Una persona nuova. Una vita nuova.

Mi ritrovo a pensare a me, a quanto sia una persona nuova, una donna-finalmente(meglio tardi che mai!)-al coraggio di scelte tanto dolorose quanto salvifiche, impopolari ma autentiche, mosse dalla conoscenza profonda della mia natura-troppo spesso soggiogata dalle aspettative e dal tentativo sterile di emulazione-dal rispetto e soprattutto dall’amore per me, per la mia vita, per il mio bene. Ho imparato ad amarmi e a contare solo sulle mie forze, a sentire che comunque vada basto a me stessa, pur nutrendo amore per chi mi circonda e per chi incrocia la mia strada. Scoppio di vita, di voglia di non sprecare nemmeno un minuto, perché il tempo perso è tempo rubato. Non senza momenti down, ovviamente, ci sono la tristezza, lo sconforto, la paura, la fragilità, le cadute, il senso di solitudine talvolta; sono pur sempre umana! Miraggio tutto questo fino a un anno fa. Momento in cui prendevo la decisione più importante e iniziavo una nuova vita, regalandomi la possibilità di viverla davvero. La mia realtà oggi. Il mio presente, che è tutto quello che ho. Il significato nascosto dietro tanto dolore. La base del mio futuro.

C’è un senso a tutto. In palio c’è la felicità. Non quella di un’irrealizzabile prospettiva di vita ma di una vita consapevole, dove tutto può essere affrontato, dove la parola chiave è autenticità.

whatever

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Amarsi. Da sempre.

Mi sono letteralmente innamorata di questa illustrazione di GloriaPizzilli‬.
Forse perché ritrae una sirena e un marinaio, forse perché è l’esemplificazione di un amore unico e passionale.
Due che diventano uno o forse che sono uno da sempre, pur senza saperlo. Avvolti, avvinghiati, indispensabili. E allora non c’è spazio per il possesso. L’amore è intrinseco all’esistenza.
Esisti. Esistiamo. Il resto è conseguenza.

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Speranza=Vita

Ci sono cose che hanno un valore inestimabile. Tra queste per me c’è la SPERANZA. Chi sottrae la speranza, uccide. Chi la speranza la dona, dona la vita. Malala regala con le sue campagne pro istruzione manciate di vita a chi una vita degna di tale nome non la ha. A milioni di bambini e donne in tutto il mondo. La sua lotta per l’emancipazione culturale è un vero e proprio atto rivoluzionario in questo tempo di letargo interiore che ha contagiato tante coscienze e ha paralizzato tante mani, tanti corpi, troppo stanchi, troppo mortificati per racimolare le forze per reagire.
Ogni volta che osservo alla TV il suo sguardo, colgo un fuoco che sembra inverosimile per una poco più che bambina e che la rende una DONNA, al cospetto della quale mi sento una briciola. La forza, il coraggio e la caparbietà di Malala inducono rispetto e soggezione. Chi non ha armi interiori così autentiche e potenti, armi di vita, ma solo armi di morte, non può che provare timore di fronte a lei.

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Ci siamo, quasi…..

Cosa provi quando aspetti una notizia importante?
Quella notizia. Quella dalla quale dipenderà un cambiamento importante della tua vita. Quante volte hai vissuto questo momento? Quante sensazioni si sprigionano in quelle ore, quei minuti di attesa! Quelli che la tua razionalità sa bene che prima o poi finiranno, ma che il tuo cuore sente eterni, appiccicandoti addosso quella sensazione di sospensione alla quale finisci per abituarti e che dopo, quando sarà tutto finito, addirittura un po’ ti mancherà. Perché conserverai sempre il ricordo dell’immediatamente prima, di quando tutto ancora doveva assumere il carattere della certezza.

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Emozione, ansia, paura, entusiasmo, insofferenza, nervosismo, aspettative, angoscia della delusione, proiezione di sé su quella tante volte sognata linea di partenza, la linea di quel nuovo inizio per il quale hai dato tutto, per il quale ti giochi tutto, sul quale speri tutto, dal quale sai che almeno in parte dipenderà la tua felicità, la tua realizzazione, la tua-tanto agognata-autonomia. Il progetto di una nuova vita. Da adulta. Finalmente. E non è mai troppo tardi per quel momento. Basta che abbia il sapore dell’autenticità.

Il ritmo delle stagioni

“Ogni cosa che puoi immaginare, la Natura l’ha già creata.”
Albert Einstein

Pensavo al susseguirsi delle stagioni, così naturale, scontato, eppure così incredibile. In un ciclo continuo, a cui ogni nostra percezione si abitua sin da bambino, si avvicendano colori, profumi, luci, sapori che scandiscono ogni nostra azione, che allertano i nostri sensi e ci danno l’esatta dimensione del tempo che scorre ad un ritmo che non possiamo controllare, l’unico sul quale non possiamo in alcun modo agire. Aspetto i colori caldi dell’autunno, le foglie che ricoprono le strade della mia città, i primi giorni freddi in cui riscaldarsi con un thè o una cioccolata e guardare un film nel dolce tepore di un abbraccio e una coperta, il profumo delle castagne arrostite, le mele annurche, la zucca, il torrone di “Tutti i Santi”. E poco importa allora se le tante ore di buio mi portano un po’ di malinconia, se l’umidità della pioggia mi gonfia i capelli e se l’abbronzatura è un lontano ricordo da sostituire col pallore del viso. Pensavo che la natura ci insegna tanto. Ci insegna a guardare agli aspetti positivi che possono fare capolino in ogni situazione. Perché orientarsi verso il bello, come tutto nella vita, è una scelta e richiede la predisposizione della mente e l’apertura del cuore.

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Caro primo settebre, ti scrivo…….

Caro primo settembre,

ti scrivo per dirti che sei davvero sulla bocca di tutti, semmai non te ne fossi accorto. C’è chi ti considera come una sorta di “primo dell’anno” in versione 2.0 e chi come il giorno peggiore, addirittura più terribile dei più neri lunedì, di quando di iniziare una nuova settimana nessuno ha proprio voglia. E si sa, prima o poi, anche i giorni più fatidici, quelli che vorresti scansare di gran classe o cancellare dal calendario, arrivano inesorabili. Convenzioni sociali. In fondo si tratta solo di questo. Organizzazione del tempo secondo i ritmi e le esigenze umane.

Sai, primo settembre, sei davvero angosciante per molti. Sì, per tutti quelli per cui le vacanze sono finite e “si torna a lavorare”, perché lavorare non solo è faticoso, ma anche noioso e stressante e non resta che augurarsi che arrivi presto il venerdì sera, la prima festività o il “primo ponte”. Tu sei l’emblema del dovere, lo spettro del castigo cui è sottoposta da sempre l’umanità: produrre per poter sopravvivere. E la tua reputazione è notevolmente peggiorata da quando non si lavora più per vivere ma si vive per lavorare. Ma non credere di essere angosciante solo per loro. In fila, pronti a maledirti, ci sono anche tutti quelli-e credimi sono davvero in tanti-che un lavoro non ce l’hanno. Loro, il primo settembre, si sentono tremendamente diversi, più che in ogni altro giorno dell’anno. Si guardano allo specchio e vedono un fantasma, si sentono vuoti. È come se per loro la vita non iniziasse davvero, è come se, allineati sulla pista e pronti alla partenza, rimanessero inchiodati con le ginocchia sulla terra rossa al colpo della pistola, al suono del fischietto, allo sventolare della bandiera. Pronti, partenza, via. No. Non per loro. Loro non vanno da nessuna parte. E poi ci sono quelli che, sì, quelli li conosci benissimo, quelli per i quali sei una sorta di giorno catartico. Il giorno delle promesse e dei buoni propositi, un punto d’arrivo e un punto d’inizio allo stesso tempo, uno spartiacque tra il prima e il dopo, il momento della verità, il giorno in cui la volontà è più forte e si inizia un nuovo cammino. Come se davvero si decidesse il giorno e l’ora in cui dare una svolta alla propria vita, che a stento riusciamo a girare nel verso giusto il volante dell’auto!

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E per me, primo settembre, sei curioso di sapere come sei per me? O meglio come sei stato quest’anno per me? Perché, perdona la mia onestà, ma di te degli anni passati non è che abbia ricordi molto nitidi e comunque, se proprio ci tieni a saperlo, sì, anche per me spesso sei stato angosciante, ma tanto proprio, soprattutto quando non c’era nulla ad aspettarmi, nulla che volessi realmente fare, ma una serie di giorni avvolti da una nuvola, senza contorni, senza prospettiva. Solo ansie e inadeguatezza.

Ma oggi hai avuto un sapore del tutto diverso. Hai avuto un sapore buono. Devo ammetterlo. C’è del buono anche in te. C’è del buono anche in chi o in cosa non ci aspetteremmo mai. Certezze non ne ho nemmeno quest’anno, ma poco importa, che cos’è una certezza nella nostra vita se non un’illusione? Ho dei progetti, questo sì, e ognuno di loro, a suo modo, oggi ha fatto parte di te, primo settembre. Sai, ho ancora vivida la sensazione dei caldi raggi di sole di Corfù, della sensazione di libertà nel nuotare a lungo e dei “buongiorno” a letto accanto al mio compagno. Ho iniziato così questa giornata, con un misto di nostalgia e pace del cuore, per qualcosa di bello che è finito e con la soddisfazione e l’appagamento di averlo vissuto e averlo fatto appieno. Perché sì, quest’anno, primo settembre, sei coinciso con il mio primo giorno post-vacanza e per questo c’erano grosse probabilità che ti odiassi, voglio essere sincera. E invece no, nemmeno il minimo sentore di fastidio. Sai, sei stato un piccolo spettacolo-puoi andarne fiero-una successione di momenti carichi di senso, eppure non è successo nulla di spettacolare, non mi hai riservato grosse sorprese. Ma sei stato vita. Sei stato il risveglio nel mio letto, con la schiena a pezzi per il viaggio in nave, sei stato la confusione della mia casa al mattino, quando tutto fa in modo che mi alzi dal letto contro la mia volontà, sei stato i messaggi di “sono tornata” alle mie amiche, sei stato la noia di disfare la valigia, guardando i costumi senza poterli indossare e gettandoli tra le cose da lavare. Sei stato la lontananza del mio ragazzo, che mi è mancato come l’aria, sei stato la mozzarella, perché mia mamma lo sa che ho bisogno di te al rientro dalle vacanze, sei stato il caldo umido e insopportabile di Napoli, la folla chiassosa per la strada, sei stato via Toledo e il primo abbraccio con Valeria, il nostro lavoro insieme, le folli discussioni che solo noi possiamo comprendere e che ci stanno facendo trovare la strada, sei stato il primo caffè al bar-e ci voleva dopo 13 giorni di astinenza-sei stato l’appuntamento con il commercialista e un gelato cocco/lime e melone. Sei stato l’incontro inaspettato con gli amici di sempre, Carlo e Maya. “Arrivi prima della wi-fi”, mi ha detto Carlo, perché mi sono palesata prima che arrivasse il mio wa, già inviato, a Maya. Sei stato una lunga passeggiata con i sandali che mi sono regalata in Grecia-bellissimi!-un fiume di parole, sei stato il nuovo album dei Bon Jovi che è finalmente tra le mie mani, accarezzare i miei gatti, abbracciare i miei genitori, mangiare la crostatina di frutta di Bellavia, sei stato un’accurata pedicure “all by myself”. Sei stato scrivere sul mio adorato blog fino alle 02:20 con gli occhi a stento aperti davanti al PC.

Sei stato tanto perché sei stato un giorno da vivere e niente più, come gli altri 364 giorni dell’anno, come tutti i giorni, mi auguro, della mia vita.

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Qualche (tante) estate fa……

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17-18 anni fa. Non ricordo con precisione ma ad occhio e croce dovevo avere 16-17 anni. Capo Miseno, Lido La Florida. Un’estate come tante, un’estate fatta di giornate al mare con la mia famiglia senza andare in vacanza, godendoci quel poco che la città e le zone limitrofe ci offrivano. Arrivavamo in spiaggia al mattino presto e per ora di pranzo andavamo via. Il sole migliore, la tranquillità, il mare spesso pulito (all’epoca), gli ombrelloni a distanze umane. Poco, pochissimo, rispetto a tutto quello che gli altri intorno a me avevano, e per giunta sempre ottenuto con sacrificio, eppure anche allora sapevo essere felice e so che questo è uno dei motivi per cui oggi conservo la capacità di gioire delle piccole cose e di ringraziare sempre per quello che ho, per i luoghi che vedo, per le esperienze che faccio. Io e un giornale. E fa strano guardarla ora questa foto, proprio ora che il mio desiderio più grande sarebbe quello di essere una giornalista a tutti gli effetti. Lo ricordo come fosse ieri. Leggevo la pagina sportiva…all’epoca ero un’appassionata di calcio, una tifosa agguerrita del Milan e un’adolescente innamorata di Roby Baggio, il calciatore prima che l’uomo (non che i suoi stupendi occhi verdi mi lasciassero indifferente!). E una riflessione non posso non farla. Quanto ero carina! Quanto tempo ho sprecato a sentirmi brutta e inadeguata, come probabilmente tutte le adolescenti di tutto il mondo.
E quanta insicurezza mi sono portata dietro, quanto ha pesato per tutti i difficili anni che sono venuti poi. E’ bello guardarsi in una foto di tanto tempo fa e provare una tenerezza così grande verso se stessa, sapendo che qualche pezzetto di quella adolescente tanto intelligente ma così poco consapevole delle sue grandi qualità ancora fa parte di me……..
In ogni caso, orgogliosa del mio passato-perché la mia vita ho imparato a benedirla-e felice del mio presente!

Abbandonarsi un po’ alla propria debolezza.

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«Era la vertigine. L’ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere. La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa».

Milan Kundera – L’insostenibile leggerezza dell’essere

Per un bel po’ di tempo sono stata-e non ne vado affatto fiera-una specialista della vertigine, di questa ebbrezza di debolezza di cui scrive Kundera. Sì, perché nutrivo una paura paralizzante di esplorare dentro me stessa alla ricerca di ciò che mi procurava dolore e così, per non dover affrontare, per non dover cambiare, mi crogiolavo nel desiderio incessante della caduta. Meglio cadere, una, due, cento volte e rimanere tramortita, piuttosto che camminare e sentire la fatica, guardare indietro e desiderare fortemente di cambiare strada perché un giorno potessi finalmente imparare a guardare avanti. E poi, necessariamente, è venuto il tempo di dire addio a quella debolezza, per sentire la forza che sprigionava ogni piccola, infinitesimale parte di me, per troppo tempo mortificata ed intrappolata in una prigione dorata. Ci sono state dure lotte, combattimenti estenuanti, puntate avvincenti di una lunga guerra di cui sono stata la protagonista indiscussa. Di battaglie ne ho vinte tante e quelle che ho perso ho avuto il coraggio di giocarle e questa rimane la mia grande soddisfazione, il mio grande orgoglio.

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E allora ci sta, ci può stare che ogni tanto dopo questo gran lavorare, questo duro combattere per scucire la trama della mia vita e tesserne con gli stessi fili una nuova e più resistente-ma soprattutto solo ed esclusivamente a mia misura-io mi ritrovi qualche volta a lasciarmi andare. È difficile essere forti sempre. A volte ricordarsi di essere infinitamente deboli è un bene. Si rimane con i piedi ben piantati per terra. Cosa che se ti convinci di essere forte ed invincibile non riuscirai mai a fare ed è facile a quel punto volarsene via e magari non saper tornare più indietro. Stasera mi sento così. Stasera mi lascio andare alla mia debolezza. Stasera le fragilità sono più forti della mia volontà di sentirmi forte comunque e nonostante tutto. Stasera ho bisogno di cullarmi nella mia malinconia, quella che sottilmente ha sempre accompagnato la mia vita e che uno sguardo attento può cogliere nei miei occhi anche quando sorrido, anche quando tutto va bene. Stasera avevo bisogno di scrivere e forse per farlo dovevo rinunciare per un po’ alla mia corazza, per sentire i pensieri più vicini, l’anima più scoperta e il cuore più fragile. Stasera guardo pezzi di me che appartengono al passato e che sono rimasti esattamente nella posizione in cui li ho lasciati. Non fanno più male ma ne riconosco la presenza. Ogni tanto mi chiamano ed è solo una flebile voce quella che sento, troppo debole per distogliere la mia attenzione eppure abbastanza forte per essere udita, ancora.

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Stasera un po’ di passato ha bussato alla mia porta. Di solito la porta la lascio chiusa con il catenaccio. Stasera no, stasera non so bene perché, è stato più forte il desiderio, quella stupida ebbrezza, di aprirla. Anche solo per un attimo, anche solo un pochino.

Hello, August! Please, be extraordinary!

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Ci siamo, il 1° agosto è arrivato e con lui la voglia, sempre più incontenibile, di vacanze, mare, sole e soprattutto riposo, sia fisico che mentale, dopo un anno a dir poco estenuante. C’è la voglia di abbassare i ritmi, di riporre l’orologio in un cassetto e di prendersi una bella pausa dallo smartphone, sempre più “necessario” per questioni lavorative, ma allo stesso tempo sempre più ingombrante (“Ma sto coso sta sempre in mezzo a noi?”-tratto dalle simpatiche conversazioni con il mio compagno). Sogno ad occhi aperti di sentire il corpo leggero mentre mi lascio andare, trasportata dal lieve ondeggiare del mare, di scrutare l’orizzonte in silenzio seduta sulla riva, di sentire sulla pelle il calore dei raggi di sole, di vedere la mia pelle diventare scura, di leggere(finalmente) un buon libro, di andare alla scoperta di spiagge poco frequentate in cui sentirmi a contatto con la natura, lontano dal caos e dalla frenesia di qualcosa che non c’è, di fermarmi a guardare un fiore, di cogliere nell’aria un profumo, di scattare una foto che diventi un dolce ricordo, di emozionarmi di fronte ad un tramonto mano nella mano con l’uomo che amo, di dargli il buongiorno ogni volta che al mattino apro gli occhi, senza il bisogno di un messaggio o di una telefonata, di fermarci a fare colazione pensando solo alle cose belle che ci aspettano durante la giornata, di gustare nuovi sapori, di mangiare e bere con un piacere diverso da quello frettoloso della quotidianità, di ammirare i colori, le stradine e i paesaggi di un luogo che non conosco e che, ne sono sicura, mi rimarrà nel cuore.

Ma i giorni da trascorrere in città sono ancora molti e tanti, tantissimi gli impegni, che probabilmente sono anche di più di quelli che per ora conosco…..ma lo so, il giorno della partenza arriverà molto prima di quanto non immagini. Quest’anno tutto ha un sapore speciale, perfino i giorni caldissimi, le notti sudate e le punture di zanzara che mi devastano gambe e braccia. Effetto dell’amore? Sicuramente! Ma anche di un anno di grandi cambiamenti, di doni arrivati secondo un ritmo temporale al quale per la prima volta nella mia vita mi sono allineata. Scelte decisive e dolorose, massima apertura alle possibilità della vita, incontri speciali che mi hanno cambiata, percorsi condivisi, esperienze indimenticabili, sorrisi, abbracci e preghiere, tanti tanti progetti, alcuni già concretizzati, uno importante che è in dirittura d’arrivo e che, sono sicura, sarà la porta di ingresso per una nuova realtà, per la mia realizzazione. Mai come quest’anno sento che le mie vacanze sono strameritate perché l’impegno che ho messo in ogni singolo giorno è stato al massimo delle mie possibilità e se sono entusiasta all’idea di partire, allo stesso tempo lo sono di rimanere nel frattempo in città a proseguire tutto quello che ho da portare avanti, già proiettata alle esperienze meravigliose che mi stanno aspettando. In fondo-e non mi dispiace-settembre è vicino!

Ora però è il momento di dirmi finalmente: “brava, Maria, sei davvero una donna straordinaria, pensa solo a goderti tutto quello che le tue vacanze ti regaleranno!”

Esserci, voce del verbo amare.

Se oggi mi chiedessero cos’è l’amore, direi che è tutto quello che siamo io e lui.
L’amore non è sentire qualcosa, perché ciò che si sente può cambiare da un momento all’altro, può cambiare direzione come il vento o le correnti del mare, che possono portarti lontano, col cuore in gola, in un attimo, lasciandoti credere di raggiungere una meta, per poi portarti altrove, senza che tu possa fare molto per impedirlo.
L’amore oggi per me è un atto, è un susseguirsi di momenti concreti di presenza, dedizione, supporto, confronto, crescita.
Guardaci, direi, per cogliere nei nostri sguardi la gioia di esserci trovati, nei nostri abbracci la certezza di esserci per l’altro, nelle mani che si intrecciano il confondersi delle vite l’una nell’altra, nei nostri baci l’appartenerci, nelle discussioni l’accogliere le nostre diversità per essere in due migliori di quanto siamo da soli, nei nostri sorrisi una delle armi più potenti per affrontare la vita, l’ironia.

L’amore, soprattutto, non è qualcosa che si dà, per poi sottrarlo.

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