Cinema. Il Ponte delle Spie, il nuovo film di Steven Spielberg.

Steven Spielberg torna magistralmente dietro la macchina da presa realizzando un film che si cala tra le maglie della Guerra Fredda. Anche lo spettatore meno consapevole della crucialità di quel periodo storico, non può attraverso Il Ponte delle Spie non cogliere il senso profondo e concreto della rivalità tra le due super potenze mondiali di quel periodo, USA e URSS, e soprattutto quanto gli effetti di questa si ripercuotessero nella vita delle persone, al di là di complotti politici e rischi tanto imminenti quanto invisibili. Matt Charmann e i fratelli Coen firmano la sceneggiatura, che muove i suoi passi dalla vicenda, realmente accaduta, che vide protagonista alla fine degli anni ‘50 l’avvocato James Donovan, interpretato brillantemente nel film da Tom Hanks.

1957. A New York viene catturato Rudolf Abel (Mark Rylance), accusato di essere una spia russa. Nel clima infuocato della guerra fredda, che rende Abel un nemico verso il quale non avere alcuna pietà, la democrazia e i principi della costituzione americana impongono che, come ogni altro cittadino, l’uomo venga regolarmente processato. Per la difesa gli viene assegnato d’ufficio un avvocato di Brooklyn, che sino ad allora si era occupato esclusivamente di assicurazioni, James Donovan. Inizialmente scettico, Donovan impiega crescenti impegno, professionalità e passione per esercitare i diritti del suo assistito in quanto essere umano e per questa ragione attira su di sé l’ostilità della moglie Mary (Amy Ryan) e il disprezzo dell’intera opinione pubblica. Quando in territorio russo viene abbattuto un aereo spia americano e fatto prigioniero il tenente Francys Gary Powers (Austin Stowell), il governo affida astutamente a Donovan la trattativa con i sovietici per lo scambio dei prigionieri, per evitare di esporre in prima linea la CIA.

La trattativa sarà negoziata a Berlino, all’alba della costruzione del muro, dove la Repubblica Democratica Tedesca (DDR) e la Repubblica Federale erano l’incarnazione della spietata ostilità tra russi e americani. A complicare la già ben delicata questione, l’arresto di uno studente di economia di Yale, Frederic Pryor, da parte della polizia sovietica, nel tentativo di aiutare la fidanzata a lasciare Berlino Est. Donovan si esporrà personalmente e al di fuori dell’accordo con i “capi” per negoziare nell’ambiente avverso, tanto della Germania Ovest quanto di quella Est, lo scambio di Abel con entrambi i prigionieri americani. Due, i luoghi, altamente simbolici, dello scambio: il cosiddetto ponte delle spie, il ponte di Glienicke e il Checkpoint Charlie.

52892_ppl

La profonda umanità è la chiave di lettura della pellicola del pluripremiato regista americano. Quell’umanità che sopravvive nel contesto di una guerra senza armi ma altrettanto spietata che ha fatto tremare il mondo intero dopo la Seconda Guerra Mondiale. Quell’umanità che salva le vite sacrificabili di una spia russa rimasta fedele al suo “dovere”, di un pilota americano che non ha rispettato il protocollo di “spendere il suo dollaro” (uccidersi pur di non essere catturato) e di un giovane studente, inerme ed estraneo alla logica della guerra. Umanità incarnata dal protagonista, che sceglie a sue spese di percorrere la strada più difficile, rimanendo saldo nei suoi principi di giustizia, molto lontani dalle ragioni disumane e brutali del conflitto, rivelandosi in ultimo un eroe.

L’interpretazione convincente del Premio Oscar Tom Hanks, la sceneggiatura pulita, lineare e coerente, l’eccezionale fotografia, la regia impeccabile di Spielberg, che torna ad affrontare il tema della guerra (Shindler’s List, Salvate il Soldato Ryan) rendono Il Ponte delle Spie un film da promuovere a pieni voti, senza dubbio uno dei migliori del 2015. Assolutamente da vedere. Una curiosità: nel cast anche Eve Hewson, che interpreta la figlia di Donovan, nella vita reale figlia di Bono Vox, leader degli U2, il cui nome deriva proprio dall’aereo americano pilotato da Powers e abbattuto dai sovietici.

L’articolo è pubblicato on line al seguente link:

http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=20133

Qui, il trailer:

 

Annunci

Arte. Chagall – Love and Life. Un inno alla vita e all’amore.

Seguirà la mia recensione della Mostra che il Chiostro del Bramante ha dedicato quest’anno a Chagall. Una mostra che non solo mi ha fatto conoscere in modo più approfondito un artista, di cui ho sempre apprezzato le opere più famose, Compleanno e Sopra la Città, ma anche una mostra che ha parlato profondamente al mio cuore nell’ultima sezione, quella dedicata ad alcune famose opere dell’artista russo sull’amore. La mostra intera è permeata di amore, di quell’amore che Chagall nutriva per la sua sposa. Nelle opere esposte e dedicate a lei si percepisce una così grande dedizione che il cuore di una donna non può che sussultare di gioia e di speranza. La speranza di poter ricevere quello stesso amore. Voglio “interpretare” come un segno il fatto che questa sia stata la prima mostra che ho visto con il mio compagno, colui che ogni giorno mi dimostra con la sua presenza, oltre che con le parole, amore e dedizione. Non potevo non sentirmi perfettamente allineata emotivamente camminando per le sale del Chiostro. Roma, la mia città amata-dopo Napoli, si intende-la città dove ho vissuto l’amore e dove temevo di averlo penso per sempre. Ma l’amore compie i suoi viaggi, inaspettati ed imprevedibili e per questo motivo entusiasmanti. L’amore oggi lo custodisco e lo difendo per viverlo pienamente.

 ridimensiona

L’amore per l’arte in Italia sembra non essersi per nulla assopito. Come gran parte delle mostre realizzate nella Capitale negli ultimi anni, anche Chagall – Love and Life ha riscosso grande successo ed ha chiuso i battenti domenica 26 luglio (è stata visitabile a partire dal 16 marzo). Sede di quella che si configura come una delle mostre di maggiore rilievo del 2015 è stato il Chiostro del Bramante (Via della Pace – Roma), che ha prodotto e organizzato insieme ad Arthemisia Group l’esposizione dedicata all’artista russo, curata da Ronit Sorek.

Chagall – Love and Life” è una esposizione di oltre 140 opere di quello che è riconosciuto come uno dei più grandi artisti del Novecento, sicuramente il più celebrato tra gli artisti ebrei. Stampe, disegni, incisioni, litografie e dipinti provenienti dall’Israel Museum di Gerusalemme consentono di ripercorrere gran parte della produzione artistica di Chagall e fanno luce in particolar modo sull’attività di illustratore editoriale, a sottolineare il suo profondo legame con la letteratura, l’attenzione costante alla relazione tra la parola e il contenuto. Ci troviamo davanti ad un artista poliedrico, che si è espresso non solo nel disegno, nella pittura e nella stampa, ma anche nella scultura, nel mosaico e nella scenografia.

Come anticipa il titolo della mostra, i temi affrontati nelle opere in esposizione sono principalmente relativi alla vita di Chagall e all’amore, che si incarna fortemente nel sentimento dell’artista per l’amatissima moglie, Bella Rosenfeld. L’opera che “accoglie” il visitatore è Sopra Vitebsk, la cittadina natale di Chagall, nell’attuale Bielorussia. L’artista descriveva la sua città con queste parole:

“È solo la mia città, la mia, che ho riscoperto. E torno a lei pieno di emozione”.

Marc-Chagall-Sopra-Vitebesk

Sopra Vitebsk: Gouache, grafite e matita colorata su cartoncino

Nelle illustrazioni della sua opera letteraria autobiografica, Ma Vie, Chagall fa rivivere i ricordi dell’infanzia, i giorni trascorsi a Vitebsk, le tradizioni e le feste ebraiche, i familiari, gli amici, le case e le botteghe che davano vita alla sua città. Ammirare queste opere è viaggiare alla scoperta delle radici russo-ebraiche di Chagall, vivere l’incontro con Bella, assaporare quanto l’artista sia stato influenzato dai pittori parigini delle Avanguardie del primo Novecento. Le incisioni sono realizzate con la tecnica della puntasecca e lo stile è quello realistico-naïf tipico dell’artista russo, che dà vita a composizioni in cui le immagini sono disposte in modo del tutto originale.

“Ho dipinto il mio mondo, la mia vita, tutte le cose che amavo, tutte le cose che sognavo, tutte le cose che non potevo esprimere a parole”.

Numerose sono anche le illustrazioni che Chagall realizzò per i testi scritti dalla moglie: First Encounter, From My Notebooks e Burning Lights. Si tratta per lo più di disegni lineari a inchiostro di china, che “raccontano” con romanticismo e nostalgia il primo incontro di Bella con Chagall e l’infanzia della donna, la sua vita familiare e sociale. La mostra permette poi di ammirare le illustrazioni che Chagall realizzò per Le Anime Morte di Gogol, capolavoro della letteratura russa, per le Favole di La Fontaine e per la Bibbia, affrontando quindi temi estremamente diversi.

Per il poema di Gogol Chagall realizzò 96 incisioni come semplici complementi pittorici alla storia: i personaggi, le “anime morte” sono i servi della gleba appartenenti ai ricchi proprietari terrieri e, così come li descrive l’autore, hanno dimensioni spropositate. Nel lavorare alle Favole di La Fontaine, dove i protagonisti sono per lo più animali e figure mitologiche, Chagall, che per l’occasione si dedicò allo studio della natura e del mondo animale, potette esprimere al massimo la sua creatività e la sua immaginazione e, attraverso un sapiente gioco di colori e forme, rivelare con ironia le verità sui comportamenti umani che emergono dai racconti. Lascia senza fiato infine il ciclo di illustrazioni dedicato alla Bibbia, che denota una profonda conoscenza da parte dell’artista dei “Testi Sacri”, ma anche una grande autonomia rispetto all’iconografia tradizionale: grande risalto assume infatti sempre la figura umana e per questa ragione le illustrazioni vengono definite “umaniste”. Si ammirano, tra le altre, Il Sacrificio di Isacco, Il Sacrificio di Noè, Daniele, Mosè Riceve le Tavole della Legge e Davide.

Davide: Inchiostro di china, gouache, acquerello e grafite su carta.

Davide: Inchiostro di china, gouache, acquerello e grafite su carta.

La mostra prosegue con una sezione dedicata a ritratti, dedicati soprattutto a familiari ed autoritratti, in cui Chagall inserisce di volta in volta differenti elementi simbolici, che richiamano a particolari momenti della sua vita, a come egli percepiva probabilmente se stesso. Si rimane affascinati e allo stesso tempo fortemente turbati alla vista de La Crocifissione, in cui Chagall utilizza l’elemento chiave della cristianità, la croce, come emblema della sofferenza del popolo ebraico durante la seconda guerra mondiale; il turbamento dell’artista si esprime anche ne L’Angelo Caduto, in cui un ebreo tenta di fuggire con la Torah. Si apprezzano quindi il disegno da cui ha preso vita una delle più famose opere di Chagall, La Passeggiata, conservata a San Pietroburgo, rappresentazione più alta della idilliaca vita matrimoniale con Bella, Ebreo in Preghiera e Apparizione, in cui l’artista utilizza la stessa struttura dell’Annunciazione rappresentata nell’arte cristiana.

La Passeggiata - Il disegno: Gouache, acquerello e grafite su carta.

La Passeggiata – Il disegno: Gouache, acquerello e grafite su carta.

La passeggiata - Museo di San Pietroburgo.

La passeggiata – Museo di San Pietroburgo.

Ebreo in Prehiera: Inchiostro di china, grafite e acquerello su carta.

Ebreo in Prehiera: Inchiostro di china, grafite e acquerello su carta.

“Solo l’amore mi interessa, sono in contatto solo con cose che hanno a che fare con l’amore”.

Queste parole esprimono chiaramente come Chagall pensasse e vivesse l’amore, ma è sicuramente in alcune delle opere esposte al Chiostro del Bramante che lo si percepisce in maniera netta, immediata, viva. Gli Amanti, Coppia di Amanti con Gallo, Coppia di Amanti e Fiori esprimono non solo l’amore di Chagall per la moglie, sua musa ispiratrice per tutta la vita, ma sono simboli dell’amore universale. Gli innamorati sono ritratti ora nell’atto di baciarsi, ora di abbracciarsi, talvolta spiccano il volo, sono appagati, eterei, quasi evanescenti, circondati dal tripudio della natura: le forme sinuose, i colori vivaci contribuiscono ad esaltare la felicità e il totale benessere legati al sentimento di amore.

Gli Amanti: Gouache, inchiostro di china e acquerello su carta.

Gli Amanti: Gouache, inchiostro di china e acquerello su carta.

30285-12_Chagall_Coppia_di_amanti_con_gallo

Coppia di Amanti con Gallo: Litografia a colori.

Coppia di Amanti e Fiori: Litografia a colori.

Coppia di Amanti e Fiori: Litografia a colori.

“Chagall – Love and Life” è una mostra da assaporare lentamente, che coinvolge il visitatore in un crescendo di emozioni, è un inno alla vita, ai ricordi dell’infanzia, all’amore. È arte allo stato puro.

L’articolo è pubblicato on line al seguente link:

http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=18046

Se vi è piaciuto lasciate un “like” sul sito! Grazie!!!!!

 

Fotografia. Gli anni più straordinari del cinema italiano nelle foto di Monicelli in mostra al PAN.

11737156_10206896945611698_897125884_n

Lo scorso 16 maggio Mario Monicelli, classe 1915, avrebbe compiuto 100 anni. Per celebrare un secolo dalla sua nascita e la sua straordinaria carriera artistica, il PAN Palazzo delle Arti di Napoli (Palazzo Roccella-Via dei Mille 60) ospita una mostra dal titolo “Mario Monicelli e RAP – 100 Anni di Cinema”, inaugurata il 3 luglio e visitabile gratuitamente sino a sabato 29 agosto. Parallelamente, durante questa settimana, il Cinema Metropolitan (Via Chiaia) ha riproposto alcuni dei capolavori cinematografici del grande regista e sceneggiatore, scomparso nel novembre 2010. Emblematico l’atto finale di una vita vissuta fuori da qualsiasi schema: la decisione di togliersi la vita lanciandosi dal quinto piano del reparto di Urologia dell’Ospedale San Giovanni di Roma, dove era ricoverato per un tumore alla prostata. “Era un uomo del futuro, Mario”: così la compagna, Chiara Rapaccini, in arte RAP, descrive Monicelli. E in questa frase, probabilmente, è racchiuso l’intero senso della sua carriera artistica e della sua vita privata. “Del passato non conservava né ricordi né documenti”-prosegue RAP-ed è proprio da questa consapevolezza che la sua ultima compagna ed artista è partita per raccogliere e catalogare pazientemente tutte le fotografie che Monicelli aveva destinato alla spazzatura, come di consueto faceva a conclusione di un progetto. 80 di questi scatti inediti, principalmente provenienti dai set di alcuni dei più grandi film italiani del secolo scorso, sono esposti nelle sale del primo piano del PAN. Passando in rassegna le fotografie, prevalentemente in bianco e nero, si viaggia attraverso uno dei capitoli più memorabili e luminosi del cinema italiano, quel cinema che ha reso l’Italia apprezzata ed invidiata all’estero, al pari-se non superiore-del colosso americano.

11715396_10206896946611723_964587025_o

Emozionano le foto dai set di alcuni dei film cult della cosiddetta “commedia all’italiana”, di cui Monicelli è stato il massimo esponente insieme a Dino Risi e Luigi Comencini, da Amici miei a I soliti ignoti, da L’Armata Brancaleone a Un borghese piccolo piccolo, che secondo alcuni chiude idealmente questo filone. E ancora scatti sui set di Casanova 70, mentre illustra la scena da filmare a Virna Lisi, Brancaleone alle crociate, con un giovanissimo Paolo Villaggio, La grande guerra, Viaggio con Anita, con Goldie Hawn e Giancarlo Giannini, Temporale Rosy, al fianco di G. Depardieu, Il Marchese del Grillo, Parenti Serpenti. Preziose ai nostri occhi le immagini che lo ritraggono insieme a Totò, sul set di Guardie e Ladri e Totò e Carolina, con Eduardo De Filippo, Mastroianni, Sordi, Tognazzi, Gassman, Mariangela Melato, Monica Vitti. Un susseguirsi di attimi di vita, di lavoro alla macchina da presa, di confronto con i “suoi” attori, di pause, di tensione, di creatività. E accanto a lui non possono non notarsi le espressioni intense di veri e propri mostri sacri del cinema, gli stessi che in momenti di nostalgia tutti vorremmo rivedere interpretare capolavori con quella vena poetica e con quel sapore tragicomico con cui Monicelli sapeva in modo unico dipingere le sue pellicole. C’è anche spazio per fotografie che ritraggono il regista nella sua vita privata, una commovente immagine di bambino, un preziosissimo scatto del maestro francese Robert Doisneau, fotografie di un Monicelli ormai anziano negli ultimi anni, altrettanto straordinari, della sua carriera.

11728156_10206896952851879_993935236_o

11734110_10206896954571922_1143117097_o

11733954_10206896954251914_377431315_oLa mostra si completa con il lavoro artistico di RAP che, partendo dalle stesse foto, realizza illustrazioni-acrilici su carta-in cui reinterpreta l’immagine originaria privandola di alcuni elementi-facendo risaltare la figura di Monicelli-ed arricchendola di altri: commenti, pennellate, baloon. C’è spesso la figura stilizzata di una bambina: è la stessa Chiara Rapaccini, al cospetto dei tanto ammirati maestri del cinema, gli stessi di cui aveva-per sua confessione-una certa soggezione. A lei il merito di aver portato ai nostri occhi veri e propri cimeli di un tempo passato, sottraendoli all’oblio, come testimonianza dell’inestimabile patrimonio culturale che ci ha lasciato il cinema italiano.

11713643_10206896954211913_854941809_n

11713062_10206896954531921_848591463_o

L’articolo è pubblicato on line al seguente link:

http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=17517

Mostra omaggio a Pino Daniele. Un viaggio attraverso la napoletanità.

locandina

Quando un gruppo di artisti napoletani di riconosciuta fama coopera per realizzare un progetto comune, sostenuto dalla professionalità e dalla voglia di esprimere la propria creatività, al di là di logiche di interesse meramente economico, ma piuttosto per un fine sociale, il risultato, nella stragrande maggioranza dei casi, non può essere che positivo.

Queste le premesse di Io vivo come te, la mostra omaggio a Pino Daniele, inaugurata il 19 marzo, nel giorno in cui il musicista napoletano, improvvisamente scomparso lo scorso 4 gennaio, avrebbe compiuto 60 anni. Da qui la decisione di celebrare la sua “napoletanità” attraverso 60 immagini, scatti di incredibile valore artistico e simbolico, ad opera di 10 fotografi, di differente età e formazione, uniti dal comune denominatore di vivere un rapporto viscerale con la propria città, la stessa contraddittoria Napoli di Pino Daniele.

Eduardo Castaldo

Le fotografie, quindi, non ritraggono né l’uomo Daniele, né il cantautore ma sono un’occasione preziosa viaggio attraverso le pieghe più nascoste e meno raccontate della nostra città. Una città che, pur essendo sempre stata riconosciuta come polo culturale di inestimabile valore, tanto in Italia quanto nel mondo, presenta anche nel campo artistico quelle stesse difficoltà che la caratterizzano in altri e probabilmente più noti e discussi aspetti.

Claudio Morelli

E non è un caso, quindi, che a fungere da cornice naturale per l’allestimento della mostra sia uno dei tanti luoghi simbolo del centro storico di Napoli, patrimonio dell’Unesco, la Chiesa seicentesca di San Biagio Maggiore, laddove si incontrano due tra le vie più caratteristiche, via San Gregorio Armeno e via San Biagio dei Librai. La Chiesa è sede, insieme con la contigua San Gennaro all’Olmo, e Palazzo Marigliano della fondazione Giambattista Vico, dove opera l’associazione culturale Domus Memini.

Roberto Salomone

Il progetto fotografico è stato fortemente voluto dal fotografo Francesco Ciotola, che ha provveduto anche alla sua realizzazione insieme con Luigi Fedullo, Mario Spada e Angela Verrastro. Lo stesso Ciotola ha affermato con entusiasmo che tutti i fotografi facenti parte del collettivo hanno risposto con incredibile entusiasmo e immediato assenso alla “chiamata”, all’invito ad essere parte di questo originale evento culturale che, come prevedibile, ha catturato l’attenzione del pubblico.

Biagio Ippolito

Non solo colleghi fotografi tra coloro che hanno partecipato alla conferenza stampa, all’inaugurazione e che stanno visitando la mostra in corso, ma soprattutto “semplici” cittadini, sostenitori o meno di Pino Daniele, curiosi che percorrono le vie del centro storico, tanti giovani, famiglie, turisti attratti tanto dalla bellezza del sito ospitante quanto dalle fotografie. Ed è proprio in virtù del riscontro più che positivo che la mostra sta riscuotendo, che la stessa sarà probabilmente prorogata oltre la data prevista inizialmente del 2 aprile, a distanza di due settimane dall’inaugurazione. Inaugurazione che è stata senza dubbio impreziosita dai contributi musicali video, realizzati per l’occasione, da Raiz e Fausto Mesolella e dalla partecipazione dello scrittore napoletano, ormai celebre a livello internazionale, Maurizio De Giovanni. Il suo intervento, come c’era da aspettarselo, è stato tutt’altro che scontato; le sue riflessioni sono apparse completamente in linea con lo spirito della mostra e ne hanno sottolineato aspetti che sarebbero potuti passare inosservati ai più. Quello che emerge osservando attentamente e con lo sguardo dell’anima piuttosto che dell’intelletto-imprescindibile elemento quando ci sia accosta a qualsiasi forma d’arte-è un misto di malinconia, dolore, emarginazione, solitudine, perfino invisibilità di persone e luoghi, elementi questi che connotano purtroppo e per fortuna Napoli, tingendola di sfumature che vanno ben oltre e coesistono con altri, sicuramente importanti, aspetti della nostra città: colore, allegria, folclore, calore, partecipazione, passione.

Mario Spada

La scelta di Io vivo come te come nome della mostra è da ricercare nel lavoro personale dell’ideatore del progetto, Francesco Ciotola, che sceglie proprio l’omonimo brano di Daniele per rendere il suo omaggio al compianto musicista partenopeo, a sottolineare che il suo rapporto con Napoli si avvicina fortemente a quello di Pino Daniele. Ci sono amore e odio, appartenenza e rifiuto, voglia di rimanere e di andar via, di lottare e di gettare la spugna, in un duello infinito da cui spunta la creatura più straordinaria, la composizione, musicale o fotografica che sia. Del resto lo stesso Pino Daniele, dopo aver per molti anni cantato la sua Napoli e tutte le sue realtà contraddittorie, ha scelto di “abbandonarla” in cerca di una dimensione più serena, elemento questo che ha segnato una sorte di confine ideale tra il prima e dopo Napoli nella sua produzione artistica.

Francesco Ciotola

I fotografi che espongono le loro opere non potevano non concentrarsi sulla musica di Daniele degli anni napoletani, scegliendo come fonte di ispirazione per i loro lavori brani diventati veri e propri “manifesti” di napoletanità, da “Bella ‘Mbriana” a  “Je so’ pazzo”, da “Lazzari felici” a “Il mare” e ancora “Aria”, “Alleria”, “Na tazzulella ‘e cafè”, “Appocundria”. Ciascun artista, quindi, affronta un diverso tema, dal mare al tempo, dalla follia all’aria, passando per le diversità, come suggerito da ciascuna canzone, permeata della straordinaria sensibilità di Pino Daniele, con una visione unica, personale e altrettanto sensibile, tutta da ammirare. La riflessione degli artisti, che nasce da particolari, volti e luoghi di Napoli, si estende attraverso le immagini all’umanità tutta, “inserendosi nel dibattito sulla contemporaneità”.

Daniele Veneri

A Pasquale Autiero, Stefano Cardone, Eduardo Castaldo, Francesco Ciotola, Luigi Fedullo, Biagio Ippolito, Claudio Morelli, Roberto Salomone, Mario Spada e Daniele Veneri, va il merito di aver reso omaggio a Pino Daniele nella più autentica essenza dell’arte, la stessa di cui il cantautore è stato grande protagonista e di averlo fatto con grande umiltà, impegno, rispetto e senza clamore. Altro grande merito è senza dubbio aver regalato ai napoletani e non solo (è infatti disponibile un QR code per la visualizzazione delle opere sul web) un’occasione imperdibile per riconciliarsi con la fotografia, termine, oggi, fin troppo maltrattato e abusato per riferirsi a quanto di più lontano da essa esista.

Pasquale Autiero

Luigi Fedullo

Stefano Cardone

http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=15997 

I Queen e Adam Lambert protagonisti in Italia di un concerto memorabile

 

IMG_6786

La scorsa settimana IlPuntoV è andato in trasferta a Milano per Napoleggiamo per un evento cui era impossibile mancare: il concerto dei Queen al Forum di Assago, che ha registrato, come prevedibile, il tutto esaurito. Due ore circa di quel rock dal profumo di immortalità che i Queen, come poche altre band, hanno saputo comporre e regalare, non solo ai propri fan, ma a chiunque ami la musica e la senta parte integrante della propria vita. Due i membri originari del gruppo: Brian May e Roger Taylor, rispettivamente classe 1947 e 1949, che, dopo la morte del compianto Freddie Mercury, anima e voce ineguagliabile della band, hanno deciso di continuare a suonare ed esibirsi in giro per il mondo. Ad accompagnare chitarra e percussioni, è la voce di Adam Lambert, trentatreenne cantautore statunitense, resosi noto grazie al secondo posto conquistato nell’ottava edizione del talent show “American Idol”. Il giovane cantante dell’Indiana ha superato a larghi voti, a nostro avviso, la sfida musicale probabilmente più ardua della sua, seppur nascente, carriera: occupare su un palco quello che è stato il posto di Freddie Mercury. Non solo, quindi,  ha prestato la voce a decine e decine di successi conosciuti, cantati ed applauditi in tutto il mondo, dalle tonalità  il più delle volte irraggiungibili persino a celebri colleghi, ma ha anche dovuto “tenere” il palco, coinvolgere il pubblico ed essere, inevitabilmente, sottoposto al paragone (già perso in partenza) con Mercury. L’intelligenza e la bravura di Lambert è stata proprio quella di essere parte integrante di un progetto e di uno show, senza la pretesa di volere fare da sostituto a Freddie Mercury, né tantomeno imitarlo. Ne ha forse riprodotto alcuni vezzi, è vero, ma è doveroso dire che, come Mercury, è anche lui un personaggio del tutto sopra le righe, istrionico, carismatico, eccessivo nelle movenze e nell’abbigliamento. Immaginiamo che proprio queste caratteristiche, associate ad una voce straordinaria (destinata sicuramente a migliorare ancora) abbiano incuriosito a tal punto May e Taylor da voler realizzare il progetto di tornare in tour con un nuovo frontman, dopo l’esperienza degli scorsi anni con Paul Rogers, che pure aveva avuto un discreto successo.

IMG_6791

Ma entriamo nel vivo del concerto. Ore 21 circa. I più attenti tra il pubblico avranno sicuramente riconosciuto le note della “ghost track” (strumentale) di Made in Heaven, preludio all’inizio dello show, che ha avuto luogo un quarto d’ora dopo all’incirca. Il Forum è in trepidante attesa, gli smartphone sono già pronti sulla linea di partenza, risuona l’intro inconfondibile di One Vision e finalmente esplode l’urlo del pubblico sulle prime, potenti note della chitarra di May, mentre l’enorme telo con lo stemma della band viene letteralmente risucchiato: si alza il sipario, ha inizio il concerto.

IMG_6788

Continua a leggere

#OBEY. Shepard Fairey al PAN: la Street Art sbarca a Napoli

Foto copertinaPresso il PAN(Palazzo delle Arti di Napoli) è in corso la mostra #OBEY, dedicata a Shepard Fairey, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Obey, una delle voci più famose della “Street Art”. Napoli si conferma, quindi, un importante punto di riferimento culturale per l’arte contemporanea, dopo l’enorme successo registrato dalla mostra dedicata lo scorso anno, sempre al PAN, ad Andy Warhol, conclusasi con oltre 45000 presenze. La mostra, curata da Massimo Sgroi e organizzata da “Password Onlus”, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli,  è stata inaugurata il 6 dicembre e sarà visitabile sino al prossimo 28 febbraio.

Sessanta sono le opere in esposizione, provenienti per lo più da collezioni private italiane, attraverso le quali il visitatore compie un vero e proprio viaggio attraverso l’ “Arte di Strada”, movimento artistico originato circa 30 anni fa come diretto discendente della Pop Art, di cui Warhol è stato il protagonista indiscusso. Impossibile non notare nelle opere di Obey un richiamo al padre della Pop Art, soprattutto nella scelta concettuale di trasformare personaggi più o meno noti in vere e proprie icone mediatiche.

Continua a leggere

Napoli: Mostra “Fuoriserie”, un’occasione per valorizzare il patrimonio artigianale campano

Napoli: per eccellenza la città “vittima” di pregiudizi e stereotipi, che la vogliono solo come la capitale della criminalità, dell’immondizia per le strade, dell’inciviltà, dell’assenza di regole. Unici superstiti: la pizza, il mare e il Vesuvio. Napoli maltrattata agli occhi tanto dell’Italia quanto del mondo.

Non è così per i turisti: un vero boom di presenze, quest’anno, a  dispetto del rischio di incorrere in uno scippo o in un’aggressione o dell’assistere impotenti alla scarsa pulizia del manto stradale, evidentemente, a parte ammirare il panorama mozzafiato del golfo e gustare la regina “Margherita” nei bei locali del lungomare o del centro storico, dovranno pur esserci altre ragioni, che hanno fatto salire le quotazioni della città partenopea, portandola a competere con le grandi mete turistiche: da Parigi a New York, da Londra a Roma, passando per le tradizionali sedi dei mercatini natalizi.

Non solo bellezze paesaggistiche e prelibatezze culinarie, quindi, ma soprattutto arte, nel suo significato più ampio. Musei, chiese, siti archeologici, che dall’epoca greco-romana attraversano i secoli, mostre dedicate all’arte moderna e contemporanea, visite guidate teatralizzate attraverso luoghi più o meno conosciuti di Napoli, numerose occasioni per inebriarsi della cultura tradizionale partenopea, dove il sacro si fonde con il profano, attraverso miti e leggende. Ce n’è davvero per tutti i gusti, soprattutto quest’anno. Fulcro imprescindibile della ricchezza culturale di Napoli, il suo centro storico, facente parte del patrimonio dell’UNESCO che, specialmente nel periodo natalizio, è sinonimo di arte presepiale, quella che rende famosa in tutto il mondo Via San Gregorio Armeno, la cosiddetta via dei presepi.

Continua a leggere

Grande successo per la superband a Napoli. Fabi, Gazzè e Silvestri ‘padroni della festa’

http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=13968

1

È stata una vera e propria festa il concerto tenutosi al Palapartenope il 28 novembre scorso. C’era da aspettarselo, visto il successo de “Il padrone della festa”, disco concepito e realizzato a sei mani da Niccolò Fabi, Max Gazzè e Daniele Silvestri, che si esibiscono per quasi tre ore in uno spettacolo unico. Poche manciate di biglietti rimasti invenduti al botteghino, una folla di spettatori che in trepida attesa dell’inizio dello show, intorno alle 21:15 (apprezzatissima la puntualità del trio), andando avanti sino alla mezzanotte. I tre amici e cantautori romani salgono sul palco, ciascuno in compagnia della sua chitarra, sulle note di Alzo le mani, prima traccia dell’album, invitando il pubblico a portare le braccia verso l’alto. Un inizio di concerto estremamente intimo: il trio è separato dal resto dei musicisti da uno spartano telo bianco, che li rende unici protagonisti davanti ai loro fan, in una sorta di abbraccio di benvenuto.

C’è chi è venuto per Gazzè, chi per Silvestri, chi per Fabi, chi per tutti e tre, chi spinto semplicemente dalla curiosità dell’esperimento musicale, a nostro avviso, perfettamente riuscito, tanto in studio quanto dal vivo. È un viaggio all’indietro nel tempo, si parte dal progetto condiviso, per esplorare poi il repertorio musicale dei singoli artisti, che interpretano, ciascuno, alcuni dei propri brani più famosi, che vengono arricchiti dall’esperienza personale, dalla condivisione con i compagni di viaggio e dall’impronta caratteristica di ognuno di loro. Via via lo spettacolo si arricchisce di elementi scenografici e della presenza preziosa dei componenti della band che supporta il trio, musicisti straordinari nonché amici, tra cui Roberto Angelini, Josè Ramon Caraballo Armas (che interpreta magistralmente il successo di Santana, Corazon Espinado) e Gianluca Misiti.

20140723102757

Un viaggio ventennale a partire dalle prime serate in cui il trio si esibiva al “Locale” di Roma, davanti a pochi spettatori, come ricordato da Gazzè & co. durante il concerto. Ed è proprio quell’aria di amicizia, complicità scanzonata, passione per la musica, genuinità, che si respira durante la serata, come se tutti questi anni non fossero mai passati, nonostante le carriere e i progetti personali e le vicende, talora dolorose, delle loro vite. Niccolò Fabi con la sua vena intimistica, Max Gazzè con la sua poesia pungente e Daniele Silvestri con la sua ironia tutta romana e l’attenzione al sociale, giocano sul palco come ventenni, passando in rassegna brani storici, con un’energia in crescendo, da Occhi da orientale a Il solito sesso, da È non è ad A bocca chiusa e ancora Il timido ubriaco, Il mio nemico, Costruire, Vento d’estate, Negozio di antiquariato, Testardo (con “sfogo” finale del pubblico su una tipica espressione romanesca), Lasciarsi un giorno a Roma, Sornione, Come mi pare(quest’ultima dall’album del trio).

La prima strofa (e ritornello) della dolcissima Mentre dormi di Gazzè è interpretata divinamente da un emozionato Niccolò Fabi e il momento romantico dello show è affidato al grande successo del trio, L’amore non esiste, con annesso coro finale dei fan napoletani. La parte centrale del concerto vede i tre artisti impegnati sul ring: Daniele Silvestri annuncia e commenta lo “scontro” tra Gazzè e Fabi, sulle note di L’avversario, uno “spettacolo eccezionale”, l’occasione per sfidarsi a colpi di frammenti di canzoni: Annina mia si scontra con Rosso, L’uomo più furbo con Dica e con Le cose che abbiamo in comune.

Non solo musica in una serata tutta da ricordare. Impegno umanitario, partecipazione, sensibilizzazione, condivisione di un’esperienza (da cui è nato tra l’altro il brano Life is sweet), quella del viaggio in Africa, accanto all’associazione “Medici con l’Africa – CUAMM”: l’applauso sentito del pubblico scatta immediato alla proiezione di un video che sottolinea l’impegno dei medici per tutte le popolazioni dell’Africa ancora in stato di indigenza.

Apertura_Trio_Modena-670x329

Altro momento commovente, seppure di diversa matrice, è la proiezione di un filmato in cui l’amico Valerio Mastandrea recita “La preghiera del clown” (tratto da “Il più comico spettacolo del mondo”) di Totò, emblema della vita di chi sale su un palco, nonostante le proprie tristezze e i propri affanni, per regalare momenti di gioia agli spettatori. L’ultima parte del concerto è tutta da ballare con Una musica può fare, Gino e l’alfetta e Sotto casa; la conclusione, su una splendida scenografia raffigurante il sole, è affidata a Il padrone della festa (che chiude anche l’album), riflessione sull’ambiente e sulla necessità di preservarlo per le generazioni future. Gli artisti escono di scena: prima Silvestri, poi Gazzè e infine Fabi, quest’ultimo soprattutto, accompagnato da uno scroscio di applausi che suonano come un commosso abbraccio.

10481866_10205093776246484_8485704081730896181_o

1502244_10205093802727146_6467360449073254471_o

10469487_10205093800247084_768279038801829315_o

10562725_10205093803567167_3361920917184939439_o

10830765_10205093798527041_4217818883428982011_o

Per le foto del live si ringrazia sentitamente Valeria Pietroluongo.

 

FRIDA KAHLO, l’artista che trasformò il dolore in arte

http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=12327

A Roma, straordinario successo per la mostra della pittrice messicana.

frida1111

Si è da pochi giorni conclusa la mostra “Frida Kahlo”, che è stata ospitata nella Capitale dal 20 marzo al 31 agosto, presso le Scuderie del Quirinale con un bilancio più che positivo dal punto di vista delle presenze che conferma il trend degli ultimi anni, ossia il crescente interesse verso artisti contemporanei. A tal proposito, ricordiamo che Genova, nella sede di Palazzo Ducale, ospiterà, dal 20 settembre 2014 al 15 febbraio 2015, un’altra mostra dedicata all’artista messicana, concentrandosi sulle reciproche influenze tra la produzione artistica di Frida e quella del grande amore della sua vita, il pittore Diego Rivera.

Anche per la mostra capitolina non si può prescindere dal rapporto simbiotico esistente tra i due, per comprendere il significato simbolico e il tormento interiore da cui scaturiscono le opere presentate. Due grandi temi segnano infatti la vita e l’attività della pittrice messicana: una salute precaria (le viene diagnosticata la spina bifida a soli 7 anni, soffre di depressione, subisce aborti e l’amputazione della gamba destra) e l’amore tormentato con il due volte marito, Rivera, di 20 anni più grande, che la accompagnerà in maniera altalenante fino al suo decesso, avvenuto nel 1954, nella “casa Blu”, la sua dimora, oggi Museo a lei dedicato.

Continua a leggere

Il vintage e “La vie en rose”

Da circa un paio d’anni collaboro con una grande amica, nonché un’ormai affermata esperta di Vintage, ideatrice di un originale blog che, a breve, si trasformerà in un vero e proprio e-commerce, per facilitare l’acquisto di capi scrupolosamente selezionati in giro per l’Italia e l’Europa, risalenti ad un periodo compreso tra gli anni ’50 e gli anni ’80. Qualche anno ancora di pazienza ed anche i capi degli anni ’90 entreranno, a tutto titolo, nel mondo vintage. Sì, perché per parlare di un articolo vintage, sia esso un abito, un accessorio o un oggetto di arredamento, è necessario che lo stesso abbia un’età di almeno 25 anni!

http://https://www.facebook.com/lavienrosevintageboutique

La mia passione per il vintage è nata dal contatto con una persona speciale, la cui casa è un vero e proprio tempio del vintage! Così ho iniziato ad apprezzare oggetti che trasudano vita, portano con sé frammenti di storia, collettiva e personale, arricchendo il presente con uno sguardo rivolto al passato. Ho trascorso anni a disfarmi letteralmente di oggetti che oggi avrebbero avuto un grande valore, soprattutto appartenenti a mia nonna, uno su tutti la mitica macchina da cucire “Singer”. Ho imparato a fare attenzione a quello che possiedo o che posseggono le persone intorno a me….credo valga la pena di pensarci su 100 volte prima di dire addio a qualsiasi cosa, cercando allo stesso tempo di evitare che la mia casa(o meglio la mia stanza!) sia sommersa fino all’inverosimile. Adoro curiosare in giro, anche durante i miei viaggi, alla ricerca di oggetti del passato, non solo per acquistarli(spesso hanno prezzi improponibili!) ma semplicemente per apprezzarne la fattura e la storia che essi esprimono, immaginando ad occhi aperti chi li possedesse e quale significato avessero per queste persone.

Continua a leggere