Speranza=Vita

Ci sono cose che hanno un valore inestimabile. Tra queste per me c’è la SPERANZA. Chi sottrae la speranza, uccide. Chi la speranza la dona, dona la vita. Malala regala con le sue campagne pro istruzione manciate di vita a chi una vita degna di tale nome non la ha. A milioni di bambini e donne in tutto il mondo. La sua lotta per l’emancipazione culturale è un vero e proprio atto rivoluzionario in questo tempo di letargo interiore che ha contagiato tante coscienze e ha paralizzato tante mani, tanti corpi, troppo stanchi, troppo mortificati per racimolare le forze per reagire.
Ogni volta che osservo alla TV il suo sguardo, colgo un fuoco che sembra inverosimile per una poco più che bambina e che la rende una DONNA, al cospetto della quale mi sento una briciola. La forza, il coraggio e la caparbietà di Malala inducono rispetto e soggezione. Chi non ha armi interiori così autentiche e potenti, armi di vita, ma solo armi di morte, non può che provare timore di fronte a lei.

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Cinema: Inside Out, geniale viaggio attraverso le emozioni firmato Disney Pixar

C’era grandissima attesa per Inside Out e ancora una volta Disney Pixar non ha deluso le aspettative, anzi ha realizzato uno dei suoi più brillanti lavori, avventurandosi in un mondo mai esplorato sinora, quello della psiche. L’impronta dei creatori di Up si vede tutta nel nuovo film di animazione digitale, che è stato confezionato nei minimi particolari per raggiungere trasversalmente ogni fascia d’età, con elementi che risultano accattivanti per i bambini e contenuti che fanno riflettere gli adulti. Ed emozionano.

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Ci siamo, quasi…..

Cosa provi quando aspetti una notizia importante?
Quella notizia. Quella dalla quale dipenderà un cambiamento importante della tua vita. Quante volte hai vissuto questo momento? Quante sensazioni si sprigionano in quelle ore, quei minuti di attesa! Quelli che la tua razionalità sa bene che prima o poi finiranno, ma che il tuo cuore sente eterni, appiccicandoti addosso quella sensazione di sospensione alla quale finisci per abituarti e che dopo, quando sarà tutto finito, addirittura un po’ ti mancherà. Perché conserverai sempre il ricordo dell’immediatamente prima, di quando tutto ancora doveva assumere il carattere della certezza.

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Emozione, ansia, paura, entusiasmo, insofferenza, nervosismo, aspettative, angoscia della delusione, proiezione di sé su quella tante volte sognata linea di partenza, la linea di quel nuovo inizio per il quale hai dato tutto, per il quale ti giochi tutto, sul quale speri tutto, dal quale sai che almeno in parte dipenderà la tua felicità, la tua realizzazione, la tua-tanto agognata-autonomia. Il progetto di una nuova vita. Da adulta. Finalmente. E non è mai troppo tardi per quel momento. Basta che abbia il sapore dell’autenticità.

Cinema. “I fantastici 4”: un film che non fa onore ai famosi supereroi Marvel

I fantastici 4 non sembrano sinora essere destinati ad avere fortuna sul grande schermo, a differenza della maggior parte dei supereroi Marvel. Lo dimostra definitivamente il nuovo film “Fantastic 4” (con la regia di Josh Trank) che li vede protagonisti in questi giorni nelle sale italiane. Negli Stati Uniti il film è stato un vero e proprio flop ai botteghini, nonché bersaglio di numerose critiche. Nemmeno i due precedenti film, “I Fantastici 4” del 2005 e “I fantastici 4 e Silver Surfer” del 2007, firmati dal regista Tim Story, erano riusciti a dare ai loro protagonisti il degno lustro. Evidentemente la responsabilità di un così clamoroso insuccesso del nuovo film è da attribuire al lavoro non proprio impeccabile della 20th Century Fox, alla quale la Marvel vendette negli anni ‘90 i diritti per lo sfruttamento cinematografico dei suoi personaggi, tra cui Mr Fantastic e soci. Il film attualmente al cinema è un reboot della precedente versione, per cui la storia risulta completamente indipendente, discostandosi, così come tutte le versioni cinematografiche delle vicende dei supereroi, da quelle narrate dai fumetti.

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Musica. Bon Jovi pro Dalai Lama. Il Governo cinese annulla i concerti.

Era il 2009 e i Bon Jovi pubblicavano l’album “The Circle”, il cui primo singolo era “We weren’t born to follow”, canzone che col tipico sound bonjoviano suonava come un invito carico di speranza e di ottimismo a non mollare, a rialzarsi dopo una caduta, a lottare secondo i propri ideali. Nel videoclip le immagini della band si alternavano a quelle di grandi uomini e donne, individui che con la loro storia personale, ciascuno nel proprio campo, hanno contribuito a cambiare il mondo: tra questi il Dalai Lama. Un’immagine del Premio Nobel per la Pace del 1989 fece da “sfondo” all’esecuzione live della stessa canzone durante un concerto dei Bon Jovi a Taiwan nel 2010.

dalaiLa band statunitense non avrebbe mai immaginato che questo sarebbe stato il motivo per vedersi annullati, ben 6 anni dopo, due concerti in terra cinese. Il governo cinese e più precisamente il Ministero della Cultura ha giocato infatti un brutto scherzo a Jon e soci a pochissimi giorni dall’esibizione, annullando-così pare-le date di Shanghai e Pechino, rispettivamente del 14 e del 17 settembre, inserite nel minitour asiatico di promozione del nuovo album, “Burning Bridges”, disco di addio all’ etichetta discografica “Mercury Records”. Pur non essendo stata fornita ancora alcuna spiegazione ufficiale, l’ammirazione verso il Dalai Lama sembra quindi essere la motivazione più quotata della cancellazione delle due date dalla sezione “tour” del sito internet ufficiale della band. Nel frattempo anche il promoter dei tour bonjoviani, AEG live, ha dato conferma dell’inconveniente con una nota, annunciando il risarcimento dei biglietti venduti, presumibilmente la quasi totalità, vista la calorosa accoglienza che il mondo asiatico riserva da sempre alla rock band americana. Non c’è da meravigliarsi se per il concerto i fan sono stati disposti a spendere cifre che vanno dai 75 ai 600 dollari e soprattutto che si siano scatenate le loro furie sul web e in particolare sui social network, dove alcuni tra i più delusi hanno-giustamente-lamentato di aver chiesto giorni di ferie e prenotato aerei pur di vedere i loro beniamini, trovandosi ora con un pugno di mosche in mano. Del resto è praticamente impossibile che la decisione di cancellare i concerti parta dalla band: Jon Bon Jovi ha addirittura recentemente omaggiato i suoi fan incidendo la propria versione di una famosa canzone popolare cinese in occasione del San Valentino(cinese, ovviamente!).

Jon Bon Jovi

La notizia della cancellazione dei concerti ha avuto una grande risonanza mondiale, essendo stata riportata sulla prima pagina del Financial Times, e accende i riflettori ancora una volta, sebbene partendo dal mondo della musica, sulla delicatissima questione tibetana di cui il Dalai Lama è il più grande difensore e sostenitore pacifico, a dispetto della politica ancora oggi estremamente aggressiva della Cina. Si sta consumando infatti in Tibet, più o meno in silenzio, un vero e proprio annientamento da parte della Cina non solo di quello che era uno Stato indipendente ma anche di una cultura preziosa, una ricchezza che è patrimonio del mondo e come tale andrebbe protetta e salvaguardata. Non stupisce allora che gli “amici” del Dalai Lama siano “nemici” della Cina, siano essi politici, uomini di cultura o artisti. Era accaduto ad altri musicisti in passato per ragioni simili di aver subito un trattamento paragonabile a quello che oggi è riservato ai Bon Jovi; tra questi i Maroon 5 e Bjork, alla quale è addirittura vietato l’ingresso sul suolo cinese. A questo punto non resta altro che aspettare le dichiarazioni del frontman della band del New Jersey, che non solo è la rock star in attività da più di 30 anni ma anche una delle celebrità americane più influenti e più coinvolte in temi socio-politici.

Non può che far riflettere che nel 2015 in Cina, una delle principali potenze mondiali, venga impedito di esibirsi-e quindi di esprimersi e diffondere idee-alla stessa band che nel lontano agosto del 1989 fu tra i gruppi che dettero vita al Moscow Music Peace Festival, la  manifestazione musicale voluta congiuntamente da ex URSS e USA per favorire la distensione dei rapporti tra le due superpotenze mondiali. Era la prima volta che rock band americane, tra cui anche Cinderella e Skid Row, si esibivano in terra sovietica. Mancava pochissimo alla caduta del Muro di Berlino e Jon Bon Jovi faceva il suo ingresso sulle note di “Lay your hands on me” in uniforme militare sovietica (SPETTACOLO!).

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Bon Jovi ;Moscow Music Peace Festival; August 12, 13, 1989; Photo Credit: Michael Johansson /AtlasIcons.comLo scenario è cambiato. La vera democrazia è, purtroppo, ancora un’utopia. E a farne le spese è anche la musica.

L’articolo è pubblicato on line al seguente link:

http://www.mygenerationweb.it/201509092631/articoli/palcoscenico/musica/2631-il-caso-bon-jovi-il-governo-cinese-annulla-due-concerti-della-band-americana

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Cinema. Operazione U.N.C.L.E. : Una “spy story” al tempo della Guerra Fredda

È in programmazione nelle sale cinematografiche Operazione U.N.C.L.E. , il nuovo film di Guy Ritchie (anche co-sceneggiatore insieme a Lionel Wigram), trasposizione della serie televisiva The Man From U.N.C.L.E. andata in onda dal 1964 al 1968. Si tratta di una spy story che affronta in maniera inedita e alquanto scanzonata la rivalità tra USA e URSS all’epoca della Guerra Fredda.

Anni ’60. I servizi segreti americani e sovietici devono scongiurare il pericolo di un conflitto atomico e perciò si mettono sulle tracce di Udo Teller, ex scienziato nazista, messosi a servizio degli Stati Uniti, improvvisamente scomparso e avvistato a Roma. Teller, infatti, è il solo ad avere le conoscenze per costruire un ordigno atomico ed è presumibilmente al lavoro per i tedeschi. Unica possibilità per arrivare all’uomo è rintracciare sua figlia, Gaby (Alicia Vikander), proprietaria di un’officina meccanica a Berlino Est. Sulle tracce della ragazza, che ha perso ogni contatto col padre, si mettono i due uomini più fidati e più abili delle due superpotenze mondiali: Napoleon Solo (Henry Cavill), ex agente della CIA, ladro e uomo brillante e Illya Kuryakin (Armie Hammer), integerrimo agente del KGB, di prestanza fisica quasi sovraumana, che porta con sé i segni della prigionia del padre nel Gulag.

e9915d9227Dopo aver fatto rifugiare Gaby a Berlino Ovest, Solo è costretto a collaborare con il rivale russo per raggiungere l’obiettivo comune, scovare Udo Teller. L’inedito trio si imbarca in un’ operazione di spionaggio non senza qualche crepa, partendo alla volta di Roma per stabilire un contatto con lo zio di Gaby, Rudi (criminale di guerra nazista), forse l’unico a sapere dove si trovi Udo. Qui vengono a conoscenza che Rudi è in contatto con una ricchissima famiglia, i Vinciguerra, proprietaria di una compagnia navale e con tutta probabilità coinvolta nella vicenda. Con ogni mezzo a disposizione Solo, Illya Kuryakin e Gaby dovranno mettere le mani sulla bomba atomica prima che sia troppo tardi, tra finti fidanzamenti, identità celate, rapimenti e torture, inseguimenti rocamboleschi, tradimenti inaspettati e l’intervento di Waverly, pezzo grosso dell’intelligence britannica (MI6), interpretato da un, come sempre, elegantissimo Hugh Grant.

Guy Ritchie confeziona un film davvero ben riuscito, dove la rivalità tra USA e Unione Sovietica è rivista in chiave “moderna” e quasi del tutto privata di quegli elementi che l’hanno resa così drammatica agli occhi di un mondo allora del tutto impotente. La caratterizzazione scrupolosa dei personaggi è funzionale a ricostruire l’idea che era presente nell’immaginario collettivo di chi fossero americani e sovietici, gli uomini da cui dipendevano le sorti dell’umanità. Quelli impegnati in un confronto ad armi pari, in una lotta sul filo del rasoio, dove le peculiarità dei due popoli, così diversi, si incarnavano in tutti gli uomini che potessero dimostrare al mondo la tanto ambita supremazia.

Ma Napoleon Solo e Illya Kuryakin non sono solo due macchine da guerra, sono due uomini, qualche volta fallibili: spazio allora ad un accenno di sentimenti, a momenti di ironia-esilarante la scena in cui Solo mangia formaggio e beve vino mentre Illya tenta di sfuggire ai nemici in motoscafo-e perfino di complicità. Al di là dell’interpretazione degli attori-c’è un’ottima Elizabeth Debicki nei panni di Victoria Vinciguerra-sicuramente di buon livello, e della sceneggiatura, sono le scelte registiche a fare la differenza nel film: ritmo veloce, flusso di immagini continuo, taglio spesso fumettistico, il tutto arricchito da un’attenta e brillante ricostruzione degli anni ’60,  soprattutto in tema di abbigliamento e da una colonna sonora che contribuisce a rendere la pellicola scorrevole e godibile e c’era da aspettarselo dal regista di Sherlock Holmes. Una chicca è la possibilità, per qualche secondo, di ascoltare le note della sigla originaria della serie televisiva.

L’articolo è pubblicato on line al seguente link: http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=18379

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Il ritmo delle stagioni

“Ogni cosa che puoi immaginare, la Natura l’ha già creata.”
Albert Einstein

Pensavo al susseguirsi delle stagioni, così naturale, scontato, eppure così incredibile. In un ciclo continuo, a cui ogni nostra percezione si abitua sin da bambino, si avvicendano colori, profumi, luci, sapori che scandiscono ogni nostra azione, che allertano i nostri sensi e ci danno l’esatta dimensione del tempo che scorre ad un ritmo che non possiamo controllare, l’unico sul quale non possiamo in alcun modo agire. Aspetto i colori caldi dell’autunno, le foglie che ricoprono le strade della mia città, i primi giorni freddi in cui riscaldarsi con un thè o una cioccolata e guardare un film nel dolce tepore di un abbraccio e una coperta, il profumo delle castagne arrostite, le mele annurche, la zucca, il torrone di “Tutti i Santi”. E poco importa allora se le tante ore di buio mi portano un po’ di malinconia, se l’umidità della pioggia mi gonfia i capelli e se l’abbronzatura è un lontano ricordo da sostituire col pallore del viso. Pensavo che la natura ci insegna tanto. Ci insegna a guardare agli aspetti positivi che possono fare capolino in ogni situazione. Perché orientarsi verso il bello, come tutto nella vita, è una scelta e richiede la predisposizione della mente e l’apertura del cuore.

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Ancora donne vittime di violenza. Ma non ci arrendiamo.

Resta una triste, angosciante e allarmante realtà. È la violenza sulle donne, sia essa perpetrata per anni, mesi o giorni, che sia di natura fisica, verbale o psicologica, che giunga sino al suo atto estremo, il femminicidio, che ha ormai sempre più le caratteristiche di un fenomeno inarrestabile, rispetto al quale le vittime appaiono facilmente esposte ed indifese. Non vorrei continuare a parlarne, eppure sento che è un mio dovere farlo, per rispetto alle vittime, per mantenere viva l’attenzione su una questione che, in quanto donna, non può che starmi a cuore, per cercare di contribuire all’informazione in qualche modo, nel mio piccolo, sebbene sia solo una goccia nell’oceano, per provare a lanciare un messaggio, rivolto soprattutto alle giovanissime.

L’ennesimo episodio di femminicidio si è consumato due giorni fa, il primo settembre. Quello che per molti è l’emblema della progettualità per i successivi mesi dell’anno, per delineare la direzione da dare alla propria vita, si è rivelato invece il capolinea della vita di una giovanissima donna, una ragazza appena diciottenne. Cezara Musteata (di origini moldave), studentessa di Desenzano del Garda è stata uccisa; il suo carnefice, il fidanzato, Luigi Cuel, 41 anni. L’ha strangolata, poi si è impiccato. Tante parole, ipotesi rispetto al possibile svolgersi dei fatti, che si sono conclusi nella maniera più tragica possibile. Fa dolore e rabbia che Cezara sia stata uccisa, è sconcertante che un uomo adulto abbia potuto stroncare la vita di una poco più che bambina, che probabilmente vedeva in lui una fonte di protezione e non un possibile assassino. Ma anche le mie sono solo parole. La verità di Cezara non la conosce e non la conoscerà nessuno, al di là delle indagini che accerteranno la dinamica dei fatti. Le motivazioni che l’hanno portata ad intraprendere una relazione con un uomo così tanto più grande di lei, le sue aspettative, i suoi desideri, i progetti di una vita appena cominciata, vanno via con lei, nel silenzio e nell’orrore. E dall’altra parte c’è un uomo, per così dire. Un uomo che ha messo fine anche alla propria vita. Si è parlato della fine della loro relazione come causa del gesto estremo, probabilmente a seguito di un incontro tra i due concesso dalla ragazza all’uomo, che ormai era stato lasciato. Può mai essere la fine di una relazione una motivazione plausibile di una così efferata violenza? L’ultimo litigio, le parole, le recriminazioni, forse sono state “solo” la cosiddetta miccia, l’evento scatenante della follia. Ma non può essere tutto qui. Non può esserlo-a mio parere-in questo come in altre decine, centinaia di casi, soprattutto di femminicidio. Che sia la slatentizzazione di una condizione psichiatrica rimasta sino a quel momento del tutto o parzialmente misconosciuta, al carnefice stesso e alla vittima? E allora forse andrebbe prestata più attenzione ai possibili segnali. Alla storia del “era un brav uomo”-non necessariamente rispetto al caso in questione-non credo. Chi non sta bene lo manifesta in qualche modo. Forse siamo noi a non voler vedere. E forse molte donne non hanno abbastanza strumenti socio-culturali per riconoscerli. Agli esperti,   sicuramente, la parola.

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Noi, nel frattempo, non possiamo illuderci di coltivare la mera speranza che le cose prima o poi cambino, che la cronaca improvvisamente un giorno smetta di raccontarci di donne che subiscono violenza nelle loro case, che vengono uccise dai loro compagni. La realtà non muta se non la si fa mutare, non è sufficiente scuotere le coscienze ed organizzare manifestazioni, sicuramente utili a sensibilizzare l’opinione pubblica; è necessario agire, agire con interventi concreti. “E quali potrebbero essere?” mi sono chiesta. Insegnare forse il rispetto reciproco tra uomini e donne sin da bambini è sufficiente? Ne dubito, visto che è stato insegnato anche alle precedenti generazioni e dai risultati ottenuti, non mi sembra abbia avuto grande successo. Non credo che a nessuno di noi sia stato insegnato in famiglia o a scuola che l’uomo e la donna non abbiano gli stessi diritti e doveri. Credo che tutti abbiamo imparato che ciascun essere umano vada rispettato indipendentemente dal sesso e dall’orientamento sessuale, della razza, del credo religioso, dalla condizione socio-economica, dall’ideologia politica. Eppure questo non è stato sufficiente ad insegnarci realmente ad accogliere le differenze e a farne un elemento di ricchezza e non di contrasto. Saremmo una società vicina alla perfezione. Niente di più utopico. Educazione all’affettività da insegnare nelle scuole con personale adeguatamente specializzato e formato? Forse è la chiave, perché in futuro davvero cambi qualcosa, o almeno questo è il mio parere. Insegnare ai bambini a sviluppare in maniera sana la propria affettività, per poter identificare, al momento opportuno, un partner che sia realmente un compagno di vita-o di un tratto di essa-e non un carnefice, qualsiasi sia la violenza che possa contraddistinguere la relazione. Il mio sangue ribolle quando apprendo che un’altra donna subisce violenza o è stata uccisa. Conosco troppe donne vittime, non di abusi fisici per fortuna, ma di diverse forme di sottomissione psicologica, di plagio nei casi più gravi, di rapporti che sono molto lontani dall’idea di rispetto per l’altro e per sé, che dovrebbe essere invece uno dei capisaldi della nostra vita. Anche io, in qualche modo, sono stata una giovane donna che in passato non si è amata fino in fondo e non è stata tanto forte da pretendere il rispetto che meritava e forse è questa è la ragione per cui non vorrei più vedere donne che chinano il capo, che assecondano sempre i loro compagni, che subiscono, pur di assicurarsi la presenza di un uomo, spesso dall’atteggiamento vittimistico, che non potrà mai renderle felici.

Oggi, comunque, non va trascurato almeno nell’ambito della sensibilizzazione, il ruolo dei social network, per l’impatto immediato che hanno. Un bell’esempio è quello di Brooke, ventisettenne americana, madre di due bambini, che si è fatta fotografare dalla sua amica Tiffany, per mostrare al mondo la violenza subita dal suo compagno, che in auto l’aveva colpita con un pugno e aveva cercato di impedirle di chiedere aiuto, sottraendole il cellulare. Brooke ha postato le immagini sul suo profilo facebook con l’hashtag #Silencehideviolence (Il silenzio nasconde la violenza): un atto tanto coraggioso quanto di aiuto per tutte le donne che ancora oggi rinunciano, per paura di ripicche ed ulteriori violenze, a denunciare quanto subito, scegliendo la via senza uscita del silenzio. E segno di grande attenzione al problema e di rispetto per il mondo femminile è stato anche il gesto di Giuliano Sangiorgi, leader dei Negramaro, che ha dichiarato di aver modificato i versi del brano “Attenta”, da poco in radio. Il cantautore salentino, che aveva inizialmente scritto “Ti uccido”-ovviamente in senso metaforico riferendosi al potere “assassino” di un bacio-ha poi modificato il testo con “Mi uccidi”, considerando l’espressione originaria pericolosa e possibilmente fuorviante in un momento in cui la violenza sulle donne è un tema così scottante. La voce di un personaggio famoso e di grande impatto sui giovani attraverso la musica è sicuramente un canale anch’esso efficace per trasmettere un messaggio positivo.

Brooke

Brooke

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Caro primo settebre, ti scrivo…….

Caro primo settembre,

ti scrivo per dirti che sei davvero sulla bocca di tutti, semmai non te ne fossi accorto. C’è chi ti considera come una sorta di “primo dell’anno” in versione 2.0 e chi come il giorno peggiore, addirittura più terribile dei più neri lunedì, di quando di iniziare una nuova settimana nessuno ha proprio voglia. E si sa, prima o poi, anche i giorni più fatidici, quelli che vorresti scansare di gran classe o cancellare dal calendario, arrivano inesorabili. Convenzioni sociali. In fondo si tratta solo di questo. Organizzazione del tempo secondo i ritmi e le esigenze umane.

Sai, primo settembre, sei davvero angosciante per molti. Sì, per tutti quelli per cui le vacanze sono finite e “si torna a lavorare”, perché lavorare non solo è faticoso, ma anche noioso e stressante e non resta che augurarsi che arrivi presto il venerdì sera, la prima festività o il “primo ponte”. Tu sei l’emblema del dovere, lo spettro del castigo cui è sottoposta da sempre l’umanità: produrre per poter sopravvivere. E la tua reputazione è notevolmente peggiorata da quando non si lavora più per vivere ma si vive per lavorare. Ma non credere di essere angosciante solo per loro. In fila, pronti a maledirti, ci sono anche tutti quelli-e credimi sono davvero in tanti-che un lavoro non ce l’hanno. Loro, il primo settembre, si sentono tremendamente diversi, più che in ogni altro giorno dell’anno. Si guardano allo specchio e vedono un fantasma, si sentono vuoti. È come se per loro la vita non iniziasse davvero, è come se, allineati sulla pista e pronti alla partenza, rimanessero inchiodati con le ginocchia sulla terra rossa al colpo della pistola, al suono del fischietto, allo sventolare della bandiera. Pronti, partenza, via. No. Non per loro. Loro non vanno da nessuna parte. E poi ci sono quelli che, sì, quelli li conosci benissimo, quelli per i quali sei una sorta di giorno catartico. Il giorno delle promesse e dei buoni propositi, un punto d’arrivo e un punto d’inizio allo stesso tempo, uno spartiacque tra il prima e il dopo, il momento della verità, il giorno in cui la volontà è più forte e si inizia un nuovo cammino. Come se davvero si decidesse il giorno e l’ora in cui dare una svolta alla propria vita, che a stento riusciamo a girare nel verso giusto il volante dell’auto!

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E per me, primo settembre, sei curioso di sapere come sei per me? O meglio come sei stato quest’anno per me? Perché, perdona la mia onestà, ma di te degli anni passati non è che abbia ricordi molto nitidi e comunque, se proprio ci tieni a saperlo, sì, anche per me spesso sei stato angosciante, ma tanto proprio, soprattutto quando non c’era nulla ad aspettarmi, nulla che volessi realmente fare, ma una serie di giorni avvolti da una nuvola, senza contorni, senza prospettiva. Solo ansie e inadeguatezza.

Ma oggi hai avuto un sapore del tutto diverso. Hai avuto un sapore buono. Devo ammetterlo. C’è del buono anche in te. C’è del buono anche in chi o in cosa non ci aspetteremmo mai. Certezze non ne ho nemmeno quest’anno, ma poco importa, che cos’è una certezza nella nostra vita se non un’illusione? Ho dei progetti, questo sì, e ognuno di loro, a suo modo, oggi ha fatto parte di te, primo settembre. Sai, ho ancora vivida la sensazione dei caldi raggi di sole di Corfù, della sensazione di libertà nel nuotare a lungo e dei “buongiorno” a letto accanto al mio compagno. Ho iniziato così questa giornata, con un misto di nostalgia e pace del cuore, per qualcosa di bello che è finito e con la soddisfazione e l’appagamento di averlo vissuto e averlo fatto appieno. Perché sì, quest’anno, primo settembre, sei coinciso con il mio primo giorno post-vacanza e per questo c’erano grosse probabilità che ti odiassi, voglio essere sincera. E invece no, nemmeno il minimo sentore di fastidio. Sai, sei stato un piccolo spettacolo-puoi andarne fiero-una successione di momenti carichi di senso, eppure non è successo nulla di spettacolare, non mi hai riservato grosse sorprese. Ma sei stato vita. Sei stato il risveglio nel mio letto, con la schiena a pezzi per il viaggio in nave, sei stato la confusione della mia casa al mattino, quando tutto fa in modo che mi alzi dal letto contro la mia volontà, sei stato i messaggi di “sono tornata” alle mie amiche, sei stato la noia di disfare la valigia, guardando i costumi senza poterli indossare e gettandoli tra le cose da lavare. Sei stato la lontananza del mio ragazzo, che mi è mancato come l’aria, sei stato la mozzarella, perché mia mamma lo sa che ho bisogno di te al rientro dalle vacanze, sei stato il caldo umido e insopportabile di Napoli, la folla chiassosa per la strada, sei stato via Toledo e il primo abbraccio con Valeria, il nostro lavoro insieme, le folli discussioni che solo noi possiamo comprendere e che ci stanno facendo trovare la strada, sei stato il primo caffè al bar-e ci voleva dopo 13 giorni di astinenza-sei stato l’appuntamento con il commercialista e un gelato cocco/lime e melone. Sei stato l’incontro inaspettato con gli amici di sempre, Carlo e Maya. “Arrivi prima della wi-fi”, mi ha detto Carlo, perché mi sono palesata prima che arrivasse il mio wa, già inviato, a Maya. Sei stato una lunga passeggiata con i sandali che mi sono regalata in Grecia-bellissimi!-un fiume di parole, sei stato il nuovo album dei Bon Jovi che è finalmente tra le mie mani, accarezzare i miei gatti, abbracciare i miei genitori, mangiare la crostatina di frutta di Bellavia, sei stato un’accurata pedicure “all by myself”. Sei stato scrivere sul mio adorato blog fino alle 02:20 con gli occhi a stento aperti davanti al PC.

Sei stato tanto perché sei stato un giorno da vivere e niente più, come gli altri 364 giorni dell’anno, come tutti i giorni, mi auguro, della mia vita.

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