Un giorno per dire BASTA alle mutilazioni genitali femminili

8 Marzo. Festa della donna. Fiori, cioccolatini, serate a tema e vetrine allestite per l’occasione fanno decisamente a cazzotti in questo giorno con manifestazioni, memoria storica e riconoscimento di diritti. Diritti, questi sconosciuti, per milioni di donne nel mondo. Rispetto, questo sconosciuto, dell’integrità fisica, morale e psicologica della donna, oggi ancora un lontano miraggio in tanti paesi. Mutilazione genitale femminile. Solo a sentirla pronunciare questa espressione fa orrore; se ne parla, sì, ma di rado, quasi fosse ancora un tabù, un argomento troppo scomodo e troppo crudo da affrontare. Troppo privato, troppo intimo. Abbiamo scelto di parlarne oggi, nel giorno in cui il mondo celebra la donna, perché riteniamo sia una delle più grandi e mortificanti forme di violenza di cui le donne sono ancora vittime, una forma di violenza di cui il mondo speriamo quanto prima possa liberarsi definitivamente. Donne mutilate e brutalmente cucite per preservarne la “purezza”, donne a cui, nel migliore dei casi, viene negato un sano e sereno rapporto con il proprio corpo e con la propria sessualità, e che nella quasi totalità dei casi vanno incontro a gravissimi problemi di salute, rischiando persino la morte.

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Per mutilazioni genitali femminili si intendono una serie di pratiche che consistono nell’incisione e/o asportazione parziale o completa dei genitali femminili esterni. Tra queste la tristemente più nota nonché la più aberrante, umiliante e dolorosa è l’infibulazione. Quest’ultima prevede l’asportazione del clitoride, delle piccole labbra e di parte delle grandi labbra, con successiva sutura delle parti residue di queste ultime. I genitali esterni sono così completamente cuciti, consentendo solo lo sbocco dell’urina (dal meato uretrale) e quello-difficoltoso-del sangue mestruale da una minima porzione di ostio vaginale rimasto pervio.

Non ci sono abbastanza parole per descrivere una simile atrocità, non ci sono, non possono esistere, ragioni valide per cui un essere umano, senza una necessità medica, debba essere mutilato, debba essere “modificato” contro la sua volontà rispetto a come, nella perfezione del suo corpo, è venuto al mondo. Eppure, affondando le radici in culture lontanissime dalla nostra, sono tante le ragioni-se così possono essere chiamate-per cui le donne subiscono le mutilazioni genitali. Un rito di iniziazione delle adolescenti, una sorta di passaggio alla vita adulta, un modo per preservarne la purezza fino al matrimonio, limitando e rendendo dolorosa la sessualità ma anche mettendo seriamente a rischio la fertilità, motivazioni religiose ed economiche-quello degli interventi mutilanti infatti è un vero e proprio business, un “servizio” pagato profumatamente.

Inimmaginabili il dolore, le lacrime, le urla, il terrore delle neonate, delle bambine, delle donne, vittime inermi di un tale abominio, praticato, nella maggior parte dei casi, da donne come loro, levatrici od ostetriche che siano. Inimmaginabile lo squarcio interiore, i segni indelebili nell’anima oltre che sul corpo. Tanti, troppi i rischi per la salute: emorragie, shock per il dolore devastante, setticemia, complicazioni al momento del parto, infezioni e ostruzioni croniche del tratto urinario e molte, molte altre.

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È l’Africa a detenere il triste primato del continente in cui le MGF sono più largamente praticate, seguito dall’Asia (paesi a prevalenza islamica); più raramente il fenomeno è presente in America Latina e sporadicamente negli Stati Uniti, in Europa, in Australia, tra comunità di immigrati. In occasione della Giornata ONU di Tolleranza Zero verso le Mutilazioni Genitali Femminili, lo scorso 6 febbraio, l’UNICEF ha pubblicato un nuovo rapporto da cui è emerso che almeno 200 milioni di donne e bambine in 30 paesi tra Africa e Asia hanno subito mutilazioni genitali e che la metà di loro vive in soli 3 paesi: Egitto,Etiopia e Indonesia. Inoltre in tutti i paesi in cui le mutilazioni vengono praticate, sono bambine al di sotto dei 5 anni ad esserne vittime, un dato agghiacciante.

Ma qualcosa, anche in questi paesi sta cambiando, grazie alla mobilitazione globale e alla nascita di una nuova consapevolezza da parte delle donne; già sono numerosi gli stati africani in cui le mutilazioni genitali sono diventate illegali e la speranza collettiva è che il numero di questi possa aumentare sempre di più. La comunità internazionale si ripropone di eliminare definitivamente le mutilazioni genitali femminili entro il 2030; è l’UNICEF insieme al Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA) a coordinare questo importantissimo obiettivo grazie al cosiddetto Joint Programme on Female Genital Mutilation/Cutting.

Nessuna donna, nessun uomo, nessuna società civile può tacere a riguardo; ognuno può e deve fare la sua parte affinché questo risultato possa essere raggiunto, affinché le mutilazioni genitali femminili diventino “solo” l’ennesimo tragico capitolo della storia dell’umanità.

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L’articolo è pubblicato integralmente on line al seguente link: http://www.mygenerationweb.it/201603082958/articoli/agora/al-femminile/2958-un-giorno-per-dire-basta-alle-mutilazioni-genitali-femminili

Un brindisi. Anche alle giornate storte!

Ci sono giornate che assomigliano ad un’altalena. Vai su e giù continuamente e per quanto cerchi di trovare un equilibrio che ti mantenga stabile, proprio non riesci a trovarlo. Giornate che iniziano storte, con l’influenza alle calcagna e tutti i segni della stanchezza, nel corpo, nello spirito e soprattutto sul volto. I tuoi occhi (e le tue occhiaie) parlano più di mille parole. Eppure basta qualche piccolo attimo, qualche gesto semplice per raddrizzarle, almeno per un momento. Ti concedi una seconda colazione, perché la prima, no, non ti ha soddisfatto. E allora ti rifugi in un bar che senti familiare e consoli le tue papille gustative con un delizioso cornetto ai frutti di bosco e un caffè che ti rimette al mondo.

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E inspiegabilmente acquisti una nuova energia, respiri profondamente e ti convinci che un nuovo inizio è possibile, a volte basta veramente poco. Sfoggi un sorriso sincero e pulito, la gentilezza e la grazia di cui sei capace e riparti. Ti sintonizzi con il mondo intorno a te e l’incontro con uno sconosciuto, per la strada, in un negozio, si rivela una piccola magia, uno scambio naturale e immediato di umanità, che in alcuni giorni ti sembrano un miraggio. Una goccia d’acqua nel deserto. Un momento di fraternità mentre tutt’intorno qualcuno è impegnato a farsi inutilmente del male o peggio a ignorare chi e cosa lo circondano.

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Poi, quella piccola magia che iniziava ad avere le sembianze di un sogno, a mano a mano si affievolisce fino a scomparire. Le lancette dell’orologio segnano mezzanotte e la carrozza scompare. Ti senti come una principessa rimasta sola in mezzo a un branco di lupi. È la vita pronta a sbranarti non appena abbassi la guardia. Parole sputate via senza riflettere sulle conseguenze, sguardi freddi e pungenti, piccole e grandi meschinità, occasioni mancate di complicità. Le montagne russe riescono a portarti in una frazione di secondo molto in basso quando ci si mettono di impegno. E un po’ di sporco inevitabilmente finisce con l’appiccicartisi addosso, le mani si impolverano e il cuore comincia a piangere le lacrime che forse al mattino avevi solo cercato di trattenere dentro. Una sferzata di vento gelido, un pugno in pieno viso. Una caduta da sbucciarti le ginocchia. Proprio come quando eri bambina.

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Così capita spesso a me. A me che cerco la pace, con me stessa e con il mondo, a costo di sembrare l’eterna sognatrice, la nostrana Amelie, quella che non si rassegna alle brutture del mondo e ama scovare forme tra le nuvole. Quella che ama dare un senso con le emozioni e le parole-queste parole-alle giornate storte, quelle di sempre, quelle che saranno inevitabilmente compagne di un’intera vita. E oggi, anche grazie a queste parole scritte in silenzio sul mio letto, posso brindare nel mio cuore perché riconosco il valore e la bellezza di ogni attimo di questa vita solo perché è la mia e ho la certezza che non la cambierei con quella di nessun altro. E allora brindo anche alle giornate storte, perché custodiscono comunque frammenti che sono e rimarranno soltanto miei.

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Scene da Golden Globes

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Protagonista assoluto della cerimonia della scorsa notte dei Golden Globes: Leonardo DiCaprio. 
Ha vinto la statuetta (la terza della sua carriera) come miglior attore per l’interpretazione (muta) in Revenant. Che sia finalmente il preludio al primo, tanto atteso Oscar della sua vita? Scommesse ufficialmente aperte e relativi meme in fase di preparazione nel caso in cui venga gabbato anche stavolta. Diamogliela sta statuetta al povero Leo che ormai l’hanno vinta veramente tutti! Ma il web è in tripudio soprattutto per la SMORFIA che Leo ha riservato alla Lady mondiale, Gaga ovviamente, vincitrice del Golden Globe come miglior attrice per l’interpretazione di una serie TV drammatica (!). Avete presente la grazia con cui si muove un camionista/ippopotamo/rugbista? Guardate come LG si appropinqua a ritirare la statuetta e come Leo evita di essere travolto e ve ne farete una pallida idea. Tralasciamo la risata di cuore che si fa Leo all’annuncio della vittoria della copia sbiadita di Miss Ciccone. 
Infine, commovente la reunion con Kate Winslet. Jack e Rose di nuovo insieme, molti milioni di dollari dopo. 
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Teatro. Una versione moderna della ‘Cantata dei Pastori’ al Teatro Delle Palme.

Il regista Massimo Andrei, tra l’altro noto al grande pubblico nei panni di Snack nei mini spot che intrattengono con intelligenza ed ironia i passeggeri di Metronapoli, ha messo in scena durante le festività natalizie lo spettacolo “Razzullo e Sarchiapone”. Palco scelto è quello prestigioso del Teatro delle Palme di Napoli. La rappresentazione, accolta con partecipazione ed entusiasmo dal pubblico napoletano, è una rivisitazione in chiave moderna della storica “Cantata dei Pastori”, opera teatrale tardo-seicentesca scritta da Andrea Perrucci, che racconta in musica il Natale nel suo senso più vero, ossia la nascita di Gesù.

A partire dalle prime rappresentazioni proprio sul finire del 1600, l’opera originale ha subito nei secoli diverse modifiche, sino ai giorni nostri, quando ha raggiunto il massimo successo e notorietà grazie alla versione messa in scena dalla compagnia teatrale del grandissimo Peppe Barra. Visto il valore storico artistico dell’opera e della fama dei predecessori che si sono cimentati nella rappresentazione, va dato quindi merito ad Andrei innanzitutto per aver avuto il coraggio di presentare un suo personalissimo ed originale adattamento, che in definitiva si propone di attualizzare ed affrontare col sorriso il viaggio intrapreso da Maria e Giuseppe verso Betlemme, luogo della nascita di Gesù.

Mentre la futura Sacra Famiglia si appresta a raggiungere la città scelta da Dio per l’incarnazione del Figlio, si sviluppano le comiche vicende di due napoletani DOC curiosamente presenti in Palestina: Razzullo (Benedetto Casillo) e Sarchiapone (Giovanni Mauriello). Il primo è uno scrivano incaricato di eseguire un censimento, il secondo un barbiere omicida in fuga. Davanti ai loro occhi, tra un dialogo comico e l’altro, prende vita la lotta tra il bene e il male, tra l’imminente nascita di Gesù, protetto dagli Arcangeli (i cantori) e un principe dei diavoli, che tenta con ogni forza ed inganno di cambiare una storia divina già scritta.

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Protagonisti assoluti Casillo e Mauriello, che danno vita a due vere e proprie maschere del teatro napoletano, attualizzandole. Andrei dimostra quindi attraverso di loro la ricchezza che viene dal “recupero” di elementi della tradizione napoletana, famosa in tutto il mondo, senza rinunciare al contempo ad elementi moderni. La rappresentazione, della durata di circa due ore, ha una struttura semplice e ben orchestrata, in cui si alternano le “gag” di Razzullo e Sarchiapone, il racconto della storia della nascita del Messia, le incursioni del diavolo, i canti, rigorosamente in napoletano, secondo la tradizione, ma rielaborati da Carlo Faiello.

La forza dello spettacolo è racchiusa in alcuni elementi fondamentali: la professionalità artistica del cast, la suggestività dei canti, interpretati meravigliosamente dai cantori/attori, la commistione tra sacro e profano, tra tradizione e modernità. Tra gli elementi interessanti e innovativi vi è la scenografia che si avvale di una nuova tecnica digitale, il “video mapping”, che consente di proiettare immagini in computer grafica ottenendo un effetto 3D, fungendo quindi da cornice ideale per il racconto della storia.

Chiude la rappresentazione una riflessione, che non poteva non essere affidata alla voce di Benedetto Casillo, sullo svilimento attuale del significato profondo del Natale, che sembra sempre di più essere stato smarrito, tra ansie che accompagnano le festività e corse all’acquisto dei regali. Lo spettacolo quindi  si inserisce nel contesto di quel tipo di teatro che in modo estremamente semplice si fa portavoce di un messaggio, annullando la distanza fisica tra attori sul palco e spettatori, proponendosi di suscitare una riflessione consapevole e pertanto svolgere una funzione non solo artistica ma sociale.

Le ultime due repliche sono previste per oggi e domani e rappresentano quindi una ghiotta occasione per respirare ancora per un po’ l’ineguagliabile aria natalizia, grazie alle suggestioni e alle emozioni che probabilmente solo uno spettacolo teatrale sa suscitare, complice l’esecuzione dal vivo degli splendidi canti proposti.

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Vedi Napoli e poi…..VIVI!

Mia cara, adorata Napoli,
quanto è grande il desiderio di vederti un giorno splendente come in questi magnifici scatti che ti rivelano unica, magica, di incomparabile bellezza e fascino. Come vorrei che gli spettacolari fuochi d’artificio che ti hanno a lungo illuminata nella notte di Capodanno e che hanno incantato la vista di tanti, napoletani e non, segnassero e consacrassero una rinascita in cui tanti speriamo. Si percepisce nell’aria che qualcosa si sta finalmente muovendo, si percepisce dalla speranza che sta iniziando a maturare negli animi di chi ti ama e ti ha sempre amata nonostante le tue disarmanti e avvilenti contraddizioni. La poesia che fa da contraltare all’ignoranza, l’impegno che si contrappone alla noncuranza e all’illegalità, il desiderio di vita che fa a cazzotti con il sangue. Quello delle vittime innocenti che la malavita continua a mietere nelle nostre strade sotto gli occhi stanchi, impotenti e spesso omertosi di chi la speranza, forse, l’ha persa da un pezzo. Tutti sono rimasti a bocca aperta di fronte al tuo splendore quella notte. Quella notte fredda e tersa in cui il mare calmo e la cornice del golfo ti hanno eletta la più mirabile delle regine, mentre giochi di luci, forme e colori brillavano prepotentemente nel tuo cielo sereno. La stessa notte in cui l’ennesima vita è stata consumata, quella di un giovane di appena 27 anni. Quanto impegno, quanta dedizione, quanto amore è necessario per aiutarti a combattere, quanta onestà nell’ammettere che i tuoi, i nostri problemi, sono grandi e complessi, stratificati sotto le macerie di anni e anni di criminalità, disimpegno, disinteresse. Troppo facile nascondere le nostre responsabilità all’ombra dei tuoi tesori, troppo infantile l’atteggiamento di chi si fa scudo dei tuoi secoli di storia e cultura per glorificarsi agli occhi del mondo senza contribuire attivamente alla tua, alla nostra vita. Una vita, oggi, ancora troppo spesso ai margini della civiltà, in balia di limiti, abbandono, desolazione, emarginazione, dove la convivenza scricchiola, la maleducazione regna incontrastata e la malavita è ancora vista come l’unica alternativa per sopravvivere. 
Napoli, noi, non meritiamo di sopravvivere. Ma di vivere. 
Questo mi auguro innanzitutto per il 2016. Che tanti napoletani scelgano di vivere, scelgano di vederti splendente come quella notte.

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Foto: Riccardo Vosa

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Cinema. Il Ponte delle Spie, il nuovo film di Steven Spielberg.

Steven Spielberg torna magistralmente dietro la macchina da presa realizzando un film che si cala tra le maglie della Guerra Fredda. Anche lo spettatore meno consapevole della crucialità di quel periodo storico, non può attraverso Il Ponte delle Spie non cogliere il senso profondo e concreto della rivalità tra le due super potenze mondiali di quel periodo, USA e URSS, e soprattutto quanto gli effetti di questa si ripercuotessero nella vita delle persone, al di là di complotti politici e rischi tanto imminenti quanto invisibili. Matt Charmann e i fratelli Coen firmano la sceneggiatura, che muove i suoi passi dalla vicenda, realmente accaduta, che vide protagonista alla fine degli anni ‘50 l’avvocato James Donovan, interpretato brillantemente nel film da Tom Hanks.

1957. A New York viene catturato Rudolf Abel (Mark Rylance), accusato di essere una spia russa. Nel clima infuocato della guerra fredda, che rende Abel un nemico verso il quale non avere alcuna pietà, la democrazia e i principi della costituzione americana impongono che, come ogni altro cittadino, l’uomo venga regolarmente processato. Per la difesa gli viene assegnato d’ufficio un avvocato di Brooklyn, che sino ad allora si era occupato esclusivamente di assicurazioni, James Donovan. Inizialmente scettico, Donovan impiega crescenti impegno, professionalità e passione per esercitare i diritti del suo assistito in quanto essere umano e per questa ragione attira su di sé l’ostilità della moglie Mary (Amy Ryan) e il disprezzo dell’intera opinione pubblica. Quando in territorio russo viene abbattuto un aereo spia americano e fatto prigioniero il tenente Francys Gary Powers (Austin Stowell), il governo affida astutamente a Donovan la trattativa con i sovietici per lo scambio dei prigionieri, per evitare di esporre in prima linea la CIA.

La trattativa sarà negoziata a Berlino, all’alba della costruzione del muro, dove la Repubblica Democratica Tedesca (DDR) e la Repubblica Federale erano l’incarnazione della spietata ostilità tra russi e americani. A complicare la già ben delicata questione, l’arresto di uno studente di economia di Yale, Frederic Pryor, da parte della polizia sovietica, nel tentativo di aiutare la fidanzata a lasciare Berlino Est. Donovan si esporrà personalmente e al di fuori dell’accordo con i “capi” per negoziare nell’ambiente avverso, tanto della Germania Ovest quanto di quella Est, lo scambio di Abel con entrambi i prigionieri americani. Due, i luoghi, altamente simbolici, dello scambio: il cosiddetto ponte delle spie, il ponte di Glienicke e il Checkpoint Charlie.

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La profonda umanità è la chiave di lettura della pellicola del pluripremiato regista americano. Quell’umanità che sopravvive nel contesto di una guerra senza armi ma altrettanto spietata che ha fatto tremare il mondo intero dopo la Seconda Guerra Mondiale. Quell’umanità che salva le vite sacrificabili di una spia russa rimasta fedele al suo “dovere”, di un pilota americano che non ha rispettato il protocollo di “spendere il suo dollaro” (uccidersi pur di non essere catturato) e di un giovane studente, inerme ed estraneo alla logica della guerra. Umanità incarnata dal protagonista, che sceglie a sue spese di percorrere la strada più difficile, rimanendo saldo nei suoi principi di giustizia, molto lontani dalle ragioni disumane e brutali del conflitto, rivelandosi in ultimo un eroe.

L’interpretazione convincente del Premio Oscar Tom Hanks, la sceneggiatura pulita, lineare e coerente, l’eccezionale fotografia, la regia impeccabile di Spielberg, che torna ad affrontare il tema della guerra (Shindler’s List, Salvate il Soldato Ryan) rendono Il Ponte delle Spie un film da promuovere a pieni voti, senza dubbio uno dei migliori del 2015. Assolutamente da vedere. Una curiosità: nel cast anche Eve Hewson, che interpreta la figlia di Donovan, nella vita reale figlia di Bono Vox, leader degli U2, il cui nome deriva proprio dall’aereo americano pilotato da Powers e abbattuto dai sovietici.

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Qui, il trailer:

 

Cinema. Star Wars Episodio VII. Il grande ritorno della più celebre saga di tutti i tempi.

È stato senza dubbio l’evento cinematografico dell’anno, nonché il più ghiotto regalo di Natale per milioni di fan in tutto il mondo. Stiamo parlando ovviamente dell’episodio VII di Star Wars: Il Risveglio della Forza (titolo originale The Force Awakens), primo capitolo della nuova trilogia delle guerre stellari, che già prevede l’uscita degli episodi VIII e IX (rispettivamente nel 2017 e nel 2019). Il Risveglio della Forza approda al cinema dopo ben 10 anni dall’episodio III, La Vendetta dei Sith, l’ultimo scritto e diretto da George Lucas, creatore della più celebre saga cinematografica di tutti i tempi. Ed è stata anche la curiosità verso il primo prodotto dell’era post Lucas-la Lucasfilm ha venduto i diritti di Star Wars al colosso Disney-ad alimentare l’attesa per il nuovo capitolo di Guerre Stellari, diretto da J.J. Abrams, che ha realizzato anche la sceneggiatura insieme a Lawrence Kasdan (entrambi sono anche i produttori).

Il Risveglio della Forza si riaggancia temporalmente all’episodio VI, Il Ritorno dello Jedi (1983). Sono trascorsi infatti 30 anni da quando Luke Skywalker e compagni hanno distrutto la Morte Nera ponendo fine all’Impero Galattico e hanno restituito pace alla galassia. Lo scenario, tuttavia, non è cambiato molto: il lato oscuro della Forza ha trovato nuovi canali attraverso cui manifestarsi. A minacciare la Repubblica è ora il Primo Ordine, capeggiato dal Leader Supremo Snoke, che sta costruendo un’arma di distruzione dieci volte più grande della Morte Nera, la Starkiller. Al servizio di Snoke c’è un giovane, potente ma insicuro, che coltiva il sogno di diventare un grande sith e seguire le orme del glorioso e malvagio Darth Vader: il suo nome è Kylo Ren. Nella lotta tra i due lati della Forza, cruciale è la presenza dell’ultimo Jedi, ma nell’intera galassia non si ha più alcuna notizia di Luke, che sembra sparito nel nulla.

Una mappa custodita da un droide, BB8, è l’unica possibilità di trovarlo e dare così una svolta decisiva alla guerra; sulle sue tracce si mettono sia Kylo Ren che i membri della Resistenza, i custodi della Repubblica. BB8, messo in salvo da Poe, membro della Resistenza ed abile pilota, e da Finn, disertore dell’Ordine, si imbatte per caso nella vita di Rey, una giovane e temeraria abitante di Jakku, che sopravvive vendendo rottami trovati nel deserto. Aiutata dallo stesso Finn, Rey si imbarca su una vecchia navicella, non sapendo che si tratta del mitico Millennium Falcon, e i due vengono intercettati da Han Solo e Chewbacca. La missione è chiara: portare BB8 alla base della Resistenza, dove Han Solo ritroverà la Principessa Leila, ora anche generale della Resistenza. Accanto a lei i fedeli C3PO ed R2D2, quest’ultimo in uno stato di quiescenza. Come prevedibile, l’Ordine e Kylo Ren, che ha origini tutt’altro che malvagie, non resteranno a guardare, mettendo in atto parallelamente un vero e proprio piano di distruzione della galassia. Dovranno scontrarsi però contro il risveglio della forza, che vive e si manifesta inaspettatamente nella giovane Rey che, senza alcun addestramento, padroneggia armi da Jedi, compresa la spada laser di Luke. Spetterà a lei il compito di restituirla al legittimo proprietario.

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Riportare Star Wars al cinema è stata senza dubbio impresa ardua-anche se si tratta dell’acclamato creatore di Lost: inevitabile il confronto con gli altri episodi della saga, passando al setaccio ogni elemento alla ricerca di una nota stonata. Anche perché il tempo del racconto impone che Il Risveglio della Forza sia il sequel della prima, storica trilogia di Lucas, accendendo ancora di più i riflettori sul film. A nostro avviso l’episodio VII non delude le aspettative, non stona, anzi si inserisce armoniosamente nel contesto della saga, senza snaturarla dei suoi elementi caratterizzanti: il tono epico, il ritmo fluente, con l’alternanza di fasi di diversa intensità emotiva, una sceneggiatura solida con una trama avvincente. Quest’ultima, pur essendo come quella dei precedenti film, ben definita, rende il film meno autoconclusivo: sono molti infatti gli elementi che-supponiamo volutamente-restano non chiariti, connotando quindi il film di un alone di mistero. Altro elemento in linea con la saga è l’attenta caratterizzazione dei personaggi, tutti ampiamente strutturati ed integrati senza forzature con i vecchi, o per meglio dire storici. Non mancano sorprese e colpi di scena, tanto cari ai fan di Star Wars, non mancano le battaglie, né momenti in cui tirare il fiato e godersi un po’ di ironia. Allo stesso tempo c’è spazio per elementi innovativi: la natura umana di un trooper, che si ribella, passando dalla parte dell’ex nemico, il ruolo di protagonista affidato ad un personaggio femminile, Rey (è l’attrice Daisy Ridley la stella del film), un insolito “cattivo”, in cui è il lato “chiaro” a contaminare quello “scuro”, in maniera inversa rispetto a quanto accadeva al giovane Anakin Skywalker. Egli non vuole essere quindi l’impersonificazione del male che ha raggiunto la piena forza, maturità e spietatezza-come in Darth Vader-ma al contrario egli è un giovane smarrito, reso fragile dalla rabbia e dal dolore. Attenzione però: la crudeltà non manca, si esprime bensì diversamente nel film, nell’efferatezza della violenza perpetrata dai soldati dell’Ordine. Dal punto di vista degli effetti speciali, a distanza di 10 anni dall’ultimo episodio, si rimane senza parole di fronte a scene spettacolari; meno prorompente è la storica colonna sonora, che scandisce con minore enfasi i momenti salienti del film.

Impossibile non notare la ripresa di riferimenti all’episodio IV, Una nuova speranza (il primo, uscito nel 1977), quasi a preparare una nuova generazione di fan, senza tradire, anzi rendendo omaggio allo spirito originario della saga. BB8 infatti ha il ruolo che fu di R2D2 (anche in quel caso si trattava di custodire dei dati di vitale importanza), Rey quello di Luke, Kylo Ren-in qualche modo-quello che fu di Darth Vader, Il Primo Ordine è il nuovo Impero, Starkiller la nuova Morte Nera. Alla luce di questa riflessione, sebbene la promozione a pieni voti, resta impossibile non chiedersi come Lucas avrebbe concepito il film.

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Cinema. “La felicità è un sistema complesso”: un’amara commedia con Valerio Mastandrea.

Perché trasformiamo le cose semplici in complesse e perché, tra queste, proprio la felicità? È questa la domanda che si pone il regista Gianni Zanasi nel suo ultimo film, che vede protagonista ancora una volta dopo “Non pensarci” (2007), Valerio Mastandrea.

L’attore romano interpreta Enrico Giusti, che lavora come intermediario per una società che acquista aziende in crisi finanziaria. Il ruolo di Enrico è delicato: si tratta di fidelizzare con il cliente, convincendolo a cedere l’attività per evitarne il tracollo economico e le disastrose conseguenze sulle vite delle persone coinvolte. Nella sua carriera ha a che fare con persone irresponsabili e vacue, inclini a dilapidare il patrimonio e a sfasciare automobili; non si crea alcuno scrupolo, quindi, ad utilizzare ogni mezzo a sua disposizione pur di evitare all’azienda una fine certa. Svolge il suo lavoro brillantemente e come una vera e propria missione di vita: è il suo modo per “riparare” il trauma infantile causato dalla fuga del padre in Canada dopo il fallimento della sua azienda, a causa del quale Enrico e suo fratello Nicola sono cresciuti da soli. Se per Enrico il dovere è “restare”, Nicola, più giovane, segue nella vita le orme del padre, fuggendo dalle situazioni che lo mettono in difficoltà, tra le quali fingersi partito per il Chiapas pur di non lasciare apertamente la sua fidanzata israeliana. Enrico si ritrova così a dover ospitare in casa, suo malgrado, la ragazza, taciturna, diffidente e decisamente sopra le righe.

Qualcosa cambia per sempre nella vita lavorativa-e non solo-di Enrico quando suoi clienti diventano i giovanissimi Filippo e Camilla, di 18 e 13 anni, rimasti orfani dopo un incidente stradale in cui entrambi i genitori hanno perso la vita, diventando pertanto gli eredi dell’azienda di famiglia. Filippo, azionista di maggioranza, non si lascia imbonire dal cinismo dei titolari della Lievi e non cede alla proposta di Enrico, decidendo di non arrendersi dunque al tracollo dell’azienda e al vedere licenziati gli impiegati che tanta stima riponevano nei suoi genitori. Decide pertanto di opporsi alla delocalizzazione e sceglie di utilizzare i fondi a disposizione per tentare di risollevare le sorti dell’attività di cui è diventato responsabile a tutti gli effetti. Di fronte alla natura genuina di Filippo e Camilla e con l’esempio della giovane israeliana, Enrico non può far altro che rivedere la sua posizione e la sua stessa vita, dandole la svolta decisiva per riacquisire quella felicità, così semplice, a cui aveva finito per rinunciare.

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“La felicità è un sistema complesso” riflette, dunque, sulla scelta personale e libera di decidere della propria vita, attraverso una presa di posizione netta di fronte alle occasioni, positive o negative, che la vita stessa fornisce. Se Enrico mette un punto al proprio passato esercitando quella genitorialità sino a quel momento subita, il suo collega (Giuseppe Battison), figlio del titolare dell’azienda, “risolve” le sue inquietudini con il denaro e l’eroina

Il film, a nostro avviso, è riuscito solo per metà; ci appare infatti limitato da una trama fin troppo semplice e da una sceneggiatura scarna, che non possono che evidenziare la bravura di Valerio Mastandrea, sul quale l’intera pellicola ruota. Con la consueta spontaneità ed ironia, tratti da sempre distintivi dell’attore romano, Mastandrea regge praticamente da solo il film, in cui gli altri attori quasi fungono da anonimi gregari. Il regista cerca di limitare in qualche modo i danni, infarcendo il film di meri di esercizi di stile, peraltro discutibili, che non fanno altro che evidenziare i vuoti strutturali di cui la pellicola soffre. I lunghi silenzi, il ritmo complessivamente lento e le numerose inquadrature dedicate allo scenario del paesaggio del Trentino non giovano alla scorrevolezza del film, che è in definitiva  interessante soprattutto per l’argomento trattato, attuale e di grande impatto sociale, e per gli spunti di riflessione che offre.

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Cinema. Il Viaggio di Arlo: il nuovo cartoon Disney Pixar

Per la prima volta Disney Pixar decide di far uscire nello stesso anno due film. “Il Viaggio di Arlo” infatti è approdato nelle sale cinematografiche a breve distanza dall’acclamatissimo “Inside Out”.  Si presenta però come un prodotto piuttosto differente da quest’ultimo, così come dagli altri film targati Pixar, quali “Toy Story” ed “Up”, solo per citarne alcuni. Manca infatti di quegli elementi ironici e di quella ricchezza di contenuti e situazioni che rendono i prodotti Pixar fruibili non solo da parte dei bambini quanto di un pubblico adulto, avvicinandosi per questi aspetti forse solo a “Alla ricerca di Nemo”. Sebbene ciò, anche Il Viaggio di Arlo, rimane sicuramente un cartoon appetibile per i più grandi, connotandosi, in definitiva, come un film per tutta la famiglia, nella piena tradizione dei film Disney.

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Arlo è l’ultimo nato di tre fratellini di dinosauri; a partire dalla schiusura del suo guscio appare evidente che sia il più fragile ed insicuro e soprattutto il più timoroso dei tre. La famiglia di Arlo appartiene ad una specie di dinosauri incredibilmente evoluti poiché 56 milioni di anni fa un meteorite aveva evitato l’impatto con la Terra. I genitori di Arlo sono diventati così abili coltivatori e hanno messo su una stupenda fattoria: il segno del loro successo è l’impronta che lasciano sul silo del granaio. Anche ai loro figli spetterà l’onore di lasciare la propria impronta quando riusciranno a svolgere brillantemente i compiti a loro assegnati, segno di crescita, maturità e responsabilizzazione. Mentre i fratelli di Arlo, Buck e Libby, crescono forti e coraggiosi e si guadagnano presto il loro momento di gloria, Arlo stenta a crescere e fugge spaventato ogni qual volta entra nel pollaio per dar da mangiare alle galline. Il padre, preoccupato per le difficoltà del figlio, gli assegna il compito di catturare un “parassita” che ruba il raccolto, un cucciolo d’uomo, ma Arlo, spaventato dall’incontro con la selvaggia creatura, non porta a termine il suo compito. Arlo non sa ancora che il piccolo sarà il suo compagno e la sua guida durante il lungo e avventuroso viaggio che intraprenderà dopo essersi smarrito e dopo la morte del padre, annegato nel fiume per salvargli la vita. Il viaggio sarà l’occasione per il piccolo dinosauro di scontrarsi con le difficoltà della vita, di superare difficili prove, nonché di scoprire l’immenso valore dell’amicizia, condividendo con Spot la nostalgia per la famiglia. Non può non esserci il lieto fine: finalmente adulto, ritornerà alla fattoria e affiancherà la sua impronta a quella del padre.

ll Viaggio di Arlo ha una trama piuttosto esile, raccontando con un linguaggio molto semplice la crescita del piccolo dinosauro attraverso il superamento delle proprie paure e l’acquisizione dell’autonomia, fino al raggiungimento della piena maturità. Come da tradizione Disney, non mancano i buoni sentimenti, il valore dell’amicizia, della fiducia, della condivisione e dell’aiuto reciproco e i forti legami familiari, indispensabili per la vita. Il cartoon Pixar brilla soprattutto per il suo grande potere visivo, con una riproduzione spettacolare dell’ambiente: montagne innevate, immense distese di terra, corsi d’acqua, campi coltivati, danza di lucciole lasciano davvero a bocca aperta per la ricchezza di particolari e per il livello grafico raggiunto. Lo sguardo non può che rimanere incantato di fronte a tanta bellezza. Nota distintiva del film è l’ambientazione western, accompagnata da un’accattivante colonna sonora, inedita sinora per la Disney. Pur non essendo tra i migliori prodotti Pixar degli ultimi anni, Il Viaggio di Arlo merita sicuramente di essere visto.

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Cinema. “Gli ultimi saranno ultimi”.

È attualmente in programmazione nelle sale cinematografiche “Gli ultimi saranno ultimi”, film che vede la regia di Massimiliano Bruno, il quale, insieme a Gianni Corsi e Paola Cortellesi con il ruolo di protagonista, ha scritto anche la sceneggiatura. Si ripropone la coppia Bruno-Cortellesi quindi, reduce dal successo di “Nessuno mi può giudicare”, che si cimentano nella versione cinematografica dell’omonimo spettacolo teatrale andato in scena in tutta Italia dal 2005 al 2007. Nel cast, accanto alla Cortellesi, Alessandro Gassmann e Fabrizio Bentivoglio, trio sicuramente garanzia di qualità. Il film, al limite tra una commedia e un dramma, affronta un tema estremamente realistico ed attuale: la precarietà lavorativa e le inevitabili conseguenze-sino a quelle più estreme-che questa causa sia a livello individuale che familiare, soprattutto quando il contesto socio-culturale ed economico è dei più modesti.

La protagonista, Luciana, è una donna tanto semplice quanto genuina, sempre gentile e disponibile con il prossimo, sempre pronta al sorriso, nonostante una vita difficile, in cui i sacrifici e le privazioni sono all’ordine del giorno. Lavora come dipendente in un’azienda nella quale è addetta alla stiratura di ciocche di capelli sintetici: il suo è un lavoro ripetitivo, faticoso e mal pagato, eppure indispensabile al sostentamento della sua famiglia. Infatti è sposata con Stefano (Gassmann), disoccupato quasi per scelta, non disposto-nonostante le necessità economiche-a sottostare ad un “padrone”, scegliendo la via più comoda, ma allo stesso tempo inconcludente, di tentare “affari” che puntualmente falliscono. Sperano nell’arrivo di un figlio e vivono ad Anguillara, paese letteralmente invaso dalle onde radio (nocive?) di un’emittente religiosa, dove il luogo ideale per ascoltare la Santa Messa è il bagno di casa. Come in tutti i piccoli centri, tutti si conoscono e facilmente si è vittima di giudizio, specialmente quando non si rinuncia alla propria identità e libertà in favore dell’osservanza di arcaiche e sterili consuetudini.

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Luciana e Stefano frequentano due coppie di amici storici, con cui trascorrono momenti piacevoli tra un pic nic sul lago e una passeggiata nei centri commerciali. Una vita semplice e senza grandi pretese insomma, ma cementata dall’amore e dalla complicità e soprattutto dal carattere solare e compiacente della donna. L’equilibrio della coppia salta del tutto quando Luciana viene licenziata perché incinta. I litigi, le recriminazioni, le incertezze, l’angoscia di non farcela, aumentano mano a mano che si avvicina la nascita del primogenito. La speranza disattesa di essere reintegrata nell’organico dell’azienda e la scoperta del tradimento da parte di Stefano fanno esplodere la miccia. Luciana, stanca di accettare, stanca di essere pecora in mezzo ai lupi, mette in atto la sua personalissima ribellione, seguendo per una sola volta nella vita le orme di suo padre Mario, conosciuto da tutti come colui che non abbassava mai la testa. Luciana, perso del tutto il controllo di sé, non ha altra scelta se non rivendicare il suo diritto a lavorare, il suo diritto alla dignità di essere umano e di futura madre, Ma, si sa, la disperazione conduce a gesti estremi.

Parallelamente alla vicenda di Luciana e Stefano, si svolge quella di Antonio (Bentivoglio), poliziotto veneto, che viene relegato ad Anguillara in quanto “colpevole” di aver provocato la morte di un giovane collega per mancanza di tempestività. Schernito dai colleghi e condannato in paese, stringe un’amicizia con la sola Manuela, parrucchiera avvenente, che scopre più tardi essere transessuale e quindi esclusa dalla comunità. La storia di Antonio si incrocerà con quella di Luciana nell’epilogo del film, di cui non anticipiamo nulla.

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Luciana sul finale afferma: “Nostro Signore ha detto che gli ultimi saranno i primi, ma non ha specificato quando”. La risposta del film è chiara ed è racchiusa nel titolo. Gli ultimi non saranno mai i primi in questo mondo, dove chi è in difficoltà, sia essa lavorativa, economica, personale, è destinato a subire il sopruso, il giudizio facile, è vittima sempre e comunque, è destinato a soccombere. Allo stesso tempo, la chiusura del film, lascia un margine di speranza, nella nascita di una nuova vita, per la quale non ci sia madre che non si augura un futuro migliore. “Gli ultimi saranno ultimi” ci presenta una carrellata di personaggi, ciascuno “ultimo” a suo modo, nella sua vita, nella sua realtà, soffermandosi anche sulla riflessione che, in condizioni di disperazione, il limite tra la complicità e il contrasto, è labile. Facilmente, dunque, da amici si diventa nemici quando la terra trema sotto i piedi, quando l’unico obiettivo, in una società che non tutela l’essere umano nei suoi diritti fondamentali, è sopravvivere. Nonostante la durezza del tema trattato, i toni non sono sempre drammatici, soprattutto nella parte iniziale del film, dove c’è spazio anche per sorridere, anche se sempre piuttosto amaramente;  acquisisce via via sfumature sempre più buie, offrendo ai più sensibili momenti di commozione. In definitiva “Gli ultimi saranno ultimi” è un film ben riuscito, sebbene una sceneggiatura non particolarmente originale ed una regia che si perde in qualche esercizio di stile, uno su tutti la scelta di narrare la storia attraverso brevi flash back che non fanno altro che ridurre allo spettatore le possibilità di immaginare il procedere della trama. La brillante e convincente interpretazione di Paola Cortellesi dà senza dubbio lustro al film, che, finalmente, possiamo considerare un film italiano distribuito al grande pubblico che valga la pena di essere visto.