarpe di lana, bevande calde e serate al cinema o davanti alla TV siano un piacevole ricordo e respiriamo a pieni polmoni la tiepida aria primaverile.

“Voglio fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi”. Il vostro ragazzo non vi ha (ancora) dedicato il celebre verso di Pablo Neruda? Nessun problema. Immaginate che ve lo stiano sussurrando il vostro guardaroba, il vostro beauty case e, perché no, anche la vostra casa. È ora di dire addio ai capi pesanti e alle tinte scure-a meno che una serata elegante non richieda un look total black-e lasciarsi ispirare proprio dalla natura che rifiorisce anche nelle scelte in fatto di abbigliamento (accessori compresi si intende!), make up e home decor.

Quale migliore fonte di ispirazione allora se non il colore Pantone 2017? Per chi ancora non lo sapesse si chiama Greenery ed è una tonalità verde-gialla fresca e frizzante che rievoca i primi giorni di primavera, quando le infinite sfumature di verde della natura si risvegliano, si riaccendono e tornano a essere più belle che mai. Tipico delle chiome verdeggianti e delle distese lussureggianti dei paesaggi naturali, Greenery richiama il bisogno di respirare aria pura, riossigenarsi e attingere nuova linfa.

PANTONE-Color-of-the-Year-2017-Greenery-15-0343-leaves-2732x2048-1200x900

I nostri consigli:

1. Attenzione a non esagerare. Assolutamente da evitare, a nostro parere, un look total green: il rischio di assumere le sembianze di un albero pronto a fiorire è, in questo caso, dietro l’angolo

2. Sì agli abbinamenti di colore! Pantone, guru mondiale della grafica, viene in nostro soccorso proponendoci gli abbinamenti più corretti, che potete visualizzare qui, ricordandoci che Greenery si abbina perfettamente anche ai colori 2016, Rose Quartz e Serenity. Se volete andare sul sicuro, scegliete il denim. L’effetto è strepitoso! Anche il bianco è decisamente promosso.

3. Scegliete la tonalità di verde più in linea con la vostra carnagione.

4. Osate sì, ma meglio se con un accessorio.

A seguire, le nostre proposte più frizzanti, a tutto Greenery!

Tante idee per l’abbigliamento: dalla camicia Coach al mini dress con gonna a tulipano Oscar De La Renta, dal gilet Michael Kors al maglioncino (per le serate più fresche) Gucci con serpente e farfalla, dal mini dress a maniche corte Emilio Pucci al blazer Miss Selfridge con inserti fiorati, passando per i pantaloni L’Autre Chose e ancora Etro, Kenzo, Ungaro, Fay. E per le più audaci, una proposta Greenery di abito da sposa con tanto di bouquet!

vestiti collage

In fatto di scarpe ce n’è davvero per tutti i gusti! Che siate innamorate, da vere fashioniste, dei vertiginosi tacchi di Manolo Blahnik, Jimmi Choo e Dolce e Gabbana (qui nella versione sandalo gioiello e slingback floreali) o non possiate fare a meno delle comodissime Crocs, non rimarrete deluse. E ancora, sneakers, sandali bassi, sabot e stringate!

scarpe collage

Veniamo all’oggetto del desiderio di molte donne: le borse. Le più fortunate (e facoltose) possono accaparrarsi la versione Greenery della Birkin di Hermès. Per tutte le altre c’è una vesta scelta di modelli: si va dalla sportiva e intramontabile Kipling alla clutch gioiello di Charlotte Olympia, dalle borse a spalla di Salvatore Ferragamo e Valentino ai modelli (hand bag e box bag) proposti da Dolce e Gabbana nella versione Sicily con foglie stampate.

collage borse

Un po’ meno ricca la scelta in fatto di accessori, dobbiamo essere onesti! Per restare in tema Greenery vi proponiamo, tra gli altri, l’elegante bikini Parah, gli occhiali da sole Ray-Ban e Chimi, il bracciale Maruti Beads, luminosissimo e decisamente adatto alla primavera!

collage accessori

Un tocco di verde in varie nuances dà colore anche al make up. Le più coraggiose potranno provare a sfoggiare, meglio se con un po’ di abbronzatura, il rossetto della NYX o il mascara della Clinique per ciglia lunghe e folte come foglie! Per le più “timide” matite per occhi, ombretti (l’abbinamento col giallo, a richiamare i colori del Brasile, è decisamente glamour) e perché no, smalti, di cui vi proponiamo le varianti di butter London, Opi e Collistar.

Senza titolo-1

Qui le idee sono davvero tantissime per dare un’allure lussureggiante ma allo stesso tempo delicata alle vostre case. Cuscini, poltroncine, bicchieri, complementi d’arredo, oggetti per la cucina: tutto si tinge di Greenery. Assolutamente imperdibile la MUG di Pantone con tanto di chip drive.

home collage

 Che altro dire? Buona primavera e buon Greenery a tutte!

L’articolo è pubblicato integralmente sulla rivista MYGENERATIONWEB al seguente link:

https://www.mygenerationweb.it/201704023599/articoli/agora/al-femminile/3599-a-tutto-greenery-come-sfoggiare-al-meglio-il-colore-pantone-2017

Annunci

Sua maestà la MINI: viaggio attraverso un vero e proprio “must have” di ogni donna!

dsc01256Se vi dico MINI, cosa vi viene in mente, l’auto o la minigonna? Che domande, siamo su Il PuntoV: è molto più probabile che nell’immaginario delle lettrici appaia uno dei capi cult per eccellenza e non la famosa auto degli anni ’60. Alzi la mano la donna che non abbia mai indossato una gonna sopra il ginocchio o che non ne custodisca gelosamente almeno una nel suo armadio, che sia in jersey, in denim, pelle, stoffa, cotone, velluto, estiva o invernale! Non che debba necessariamente piacere a tutte, si intende, ma è indiscutibile che la sua introduzione nel mondo della moda abbia creato una vera e propria rivoluzione ed è proprio per questo che oggi vogliamo fare un viaggio attraverso il tempo insieme alla nostra mini preferita, compagna fedele di tante avventure.

hmprodA tale proposito, il nome di Mary Quant vi dice niente? Pare sia stata lei, almeno ufficialmente, sebbene alcuni pareri contrastanti, ad inventare la minigonna, esattamente 50 anni fa. Quest’anno, in occasione della celebrazione del 50° compleanno della mini, sua maestà la Regina Elisabetta ha addirittura nominato la sopracitata stilista inglese Dama, a sottolineare il suo contributo decisivo nel cambiamento del costume femminile che, a partire dall’Inghilterra, ha investito nel tempo l’intero globo, continuando la mini ad essere tuttora uno dei capi più amati e più indossati dalle donne del pianeta. Mary Quant, oggi ottantenne, si è dichiarata “assolutamente felice” per il titolo attribuitole dalla sovrana inglese, che, pur con gusti diciamo così discutibili, ha sempre mostrato interesse verso il mondo della moda. Sono noti a tutti i suoi tailleur in colori pastello con tanto di accessori abbinati, tra cui l’immancabile cappello, che sfoggia con orgoglio alla veneranda età di 89 anni in tutte le uscite ufficiali. De gustibus!

regina-elisabetta-look-2011-650x447-56127_650x0

Mary Quant

mary-quant2_jpg_940x0_q85Tornando a Dama Quant, ciò che è certo è che sia stata lei a vendere le prime minigonne nella sua boutique di King’s Road (quartiere Chelsea) come “atto finale” di una rivoluzione iniziata anni prima, che aveva l’intento di rendere l’abbigliamento femminile più comodo. Ma come la stessa stilista ha affermato più volte sono state le ragazze stesse di King’s Road a chiederle di ridurre la lunghezza delle gonne in modo che l’orlo inferiore arrivasse ben sopra il ginocchio, per cui, come tutte le vere rivoluzioni che hanno investito il mondo della moda, anche quella della mini-skirt, vede la sua nascita più per le strade che a tavolino. E non è un caso che Londra sia ufficialmente riconosciuta come patria dello street style, il luogo per eccellenza dove il meltingpot, che caratterizza la capitale britannica, influenza in modo decisivo la nascita di stili e tendenze, destinati a diffondersi soprattutto oggi alla velocità della luce grazie al web e ai social network. La mini è così diventata uno dei simboli, insieme a Carnaby Street, Beatles e Rolling Stones della cosiddetta “Swinging London”, la Londra che, investita da cambiamenti socio-culturali, diveniva fulcro di nuove tendenze, dopo il periodo di austerità degli anni ’50.

Londons_Carnaby_Street,_1969E a chi, se non alla rivista di moda Vogue, poteva andare il merito di esportare la mini in tutto il mondo? La testimonial scelta fu la mitica Twiggy, divenuta vera e propria icona degli anni ’60 e ’70, estendendo la sua popolarità dal mondo della moda a quello del cinema e della musica(è sulla copertina di “Pin Ups”, disco del 1973 di David Bowie). Indimenticabile e in voga per questa primavera/estate il suo beauty look: aspetto adolescenziale, capelli corti e ciglia “cloggy” (arcuate, opache e separate).

twiggy (1)

whee twiggy

twiggySe a Mary Quant va il merito di aver dato voce alle richieste delle ragazze londinesi, va allo stilista francese André Courrèges il merito di aver introdotto la mini-jupe nel mondo dell’alta moda, e in particolare nelle sue sfilate del 1964-1965 a Parigi. Poteva la rivoluzione della mini non riguardare in qualche modo la Francia, patria della moda? E, in tal senso, non possiamo non sottolineare l’influenza che nella nascita della mini ha avuto la più rivoluzionaria tra le stiliste: ovviamente sto parlando di Coco Chanel. È stata lei, infatti, molti anni prima a reinterpretare lo stile e l’abbigliamento femminile, rendendolo più semplice sia in termini di taglio degli abiti che di vestibilità, dando ufficialmente l’addio, su vasta scala, a gonne lunghe e pesanti, ai claustrofobici corsetti e introducendo l’uso del jersey, destinato sino ad allora alla sola classe proletaria. Insomma, la stilista francese ha ufficialmente fatto da apripista per i successivi, ulteriori cambiamenti in fatto di abbigliamento, che hanno portato alla nascita della mini. E dalla mini ai mini-dress il passo è stato breve, anzi immediato.

Coco-ChanelC’è comunque da dire, per dovere di cronaca, che la mini, primi di diventare un capo indossato-non senza polemiche-dalla donne di tutto il mondo, era stato già indossato dalle sensualissime pin-up, da alcune sportive (tenniste e pattinatrici), cheerleaders e addirittura negli anni ’20 dalla ballerina e cantante Josephine Baker, che sfoggiò coraggiosamente un corto gonnellino formato da un casco di banane. È da un secolo circa, quindi, che le donne hanno scelto di mostrare le loro gambe, sulla scia dei primi movimenti femministi di fine dell’800, in cui le donne rivendicavano l’esigenza di indossare abiti più comodi, legati a nuove esigenze e nuovi stili di vita.

SPO2306-27-188--620x385

19208_josephine_baker_bananasE se negli anni ’70 del secolo scorso le mini sembravano quasi destinate a scomparire dagli armadi delle donne, dagli anni ’80 in poi le nostre amate gonne hanno ripreso nuova vita, rimanendo tuttora un vero e proprio must-have per tutte. Le abbiamo viste abbinate a collant, fuseaux, calzettoni in stile collegiale, fino ai più attuali leggins; le abbiamo viste indossate dalle modelle sulle passerelle, dalle ragazze per la strada, al cinema, in serie televisive cult (Sex & The City vi dice niente?), nei videoclip musicali, in innumerevoli programmi televisivi (ricordate le ragazze di Non è la Rai?), destando spesso l’indignazione per i troppi cm di “carne” lasciati scoperti. Di certo, come per ogni capo che si indossi, è sempre questione di buon gusto e di appropriatezza al contesto!

vip-in-minigonna1-749x505

Schermata092456200alle01.49.38

Non-è-la-RaiChe siano a palloncino, aderenti, a pieghe, floreali, in jeans, a righe, a pois, fantasia o monocolore fa poca differenza: la mini è e resterà sempre la mini! E ora che ci avviciniamo, lentamente, alla bella stagione, le occasioni di indossarla si moltiplicheranno, per cui libero sfogo alla fantasia e…..buona mini a tutte!

L’articolo è pubblicato su Lady O e MYGENERATIONWEB ai seguenti link:

http://www.ladyo.it/sua-maesta-la-mini-viaggio-attraverso-il-must-have-di-ogni-donnamygenerationweb-per-ladyo/

 

“Eppur si muove”: Vento di cambiamento in passerella – I^ Parte

Non me ne voglia Galileo Galilei per essermi concessa la libertà di usare, fuori da un contesto scientifico, la frase con cui-secondo la tradizione-egli sostenne di fronte al Tribunale dell’Inquisizione la Teoria Copernicana. “Eppur si muove”: lo scienziato toscano si riferiva al moto della Terra intorno al Sole (sempre meglio ricordarlo, non si sa mai!), io mi riferisco a quel timido ma percettibile vento di cambiamento che da un po’ ha iniziato a soffiare sul mondo delle passerelle, ripulendole un po’ dalla polvere che si è accumulata in anni e anni di staticità.

Sì, parliamo di moda e di sfilate, del tempio della perfezione-o di quella che ci viene proposta dall’alto come tale-di una realtà tanto patinata quanto discussa. Non sono solo gli stilisti e le modelle sotto i riflettori, ma lo sono finalmente le passerelle stesse, che sono sempre più frequentemente oggetto di critiche, in quanto considerate come lo specchio di una realtà quasi inesistente, che non parla a tutti, ma solo ad una fascia ristrettissima di donne soprattutto e qualche volta di uomini. Tralasciando l’inaccessibilità in termini di possibilità economica di acquisto dei capi soprattutto dell’haute couture (“alta moda”) ma anche del pret à porter (“pronta da indossare”-mi chiedo per chi!), che meriterebbe una riflessione a parte, voglio concentrare l’attenzione sull’esistenza di un gap, apparso sino ad oggi incolmabile, tra le passerelle e la realtà autentica di coloro che gli abiti li comprano e li indossano nella vita quotidiana.

La “moda” ci presenta in passerella delle proposte-diciamo così-di abbigliamento, secondo dei canoni che più o meno tutte noi sentiamo troppo lontani da ciò che siamo realmente, specialmente per il modo in cui queste proposte arrivano ai nostri occhi, condizionando fortemente il nostro modo di percepirci. Se non fosse chiaro mi sto riferendo a quelle statue viventi che chiamiamo modelle.

immagine21

Per carità, in molti casi non è altro che un piacere vederle sfilare per bellezza, portamento, personalità, stile, così come è un piacere per gli occhi ammirare vere e proprie creazioni di artisti più che comuni abiti: mi vengono in mente Valentino, Versace, Armani, giusto per tenere alta la bandiera del “made in Italy”. E accanto a loro le immagini di donne che sono diventate delle vere e proprie icone: Twiggy, Brooke Shields, Cindy Crawford, Claudia Shiffer, Noemi Campbell, Eva Herzigova, Linda Evangelista, Helena Christensen, Carla Bruni, Carol Alt, Elle Macpherson, Kate Moss, Milla Jovovich, Laetizia Casta, Adriana Lima, Heidi Klum, Bar Rafaeli, Bianca Balti, Gisele Bundchen. La lista della “perfezione” è chiusa in bellezza dalla modella brasiliana, icona degli anni 2000, che proprio in questi giorni ha dato l’addio alle passerelle direttamente dalla San Paolo Fashion Week.

081250847-1909e015-e30c-4686-9b3c-20858b10e18d

081252670-f76bb97e-3328-4f4f-8845-409ba0a40f0f

La maggior parte di questi nomi, e senza dubbio l’ultimo, sono legati sì ad una bellezza non ordinaria, irraggiungibile forse, ma anche all’armonia delle curve, alla femminilità, alla prorompenza, che restituiscono un’immagine di donna prima di tutto in salute. Per cui non credo assolutamente che modella sia sinonimo di magrezza al limite della malattia e pertanto non mi sento di demonizzare il mondo delle passerelle, come molti fanno. È pur vero che moltissime altre modelle, non a caso non divenute famose, con le “bonissime” elencate sopra non hanno nulla a che vedere: corpi quasi scheletrici, visi emaciati, spesso esaltati da make up e acconciature furbamente studiate. Sembra si reggano in piedi solo col vento a favore. Fin troppo oggetto di discussione la pericolosità del messaggio che passa e che trova un terreno fertile nelle donne (ma anche negli uomini) che vivono condizioni di disagio personale tali da condurre allo sviluppo di pericolosissimi disturbi della sfera alimentare.

Ha fatto scalpore in questo senso, suscitando l’indignazione soprattutto su web, l’immagine della modella sedicenne Lulu Leika Ravn Liep, evidentemente anoressica, apparsa sulla copertina di Cover Magazine (famoso giornale danese).

cover905

La direttrice della rivista, Malene Malling, non ha potuto esimersi dalla richiesta pubblica di scuse con le seguenti parole: “Nessuno deve pensare che ciò che è successo passerà inosservato, mi auguro che non ricapiti mai più. Mi scuso”. Attualmente solo in Israele è prevista una legge che vieta “l’utilizzo” di modelle anoressiche, stabilendo come limite un BMI (Indice di massa corporea) di 18.5, che è tuttavia già al di sotto dell’intervallo di normalità (20-25 Kg/m2). Recentemente in Francia il deputato del Partito Socialista e medico Olivier Vèran ha presentato un emendamento al progetto di legge sulla Sanità, con il quale si chiede proprio che modelle troppo magre non sfilino in passerella né sia usata la loro immagine per campagne pubblicitarie, con sanzioni che vanno da multe a un periodo di reclusione.

Ben più vasta, comunque, è la platea di donne che è influenzata negativamente dal mondo della moda rispetto al proprio stile di vita, con conseguenze quali un ossessivo ricorso a diete restrittive, palestra e ricorso a pericolosi farmaci con effetto dimagrante (vedi amfetamine), pur di raggiungere un’immagine soddisfacente, pur di risultare “adatte” a esporsi in pubblico, ma soprattutto di sperimentare un po’ di quella autostima che evidentemente latita in altri ben più importanti aspetti della vita. Ma, come dicevamo, qualcosa o forse più-e lo spero-si sta muovendo e non possiamo non tenerne conto: dal “fenomeno” delle modelle curvy alle polemiche che hanno investito le “Angels” di Victoria’s Secret, dalla prima ragazza Down in passerella, alla prima modella affetta da vitiligine, passando per le ormai numerose modelle affette da paralisi che sfilano sulle loro sedie a rotelle. E uno spazio a parte lo meritano sicuramente le mamme modelle che hanno sfilato per Dolce e Gabbana con i loro bimbi tra le braccia.

Per tutti questi segnali positivi di cambiamento vi do appuntamento nei prossimi giorni con la seconda parte.

Stay tuned!

http://www.mygenerationweb.it/201504162381/articoli/agora/al-femminile/2381-eppur-si-muove-vento-di-cambiamento-in-passerella-i-parte

 

Nessuno mi può giudicare!

look-in-bianco-per-carrie-bradshaw

Ciascuna donna, così come ogni uomo, indossa gli abiti nei quali si sente maggiormente a proprio agio in ciascuna occasione, con i quali si piace o si sente più sicura di sé. Il corpo e di conseguenza ciò che lo riveste, rappresenta il mezzo attraverso il quale, in primis, si stabiliscono le relazioni umane; ne va di conseguenza che l’abbigliamento sia estremamente importante per sentirsi pienamente parte della società in cui si vive, del mondo.

Proprio per questo è indispensabile guardare agli altri sempre con la giusta dose di spirito critico, senza lasciarsi andare a frettolose e superficiali considerazioni, soprattutto di carattere morale. Potremmo dire, come un famoso proverbio, che “l’abito non fa il monaco”. Sarebbe un grave errore-ammettiamolo, lo abbiamo fatto tutti almeno una volta nella vita-cercare di definire una persona sulla base del suo aspetto fisico, di come veste, del fatto che segua o meno le mode correnti.

Così, affermare che una donna sia una poco di buono o al contrario l’angelo del focolare a seconda della lunghezza degli abiti che indossa e quindi dei centimetri di carne che lascia scoperti o che copre, è grave quanto affermare che una donna che veste in modo provocante sia la responsabile, almeno in parte, di un’eventuale violenza sessuale. “Ma come va vestita in giro? Che poi non si lamenti se qualcuno la infastidisce o peggio ancora se viene violentata!”. Non è per nulla inusuale ascoltare commenti del genere e non solo da parte di detestabili donne in dentiera o in perenni mise da lutto, né tantomeno solo da uomini arrapati fino al midollo. Sono anche le stesse donne, giovani e adulte, non fa distinzione, ad avere questa visione retrograda, che professa l’equivalenza tra tipologia di abbigliamento e principi morali. Con queste riflessioni non sto negando che vi siano luoghi o circostanze in cui sia consigliabile un abbigliamento adeguato. Nessuna di noi sognerebbe di presentarsi ad un colloquio di lavoro con shorts ed infradito o ad un funerale con un abito paillettato (o almeno mi auguro!). Allo stesso modo, secondo quale “metro” di misura (è proprio il caso di dirlo e in seguito capire il perché!), una donna che ama indossare abiti che nulla lasciano intravedere del proprio corpo sia per definizione una donna dai principi morali integri o debba essere considerata priva di femminilità, non attraente, non disposta a relazionarsi positivamente con l’altro(o il proprio) sesso? Eppure, ancora oggi, le donne soprattutto continuano ad essere bersaglio di giudizi più che superficiali solo ed esclusivamente in virtù del proprio abbigliamento, con conseguenti ripercussioni nella vita sociale, lavorativa, affettiva. Troppo riduttivo guardare una persona ed inserirla in una categoria, escludendo tutte le sue qualità umane, troppo facile assegnare un’etichetta, come se si trattasse di un capo di abbigliamento.

A tale proposito, negli ultimi mesi sta spopolando sul web una campagna chiamata “A Woman’s Worth”, divenuta virale, che ha il seguente slogan: “Non misurare il valore di una donna dal suo abbigliamento”. Ad idearla e realizzarla è stata l’artista tedesca Teresa Wlokka che, insieme agli studenti della Miami AD School di Amburgo, ha creato tre immagini, estremamente evocative e provocatorie, che raffigurano le parti del corpo femminile più comunemente sessualizzate accanto ad un metro.

All’inizio la campagna era stata erroneamente associata al nome di “Terre Des Femmes”, un’organizzazione svizzera no profit che opera nel campo dell’uguaglianza di genere, che ha subito  smentito, pur dichiarandosi a sostegno dell’iniziativa, quando la campagna è stata accusata di aver plagiato un progetto analogo del 2013, chiamato “Judgments”. Quest’ultimo, infatti, proponeva immagini e riflessioni simili a sottolineare l’importanza di suscitare riflessioni critiche sull’argomento, evidentemente ancora molto attuale.

1426877239-syn-1-1426865664-terre-des-femmes-womans-worth-ad-campaign-2

1426877241-syn-1-1426865724-terre-des-femmes-womans-worth-ad-campaign-1

1426877242-syn-1-1426865770-terre-des-femmes-womans-worth-ad-campaign-3

In base all’altezza dei tacchi, alla lunghezza delle gonne e alla profondità della scollatura, le donne vengono etichettate con i seguenti aggettivi: puttana, sgualdrina, “in cerca di quello”-chissà a cosa si staranno riferendo?- sfacciata, una che stuzzica, noiosa, all’antica, pudica o meglio santarellina. Solo 8 aggettivi. Piuttosto pochi per definire un qualsiasi essere umano, non vi sembra? Eppure, sono gli stessi 8 aggettivi che chissà quante volte ci sono stati attribuiti senza che noi lo sapessimo, anche se molto spesso è facile percepirlo dagli sguardi che ci sentiamo incollati addosso, “spermatozoici”, come li definisce un amico.

 Ma anche noi donne, se ci guardiamo con un pizzico di onestà, possiamo riconoscere di aver istintivamente utilizzato lo stesso metro di giudizio quando ci siamo lasciate andare ad una considerazione superficiale su qualcuna che non ci era propriamente simpatica( il capo? l’amica che ci ha tradita? La ex del nostro compagno?)! E allora, iniziamo a dare il buon esempio e auguriamoci di non essere più considerate come una grandezza fisica da misurare, ma esseri umani meritevoli sempre e comunque di rispetto, di valutazioni che esulino dal nostro abbigliamento e della libertà di indossare ciò che desideriamo senza per questo essere un fin troppo facile bersaglio. Lasciamo agli ignoranti considerazioni di altro genere: in ogni caso loro non capirebbero!

http://www.mygenerationweb.it/201504022349/articoli/agora/al-femminile/2349-nessuno-mi-puo-giudicare

Il vintage e “La vie en rose”

Da circa un paio d’anni collaboro con una grande amica, nonché un’ormai affermata esperta di Vintage, ideatrice di un originale blog che, a breve, si trasformerà in un vero e proprio e-commerce, per facilitare l’acquisto di capi scrupolosamente selezionati in giro per l’Italia e l’Europa, risalenti ad un periodo compreso tra gli anni ’50 e gli anni ’80. Qualche anno ancora di pazienza ed anche i capi degli anni ’90 entreranno, a tutto titolo, nel mondo vintage. Sì, perché per parlare di un articolo vintage, sia esso un abito, un accessorio o un oggetto di arredamento, è necessario che lo stesso abbia un’età di almeno 25 anni!

http://https://www.facebook.com/lavienrosevintageboutique

La mia passione per il vintage è nata dal contatto con una persona speciale, la cui casa è un vero e proprio tempio del vintage! Così ho iniziato ad apprezzare oggetti che trasudano vita, portano con sé frammenti di storia, collettiva e personale, arricchendo il presente con uno sguardo rivolto al passato. Ho trascorso anni a disfarmi letteralmente di oggetti che oggi avrebbero avuto un grande valore, soprattutto appartenenti a mia nonna, uno su tutti la mitica macchina da cucire “Singer”. Ho imparato a fare attenzione a quello che possiedo o che posseggono le persone intorno a me….credo valga la pena di pensarci su 100 volte prima di dire addio a qualsiasi cosa, cercando allo stesso tempo di evitare che la mia casa(o meglio la mia stanza!) sia sommersa fino all’inverosimile. Adoro curiosare in giro, anche durante i miei viaggi, alla ricerca di oggetti del passato, non solo per acquistarli(spesso hanno prezzi improponibili!) ma semplicemente per apprezzarne la fattura e la storia che essi esprimono, immaginando ad occhi aperti chi li possedesse e quale significato avessero per queste persone.

Continua a leggere