La pazza gioia, il nuovo, poetico film di Paolo Virzì

Paolo Virzì torna dietro la macchina da presa a due anni di distanza dal successo de Il Capitale Umano (che ha sfiorato la candidatura all’Oscar nel 2015 nella sezione miglior film straniero) realizzando un film poetico, La Pazza Gioia, nelle sale cinematografiche da ieri, 17 maggio. Il regista livornese, che ha scritto la sceneggiatura a quattro mani con Francesca Archibugi, decide per questo suo nuovo lavoro di trattare il delicatissimo argomento della malattia mentale, riuscendo a farlo con un tocco dolce e malinconico, senza pietismi ma con uno sguardo attento, critico e realistico, evidenziando lucidamente gioie e dolori (soprattutto) di persone affette da disturbi psichiatrici. Al centro quindi la malattia mentale che, come ogni altra malattia o forse ancor di più, accomuna tutti coloro che ne sono affetti e nel caso specifico del film donne di diversa estrazione sociale ed età, con differenti storie alle spalle, con il comune denominatore della fragilità, della solitudine e del difficile inserimento nella società.

Protagoniste della storia, che si svolge in Toscana, nei luoghi cari a Virzì, Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella (Micaela Ramazzotti). Le due donne si incontrano in una comunità terapeutica, Villa Biondi, presso la quale sono in custodia giudiziaria in quanto ritenute socialmente pericolose per i loro trascorsi personali. Sono estremamente diverse ma trovano nella loro diversità l’occasione di stringere un rapporto sempre più autentico e commovente, che andrà progressivamente fortificandosi nel corso della storia e che le renderà reciprocamente indispensabili.

Beatrice è una donna più matura, logorroica ed istrionica, a tratti delirante; inventa storie, trasforma la realtà a suo piacimento, fuma nervosamente. Avvezza ad un elevato tenore di vita, non rinuncia pur nella sua condizione a soddisfare la sua vanità e a ricercare momenti di bellezza. L’arrivo in comunità di Donatella non la lascia indifferente. Emaciata, taciturna e col corpo rivestito di tatuaggi, Donatella porta con sé un grande dolore, la separazione dal proprio bambino, e una tristezza sconfinata nello sguardo; unica compagnia una torcia e le note di Senza Fine (Gino Paoli), il solo legame con un padre assente e che accompagnano l’intero film.

Dopo un’iniziale ritrosia della giovanissima e introversa ragazza, tra le due nasce un legame che le donne vivranno intensamente e follemente durante una fuga, tra cene non pagate, ricerca disperata di denaro e abuso di psicofarmaci. Si danno alla pazza gioia per cercare quella felicità che non hanno mai vissuto e lo fanno al di fuori dalla comunità, nel mondo dei “normali”, accorgendosi a loro spese che lì non c’è posto per loro, troppo fragili per sopravvivere senza essere calpestate. L’amicizia tra le donne porterà a galla le loro storie, i loro fallimenti, rapporti familiari distrutti, amori malati, soprusi ed abbandoni, ma permetterà anche a Donatella di rivedere il suo bambino, Elia, e di riscoprirsi entrambe meritevoli di affetto, protezione e soprattutto rispetto.

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La Pazza Gioia, sulla linea de La Prima Cosa Bella, sa essere allo stesso tempo un film straordinariamente lieve e terribilmente duro perché, a nostro avviso, esplora la realtà con le sue brutalità e i suoi momenti di indescrivibile bellezza, rinchiusi che siano in un abbraccio, in un’offerta di aiuto, in una birra fredda o nel contatto silenzioso con il mare. Nel film di Virzì si respira la vita, con le sue lacrime e i suoi sorrisi, con rapporti irrimediabilmente finiti e quelli pronti a nascere. Doloroso ed eccezionalmente umano lo sfondo, quello della comunità terapeutica. Da un lato ci sono le pazienti, donne diverse, ciascuna con il proprio disturbo, costrette a condividere nel proprio dolore la vita, diventando volente o nolente una famiglia. Dall’altro gli operatori sanitari, veri e propri angeli custodi, uomini e donne che non si risparmiano per prendersi cura delle loro pazienti.

In pochi giorni, quelli del tempo della storia e in due ore circa di film, Virzì ha il merito di concentrare i tratti salienti dell’umanità, lasciando allo spettatore un messaggio in fondo positivo, un messaggio di speranza: se, in un modo o nell’altro, ci si spende per gli altri, si vivono rapporti autentici scevri da interessi, respirare un po’ di felicità non è poi così un’utopia. Colonne del film, le due protagoniste,  Valeria Bruni Tedeschi (Il Capitale Umano) e Micaela Ramazzotti (La Prima Cosa Bella), impegnate nella “gestione” di due ruoli tutt’altro che scontati, artefici di un’interpretazione intensa, toccante e straordinariamente naturale. Non avremmo potuto chiedere di più a La Pazza Gioia, un film cha fa incredibilmente bene in questo momento al cinema italiano, né a Virzì che si conferma sempre di più garanzia di qualità, scrivendo un’altra bella pagina della sua carriera cinematografica.

L’articolo è pubblicato integralmente sulla rivista “Napoleggiamo” al seguente link: http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=22033

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