Ancora donne vittime di violenza. Ma non ci arrendiamo.

Resta una triste, angosciante e allarmante realtà. È la violenza sulle donne, sia essa perpetrata per anni, mesi o giorni, che sia di natura fisica, verbale o psicologica, che giunga sino al suo atto estremo, il femminicidio, che ha ormai sempre più le caratteristiche di un fenomeno inarrestabile, rispetto al quale le vittime appaiono facilmente esposte ed indifese. Non vorrei continuare a parlarne, eppure sento che è un mio dovere farlo, per rispetto alle vittime, per mantenere viva l’attenzione su una questione che, in quanto donna, non può che starmi a cuore, per cercare di contribuire all’informazione in qualche modo, nel mio piccolo, sebbene sia solo una goccia nell’oceano, per provare a lanciare un messaggio, rivolto soprattutto alle giovanissime.

L’ennesimo episodio di femminicidio si è consumato due giorni fa, il primo settembre. Quello che per molti è l’emblema della progettualità per i successivi mesi dell’anno, per delineare la direzione da dare alla propria vita, si è rivelato invece il capolinea della vita di una giovanissima donna, una ragazza appena diciottenne. Cezara Musteata (di origini moldave), studentessa di Desenzano del Garda è stata uccisa; il suo carnefice, il fidanzato, Luigi Cuel, 41 anni. L’ha strangolata, poi si è impiccato. Tante parole, ipotesi rispetto al possibile svolgersi dei fatti, che si sono conclusi nella maniera più tragica possibile. Fa dolore e rabbia che Cezara sia stata uccisa, è sconcertante che un uomo adulto abbia potuto stroncare la vita di una poco più che bambina, che probabilmente vedeva in lui una fonte di protezione e non un possibile assassino. Ma anche le mie sono solo parole. La verità di Cezara non la conosce e non la conoscerà nessuno, al di là delle indagini che accerteranno la dinamica dei fatti. Le motivazioni che l’hanno portata ad intraprendere una relazione con un uomo così tanto più grande di lei, le sue aspettative, i suoi desideri, i progetti di una vita appena cominciata, vanno via con lei, nel silenzio e nell’orrore. E dall’altra parte c’è un uomo, per così dire. Un uomo che ha messo fine anche alla propria vita. Si è parlato della fine della loro relazione come causa del gesto estremo, probabilmente a seguito di un incontro tra i due concesso dalla ragazza all’uomo, che ormai era stato lasciato. Può mai essere la fine di una relazione una motivazione plausibile di una così efferata violenza? L’ultimo litigio, le parole, le recriminazioni, forse sono state “solo” la cosiddetta miccia, l’evento scatenante della follia. Ma non può essere tutto qui. Non può esserlo-a mio parere-in questo come in altre decine, centinaia di casi, soprattutto di femminicidio. Che sia la slatentizzazione di una condizione psichiatrica rimasta sino a quel momento del tutto o parzialmente misconosciuta, al carnefice stesso e alla vittima? E allora forse andrebbe prestata più attenzione ai possibili segnali. Alla storia del “era un brav uomo”-non necessariamente rispetto al caso in questione-non credo. Chi non sta bene lo manifesta in qualche modo. Forse siamo noi a non voler vedere. E forse molte donne non hanno abbastanza strumenti socio-culturali per riconoscerli. Agli esperti,   sicuramente, la parola.

femminicidio-stop

Noi, nel frattempo, non possiamo illuderci di coltivare la mera speranza che le cose prima o poi cambino, che la cronaca improvvisamente un giorno smetta di raccontarci di donne che subiscono violenza nelle loro case, che vengono uccise dai loro compagni. La realtà non muta se non la si fa mutare, non è sufficiente scuotere le coscienze ed organizzare manifestazioni, sicuramente utili a sensibilizzare l’opinione pubblica; è necessario agire, agire con interventi concreti. “E quali potrebbero essere?” mi sono chiesta. Insegnare forse il rispetto reciproco tra uomini e donne sin da bambini è sufficiente? Ne dubito, visto che è stato insegnato anche alle precedenti generazioni e dai risultati ottenuti, non mi sembra abbia avuto grande successo. Non credo che a nessuno di noi sia stato insegnato in famiglia o a scuola che l’uomo e la donna non abbiano gli stessi diritti e doveri. Credo che tutti abbiamo imparato che ciascun essere umano vada rispettato indipendentemente dal sesso e dall’orientamento sessuale, della razza, del credo religioso, dalla condizione socio-economica, dall’ideologia politica. Eppure questo non è stato sufficiente ad insegnarci realmente ad accogliere le differenze e a farne un elemento di ricchezza e non di contrasto. Saremmo una società vicina alla perfezione. Niente di più utopico. Educazione all’affettività da insegnare nelle scuole con personale adeguatamente specializzato e formato? Forse è la chiave, perché in futuro davvero cambi qualcosa, o almeno questo è il mio parere. Insegnare ai bambini a sviluppare in maniera sana la propria affettività, per poter identificare, al momento opportuno, un partner che sia realmente un compagno di vita-o di un tratto di essa-e non un carnefice, qualsiasi sia la violenza che possa contraddistinguere la relazione. Il mio sangue ribolle quando apprendo che un’altra donna subisce violenza o è stata uccisa. Conosco troppe donne vittime, non di abusi fisici per fortuna, ma di diverse forme di sottomissione psicologica, di plagio nei casi più gravi, di rapporti che sono molto lontani dall’idea di rispetto per l’altro e per sé, che dovrebbe essere invece uno dei capisaldi della nostra vita. Anche io, in qualche modo, sono stata una giovane donna che in passato non si è amata fino in fondo e non è stata tanto forte da pretendere il rispetto che meritava e forse è questa è la ragione per cui non vorrei più vedere donne che chinano il capo, che assecondano sempre i loro compagni, che subiscono, pur di assicurarsi la presenza di un uomo, spesso dall’atteggiamento vittimistico, che non potrà mai renderle felici.

Oggi, comunque, non va trascurato almeno nell’ambito della sensibilizzazione, il ruolo dei social network, per l’impatto immediato che hanno. Un bell’esempio è quello di Brooke, ventisettenne americana, madre di due bambini, che si è fatta fotografare dalla sua amica Tiffany, per mostrare al mondo la violenza subita dal suo compagno, che in auto l’aveva colpita con un pugno e aveva cercato di impedirle di chiedere aiuto, sottraendole il cellulare. Brooke ha postato le immagini sul suo profilo facebook con l’hashtag #Silencehideviolence (Il silenzio nasconde la violenza): un atto tanto coraggioso quanto di aiuto per tutte le donne che ancora oggi rinunciano, per paura di ripicche ed ulteriori violenze, a denunciare quanto subito, scegliendo la via senza uscita del silenzio. E segno di grande attenzione al problema e di rispetto per il mondo femminile è stato anche il gesto di Giuliano Sangiorgi, leader dei Negramaro, che ha dichiarato di aver modificato i versi del brano “Attenta”, da poco in radio. Il cantautore salentino, che aveva inizialmente scritto “Ti uccido”-ovviamente in senso metaforico riferendosi al potere “assassino” di un bacio-ha poi modificato il testo con “Mi uccidi”, considerando l’espressione originaria pericolosa e possibilmente fuorviante in un momento in cui la violenza sulle donne è un tema così scottante. La voce di un personaggio famoso e di grande impatto sui giovani attraverso la musica è sicuramente un canale anch’esso efficace per trasmettere un messaggio positivo.

Brooke

Brooke

L’articolo è pubblicato on line al seguente link:

http://www.mygenerationweb.it/201509022619/articoli/agora/al-femminile/2619-ancora-donne-vittime-di-violenza-ma-non-ci-arrendiamo

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