Abbandonarsi un po’ alla propria debolezza.

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«Era la vertigine. L’ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere. La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa».

Milan Kundera – L’insostenibile leggerezza dell’essere

Per un bel po’ di tempo sono stata-e non ne vado affatto fiera-una specialista della vertigine, di questa ebbrezza di debolezza di cui scrive Kundera. Sì, perché nutrivo una paura paralizzante di esplorare dentro me stessa alla ricerca di ciò che mi procurava dolore e così, per non dover affrontare, per non dover cambiare, mi crogiolavo nel desiderio incessante della caduta. Meglio cadere, una, due, cento volte e rimanere tramortita, piuttosto che camminare e sentire la fatica, guardare indietro e desiderare fortemente di cambiare strada perché un giorno potessi finalmente imparare a guardare avanti. E poi, necessariamente, è venuto il tempo di dire addio a quella debolezza, per sentire la forza che sprigionava ogni piccola, infinitesimale parte di me, per troppo tempo mortificata ed intrappolata in una prigione dorata. Ci sono state dure lotte, combattimenti estenuanti, puntate avvincenti di una lunga guerra di cui sono stata la protagonista indiscussa. Di battaglie ne ho vinte tante e quelle che ho perso ho avuto il coraggio di giocarle e questa rimane la mia grande soddisfazione, il mio grande orgoglio.

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E allora ci sta, ci può stare che ogni tanto dopo questo gran lavorare, questo duro combattere per scucire la trama della mia vita e tesserne con gli stessi fili una nuova e più resistente-ma soprattutto solo ed esclusivamente a mia misura-io mi ritrovi qualche volta a lasciarmi andare. È difficile essere forti sempre. A volte ricordarsi di essere infinitamente deboli è un bene. Si rimane con i piedi ben piantati per terra. Cosa che se ti convinci di essere forte ed invincibile non riuscirai mai a fare ed è facile a quel punto volarsene via e magari non saper tornare più indietro. Stasera mi sento così. Stasera mi lascio andare alla mia debolezza. Stasera le fragilità sono più forti della mia volontà di sentirmi forte comunque e nonostante tutto. Stasera ho bisogno di cullarmi nella mia malinconia, quella che sottilmente ha sempre accompagnato la mia vita e che uno sguardo attento può cogliere nei miei occhi anche quando sorrido, anche quando tutto va bene. Stasera avevo bisogno di scrivere e forse per farlo dovevo rinunciare per un po’ alla mia corazza, per sentire i pensieri più vicini, l’anima più scoperta e il cuore più fragile. Stasera guardo pezzi di me che appartengono al passato e che sono rimasti esattamente nella posizione in cui li ho lasciati. Non fanno più male ma ne riconosco la presenza. Ogni tanto mi chiamano ed è solo una flebile voce quella che sento, troppo debole per distogliere la mia attenzione eppure abbastanza forte per essere udita, ancora.

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Stasera un po’ di passato ha bussato alla mia porta. Di solito la porta la lascio chiusa con il catenaccio. Stasera no, stasera non so bene perché, è stato più forte il desiderio, quella stupida ebbrezza, di aprirla. Anche solo per un attimo, anche solo un pochino.

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