Cinema.’Julieta’. Il dolore di una madre nel nuovo film di Almodòvar

Ancora una volta è una donna la figura centrale su cui Almodòvar intesse la ragnatela di emozioni umane che costituiscono il cuore pulsante del suo nuovo film, Julieta. Il regista spagnolo torna dietro la macchina da presa a distanza di tre anni dalla esuberante commedia, non proprio riuscita, “Gli amanti passeggeri”, allontanandosi dagli eccessi che hanno caratterizzato gran parte della sua carriera artistica per guardare alla realtà con maggiore equilibrio e semplicità, realizzando un film essenziale, drammaticamente vero ed intenso, che mette a nudo, lasciandolo disarmato, l’animo umano.

Julieta vive a Madrid ed è in procinto di trasferirsi con il suo compagno, Lorenzo, in Portogallo e dare così una svolta radicale alla sua vita, coltivando l’illusione di liberarsi per sempre dal fantasma della figlia, Antía, scomparsa senza apparenti ragioni 13 lunghi anni prima. Il precario equilibrio della donna crolla in mille pezzi quando, incontrata per caso la migliore amica di sua figlia, viene a conoscenza che quest’ultima vive sul Lago di Como e ha tre bambini. Il passato si riaffaccia così, prepotentemente, alla vita di Julieta, che non può fare altro che immergersi nel suo dolore di madre irrimediabilmente lacerata nel profondo, cercando di ricomporre una volta per tutte i tasselli della sua vita e affrontare il lutto che porta nel cuore.

Lo fa rinunciando a lasciare la città, che la lega visceralmente alla figlia, e trasferendosi in quella che, si apprenderà, era stata la loro casa. Il silenzio, le pareti spoglie, una scrivania sono tutto quello che serve a Julieta per scrivere idealmente ad Antía una lettera, senza pudori e senza reticenze, per rimettersi in contatto con il proprio, drammatico, vissuto. Julieta ripercorre nel racconto alla figlia le sue vicende personali, l’incontro in treno con Xoan (Daniel Grao), il padre di Antía, e il loro rapporto passionale che l’aveva spinta, giovanissima, a lasciare il suo gratificante lavoro da insegnante di letteratura, per trasferirsi in una piccola località di mare, dove l’intrigante amante faceva il pescatore e dedicarsi a lui e alla bimba nata dalla relazione.

La scoperta di un tradimento segna per sempre, con risvolti più che drammatici, la loro vita familiare, riaccendendo ed amplificando lontani sensi di colpa che finiranno per disintegrare la vita di quella che era stata una ragazza luminosa e desiderosa di felicità. Gli stessi sensi di colpa che, come una sorta di virus, Julieta trasferirà inconsapevolmente alla piccola Antía che, diventata maggiorenne, andrà via di casa senza lasciare alcuna traccia di sé. Solo il dolore della ragazza, ormai diventata donna, libererà Julieta dal suo incubo.

Almodòvar, ancora una volta, ma non in modo ripetitivo, rivela un’innata capacità di guardare l’umanità attraverso il suo personale e sensibile caleidoscopio, restituendo allo spettatore il senso della molteplicità dei sentimenti che agitano le vite, ciascuna intrisa della propria storia, in cui i dolori  e le esperienze si cementano fino a diventare il motore del presente. È il vivere esperienze altrettanto dolorose che costituisce l’occasione per immedesimarsi nelle fragilità altrui e guardare ad esse con sguardo più umano e scevro dal giudizio. È il mondo femminile, tanto caro al regista spagnolo e in particolare la figura di Julieta, donna e madre, ad essere protagonista delle trama, a veicolare il contenuto e a scandire i tempi della pellicola. Si alternano nel ruolo di Julieta, giovane e ormai matura, due attrici, rispettivamente Adriana Ugarte ed Emma Suárez, entrambe intense nell’interpretazione.

È Antía, adolescente, che frizionando i capelli della madre e sollevando dal suo capo l’asciugamano, segna il passaggio di testimone dall’una all’altra, come emblema del dolore, che di colpo appesantisce la vita e la trasforma. La pellicola stenta a decollare, incerta com’è nella parte iniziale, restituendo allo spettatore la sensazione di non comprendere in che direzione si stia procedendo, ma a nostro avviso è la scelta del regista di trasmettere lo stesso disorientamento che anima Julieta nella parte iniziale del film. Progressivamente, con lo svilupparsi della trama e il chiarirsi della vicenda e del passato della protagonista, la pellicola acquisisce forza e corposità avviluppando lo spettatore, cui non resta altra scelta che vivere insieme a Julieta la sua storia.

L’articolo è integralmente pubblicato on line sulla rivista Napoleggiamo al seguente link: http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=22328

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