Si muore un po’…..

Si muore un po’ quando ci si dimentica dell’unicità della propria vita, della possibilità di realizzare grandi cose, quelle cose che nessuno è chiamato a fare nello stesso modo di un altro. Che sia donare un sorriso, salvare una vita, riscaldare in un abbraccio, aver cura dei propri cari, educare un bambino, amare un uomo o una donna, contribuire al progresso, scrivere un romanzo, lottare per la verità, curare un anziano. Piccole e grandi cose che diventano indispensabili se fatte con amore.

Si muore un po’ quando i giorni diventano tutti uguali senza lasciar spazio ad un guizzo di originalità, di fantasia, quando l’entusiasmo per le piccole gioie si spegne e le pretese diventano troppo alte.

Si muore un po’ quando le ambizioni e la competizione diventano l’unica ragione di vita, quando l’attaccamento alle cose supera l’interesse per le persone. Quando ci si lascia schiacciare dal dolore senza riuscire a trovarne un senso, quando il prossimo diventa una ragione di sospetto, quando l’indifferenza rende ciechi di fronte ai bisogni degli altri.

Si muore un po’ quando la menzogna e il tradimento diventano le coordinate delle proprie azioni, quando la sete di ricchezza e di potere induriscono l’anima e pietrificano il cuore.

Si muore un po’ quando ci si lamenta senza provare a trovare una soluzione ai problemi, quando si maledice la propria storia, il proprio passato, senza riuscire a trovare il bandolo della matassa.

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Si muore un po’ quando ci si abitua alle ingiustizie, alle disuguaglianze, ai soprusi, quando ci si lascia paralizzare dalla paura e ci si condanna al grigiore della solitudine quando si pensa di poter farcela da soli, senza chiedere aiuto nei momenti di bisogno, senza ringraziare chi è pronto a cullarti tra le sue braccia in un momento di sconforto.

Si muore un po’ quando si distrugge quanto di bello e prezioso è stato creato prima di noi e per noi, quando si diventa insensibili di fronte al sorriso di un bambino, al profumo del mare, a un’alba e a un tramonto, allo sbocciare dei fiori in primavera, al cadere lieve e silenzioso della neve.

Si muore un po’ quando ci si sveglia senza prospettive, quando non si riconosce un nuovo giorno da vivere come un dono ma come una condanna, quando si lavora senza amore, quando si considera inutile la propria vita, quando ci si sente inadeguati, fuori tempo e in uno spazio da cui si vorrebbe fuggire.

Si muore un po’ quando non si ha a cuore la propria salute, quando non si coltiva il benessere della propria anima, quando si rinuncia in partenza di fronte alle piccole grandi sfide che la vita ci propone per cambiare, per diventare migliori, quando si sotterra la propria autenticità in favore di una logica di sterile massificazione.

Ci sono tanti modi per morire un po’ ogni giorno. Io ho scelto di vivere. Sempre. Senza se e senza ma.

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Cinema. “Sopravvissuto – The Martian”, il nuovo film di Ridley Scott

The Martian segna il grande ritorno di Ridley Scott dietro la macchina da presa dopo il parziale successo di Exodus. Il regista americano, che vanta all’attivo pellicole che hanno fatto la storia del cinema quali Alien, Blade Runner e Il Gadiatore, realizza un film di fantascienza estremamente realistico e di ottima qualità, puntando su una delle più celebrate stelle di Holliwood, Matt Damon, la cui interpretazione vale, da sola, il prezzo del biglietto.

In un futuro non troppo lontano la missione NASA Ares 3 è impegnata su Marte dove, nel corso di una tempesta di sabbia, rimane ferito e si disperde un membro dell’equipaggio, Mark Watney (Matt Damon). Credendolo tutti morto, la navicella torna sulla Terra, non senza il rimorso del comandante Lewis (Jessica Chastain) e dei compagni della missione. Watney non è morto e ben presto si rende conto di essere rimasto completamente da solo su Marte ma prima di tutto sa che, per rimanere in vita, deve curare, con una notevole dose di coraggio, la sua ferita. Realizza quindi di trovarsi in una situazione del tutto eccezionale e mai vissuta sino a quel momento da nessun altro essere umano e con lucidità sviluppa un piano di sopravvivenza sul pianeta rosso.

Le sue competenze di botanico gli consentono di allestire una serra d’emergenza per coltivare patate con cui alimentarsi dopo l’esaurimento delle scorte, sapientemente razionalizzate, di cibo. Mentre sulla Terra viene pianto da eroe morto nello spazio, Watney, tra un calcolo e l’altro, non si perde d’animo, pur sapendo che l’unica occasione per ritornare a casa sarà la successiva spedizione (Ares 4) dopo 4 anni. Lo scenario cambia quando Watney ha l’idea geniale di riesumare il Pathfinder, la sonda realmente spedita su Marte nel 1997 dalla NASA, e arenatasi in una zona del pianeta poco distante da quella in cui lui si trova. Riattivando la sonda, infatti, riesce a mettersi in contatto con la Terra, avendo così inizio le ardue- e a tratti disperate-operazioni per il suo salvataggio, in cui sarà coinvolta anche la Cina. Una serie di eventi minacciano così gravemente la sua sopravvivenza su Marte che la NASA è costretta ad accettare un’ultima, dubbia e rischiosissima operazione in cui sarà coinvolto l’equipaggio di Ares 3 ancora in viaggio nello Spazio. La suspense è assicurata.

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The Martian è un film di fantascienza atipico e sicuramente molto distante rispetto ad altri dello stesso Ridley Scott, poiché ha in sé molti meno elementi fantastici e molti più elementi scientifici. Il rigore della scienza, infatti, fa da filo conduttore degli avvenimenti, risultando disturbato “solo” da realistiche eventualità avverse, rispetto alle quali è l’atteggiamento umano a fare la differenza. L’ eterna lotta tra il bene e il male è qui unicamente la lotta dell’uomo contro tutto ciò che, nell’ordine naturale delle cose, minaccia la sua vita. E a salvare la vita di Watney non sono solo il rigore scientifico della NASA, la partecipazione dei compagni della missione e le sue eccellenti doti di astronauta, ma anche la sua ironia, il suo essere uomo in tutte le sue possibili sfumature. Uomo che tenta il tutto per tutto per la propria sopravvivenza. Il sopravvissuto, che ricordiamo essere tratto dal romanzo “L’uomo di Marte” di Andy Weir, ha in sé tutte le caratteristiche per essere un film di successo.

Ha una trama avvincente, in cui la suspense viene di tanto in tanto stemperata da momenti più leggeri, una regia impeccabile, che ci offre suggestivi scorci del pianeta rosso, sapientemente ricreato nel deserto della Giordania, un’ottima interpretazione del cast a supporto di quella, brillante, di Matt Damon, protagonista assoluto.

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Cinema. “The walk”. L’impresa straordinaria di Philippe Petit

Nei giorni in cui tutto il mondo-e non solo quello cinematografico-sta celebrando “Ritorno al Futuro”, il suo geniale regista, Robert Zemeckis, è nelle sale italiane con la sua ultima fatica, “The Walk”, interpretato dal bravissimo Joseph Gordon Levitt. Tratto da una storia vera, il film racconta dell’impresa storica avvenuta il 7 agosto del 1974 e compiuta dal francese  Philippe Petit, che camminò sospeso nel vuoto e senza alcuna imbracatura su una corda tesa tra le Twin Towers.
Philippe è un giovane funambolo francese che si esibisce per le strade di Parigi attirando l’attenzione e gli applausi entusiasti dei passanti; è solito tracciare un cerchio sul pavimento, a delineare il proprio spazio, quel campo di azione in cui esegue il suo spettacolo al limite dell’equilibrio e che nessuno deve varcare. Incantato da bambino da uno spettacolo circense di famosi equilibristi, Philippe ha coltivato per anni il sogno di diventare uno di loro, fino a quando ormai divenuto ragazzo, si infiltra in segreto nel tendone da circo di “Papà Rudi” (Ben Kingsley), equilibrista cecoslovacco tanto burbero quanto saggio, che gli insegnerà non solo la tecnica ma la vera e propria arte di camminare sospeso su un filo.

La disapprovazione da parte dei genitori lo porta lontano da casa ed è così che matura il suo sogno, quello che lo renderà celebre agli occhi del mondo: tendere il suo “filo” tra le neo costruite Torri Gemelle di New York, i più grandi grattacieli allora esistenti, alti circa 100 metri in più rispetto alla Tour Eiffel. Una delicata e bella musicista di strada, che diventerà presto la sua fidanzata-interpretata dall’attrice Charlotte Lebon-e un giovane fotografo, diventeranno di lì a poco i suoi compagni di quella folle avventura che ha come destinazione “La Grande Mela”.

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Giunti in città, Philippe comprende di aver bisogno dell’aiuto di una vera e propria squadra, che a mano a mano si forma intorno a lui. La difficoltà-o per meglio dire-la follia della sua impresa-non sta infatti solo nel camminare sospeso nel cielo di New York ma anche nell’allestire tutto il necessario per la “camminata”, prevista tra l’angolo Sud della Torre Nord e l’angolo Nord della Torre Sud, a circa 60 metri di distanza l’uno dall’altro e a 450 metri dal suolo. La mattina del 7 agosto Philippe, dopo un’intera giornata di preparativi, imprevisti e tensione ai massimi livelli, realizza il suo sogno, un “american dream” a tutti gli effetti: passeggia con incredibile disinvoltura più volte da una Torre all’altra, mettendo in atto il più grande spettacolo mai visto. Una vera e propria danza nello spettacolo silenzioso del cielo.
“The Walk”, ricco di elementi che suggeriscono una più efficace visione in 3D, è un film, a nostro giudizio, riuscito a metà, lento in alcuni tratti, che finiscono con il diventare superflui e noiosi: la scena stessa della “traversata”, sebbene momento culmine del film, manca di quel pathos che inevitabilmente ci si aspettava dal regista Premio Oscar (Forrest Gump).

Decisamente troppo lunga la giovinezza parigina di Philippe, cui è dedicata gran parte del primo tempo della pellicola e poco suggestiva in termini di ricostruzione l’ambientazione francese. Se inoltre la prima parte del film ha un’aria surreale, è solo nella seconda parte che trova concretezza, scelta sicuramente funzionale, ma non del tutto riuscita, al delineare il passaggio dal sogno del personaggio alla sua realizzazione. Decisamente infelice la scelta di alternare l’americano e il francese, con le ovvie conseguenze sul doppiaggio. Brillante l’interpretazione di Joseph Gordon Levitt, nel ben strutturato personaggio di Philippe Petit, e di Ben Kingsley, impegnati in un intenso ideale rapporto padre-figlio.

È indubbio che Zemeckis abbia voluto dare, attraverso il racconto della storia di Philippe Petit, un suo personalissimo commiato alle Twin Towers, tragicamente crollate nell’attacco terroristico dell’11 settembre. Loro le grandi protagoniste del film, in tutta la loro maestosità, quella maestosità che faceva apparire irrealizzabile il sogno di Philippe, che metteva soggezione al mondo intero, e  che è diventata l’icona prima della caduta e poi dell’immediato rialzarsi e dello spirito di unità degli Stati Uniti. Quel “per sempre” che scandisce al termine del film l’eroico gesto del funambolo francese accompagna infatti le immagini delle Torri, splendidamente illuminate dal sole, permettendoci di ammirarle ancora una volta nella loro bellezza, anche se solo grazie alla straordinaria ricostruzione digitale. Magia del cinema.

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Esistono parole di vita vera per illuminare il tuo cammino

Puoi aver difetti, essere ansioso e vivere qualche volta irritato, ma non dimenticare che la tua vita è la più grande azienda al mondo.
Solo tu puoi impedirle che vada in declino.
In molti ti apprezzano, ti ammirano e ti amano.
Mi piacerebbe che ricordassi che essere felice, non è avere un cielo senza tempeste, una strada senza incidenti stradali, lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni.
Essere felici è trovare forza nel perdono, speranza nelle battaglie, sicurezza sul palcoscenico della paura, amore nei disaccordi.
Essere felici non è solo apprezzare il sorriso, ma anche riflettere sulla tristezza.
Non è solo celebrare i successi, ma apprendere lezioni dai fallimenti.
Non è solo sentirsi allegri con gli applausi, ma essere allegri nell’anonimato.
Essere felici è riconoscere che vale la pena vivere la vita, nonostante tutte le sfide, incomprensioni e periodi di crisi.
Essere felici non è una fatalità del destino, ma una conquista per coloro che sono in grado viaggiare dentro il proprio essere.
Essere felici è smettere di sentirsi vittima dei problemi e diventare attore della propria storia.
È attraversare deserti fuori di sé, ma essere in grado di trovare un’oasi nei recessi della nostra anima.
È ringraziare Dio ogni mattina per il miracolo della vita.
Essere felici non è avere paura dei propri sentimenti.
È saper parlare di sé.
È aver coraggio per ascoltare un “No”.
È sentirsi sicuri nel ricevere una critica, anche se ingiusta.
È baciare i figli, coccolare i genitori, vivere momenti poetici con gli amici, anche se ci feriscono.
Essere felici è lasciar vivere la creatura che vive in ognuno di noi, libera, gioiosa e semplice.
È aver la maturità per poter dire: “Mi sono sbagliato”.
È avere il coraggio di dire: “Perdonami”.
È avere la sensibilità per esprimere: “Ho bisogno di te”.
È avere la capacità di dire: “Ti amo”.
Che la tua vita diventi un giardino di opportunità per essere felice …
Che nelle tue primavere sii amante della gioia.
Che nei tuoi inverni sii amico della saggezza.
E che quando sbagli strada, inizi tutto daccapo.
Poiché così sarai più appassionato per la vita.
E scoprirai che essere felice non è avere una vita perfetta.
Ma usare le lacrime per irrigare la tolleranza.
Utilizzare le perdite per affinare la pazienza.
Utilizzare gli errori per scolpire la serenità.
Utilizzare il dolore per lapidare il piacere.
Utilizzare gli ostacoli per aprire le finestre dell’intelligenza.
Non mollare mai ….
Non rinunciare mai alle persone che ami.
Non rinunciare mai alla felicità, poiché la vita è uno spettacolo incredibile!”

Non sono le parole di uno scrittore, di un artista, di uno psicologo o di un blogger di successo. Sono le parole di Papa Francesco, parole di ispirazione divina, che tracciano la via per la felicità di ogni essere umano, di qualsiasi confessione religiosa, credente oppure no, uomo o donna. Le scolpirò nel cuore e le affiggerò accanto al mio letto per rileggerle ogni giorno al risveglio. Perché la mia giornata, la mia vita possano essere illuminate dall’amore.
Spero che possano scaldare anche i vostri cuori come hanno fatto col mio.

Love. M.

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Combattiamo il tumore al seno con la prevenzione

Mi sta a cuore la salute. Non poteva essere altrimenti visto che la scelta di tanti anni fa è stata quella di studiare medicina. Mi sta a cuore la salute delle donne. Ma una salute a 360 gradi. Fisica, psicologica, economica, morale, spirituale. Abbiamo tanta strada da percorrere, tanto cammino da fare per poter vivere una vita degna del nostro essere speciali ed indispensabili. Non potevo non dedicare parte del mio tempo, del mio impegno e del mio lavoro a scrivere un “pezzo” che trattasse come argomento uno dei più importanti per la salute della donna, il tumore al seno e la sua prevenzione. Buona lettura a voi!

Solo a sentirla pronunciare la parola cancro fa paura. Oggi come ieri o forse ancora di più. Sì, perché più passa il tempo più non c’è nessuno di noi-credo-che almeno una volta nella vita non si sia dovuto sinora confrontare con questa realtà così dolorosa. Più o meno da vicino. Una scoperta accidentale nel corso di un esame di routine, l’attesa di una diagnosi di malignità, un intervento chirurgico, la chemioterapia. I segni che rimangono. Lo so, a pensarci vengono i brividi. Eppure è una realtà che, sin da giovani, non possiamo ignorare, perché conoscere è una delle poche strade a disposizione per difenderci e difendere chi amiamo. Per le donne uno dei nemici più acerrimi rimane tutt’oggi il tumore al seno. Ho conosciuto personalmente più di una donna che se ne è ammalata e non posso dimenticare l’ incredibile forza con cui le ho viste combattere, anche per molti anni, la propria battaglia. Per i loro cari, per se stesse, per la voglia di vivere, di sconfiggere un male che mangia da dentro e con cui spesso non resta altro che imparare a convivere. Per provare in tutti modi a farcela. C’è chi ce l’ha fatta e chi purtroppo no. La malattia e la perdita di tante amiche, colleghe, mamme, conoscenti impongono a tutte le donne attenzione rispetto alla propria salute e soprattutto ricorso alla più efficace arma a disposizione: la prevenzione.

-immagini-img_homeCome l’anno scorso, anche quest’anno MYGENERATION e Il Punto V affrontano nel mese di ottobre il tema della prevenzione del tumore al seno, essendo ottobre il mese ufficialmente dedicato in tutto il mondo a questo argomento di enorme importanza. Se oggi, nel vedere i più importanti monumenti del mondo illuminarsi di rosa (persino la Casa Bianca), associamo immediatamente a questa immagine la prevenzione del tumore al seno, è grazie all’attività di Estèe Lauder Companies che, con la sua Breast Cancer Awareness Campaign si occupa da ben 23 anni di promuovere la ricerca contro il cancro al seno ed educare e sensibilizzare le donne-e non solo-riguardo gli strumenti a disposizione per prevenire la malattia. Tutto questo grazie a decine e decine di iniziative sparse per il globo e il sostegno di numerosi e famosi partner commerciali. Simbolo della Campagna è l’ormai celebre Nastro Rosa, che è anche il nome italiano della campagna sostenuta da LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori)-per saperne di più potete visitare il sito ufficiale http://www.legatumori.it/eventi_nastro_rosa.php?area=1215http://www.legatumori.it/eventi_nastro_rosa.php?area=1215 – che quest’anno è presente anche all’Expo di Milano e ha scelto come testimonial la cantante Anna Tatangelo, suscitando per questa scelta non poche polemiche, a partire dal mondo del web. Ma riteniamo, come LILT del resto, che le polemiche siano del tutto fuori luogo quando si mettono in atto tutte le forze a disposizione per raggiungere un obiettivo così importante come la salute-e in tanti casi la sopravvivenza-di esseri umani.

Hands joined in circle holding breast cancer struggle symbol  on white background

Accanto al Nastro Rosa, vogliamo segnalare anche il più giovane Progetto Pink is Good (nato nel 2013) della Fondazione Umberto Veronesi, da sempre in prima linea nella ricerca e nella cura dei tumori. Obiettivo del progetto è sconfiggere definitivamente il tumore al seno che, sebbene continui ad interessare circa 48000 donne all’anno in Italia, è oggi suscettibile di migliori possibilità di cura e soprattutto di essere diagnosticato precocemente. Di qui l’importanza da un lato di finanziare la ricerca, per studiare e conoscere sempre meglio la malattia e mettere a punto nuovi e più efficaci farmaci, e dall’altro di fare prevenzione. Come? Migliorando il proprio stile di vita (che non dobbiate fumare-tra le varie cose-già lo sapete di certo!), praticando l’autopalpazione alla fine di ogni ciclo mestruale ed effettuando periodiche visite senologiche e, quando opportuno, adeguati esami strumentali (ecografia fino ai 40 anni ed ecografia e mammografia dopo i 40 anni). Ragazze-e mi rivolgo anche alle giovanissime-non dobbiamo fare l’errore di pensare che la malattia possa riguardare sempre e solo gli altri ma essere attente in prima persona alla nostra salute (se non ci pensiamo noi, chi lo farà al posto nostro?), preoccupandocene almeno al pari di quanto ci preoccupiamo del nostro aspetto fisico, della nostra immagine. E cosa possiamo fare concretamente per partecipare a Pink is Good? Per scoprirlo vi invito a visitare il sito ufficiale del progetto: http://pinkisgood.it/wp/http://pinkisgood.it/wp/. Ce n’è per tutti i gusti e per tutte le possibilità.

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Noi di MYGENERATION (e Il Punto V, ovviamente!), intanto, abbiamo dato il nostro piccolo contributo partecipando a #Pinkyourself-tra le iniziative del progetto-perché anche una semplice testimonianza può essere utile a suscitare una riflessione, una domanda, una curiosità e perchè no, a salvare una vita!

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E voi, cosa aspettate? Pink yourself!

L’articolo è pubblicato on line al seguente link: http://www.mygenerationweb.it/201510142699/articoli/agora/al-femminile/2699-combattiamo-il-tumore-al-seno-con-la-prevenzione

Se vi è piaciuto e vi va, lasciate un like all’articolo e alla pagina fb di MYGENERATION e seguite il giornale, ovviamente!

Una persona nuova. Una vita nuova.

Mi ritrovo a pensare a me, a quanto sia una persona nuova, una donna-finalmente(meglio tardi che mai!)-al coraggio di scelte tanto dolorose quanto salvifiche, impopolari ma autentiche, mosse dalla conoscenza profonda della mia natura-troppo spesso soggiogata dalle aspettative e dal tentativo sterile di emulazione-dal rispetto e soprattutto dall’amore per me, per la mia vita, per il mio bene. Ho imparato ad amarmi e a contare solo sulle mie forze, a sentire che comunque vada basto a me stessa, pur nutrendo amore per chi mi circonda e per chi incrocia la mia strada. Scoppio di vita, di voglia di non sprecare nemmeno un minuto, perché il tempo perso è tempo rubato. Non senza momenti down, ovviamente, ci sono la tristezza, lo sconforto, la paura, la fragilità, le cadute, il senso di solitudine talvolta; sono pur sempre umana! Miraggio tutto questo fino a un anno fa. Momento in cui prendevo la decisione più importante e iniziavo una nuova vita, regalandomi la possibilità di viverla davvero. La mia realtà oggi. Il mio presente, che è tutto quello che ho. Il significato nascosto dietro tanto dolore. La base del mio futuro.

C’è un senso a tutto. In palio c’è la felicità. Non quella di un’irrealizzabile prospettiva di vita ma di una vita consapevole, dove tutto può essere affrontato, dove la parola chiave è autenticità.

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Una ceretta per amica

Da una recente esperienza nella metro di Napoli ho potuto constatare che realmente esistono adepte della filosofia pelonontitemo‬, corrente di pensiero anti estetico (ed antisesso) per eccellenza, diffusasi a partire dall’anno scorso, che riprende ed attualizza il life style della donna primitiva. Con orgoglio (o follia!) la ragazza in questione sfoggiava un bel paio di gambe pelose con tanto di mini e stivaletto, supportata dal sorriso complice della mamma fashion che le era accanto. Non oso immaginare la rigogliosità della foresta pluviale che le crescerà durante l’inverno, al riparo sotto leggins, calze coprenti e jeans. Ora, è vero che i bulbi piliferi sono stati da sempre i miei migliori amici-sai com’è, mammà mi ha fatto senza peli-però io ‘sta cosa del lasciarli liberi di sfogarsi in tutto il loro ciclo biologico, proprio non la capisco. E poi ci lamentiamo che non esistono più gli uomini di una volta e critichiamo quelli che si depilano e si cospargono di cremine: in una coppia il ruolo della donna qualcuno dovrà pur farlo, no?
unpeloèpersempre‬ donnecontrariealladeforestazione‬ unacerettaperamica

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Musica. “La Rivoluzione Sta Arrivando”: l’ultimo intenso disco dei Negramaro

La rivoluzione sta arrivando. E sono direttamente le prime note della title track del nuovo album dei Negramaro ad annunciarlo. Il richiamo che prende forma nella voce di Giuliano Sangiorgi si mescola ai suoni sintetici e si arricchisce pian piano del suono della chitarra, prima che il pezzo prenda corpo e si apra definitivamente. Dà il via così a quello che si presenta, sin dal primissimo ascolto, come un album che vuole essere l’inizio di un nuovo capitolo, più maturo, della storia sincera ed appassionante della amatissima band salentina. Infatti “La Rivoluzione Sta Arrivando”, uscito nei negozi e negli store digitali il 25 settembre, settimo disco in studio del gruppo, segue “Una Storia semplice” del 2012, raccolta dei più grandi successi dei primi (circa) dieci anni di attività di Sangiorgi e soci, che li ha definitivamente consacrati come la più affermata pop-rock band italiana, anche grazie a due memorabili concerti sold-out a Roma (Stadio Olimpico)e a  Milano (S. Siro). Il successo dei primi due singoli “Sei Tu La Mia Città” e “Attenta”, pubblicati in estate, non poteva non alimentare l’attesa per l’uscita del disco, preannunciandone l’accoglienza calorosa del pubblico italiano. L’album, già disco di platino, è infatti balzato nel primo giorno di pubblicazione al primo posto della classifica dei dischi più venduti su i tunes, conquistandosi anche la vetta nella classifica Fimi dei dischi “fisicamente” più venduti in Italia. Nulla in “La Rivoluzione Sta Arrivando” è stato lasciato al caso, dalla produzione al mixaggio, avvenuto a Nashville (dove la band si è affidata al produttore Jacquire King, che ha lavorato, tra gli altri, con Tom Waits), dal package al libretto dei testi- impreziosito da suggestive illustrazioni-sino alla promozione, tanto sul web quanto dal vivo, in lungo e in largo per l’Italia.

negramaroLontano dalle sonorità graffianti e dai contenuti cupi di “Casa 69” (ultimo disco di inediti) “La Rivoluzione Sta Arrivando” è un disco più melodico, che fonde la tradizione musicale dei grandi cantautori italiani con contaminazioni di brit pop e statunitensi. È un disco ricco, nelle idee, nei testi, negli arrangiamenti, che conserva lo stile musicale targato Negramaro risultando però più maturo ed equilibrato, con qualche spunto originale qua e là. Giuliano Sangiorgi brilla ed esprime come di consueto tutta la sua potenza vocale, dando la sensazione di essere meno “prima donna” e più leader di un gruppo che ha imparato a brillare compatto intorno a lui e al suo incontenibile carisma. L’ultima creatura della band salentina, come annuncia il titolo, parla di una rivoluzione, parla di cambiamento, di quel cambiamento che da personale può diventare universale, parla di vita e di morte, parla, come i Negramaro sanno fare in modo prezioso, di amore, che sia vivo o ormai perduto non importa, è amore che emoziona e scuote dal profondo. Affronta in definitiva, con la consueta vena malinconica dei testi di Sangiorgi, tutte quelle esperienze che scandendo la nostra vita, la vita di chiunque, costituiscono il motore per costruire la propria, personalissima, rivoluzione. Vere e proprie perle dell’album, “Il posto dei Santi”, probabilmente il brano più originale ed orecchiabile ma altrettanto profondo e “Lo sai da Qui”, ballata intima e poetica, che Giuliano Sangiorgi ha composto e dedicato al padre, recentemente scomparso e il brano di chiusura, “L’amore Qui Non Passa”. Quest’ultimo, inizialmente sussurrato come una confessione, è poi gridato con una passione che commuove; è un brano intenso che entra dritto nell’anima, accompagnato dal suono inconfondibile di violini, viola e violoncello. Le loro dolcissime note chiudono il disco e fanno venire voglia di ascoltarlo di nuovo, immediatamente, per immergersi in quella “riserva naturale” di autenticità e passione per la musica che costituisce il meraviglioso marchio di fabbrica dei Negramaro.

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Amarsi. Da sempre.

Mi sono letteralmente innamorata di questa illustrazione di GloriaPizzilli‬.
Forse perché ritrae una sirena e un marinaio, forse perché è l’esemplificazione di un amore unico e passionale.
Due che diventano uno o forse che sono uno da sempre, pur senza saperlo. Avvolti, avvinghiati, indispensabili. E allora non c’è spazio per il possesso. L’amore è intrinseco all’esistenza.
Esisti. Esistiamo. Il resto è conseguenza.

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