Caro Primo Maggio…

Caro Primo Maggio,

ti scrivo come fossi un caro amico che non sento da un po’ per raccontarti di me, per condividere con te le mie impressioni su questo strano periodo che sto vivendo, che stiamo vivendo. Tutti. Ci sentiamo fragili e impauriti, stiamo acquisendo la consapevolezza che tutte le certezze su cui pensavamo di poter contare per andare avanti nella nostra vita, in realtà sono molto spesso solo il frutto del nostro disperato  – e più che umanamente comprensibile – tentativo di assicurarci stabilità, controllo, pianificazione. Abbiamo avuto tutti una doccia fredda. Ci siamo ritrovati tutti di fronte all’evidenza che molto poco – o comunque molto meno di quanto speravamo – dipende da noi, dalle nostre capacità, dalle nostre forze. Che restano però, allo stesso tempo, un’inestimabile ricchezza, la nostra forza motrice. Ci sono molti eventi, senza dubbio straordinari, che possono far crollare ogni nostro castello di sabbia, tanto sotto un leggero soffio di vento, quanto di un’onda impetuosa, non fa differenza. Il castello vien giù in un attimo che è una bellezza. Questa volta la parte del cattivo la recita un nemico invisibile, un virus così piccolo eppure così infido da aver messo sotto scacco l’intero pianeta. Altre volte è il turno di una catastrofe naturale, di un abbandono, di una malattia che si abbatte nella nostra vita, di un licenziamento. Il denominatore è comune: l’imponderabile, l’imprevedibile. Che ci travolge con tutta la sua forza inarrestabile e  la sua scia di domande. Senza risposta. Perché? Perché proprio a me? Perché proprio ora? E come farò adesso? Come mi rialzerò? Quale futuro mi aspetta? Ma un futuro riuscirò a vederlo?

Ecco, come tante volte ho letto e ascoltato in questo periodo, “siamo tutti sulla stessa barca”. È indubbiamente vero. Ma in questa barca c’è sicuramente chi corre qualche rischio in più di affogare, di perdere la speranza, di soccombere. In quanto è più fragile. Penso a chi già viveva una situazione di malattia, fisica o psicologica (perché della malattia mentale si parla sempre e ancora troppo poco, come fosse una malattia di serie B; di cancro si muore, certo, ma si muore anche di altri disturbi, soprattutto in questo periodo). Penso ai bambini affetti da disabilità – con un mondo interiore spesso  inaccessibile e a contatto con un mondo esterno pieno di limiti – alle loro famiglie, stanche. Stanche di lottare, ogni singolo giorno, da sempre.

Oggi, caro primo maggio, penso ai lavoratori, o meglio a chi un lavoro non ce l’ha. A chi l’ha perso, a chi rischia di perderlo, a chi non ha un guadagno “sicuro”, ai tanti precari, ai tanti lavoratori “a nero”, a chi un contratto lo sogna o a chi non ha mai avuto il privilegio di firmarlo, a chi si sente, ingiustamente, uno scarto della società, inutile. Da buttare via. Che non c’è sensazione peggiore da provare per qualsiasi essere umano. A chi aveva avviato da poco un’attività imprenditoriale, avendo magari realizzato il sogno di una vita e ora si ritrova a un passo dal fallimento, subito, ancor prima di iniziare. Penso ai tanti che sul luogo di lavoro perdono la vita, per la negligenza di chi dovrebbe tutelarli e invece li tratta alla stregua di schiavi, di carne da macello. Penso a tutti coloro che sono sfruttati, che sono maltrattati, che non sono garantiti in alcun modo, a chi non può permettersi neppure di ammalarsi, a chi non ha diritto al riposo o alle ferie, a chi si sente ripetere con superficialità e strafottenza “non posso assumerti” dalle stesse persone che possiedono case, auto, barche, che vestono griffato da capo a piedi. Penso a chi ha dovuto chiudere i propri sogni in un cassetto dopo anni di studi e sacrifici, perché nel nostro Belpaese non trova spazio, perché c’è sempre qualcuno più furbo o con più “conoscenze” che lo scavalca, e si è dovuto accontentare di un lavoro non commisurato alle proprie competenze e alle proprie aspirazioni, ma che con tutta la dignità possibile, fa il suo dovere ogni giorno. E magari anche col sorriso sulle labbra, perché in fin dei conti ogni lavoro, se fatto onestamente, è dignitoso.

Penso a tutte le donne che sul lavoro, ancora oggi, non godono di pari diritti, riconoscimento e retribuzione rispetto ai colleghi uomini, a quante, solo perché donne sono ancora discriminate, a quante si trovano costrette a scegliere tra la cosiddetta carriera – o anche il più umile dei lavori – e una famiglia, a quante per le quali, lavorando, la maternità non è concessa, strappando al mondo la benedizione di nuove vite. E ancora alle donne discriminate per il loro aspetto, perché se sei “bruttina” a certi impieghi non puoi ambire, ma se invece sei molto più che gradevole allo sguardo, rischi di essere vittima di abuso. Che poi, in realtà, vittime di “attenzioni” morbose, ahimè, possono esserlo tutte, solo per il fatto di avere due cromosomi X. Penso a chi arriva nel nostro paese o in qualsiasi altro paese industrializzato, attirato con la speranza di un lavoro e di nuove pagine di vita da scrivere, che viene ricompensato dei suoi sacrifici con la trappola della prevaricazione e della violenza.

Lo sfruttamento del lavoro, lo sfruttamento dei lavoratori è una pagina dolorosa della nostra storia, lo è ancora troppo dei nostri giorni. Non è solo una piaga sociale, un’ingiustizia, un motivo per continuare a lottare, per alzare la propria voce affinché qualcuno ancora disposto ad ascoltare pensi a delle risposte concrete da mettere in atto. Non è solo un reato, che troppo spesso rimane impunito. È un peccato, un peccato mortale. Perché chi sfrutta il lavoro degli altri, in ogni forma possibile, ruba. Ruba la dignità dell’essere umano, ruba i suoi sogni, la sua possibilità di vivere onestamente, di concretizzare nel lavoro la vocazione della propria vita, ruba la salute, fisica e mentale, ruba la possibilità di riscattarsi dagli errori del passato, ruba quello che per tanti, come me, è un obiettivo che appare sempre più lontano, la tanto agognata autonomia. Ma il mio pensiero oggi più che mai va anche a tutti quelli che in questi mesi difficilissimi hanno onorato ogni minuto della propria giornata il proprio lavoro, salvando vite, accudendo gli ultimi tra gli ultimi, garantendo quei servizi essenziali che hanno permesso a noi di vivere senza che ci mancasse nulla, permettendoci anche il lusso della noia e delle lamentazioni. A chi, per mantener fede al proprio impegno, la vita l’ha donata. Tutta. Avendo come obiettivo l’altro e non se stesso. A chi all’egoismo imperante del nostro tempo ha risposto con l’altruismo, la generosità, il servizio, la carità. Ed è un esercito operoso e silenzioso a cui va tutta la mia riconoscenza. Insomma, i pensieri sono tanti, sono amari, sono dolenti. Ma in questo, come in ogni dolore, si nasconde una bellezza, che è la possibilità di scorgere un’occasione di cambiamento, di coltivare una nuova speranza, di veder germogliare ancora vita, possibilmente una vita in cui il lavoro, quello con la l maiuscola, non sia considerato un capriccio, ma quell’inalienabile diritto su cui la nostra nazione è fondata, come ci ricorda non l’ultimo, ma il primo articolo della nostra Costituzione. E un motivo ci sarà!

Tutti questi pensieri li affido al cuore di San Giuseppe, patrono dei lavoratori. Lui, che con il suo lavoro, umile e operoso, ha custodito la Sacra Famiglia, permettendo così a Gesù di realizzare la sua missione salvifica per tutta l’umanità, possa ascoltare il grido di tutte le persone che in questo momento vivono la difficoltà e l’angoscia di sostenere se stessi e le proprie famiglie, di tutti coloro che chiedono giustizia, rispetto e condizioni di lavoro più dignitose. Perché di lavoro si possa vivere. E non morire.