50 anni fa moriva Totò. Cosa ci ha lasciato il “principe della risata”.

Era il 15 Aprile 1967. Nella sua casa romana in Via dei Monti Parioli si spegneva il Principe Antonio de Curtis, in arte Totò. Seguirono non uno ma ben tre funerali, incredibile a dirsi: il primo a Roma, gli altri due a Napoli-uno addirittura a bara vuota-nella sua Napoli, dove un mare di folla gli diede l’ultimo saluto, l’ultimo omaggio, l’ultimo abbraccio. Era amato Totò. Lo era soprattutto dalla gente, meno dalla critica, che imparò ad apprezzarlo, fino a riconoscerne l’inestimabile valore, solo dopo la sua morte. Come succede ai più grandi, a quelli che per la propria superiorità e per un’innata capacità di precorrere i tempi, finiscono spesso e volentieri col non essere capiti, anzi addirittura osteggiati, criticati, sminuiti. Ma ciò che un artista, qualsiasi sia il suo campo, è in grado di trasmettere al pubblico, è proprio quello a fare la differenza, decretandone, in alcuni casi, l’immortalità. E Totò è senza dubbio immortale.

La sua fama è giunta, senza essere scalfita dai segni del tempo, sino ad oggi, sino alla nostra generazione, che lo ama, lo osanna, lo cita, si ciba delle sue massime come pane quotidiano. Sì, possiamo dirlo, siamo cresciuti un po’ tutti a pane e Totò, complice l’onnipresenza dei suoi film, soprattutto negli anni ’80 e ’90, su decine di canali televisivi, tra nazionali e locali. Totò è per la maggioranza dei napoletani-e probabilmente per molti italiani-come uno di famiglia, qualcuno con cui si è cresciuti, che c’è sempre stato, come uno zio o un nonno, con cui si è trascorso il pranzo domenicale, i giorni di festa, che ha reso più speciali i momenti lieti e meno amari quelli dolorosi. Un sorriso, i film di Totò, sono sempre in grado di strapparlo, oggi come ieri. E se da bambini non potevamo essere in grado di coglierne tutto il valore, la poeticità, l’immensa capacità di dipingere ritratti dell’umanità, oggi, da adulti, non possiamo non farlo e ringraziare il passato, che ci ha lasciato in eredità un bene prezioso, da proteggere e trasmettere alle generazioni successive, patrimonio di Napoli, patrimonio d’Italia.

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Circa 100 sono le pellicole che costituiscono la filmografia di Totò, tanti i registi con cui ha lavorato, tra i quali anche i mostri sacri del cinema italiano: Monicelli, Rossellini, Risi, Pasolini, Comencini. Altrettanto numerose le cosiddette “spalle”, gli attori che hanno avuto il privilegio di condividere con lui la scena: Peppino de Filippo, Nino Taranto, Aldo Fabrizi, Macario, Mario Castellani. Tanti, troppi per essere qui ricordati, i titoli indimenticabili: da Miseria e Nobiltà a Un Turco Napoletano, da Totòtruffa 62 a La Banda degli Onesti, da 47 Morto che Parla a Totò a Colori, da I Tartassati a Totò, Peppino e la Malafemmina e ancora, i più intimisti, Totò e Marcellino, Guardie e Ladri, Siamo Uomini o Caporali. Vorremmo citarli tutti perché tutti hanno in sé un lampo di genio, un’espressione facciale indimenticabile, un momento di bellezza, una massima che è passata alla storia ed è entrata nel linguaggio comune. Tra queste: “La serva serve”, “Lei con quegli occhi mi spoglia. Spogliatoio!”, “Badi come parli, sa”, “Sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo”, “È la somma che fa il totale”, “Noio… volevan savoir…l’indiriss”, “Lei dica duca, io dico dica”, “Io sono un uomo tutto d’un pezzo”, “Vota Antonio, vota Antonio, vota Antonio”, “Signori si nasce e io modestamente lo nacqui!”. La lista potrebbe allungarsi a dismisura e ci ritroveremmo a recitare intere scene dei suoi film. Eppure, non solo cinema nella lunghissima carriera di Totò, ma anche e soprattutto teatro e ancora poesia e musica; come dimenticare ad esempio “’A livella”, con i suoi versi celebrativi della morte che appiana ogni umana differenza o “Malafemmena”, la struggente canzone scritta e musicata da Totò nel 1951 in occasione del concorso di Piedigrotta “La Canzonetta”, che fu poi portata al successo da Giacomo Rondinella.

La grandezza di Totò è stata suggellata la scorsa settimana con una laurea ad honorem alla memoria in Discipline dello Spettacolo, conferitagli dall’Università di Napoli Federico II e fortemente voluta da un suo illustre estimatore, Renzo Arbore. Tante sono le iniziative in programma per questa settimana e nei mesi a venire per celebrare i 50 anni dalla sua morte: mostre, incontri, spettacoli televisivi e teatrali, visite guidate attraverso i luoghi della vita del “principe della risata”, uno su tutti, il Rione Sanità, che lo vide nascere il 15 febbraio del 1898 in Via Santa Maria Antesaecula. A Totò sarà dedicata anche una speciale programmazione di Sky Cinema Classics, che per tutta la settimana, proporrà alcuni dei suoi film più famosi e amati dal grande pubblico.

 L’articolo è pubblicato integralmente sulla rivista MYGENERATIONWEB al seguente link:

https://www.mygenerationweb.it/201704123607/articoli/agora/3607-50-anni-fa-moriva-toto-cosa-ci-ha-lasciato-il-principe-della-risata

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A tutto GREENERY! Come sfoggiare al meglio il colore Pantone 2017.

È ufficialmente primavera! È tempo di lasciarsi riscaldare dai primi raggi di sole, fare passeggiate all’aria aperta-che sia in un parco cittadino, in campagna o in riva al mare non fa differenza-e godere appieno delle ore di luce che ogni giorno ci regala. È tempo di rifiorire fuori e dentro, aiutate da quello straordinario periodo di rinascita che la natura ogni anno ci dona senza chiedere nulla in cambio. Lasciamo che piumoni, pigiamoni di pile, sciarpe di lana, bevande calde e serate al cinema o davanti alla TV siano un piacevole ricordo e respiriamo a pieni polmoni la tiepida aria primaverile.

“Voglio fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi”. Il vostro ragazzo non vi ha (ancora) dedicato il celebre verso di Pablo Neruda? Nessun problema. Immaginate che ve lo stiano sussurrando il vostro guardaroba, il vostro beauty case e, perché no, anche la vostra casa. È ora di dire addio ai capi pesanti e alle tinte scure-a meno che una serata elegante non richieda un look total black-e lasciarsi ispirare proprio dalla natura che rifiorisce anche nelle scelte in fatto di abbigliamento (accessori compresi si intende!), make up e home decor.

Quale migliore fonte di ispirazione allora se non il colore Pantone 2017? Per chi ancora non lo sapesse si chiama Greenery ed è una tonalità verde-gialla fresca e frizzante che rievoca i primi giorni di primavera, quando le infinite sfumature di verde della natura si risvegliano, si riaccendono e tornano a essere più belle che mai. Tipico delle chiome verdeggianti e delle distese lussureggianti dei paesaggi naturali, Greenery richiama il bisogno di respirare aria pura, riossigenarsi e attingere nuova linfa.

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I nostri consigli:

1. Attenzione a non esagerare. Assolutamente da evitare, a nostro parere, un look total green: il rischio di assumere le sembianze di un albero pronto a fiorire è, in questo caso, dietro l’angolo

2. Sì agli abbinamenti di colore! Pantone, guru mondiale della grafica, viene in nostro soccorso proponendoci gli abbinamenti più corretti, che potete visualizzare qui, ricordandoci che Greenery si abbina perfettamente anche ai colori 2016, Rose Quartz e Serenity. Se volete andare sul sicuro, scegliete il denim. L’effetto è strepitoso! Anche il bianco è decisamente promosso.

3. Scegliete la tonalità di verde più in linea con la vostra carnagione.

4. Osate sì, ma meglio se con un accessorio.

A seguire, le nostre proposte più frizzanti, a tutto Greenery!

Tante idee per l’abbigliamento: dalla camicia Coach al mini dress con gonna a tulipano Oscar De La Renta, dal gilet Michael Kors al maglioncino (per le serate più fresche) Gucci con serpente e farfalla, dal mini dress a maniche corte Emilio Pucci al blazer Miss Selfridge con inserti fiorati, passando per i pantaloni L’Autre Chose e ancora Etro, Kenzo, Ungaro, Fay. E per le più audaci, una proposta Greenery di abito da sposa con tanto di bouquet!

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In fatto di scarpe ce n’è davvero per tutti i gusti! Che siate innamorate, da vere fashioniste, dei vertiginosi tacchi di Manolo Blahnik, Jimmi Choo e Dolce e Gabbana (qui nella versione sandalo gioiello e slingback floreali) o non possiate fare a meno delle comodissime Crocs, non rimarrete deluse. E ancora, sneakers, sandali bassi, sabot e stringate!

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Veniamo all’oggetto del desiderio di molte donne: le borse. Le più fortunate (e facoltose) possono accaparrarsi la versione Greenery della Birkin di Hermès. Per tutte le altre c’è una vesta scelta di modelli: si va dalla sportiva e intramontabile Kipling alla clutch gioiello di Charlotte Olympia, dalle borse a spalla di Salvatore Ferragamo e Valentino ai modelli (hand bag e box bag) proposti da Dolce e Gabbana nella versione Sicily con foglie stampate.

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Un po’ meno ricca la scelta in fatto di accessori, dobbiamo essere onesti! Per restare in tema Greenery vi proponiamo, tra gli altri, l’elegante bikini Parah, gli occhiali da sole Ray-Ban e Chimi, il bracciale Maruti Beads, luminosissimo e decisamente adatto alla primavera!

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Un tocco di verde in varie nuances dà colore anche al make up. Le più coraggiose potranno provare a sfoggiare, meglio se con un po’ di abbronzatura, il rossetto della NYX o il mascara della Clinique per ciglia lunghe e folte come foglie! Per le più “timide” matite per occhi, ombretti (l’abbinamento col giallo, a richiamare i colori del Brasile, è decisamente glamour) e perché no, smalti, di cui vi proponiamo le varianti di butter London, Opi e Collistar.

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Qui le idee sono davvero tantissime per dare un’allure lussureggiante ma allo stesso tempo delicata alle vostre case. Cuscini, poltroncine, bicchieri, complementi d’arredo, oggetti per la cucina: tutto si tinge di Greenery. Assolutamente imperdibile la MUG di Pantone con tanto di chip drive.

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 Che altro dire? Buona primavera e buon Greenery a tutte!

L’articolo è pubblicato integralmente sulla rivista MYGENERATIONWEB al seguente link:

https://www.mygenerationweb.it/201704023599/articoli/agora/al-femminile/3599-a-tutto-greenery-come-sfoggiare-al-meglio-il-colore-pantone-2017

Cinema.’Julieta’. Il dolore di una madre nel nuovo film di Almodòvar

Ancora una volta è una donna la figura centrale su cui Almodòvar intesse la ragnatela di emozioni umane che costituiscono il cuore pulsante del suo nuovo film, Julieta. Il regista spagnolo torna dietro la macchina da presa a distanza di tre anni dalla esuberante commedia, non proprio riuscita, “Gli amanti passeggeri”, allontanandosi dagli eccessi che hanno caratterizzato gran parte della sua carriera artistica per guardare alla realtà con maggiore equilibrio e semplicità, realizzando un film essenziale, drammaticamente vero ed intenso, che mette a nudo, lasciandolo disarmato, l’animo umano.

Julieta vive a Madrid ed è in procinto di trasferirsi con il suo compagno, Lorenzo, in Portogallo e dare così una svolta radicale alla sua vita, coltivando l’illusione di liberarsi per sempre dal fantasma della figlia, Antía, scomparsa senza apparenti ragioni 13 lunghi anni prima. Il precario equilibrio della donna crolla in mille pezzi quando, incontrata per caso la migliore amica di sua figlia, viene a conoscenza che quest’ultima vive sul Lago di Como e ha tre bambini. Il passato si riaffaccia così, prepotentemente, alla vita di Julieta, che non può fare altro che immergersi nel suo dolore di madre irrimediabilmente lacerata nel profondo, cercando di ricomporre una volta per tutte i tasselli della sua vita e affrontare il lutto che porta nel cuore.

Lo fa rinunciando a lasciare la città, che la lega visceralmente alla figlia, e trasferendosi in quella che, si apprenderà, era stata la loro casa. Il silenzio, le pareti spoglie, una scrivania sono tutto quello che serve a Julieta per scrivere idealmente ad Antía una lettera, senza pudori e senza reticenze, per rimettersi in contatto con il proprio, drammatico, vissuto. Julieta ripercorre nel racconto alla figlia le sue vicende personali, l’incontro in treno con Xoan (Daniel Grao), il padre di Antía, e il loro rapporto passionale che l’aveva spinta, giovanissima, a lasciare il suo gratificante lavoro da insegnante di letteratura, per trasferirsi in una piccola località di mare, dove l’intrigante amante faceva il pescatore e dedicarsi a lui e alla bimba nata dalla relazione.

La scoperta di un tradimento segna per sempre, con risvolti più che drammatici, la loro vita familiare, riaccendendo ed amplificando lontani sensi di colpa che finiranno per disintegrare la vita di quella che era stata una ragazza luminosa e desiderosa di felicità. Gli stessi sensi di colpa che, come una sorta di virus, Julieta trasferirà inconsapevolmente alla piccola Antía che, diventata maggiorenne, andrà via di casa senza lasciare alcuna traccia di sé. Solo il dolore della ragazza, ormai diventata donna, libererà Julieta dal suo incubo.

Almodòvar, ancora una volta, ma non in modo ripetitivo, rivela un’innata capacità di guardare l’umanità attraverso il suo personale e sensibile caleidoscopio, restituendo allo spettatore il senso della molteplicità dei sentimenti che agitano le vite, ciascuna intrisa della propria storia, in cui i dolori  e le esperienze si cementano fino a diventare il motore del presente. È il vivere esperienze altrettanto dolorose che costituisce l’occasione per immedesimarsi nelle fragilità altrui e guardare ad esse con sguardo più umano e scevro dal giudizio. È il mondo femminile, tanto caro al regista spagnolo e in particolare la figura di Julieta, donna e madre, ad essere protagonista delle trama, a veicolare il contenuto e a scandire i tempi della pellicola. Si alternano nel ruolo di Julieta, giovane e ormai matura, due attrici, rispettivamente Adriana Ugarte ed Emma Suárez, entrambe intense nell’interpretazione.

È Antía, adolescente, che frizionando i capelli della madre e sollevando dal suo capo l’asciugamano, segna il passaggio di testimone dall’una all’altra, come emblema del dolore, che di colpo appesantisce la vita e la trasforma. La pellicola stenta a decollare, incerta com’è nella parte iniziale, restituendo allo spettatore la sensazione di non comprendere in che direzione si stia procedendo, ma a nostro avviso è la scelta del regista di trasmettere lo stesso disorientamento che anima Julieta nella parte iniziale del film. Progressivamente, con lo svilupparsi della trama e il chiarirsi della vicenda e del passato della protagonista, la pellicola acquisisce forza e corposità avviluppando lo spettatore, cui non resta altra scelta che vivere insieme a Julieta la sua storia.

L’articolo è integralmente pubblicato on line sulla rivista Napoleggiamo al seguente link: http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=22328

Sogni femminili mostruosamente proibiti(vi): la Birkin Bag

Nel precedente articolo di Lunedì abbiamo appurato che le borse sono le migliori amiche-non umane-di una donna. Ora, non venite a raccontarmi che le amiche sono tutte uguali! Ecco, allora come potrebbero esserlo le borse? Del resto, mica Marilyn quando diceva che “Diamonds are a girl’s best friend” parlava di bijoux! Signore mie, parlava di DIAMANTI, non so se mi spiego.

Bene, io desidero parlarvi oggi di una borsa che è un gioiello, una borsa con la b maiuscola. Non è una Chanel né una Louis Vuitton, con tutto il rispetto per queste ed altre famose maison, che sono veri e propri mostri sacri della moda.

Oggi vi parlo di sua maestà la BIRKIN BAG di Hermès, la borsa delle borse, la più amata, la più sognata. Immortale, inimitabile, iconica, vero e proprio oggetto del desiderio femminile (quel desiderio mostruosamente PROIBITIVO del titolo) sin dagli anni ‘80, quando fu disegnata da Jean Louis Dumas, direttore artistico di Hermès (lo è stato per 28 anni, fino alla sua morte nel 2010).

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Se si chiama Birkin un motivo c’è. Sì, lo so, suona un po’ come il segreto di Pulcinella. Lo sanno più o meno tutti che la più famosa It Bag (non sapete perché viene definita It Bag? Don’t worry, lo scoprirete in uno dei prossimi articoli!) prende il nome da Jane Birkin, attrice e cantante britannica che ha mosso i primi passi nel mondo dello spettacolo nella Swinging London per poi affermarsi soprattutto in Francia. Si narra che il papà della Birkin e la bella Jane si incontrarono su un volo Parigi-New York, nel corso del quale l’attrice si lamentò con Mr Hermès di non aver ancora trovato una borsa che rispondesse in pieno alle sue esigenze di donna che voleva coniugare praticità, femminilità e stile. Zac, detto fatto. Non fosse mai detto che Hermès non era in grado di esaudire i desideri di una donna. La bacchetta magica-e che bacchetta-di Dumas creò l’opera d’arte. Perché di un’opera d’arte si tratta, rimanendo confinati al mondo della moda, ovviamente. La sezione Arte di MYGENERATION potrebbe querelarmi! Che poi, a dirla tutta, la musa ispiratrice si è recentemente schierata contro Hermès (patricidio!) chiedendo di ritirare il suo nome dalla regina delle borse a causa della crudele pratica con cui vengono uccisi i coccodrilli per ricavarne la pregiata pelle che viene utilizzata per realizzare una delle Birkin più desiderate e, manco a dirlo, costose (chissà perché!). Brava, Jane, siamo con te!

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Se la capricciosa Jane Birkin ha ispirato l’omonima borsa oggetto del nostro articolo, l’elegantissima Grace Kelly (sì, proprio lei, la Principessa di Monaco) è stata la dea che ha dato il nome nel 1956 alla Kelly, la sorella maggiore della Birkin, nata in casa Hermès, nel lontano 1935. Entrambe hanno una forma trapezoidale ma se la Kelly è per antonomasia la borsa piccola ed alta con un singolo manico, simbolo indiscusso di uno stile sobrio ed elegante, la Birkin ha un’apertura più pratica ed agevole, ha doppi manici e si presta meglio ad adattarsi ad un look casual.

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E i costi? Veniamo al tasto dolente: il prezzo. Quando si dice svenarsi o farsi un buco in petto (in napoletano!)…..Ecco, queste espressioni rendono bene il concetto. Si stima che il costo di una Birkin (è chiaro che non ho alcuna esperienza personale, al massimo posso rivelarvi i prezzi delle borse Carpisa) vada da 6000 a più di 120000 euro. Non ho sbagliato a scrivere gli zeri, giuro! I prezzi sono veramente da capogiro. Ovviamente il prezzo oscilla in funzione del tipo di pelle: è chiaro che se la pelle è quella del povero coccodrillo di cui sopra il costo diventa esorbitante. C’è da dire, per onor del vero, che la manifattura richiede tempi e tecniche di lavorazione altamente dispendiosi, per cui mi duole ammettere che il costo esorbitante è in qualche modo giustificato. A questo punto la domanda sorge spontanea (citazione per le più anziane): chi può permettersi di sostenere una spesa simile per una borsa? Noi povere studentesse o lavoratrici in questi tempi di crisi sicuramente no. Tra le più accanite fan della Birkin, molto strano a dirsi, un bel po’ di celebrities o presunte tali: da Victoria Adams/Posh Spice/Lady Beckam alle immancabili sorelle Kardashian (quando non si parla di loro?), da Lady Gaga a Beyoncé, da Eva Longoria a Cindy Crawford e ancora Sharon Stone ed Elizabeth Hurley.

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Tutte donne. Normale, no? Parliamo di borse! E invece no, qui sta la sorpresa! Le Birkin sono approdate nell’universo maschile con modelli appositamente pensati per Lui. Praticamente, come può una donna a diventare sterile con il solo potere della vista! Sarò all’antica ma l’uomo con la borsa, come quello depilato, con i risvoltini dei pantaloni alle caviglie e le sopracciglia più curate delle mie (ammetto che non ci voglia molto), per carità, no! Preferirei rimanere single a vita.

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A noi piacciono gli uomini che le borse le regalano alle loro fidanzate, mogli, compagne (no, alle amanti no!), che siano o meno una Birkin. Certo, comprare la regina Hermès è un affare. Pare più redditizio e sicuro dell’oro. Sono impazzita? Assolutamente no. Uno studio condotto dal sito americano Baghunter, e riportato da “The Independent” ha fatto emergere una stramba verità, a quanto pare. Mentre dagli anni ’80 l’oro ha subito un decremento di valore pari allo 0.5 % annuo nel mercato statunitense, il valore della Birkin è salito del 14% circa. Ah, che bello sarebbe un mondo in cui nei quiz televisivi non si regalassero più gettoni d’oro ma Birkin!

Insomma, il paragone con la famosa frase di Marilyn sta proprio come il cacio sui maccheroni: Una Birkin è per sempre, altro che diamante! E guardate qui che scelta, ce n’è davvero per tutti i gusti. No, per tutte le tasche proprio no! Ma almeno rifacciamoci gli occhi con questi modelli che ho scelto per voi, ci sono anche quelli in coccodrillo, non me ne vogliate.

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L’articolo è pubblicato on line sulla rivista MYGENERATIONWEB al seguente link: https://www.mygenerationweb.it/201605203109/articoli/agora/al-femminile/3109-sogni-femminili-mostruosamente-proibiti-vi-la-birkin-bag

La pazza gioia, il nuovo, poetico film di Paolo Virzì

Paolo Virzì torna dietro la macchina da presa a due anni di distanza dal successo de Il Capitale Umano (che ha sfiorato la candidatura all’Oscar nel 2015 nella sezione miglior film straniero) realizzando un film poetico, La Pazza Gioia, nelle sale cinematografiche da ieri, 17 maggio. Il regista livornese, che ha scritto la sceneggiatura a quattro mani con Francesca Archibugi, decide per questo suo nuovo lavoro di trattare il delicatissimo argomento della malattia mentale, riuscendo a farlo con un tocco dolce e malinconico, senza pietismi ma con uno sguardo attento, critico e realistico, evidenziando lucidamente gioie e dolori (soprattutto) di persone affette da disturbi psichiatrici. Al centro quindi la malattia mentale che, come ogni altra malattia o forse ancor di più, accomuna tutti coloro che ne sono affetti e nel caso specifico del film donne di diversa estrazione sociale ed età, con differenti storie alle spalle, con il comune denominatore della fragilità, della solitudine e del difficile inserimento nella società.

Protagoniste della storia, che si svolge in Toscana, nei luoghi cari a Virzì, Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella (Micaela Ramazzotti). Le due donne si incontrano in una comunità terapeutica, Villa Biondi, presso la quale sono in custodia giudiziaria in quanto ritenute socialmente pericolose per i loro trascorsi personali. Sono estremamente diverse ma trovano nella loro diversità l’occasione di stringere un rapporto sempre più autentico e commovente, che andrà progressivamente fortificandosi nel corso della storia e che le renderà reciprocamente indispensabili.

Beatrice è una donna più matura, logorroica ed istrionica, a tratti delirante; inventa storie, trasforma la realtà a suo piacimento, fuma nervosamente. Avvezza ad un elevato tenore di vita, non rinuncia pur nella sua condizione a soddisfare la sua vanità e a ricercare momenti di bellezza. L’arrivo in comunità di Donatella non la lascia indifferente. Emaciata, taciturna e col corpo rivestito di tatuaggi, Donatella porta con sé un grande dolore, la separazione dal proprio bambino, e una tristezza sconfinata nello sguardo; unica compagnia una torcia e le note di Senza Fine (Gino Paoli), il solo legame con un padre assente e che accompagnano l’intero film.

Dopo un’iniziale ritrosia della giovanissima e introversa ragazza, tra le due nasce un legame che le donne vivranno intensamente e follemente durante una fuga, tra cene non pagate, ricerca disperata di denaro e abuso di psicofarmaci. Si danno alla pazza gioia per cercare quella felicità che non hanno mai vissuto e lo fanno al di fuori dalla comunità, nel mondo dei “normali”, accorgendosi a loro spese che lì non c’è posto per loro, troppo fragili per sopravvivere senza essere calpestate. L’amicizia tra le donne porterà a galla le loro storie, i loro fallimenti, rapporti familiari distrutti, amori malati, soprusi ed abbandoni, ma permetterà anche a Donatella di rivedere il suo bambino, Elia, e di riscoprirsi entrambe meritevoli di affetto, protezione e soprattutto rispetto.

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La Pazza Gioia, sulla linea de La Prima Cosa Bella, sa essere allo stesso tempo un film straordinariamente lieve e terribilmente duro perché, a nostro avviso, esplora la realtà con le sue brutalità e i suoi momenti di indescrivibile bellezza, rinchiusi che siano in un abbraccio, in un’offerta di aiuto, in una birra fredda o nel contatto silenzioso con il mare. Nel film di Virzì si respira la vita, con le sue lacrime e i suoi sorrisi, con rapporti irrimediabilmente finiti e quelli pronti a nascere. Doloroso ed eccezionalmente umano lo sfondo, quello della comunità terapeutica. Da un lato ci sono le pazienti, donne diverse, ciascuna con il proprio disturbo, costrette a condividere nel proprio dolore la vita, diventando volente o nolente una famiglia. Dall’altro gli operatori sanitari, veri e propri angeli custodi, uomini e donne che non si risparmiano per prendersi cura delle loro pazienti.

In pochi giorni, quelli del tempo della storia e in due ore circa di film, Virzì ha il merito di concentrare i tratti salienti dell’umanità, lasciando allo spettatore un messaggio in fondo positivo, un messaggio di speranza: se, in un modo o nell’altro, ci si spende per gli altri, si vivono rapporti autentici scevri da interessi, respirare un po’ di felicità non è poi così un’utopia. Colonne del film, le due protagoniste,  Valeria Bruni Tedeschi (Il Capitale Umano) e Micaela Ramazzotti (La Prima Cosa Bella), impegnate nella “gestione” di due ruoli tutt’altro che scontati, artefici di un’interpretazione intensa, toccante e straordinariamente naturale. Non avremmo potuto chiedere di più a La Pazza Gioia, un film cha fa incredibilmente bene in questo momento al cinema italiano, né a Virzì che si conferma sempre di più garanzia di qualità, scrivendo un’altra bella pagina della sua carriera cinematografica.

L’articolo è pubblicato integralmente sulla rivista “Napoleggiamo” al seguente link: http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=22033

Bags are a girl’s best friend

Se negli anni ’50 Marilyn Monroe cantava Diamonds are a girl’s best friend, oggi possiamo dire senza grandi dubbi che le migliori amiche di una donna siano essenzialmente due: borse e scarpe. Non che i gioielli non ci piacciano più, sia chiaro, quelli sono sempre i benvenuti, ma nei nostri desideri gli accessori per eccellenza sono diventati con il passare del tempo sempre più la nostra passione. Borse e scarpe, essenziali per creare outfit perfetti, riempiono sempre di più i nostri armadi e svuotano contemporaneamente portafogli e carte di credito. Dalle vetrine richiamano l’attenzione delle addicted di turno seducendole irrimediabilmente: una moderna forma del canto delle sirene che avvolse nelle profondità del mare gli sfortunati compagni di Ulisse. Io ho sviluppato la mia personalissima tecnica: non guardare. Per ora sono viva!

Delle scarpe parleremo poi. Oggi è il turno delle borse, compagne fedeli e discrete, custodi di segreti, vere e proprie appendici del nostro corpo, da cui non osiamo quasi mai separarci, che siamo al lavoro, all’università, ad una festa, in discoteca e persino in chiesa. Ancore di salvezza in momenti di imbarazzo. E quante volte vi è capitato di andare al bagno protette dalle vostre borse, con la scusa di mettere su un po’ di phard solo per lasciar scorrere qualche lacrima? Giuro, non volevo intristirvi ma sono pur sempre frammenti della nostra vita e in bagno senza borsa non si va!

 Le nostre borse….micro mondi misteriosi in cui portiamo con noi oggetti indispensabili (proprio tutti?) alla sopravvivenza nella giungla della quotidianità, con le sue giornate interminabili, i repentini cambi climatici e le molteplici situazioni alle quali essere all’altezza (mamma mia, che ansia!). Portafogli, chiavi (di casa, dell’auto, del motorino), smartphone, fazzoletti (per le più organizzate e previdenti). Poveri illusi-mi rivolgo ai maschietti-pensate che sia finita qui? E vai con: tampax, make up e salviettine struccanti (non vuoi farla una ritoccatina al trucco in ben 12 ore?!), ombrello, penne, agendina, chewingum e caramelle, sigarette (per le maledette fumatrici come me!), portafortuna e qualsivoglia altra forma di cianfrusaglia utile a generare caos e a fare peso tra cerniere, tasche e taschini saggiamente celati. Ovviamente nessuno di questi oggetti sarà scovato in tempi umani all’occorrenza, piuttosto risulterà come dematerializzato manco il mago Silvan (ve lo ricordate, vero?) l’avesse spostato col pensiero. Se vieni messa sotto pressione poi, è la fine. “Mi fai accendere per favore?” E scatta immediato il panico, perché l’accendino, stai certa, non lo troverai mai!

Se il rapporto di una donna con la propria borsa è di amore/odio, quello dell’uomo con la borsa della partner o di una semplice amica (attenzione, qui sono tutte amiche….diffidate sempre!) è di profonda soggezione mista a ossequioso rispetto. Divieto ASSOLUTO di accesso, a meno di differenti ed esplicite indicazioni. Tipicamente nell’immaginario di un uomo ogni nostra borsa è la versione in miniatura della ben più famosa borsa di Mary Poppins. Siate sincere, suvvia! Quante volte vi hanno fatto notare la somiglianza? A me, parecchie!

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Come ogni cosa anche la borsa ha una sua storia. Se i primi modelli rudimentali di borse compaiono nella lontanissima preistoria, epoca in cui per ovvie ragioni erano appannaggio esclusivo degli uomini, che le utilizzavano per trasportare utensili durante la caccia, è dal Medioevo che compaiono modelli più simili a quelli attuali. Con il Rinascimento e la maggiore diffusione di pellami e materiali preziosi la borsa inizia ad acquisire la sua natura di oggetto non solo utile ma anche di moda e il connubio vero e proprio tra le borse e le donne si stabilisce definitivamente tra l’Ottocento e il Novecento, secoli in cui si afferma progressivamente l’autonomia della donna che vede profondamente mutare le sue esigenze di vita. La borsa a quel punto diventa indispensabile. Sono gli anni in cui le più grandi maison di moda si dedicano all’affascinante universo della borsa, realizzando nel tempo modelli diventati delle vere e proprie icone. Coco Chanel vi dice niente?

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Volete approfondire la storia della borsa (ve lo consiglio, le mie parole sono solo una goccia nell’oceano)? Non vi resta altro da fare che godervi una bella visita al Museo della Borsa di Amsterdam, il Tassen Museum Hendrikje o Museum of Bags and Purses. Nell’attesa di un week end nella capitale olandese, tra mulini e tulipani, eccovi il link relativo al Museo

http://tassenmuseum.nl/http://tassenmuseum.nl/.

 Oggi la borsa è per antonomasia simbolo di indipendenza per una donna, ma allo stesso tempo non ha perso, anzi ha rafforzato, il suo valore seduttivo e di indispensabile completamento del look. Sobrie ed eleganti, stravaganti ed eccessive, casual e sportive, da giorno, da sera, piccole, medie e grandi e capienti, invernali o estive, di borse ne esistono davvero per tutti i gusti e per tutte le esigenze. Di ogni materiale e di ogni colore, tinta unita o multicolor, rivestite di borchie, piume, pailletes e chi più ne pensa più ne realizza. A tracolla, con  i manici, cartelle, shopping bag, bauletti, pochette, clutch, buste, ognuno di questi modelli ha la sua ragione di esistere, soprattutto nei nostri armadi, dove le custodiamo gelosamente.

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Per cui, signori uomini, non continuate a chiederci il motivo per cui ne accumuliamo tante, quando possiamo permettercelo, si intende! L’avere una o più borse non riduce in noi il desiderio, che magari rimane irrealizzato, di comprarne un’altra. Ne individueremo sempre una che ci piace e di cui pensiamo di non poter proprio farne a meno, ci sarà sempre un dettaglio che non ci lascerà indifferenti, un colore che si abbinerà perfettamente ad un abito nuovo di zecca, una forma che manca nella nostra collezione. Quella borsa che diventerà semplicemente una compagna inseparabile delle nostre, spesso terrificanti, giornate. Quella borsa da cui spunterà un ombrello mentre a voi non rimarrà altra scelta che inzupparvi di pioggia! Che poi una borsa sia uno dei regali con cui difficilmente ci vedrete deluse scartando la confezione, quella è storia ben più che nota.

 Non mi resta che lasciarvi con un’anticipazione sul prossimo articolo. Parleremo della borsa con la B maiuscola. Shhhhh, se avete capito di CHI sto parlando, mantenete il segreto, in fondo dovete aspettare solo fino a Venerdì!

L’articolo è pubblicato on line sulla rivista #MYGENERATIONWEB al seguente indirizzo: https://www.mygenerationweb.it/201605163103/articoli/agora/al-femminile/3103-bags-are-a-girls-best-friend

Un giorno per dire BASTA alle mutilazioni genitali femminili

8 Marzo. Festa della donna. Fiori, cioccolatini, serate a tema e vetrine allestite per l’occasione fanno decisamente a cazzotti in questo giorno con manifestazioni, memoria storica e riconoscimento di diritti. Diritti, questi sconosciuti, per milioni di donne nel mondo. Rispetto, questo sconosciuto, dell’integrità fisica, morale e psicologica della donna, oggi ancora un lontano miraggio in tanti paesi. Mutilazione genitale femminile. Solo a sentirla pronunciare questa espressione fa orrore; se ne parla, sì, ma di rado, quasi fosse ancora un tabù, un argomento troppo scomodo e troppo crudo da affrontare. Troppo privato, troppo intimo. Abbiamo scelto di parlarne oggi, nel giorno in cui il mondo celebra la donna, perché riteniamo sia una delle più grandi e mortificanti forme di violenza di cui le donne sono ancora vittime, una forma di violenza di cui il mondo speriamo quanto prima possa liberarsi definitivamente. Donne mutilate e brutalmente cucite per preservarne la “purezza”, donne a cui, nel migliore dei casi, viene negato un sano e sereno rapporto con il proprio corpo e con la propria sessualità, e che nella quasi totalità dei casi vanno incontro a gravissimi problemi di salute, rischiando persino la morte.

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Per mutilazioni genitali femminili si intendono una serie di pratiche che consistono nell’incisione e/o asportazione parziale o completa dei genitali femminili esterni. Tra queste la tristemente più nota nonché la più aberrante, umiliante e dolorosa è l’infibulazione. Quest’ultima prevede l’asportazione del clitoride, delle piccole labbra e di parte delle grandi labbra, con successiva sutura delle parti residue di queste ultime. I genitali esterni sono così completamente cuciti, consentendo solo lo sbocco dell’urina (dal meato uretrale) e quello-difficoltoso-del sangue mestruale da una minima porzione di ostio vaginale rimasto pervio.

Non ci sono abbastanza parole per descrivere una simile atrocità, non ci sono, non possono esistere, ragioni valide per cui un essere umano, senza una necessità medica, debba essere mutilato, debba essere “modificato” contro la sua volontà rispetto a come, nella perfezione del suo corpo, è venuto al mondo. Eppure, affondando le radici in culture lontanissime dalla nostra, sono tante le ragioni-se così possono essere chiamate-per cui le donne subiscono le mutilazioni genitali. Un rito di iniziazione delle adolescenti, una sorta di passaggio alla vita adulta, un modo per preservarne la purezza fino al matrimonio, limitando e rendendo dolorosa la sessualità ma anche mettendo seriamente a rischio la fertilità, motivazioni religiose ed economiche-quello degli interventi mutilanti infatti è un vero e proprio business, un “servizio” pagato profumatamente.

Inimmaginabili il dolore, le lacrime, le urla, il terrore delle neonate, delle bambine, delle donne, vittime inermi di un tale abominio, praticato, nella maggior parte dei casi, da donne come loro, levatrici od ostetriche che siano. Inimmaginabile lo squarcio interiore, i segni indelebili nell’anima oltre che sul corpo. Tanti, troppi i rischi per la salute: emorragie, shock per il dolore devastante, setticemia, complicazioni al momento del parto, infezioni e ostruzioni croniche del tratto urinario e molte, molte altre.

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È l’Africa a detenere il triste primato del continente in cui le MGF sono più largamente praticate, seguito dall’Asia (paesi a prevalenza islamica); più raramente il fenomeno è presente in America Latina e sporadicamente negli Stati Uniti, in Europa, in Australia, tra comunità di immigrati. In occasione della Giornata ONU di Tolleranza Zero verso le Mutilazioni Genitali Femminili, lo scorso 6 febbraio, l’UNICEF ha pubblicato un nuovo rapporto da cui è emerso che almeno 200 milioni di donne e bambine in 30 paesi tra Africa e Asia hanno subito mutilazioni genitali e che la metà di loro vive in soli 3 paesi: Egitto,Etiopia e Indonesia. Inoltre in tutti i paesi in cui le mutilazioni vengono praticate, sono bambine al di sotto dei 5 anni ad esserne vittime, un dato agghiacciante.

Ma qualcosa, anche in questi paesi sta cambiando, grazie alla mobilitazione globale e alla nascita di una nuova consapevolezza da parte delle donne; già sono numerosi gli stati africani in cui le mutilazioni genitali sono diventate illegali e la speranza collettiva è che il numero di questi possa aumentare sempre di più. La comunità internazionale si ripropone di eliminare definitivamente le mutilazioni genitali femminili entro il 2030; è l’UNICEF insieme al Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA) a coordinare questo importantissimo obiettivo grazie al cosiddetto Joint Programme on Female Genital Mutilation/Cutting.

Nessuna donna, nessun uomo, nessuna società civile può tacere a riguardo; ognuno può e deve fare la sua parte affinché questo risultato possa essere raggiunto, affinché le mutilazioni genitali femminili diventino “solo” l’ennesimo tragico capitolo della storia dell’umanità.

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L’articolo è pubblicato integralmente on line al seguente link: http://www.mygenerationweb.it/201603082958/articoli/agora/al-femminile/2958-un-giorno-per-dire-basta-alle-mutilazioni-genitali-femminili

Teatro. Una versione moderna della ‘Cantata dei Pastori’ al Teatro Delle Palme.

Il regista Massimo Andrei, tra l’altro noto al grande pubblico nei panni di Snack nei mini spot che intrattengono con intelligenza ed ironia i passeggeri di Metronapoli, ha messo in scena durante le festività natalizie lo spettacolo “Razzullo e Sarchiapone”. Palco scelto è quello prestigioso del Teatro delle Palme di Napoli. La rappresentazione, accolta con partecipazione ed entusiasmo dal pubblico napoletano, è una rivisitazione in chiave moderna della storica “Cantata dei Pastori”, opera teatrale tardo-seicentesca scritta da Andrea Perrucci, che racconta in musica il Natale nel suo senso più vero, ossia la nascita di Gesù.

A partire dalle prime rappresentazioni proprio sul finire del 1600, l’opera originale ha subito nei secoli diverse modifiche, sino ai giorni nostri, quando ha raggiunto il massimo successo e notorietà grazie alla versione messa in scena dalla compagnia teatrale del grandissimo Peppe Barra. Visto il valore storico artistico dell’opera e della fama dei predecessori che si sono cimentati nella rappresentazione, va dato quindi merito ad Andrei innanzitutto per aver avuto il coraggio di presentare un suo personalissimo ed originale adattamento, che in definitiva si propone di attualizzare ed affrontare col sorriso il viaggio intrapreso da Maria e Giuseppe verso Betlemme, luogo della nascita di Gesù.

Mentre la futura Sacra Famiglia si appresta a raggiungere la città scelta da Dio per l’incarnazione del Figlio, si sviluppano le comiche vicende di due napoletani DOC curiosamente presenti in Palestina: Razzullo (Benedetto Casillo) e Sarchiapone (Giovanni Mauriello). Il primo è uno scrivano incaricato di eseguire un censimento, il secondo un barbiere omicida in fuga. Davanti ai loro occhi, tra un dialogo comico e l’altro, prende vita la lotta tra il bene e il male, tra l’imminente nascita di Gesù, protetto dagli Arcangeli (i cantori) e un principe dei diavoli, che tenta con ogni forza ed inganno di cambiare una storia divina già scritta.

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Protagonisti assoluti Casillo e Mauriello, che danno vita a due vere e proprie maschere del teatro napoletano, attualizzandole. Andrei dimostra quindi attraverso di loro la ricchezza che viene dal “recupero” di elementi della tradizione napoletana, famosa in tutto il mondo, senza rinunciare al contempo ad elementi moderni. La rappresentazione, della durata di circa due ore, ha una struttura semplice e ben orchestrata, in cui si alternano le “gag” di Razzullo e Sarchiapone, il racconto della storia della nascita del Messia, le incursioni del diavolo, i canti, rigorosamente in napoletano, secondo la tradizione, ma rielaborati da Carlo Faiello.

La forza dello spettacolo è racchiusa in alcuni elementi fondamentali: la professionalità artistica del cast, la suggestività dei canti, interpretati meravigliosamente dai cantori/attori, la commistione tra sacro e profano, tra tradizione e modernità. Tra gli elementi interessanti e innovativi vi è la scenografia che si avvale di una nuova tecnica digitale, il “video mapping”, che consente di proiettare immagini in computer grafica ottenendo un effetto 3D, fungendo quindi da cornice ideale per il racconto della storia.

Chiude la rappresentazione una riflessione, che non poteva non essere affidata alla voce di Benedetto Casillo, sullo svilimento attuale del significato profondo del Natale, che sembra sempre di più essere stato smarrito, tra ansie che accompagnano le festività e corse all’acquisto dei regali. Lo spettacolo quindi  si inserisce nel contesto di quel tipo di teatro che in modo estremamente semplice si fa portavoce di un messaggio, annullando la distanza fisica tra attori sul palco e spettatori, proponendosi di suscitare una riflessione consapevole e pertanto svolgere una funzione non solo artistica ma sociale.

Le ultime due repliche sono previste per oggi e domani e rappresentano quindi una ghiotta occasione per respirare ancora per un po’ l’ineguagliabile aria natalizia, grazie alle suggestioni e alle emozioni che probabilmente solo uno spettacolo teatrale sa suscitare, complice l’esecuzione dal vivo degli splendidi canti proposti.

L’articolo è pubblicato on line al seguente link: http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=20220

Cinema. Star Wars Episodio VII. Il grande ritorno della più celebre saga di tutti i tempi.

È stato senza dubbio l’evento cinematografico dell’anno, nonché il più ghiotto regalo di Natale per milioni di fan in tutto il mondo. Stiamo parlando ovviamente dell’episodio VII di Star Wars: Il Risveglio della Forza (titolo originale The Force Awakens), primo capitolo della nuova trilogia delle guerre stellari, che già prevede l’uscita degli episodi VIII e IX (rispettivamente nel 2017 e nel 2019). Il Risveglio della Forza approda al cinema dopo ben 10 anni dall’episodio III, La Vendetta dei Sith, l’ultimo scritto e diretto da George Lucas, creatore della più celebre saga cinematografica di tutti i tempi. Ed è stata anche la curiosità verso il primo prodotto dell’era post Lucas-la Lucasfilm ha venduto i diritti di Star Wars al colosso Disney-ad alimentare l’attesa per il nuovo capitolo di Guerre Stellari, diretto da J.J. Abrams, che ha realizzato anche la sceneggiatura insieme a Lawrence Kasdan (entrambi sono anche i produttori).

Il Risveglio della Forza si riaggancia temporalmente all’episodio VI, Il Ritorno dello Jedi (1983). Sono trascorsi infatti 30 anni da quando Luke Skywalker e compagni hanno distrutto la Morte Nera ponendo fine all’Impero Galattico e hanno restituito pace alla galassia. Lo scenario, tuttavia, non è cambiato molto: il lato oscuro della Forza ha trovato nuovi canali attraverso cui manifestarsi. A minacciare la Repubblica è ora il Primo Ordine, capeggiato dal Leader Supremo Snoke, che sta costruendo un’arma di distruzione dieci volte più grande della Morte Nera, la Starkiller. Al servizio di Snoke c’è un giovane, potente ma insicuro, che coltiva il sogno di diventare un grande sith e seguire le orme del glorioso e malvagio Darth Vader: il suo nome è Kylo Ren. Nella lotta tra i due lati della Forza, cruciale è la presenza dell’ultimo Jedi, ma nell’intera galassia non si ha più alcuna notizia di Luke, che sembra sparito nel nulla.

Una mappa custodita da un droide, BB8, è l’unica possibilità di trovarlo e dare così una svolta decisiva alla guerra; sulle sue tracce si mettono sia Kylo Ren che i membri della Resistenza, i custodi della Repubblica. BB8, messo in salvo da Poe, membro della Resistenza ed abile pilota, e da Finn, disertore dell’Ordine, si imbatte per caso nella vita di Rey, una giovane e temeraria abitante di Jakku, che sopravvive vendendo rottami trovati nel deserto. Aiutata dallo stesso Finn, Rey si imbarca su una vecchia navicella, non sapendo che si tratta del mitico Millennium Falcon, e i due vengono intercettati da Han Solo e Chewbacca. La missione è chiara: portare BB8 alla base della Resistenza, dove Han Solo ritroverà la Principessa Leila, ora anche generale della Resistenza. Accanto a lei i fedeli C3PO ed R2D2, quest’ultimo in uno stato di quiescenza. Come prevedibile, l’Ordine e Kylo Ren, che ha origini tutt’altro che malvagie, non resteranno a guardare, mettendo in atto parallelamente un vero e proprio piano di distruzione della galassia. Dovranno scontrarsi però contro il risveglio della forza, che vive e si manifesta inaspettatamente nella giovane Rey che, senza alcun addestramento, padroneggia armi da Jedi, compresa la spada laser di Luke. Spetterà a lei il compito di restituirla al legittimo proprietario.

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Riportare Star Wars al cinema è stata senza dubbio impresa ardua-anche se si tratta dell’acclamato creatore di Lost: inevitabile il confronto con gli altri episodi della saga, passando al setaccio ogni elemento alla ricerca di una nota stonata. Anche perché il tempo del racconto impone che Il Risveglio della Forza sia il sequel della prima, storica trilogia di Lucas, accendendo ancora di più i riflettori sul film. A nostro avviso l’episodio VII non delude le aspettative, non stona, anzi si inserisce armoniosamente nel contesto della saga, senza snaturarla dei suoi elementi caratterizzanti: il tono epico, il ritmo fluente, con l’alternanza di fasi di diversa intensità emotiva, una sceneggiatura solida con una trama avvincente. Quest’ultima, pur essendo come quella dei precedenti film, ben definita, rende il film meno autoconclusivo: sono molti infatti gli elementi che-supponiamo volutamente-restano non chiariti, connotando quindi il film di un alone di mistero. Altro elemento in linea con la saga è l’attenta caratterizzazione dei personaggi, tutti ampiamente strutturati ed integrati senza forzature con i vecchi, o per meglio dire storici. Non mancano sorprese e colpi di scena, tanto cari ai fan di Star Wars, non mancano le battaglie, né momenti in cui tirare il fiato e godersi un po’ di ironia. Allo stesso tempo c’è spazio per elementi innovativi: la natura umana di un trooper, che si ribella, passando dalla parte dell’ex nemico, il ruolo di protagonista affidato ad un personaggio femminile, Rey (è l’attrice Daisy Ridley la stella del film), un insolito “cattivo”, in cui è il lato “chiaro” a contaminare quello “scuro”, in maniera inversa rispetto a quanto accadeva al giovane Anakin Skywalker. Egli non vuole essere quindi l’impersonificazione del male che ha raggiunto la piena forza, maturità e spietatezza-come in Darth Vader-ma al contrario egli è un giovane smarrito, reso fragile dalla rabbia e dal dolore. Attenzione però: la crudeltà non manca, si esprime bensì diversamente nel film, nell’efferatezza della violenza perpetrata dai soldati dell’Ordine. Dal punto di vista degli effetti speciali, a distanza di 10 anni dall’ultimo episodio, si rimane senza parole di fronte a scene spettacolari; meno prorompente è la storica colonna sonora, che scandisce con minore enfasi i momenti salienti del film.

Impossibile non notare la ripresa di riferimenti all’episodio IV, Una nuova speranza (il primo, uscito nel 1977), quasi a preparare una nuova generazione di fan, senza tradire, anzi rendendo omaggio allo spirito originario della saga. BB8 infatti ha il ruolo che fu di R2D2 (anche in quel caso si trattava di custodire dei dati di vitale importanza), Rey quello di Luke, Kylo Ren-in qualche modo-quello che fu di Darth Vader, Il Primo Ordine è il nuovo Impero, Starkiller la nuova Morte Nera. Alla luce di questa riflessione, sebbene la promozione a pieni voti, resta impossibile non chiedersi come Lucas avrebbe concepito il film.

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Cinema. “La felicità è un sistema complesso”: un’amara commedia con Valerio Mastandrea.

Perché trasformiamo le cose semplici in complesse e perché, tra queste, proprio la felicità? È questa la domanda che si pone il regista Gianni Zanasi nel suo ultimo film, che vede protagonista ancora una volta dopo “Non pensarci” (2007), Valerio Mastandrea.

L’attore romano interpreta Enrico Giusti, che lavora come intermediario per una società che acquista aziende in crisi finanziaria. Il ruolo di Enrico è delicato: si tratta di fidelizzare con il cliente, convincendolo a cedere l’attività per evitarne il tracollo economico e le disastrose conseguenze sulle vite delle persone coinvolte. Nella sua carriera ha a che fare con persone irresponsabili e vacue, inclini a dilapidare il patrimonio e a sfasciare automobili; non si crea alcuno scrupolo, quindi, ad utilizzare ogni mezzo a sua disposizione pur di evitare all’azienda una fine certa. Svolge il suo lavoro brillantemente e come una vera e propria missione di vita: è il suo modo per “riparare” il trauma infantile causato dalla fuga del padre in Canada dopo il fallimento della sua azienda, a causa del quale Enrico e suo fratello Nicola sono cresciuti da soli. Se per Enrico il dovere è “restare”, Nicola, più giovane, segue nella vita le orme del padre, fuggendo dalle situazioni che lo mettono in difficoltà, tra le quali fingersi partito per il Chiapas pur di non lasciare apertamente la sua fidanzata israeliana. Enrico si ritrova così a dover ospitare in casa, suo malgrado, la ragazza, taciturna, diffidente e decisamente sopra le righe.

Qualcosa cambia per sempre nella vita lavorativa-e non solo-di Enrico quando suoi clienti diventano i giovanissimi Filippo e Camilla, di 18 e 13 anni, rimasti orfani dopo un incidente stradale in cui entrambi i genitori hanno perso la vita, diventando pertanto gli eredi dell’azienda di famiglia. Filippo, azionista di maggioranza, non si lascia imbonire dal cinismo dei titolari della Lievi e non cede alla proposta di Enrico, decidendo di non arrendersi dunque al tracollo dell’azienda e al vedere licenziati gli impiegati che tanta stima riponevano nei suoi genitori. Decide pertanto di opporsi alla delocalizzazione e sceglie di utilizzare i fondi a disposizione per tentare di risollevare le sorti dell’attività di cui è diventato responsabile a tutti gli effetti. Di fronte alla natura genuina di Filippo e Camilla e con l’esempio della giovane israeliana, Enrico non può far altro che rivedere la sua posizione e la sua stessa vita, dandole la svolta decisiva per riacquisire quella felicità, così semplice, a cui aveva finito per rinunciare.

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“La felicità è un sistema complesso” riflette, dunque, sulla scelta personale e libera di decidere della propria vita, attraverso una presa di posizione netta di fronte alle occasioni, positive o negative, che la vita stessa fornisce. Se Enrico mette un punto al proprio passato esercitando quella genitorialità sino a quel momento subita, il suo collega (Giuseppe Battison), figlio del titolare dell’azienda, “risolve” le sue inquietudini con il denaro e l’eroina

Il film, a nostro avviso, è riuscito solo per metà; ci appare infatti limitato da una trama fin troppo semplice e da una sceneggiatura scarna, che non possono che evidenziare la bravura di Valerio Mastandrea, sul quale l’intera pellicola ruota. Con la consueta spontaneità ed ironia, tratti da sempre distintivi dell’attore romano, Mastandrea regge praticamente da solo il film, in cui gli altri attori quasi fungono da anonimi gregari. Il regista cerca di limitare in qualche modo i danni, infarcendo il film di meri di esercizi di stile, peraltro discutibili, che non fanno altro che evidenziare i vuoti strutturali di cui la pellicola soffre. I lunghi silenzi, il ritmo complessivamente lento e le numerose inquadrature dedicate allo scenario del paesaggio del Trentino non giovano alla scorrevolezza del film, che è in definitiva  interessante soprattutto per l’argomento trattato, attuale e di grande impatto sociale, e per gli spunti di riflessione che offre.

L’articolo è pubblicato on line al seguente link:

http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=19827