Tutto pronto per la 72^ Mostra del Cinema di Venezia

L’attesa sta per concludersi. Mancano infatti una manciata di giorni all’inaugurazione della 72^ edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, organizzata dalla Biennale di Venezia, presieduta da Paolo Baratta. Il Lido della città lagunare sta ultimando i preparativi per quello che è un evento atteso tanto in Italia quanto a livello internazionale per il suo alto valore culturale. La Mostra avrà luogo dal 2 al 12 settembre  e sarà diretta da Alberto Barbera, critico cinematografico, che definisce l’obiettivo della kermesse: non solo fungere da vetrina del già noto ma anche da trampolino di lancio per quelle che potrebbero essere nuove promesse del cinema. Secondo Barbera la Mostra di Venezia ha l’opportunità di fotografare la realtà attuale del cinema, non più suddivisa idealmente in due grandi blocchi-cinema hollywoodiano ed europeo-ma insieme mutevole di micromondi che interagiscono e si influenzano. Come di consueto, la Mostra, la cui madrina di quest’anno sarà l’attrice Elisa Sednaoui, viaggia su più binari, dei quali sicuramente i più attesi sono il Concorso Internazionale dei film in anteprima mondiale e i cosiddetti “Fuori Concorso”.

Tra i lungometraggi in lizza per il Leone d’Oro, l’Italia è presente con quattro coproduzioni italo-francesi: “Sangue del mio sangue” di Marco Bellocchio, “Per amor vostro” di Giuseppe M. Gaudino, “A Bigger Splash” di Luca Guadagnino (Italia-Francia) con Tilda Swinton e Ralph Fiennes e “L’attesa” di Piero Messina, con Juliette Binoche. Le italiane Alba Rohrwacher, premiata alla precedente edizione con la Coppa Volpi per “Hungry Hearts”  e Valeria Golino saranno rispettivamente nel cast dei primi due film. Sempre in concorso, c’è grande attesa per “Heart of a Dog” di Laurie Anderson, che riflette su temi universali quali la vita e la morte, dopo aver vissuto la scomparsa del marito, il compianto Lou Reed, per “Rabin, The Last Day” di Amos Gitai, co-produzione franco israeliana sul tragico episodio dell’assassinio del Premier Rabin e per l’australiano “Looking for Grace” di Sue Brooks.

Tra i Fuori Concorso, luci puntate sugli americani e soprattutto su “The Audition” di Martin Scorsese con un cast stellare, attesissimo: Robert de Niro, Leonardo di Caprio, Brad Pitt e lo stesso Scorsese. Attesa anche per “Spotlight” di Thomas McCarthy con Michael Keaton, “Black Mass” di Scott Cooper, con Johnny Depp-tutti sperano di vederlo sul Red Carpet-e Dakota Johnson e per il film d’apertura della Mostra, “Everest” (3D), di Baltasar Kormakur, produzione angloamericana con, tra gli altri, Keira Knightley, Emily Watson e Jake Gyllenhaal, anch’essi attesissimi al Lido. Interesse anche per l’Italia con il documentario “I Ricordi del Fiume” di Gianluca e Massimiliano De Serio e per il lungometraggio “Non Essere Cattivo” di Claudio Caligari.

Alla Mostra vi sarà lo spazio anche per il concorso internazionale “Orizzonti”, dedicato alle nuove tendenze e forme di espressione cinematografiche, per un laboratorio, “Biennale College”, aperto ai giovani film makers per la produzione di film a basso costo e per una selezione di grandi classici del cinema, “Venezia Classici”. Il Leone d’Oro alla Carriera sarà assegnato a Bertrand Tavernier, che Barbera definisce “figura centrale della scena cinematografica francese”. Non ci resta che aspettare l’arrivo delle celebrità, che come di consueto saranno immortalati dagli scatti dei fotografi sul Red Carpet e la cerimonia di inaugurazione prevista per il 2 settembre.

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Buon compleanno a Il Punto V!

22 agosto 2014. Il Punto V prendeva vita. Era uno dei tanti momenti “no” della mia vita o forse qualcosa di più. Anzi lo era sicuramente. Di lì a poco si sarebbe verificato il più grande terremoto che potesse verificarsi nella mia storia. Lo sapevo, in cuor mio lo sapevo e avevo bisogno di un alleato fedele. Avevo bisogno di me stessa, intera. Di dare voce ai miei pensieri, di liberare la creatività, di sperimentarmi in qualcosa di diverso, che potesse farmi sentire viva. E forse, creare questo blog, è stata una delle cose che più genuinamente mi ha restituito questa sensazione. E probabilmente non è un caso che l’urgenza di scrivere sia stata il primo passo verso la mia liberazione, verso quel completare la trasformazione da baco a farfalla che agognavo da tempo. E allora come poter dimenticare quel giorno solitario di agosto di un anno fa in cui, in preda alla disperazione più nera, avvilita, preoccupata, ma decisa finalmente a cambiare, ho iniziato a scrivere, ho dato vita ad una creatura di cui vado molto fiera. Eppure come tutte le cose che intraprendo, anche questa risente della mia scarsa continuità, per cui l’impegno che prendo oggi con me stessa è di dedicare più spazio alle mie parole, di dedicarMI più tempo in questo spazio solo mio, che tanto contribuisce al mio benessere. È la finestra da cui mi piace affacciarmi per commentare “il mondo”, per esprimere il mio PUNTO DI VISTA, è il caleidoscopio attraverso il quale guardo, rigorosamente a colori, la mia vita.

Grazie per il sostegno di ciascuno di voi, sia qui sul blog che sulla pagina Facebook.

Che dire…..dopo un anno, oggi è un nuovo inizio. Ed è per questo motivo che voglio dedicarvi un’immagine che ho scattato poco dopo essere sbarcata a Corfù, dalla stupenda baia di Ipsos. È un’alba da togliere il respiro. È la mia alba. È il mio nuovo inizio.

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Musica. A settembre l’attesissimo ritorno dei Negramaro.

Sono passati ben 10 anni dalla performance di “Mentre Tutto Scorre” a Sanremo e ad oggi i Negramaro sono una delle band più amate in Italia, nonché una delle pochissime ad essere note oltre i confini nazionali. E non va dimenticato che la band salentina figura tra i pochi artisti in grado di realizzare il sold out in stadi come San Siro o L’Olimpico, templi della musica live e appannaggio quasi esclusivo di nomi storici della musica italiana-vedi Vasco o Ligabue-o di star internazionali. Due singoli “Sei tu la mia città” e “Attenta”, dal 7 agosto in rotazione in radio, hanno anticipato l’uscita del prossimo album “La Rivoluzione Sta Arrivando” prevista per il 25 settembre, settimo disco in studio, che segue il grande successo di  “Una Storia Semplice” del 2012.

Una nuova avventura, quindi, che, come lo stesso Giuliano Sangiorgi, frontman del gruppo, ha annunciato, parte in termini compositivi dall’immenso dolore per la morte del padre. I testi delle canzoni sono incentrati su riflessioni del cantautore sul superamento della morte, vista come tappa necessaria e naturale della vita e sull’importanza di vivere una vita che sia all’altezza del significato stesso della parola, un inno a vivere e non a sopravvivere. Ne “Il Posto dei Santi” infatti canta: “Vivere non è abbastanza se non c’è una danza”. Non mancano, come in perfetto stile Negramaro, testi d’amore, uno su tutti “Attenta”, in cui il protagonista è il gesto più semplice tra due innamorati, il bacio, ma analizzato in chiave thriller. Sangiorgi rivela di aver fatto molta attenzione alla stesura definitiva del testo della canzone, in cui originariamente compariva la frase “Ti uccido”, successivamente modificata con “Mi uccidi”, affinché il messaggio non fosse fuorviante, in un momento storico in cui la violenza sulla donna è un tema di grande attualità e di importanza socio-culturale. Quella che sarebbe stata in passato solo come l’immagine metaforica di un bacio che lascia il segno per sempre, oggi, dunque, sarebbe potuta essere mal interpretata per cui Sangiorgi ha scelto una frase che fosse più rispettosa per la donna. La ballata è accompagnata da un video di grande impatto emotivo, firmato dal regista Piero Messina, in concorso alla 72^ Mostra di Venezia con il film “L’Attesa”. Il disco, composto e suonato nella masseria Sangiorgi, è stato mixato nella capitale mondiale del country, Nashville, con il produttore Jacquire King, che ha lavorato, tra gli altri, con Tom Waits.

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Da sottolineare anche la grande complicità di Giuliano & co. con i loro devotissimi fan, soprattutto grazie ai social network sui quali i Negramaro sono molto attivi. Tra le varie iniziative proposte, quella di postare su Instagram foto dei biglietti del concerto, della data scelta tra quelle annunciate, con l’hashtag #LRSA (Acronimo del titolo del disco e del tour) o con le frasi più evocative scelte tra quelle dei due singoli finora pubblicati. “La Rivoluzione Sta Arrivando” sarà accompagnata dall’omonimo tour, con partenza il 4 novembre al “Palabam” di Mantova, in giro per i palazzetti dello sport di tutta Italia; i Negramaro si esibiranno in Campania il 5 dicembre ad Eboli al Palasele e l’8 dicembre a Caserta al Palamaggiò.

Non ci resta che aspettarli per due grandi serate di emozioni in musica, con tutta l’energia che il gruppo salentino sa regalare al suo pubblico.

Arte. Chagall – Love and Life. Un inno alla vita e all’amore.

Seguirà la mia recensione della Mostra che il Chiostro del Bramante ha dedicato quest’anno a Chagall. Una mostra che non solo mi ha fatto conoscere in modo più approfondito un artista, di cui ho sempre apprezzato le opere più famose, Compleanno e Sopra la Città, ma anche una mostra che ha parlato profondamente al mio cuore nell’ultima sezione, quella dedicata ad alcune famose opere dell’artista russo sull’amore. La mostra intera è permeata di amore, di quell’amore che Chagall nutriva per la sua sposa. Nelle opere esposte e dedicate a lei si percepisce una così grande dedizione che il cuore di una donna non può che sussultare di gioia e di speranza. La speranza di poter ricevere quello stesso amore. Voglio “interpretare” come un segno il fatto che questa sia stata la prima mostra che ho visto con il mio compagno, colui che ogni giorno mi dimostra con la sua presenza, oltre che con le parole, amore e dedizione. Non potevo non sentirmi perfettamente allineata emotivamente camminando per le sale del Chiostro. Roma, la mia città amata-dopo Napoli, si intende-la città dove ho vissuto l’amore e dove temevo di averlo penso per sempre. Ma l’amore compie i suoi viaggi, inaspettati ed imprevedibili e per questo motivo entusiasmanti. L’amore oggi lo custodisco e lo difendo per viverlo pienamente.

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L’amore per l’arte in Italia sembra non essersi per nulla assopito. Come gran parte delle mostre realizzate nella Capitale negli ultimi anni, anche Chagall – Love and Life ha riscosso grande successo ed ha chiuso i battenti domenica 26 luglio (è stata visitabile a partire dal 16 marzo). Sede di quella che si configura come una delle mostre di maggiore rilievo del 2015 è stato il Chiostro del Bramante (Via della Pace – Roma), che ha prodotto e organizzato insieme ad Arthemisia Group l’esposizione dedicata all’artista russo, curata da Ronit Sorek.

Chagall – Love and Life” è una esposizione di oltre 140 opere di quello che è riconosciuto come uno dei più grandi artisti del Novecento, sicuramente il più celebrato tra gli artisti ebrei. Stampe, disegni, incisioni, litografie e dipinti provenienti dall’Israel Museum di Gerusalemme consentono di ripercorrere gran parte della produzione artistica di Chagall e fanno luce in particolar modo sull’attività di illustratore editoriale, a sottolineare il suo profondo legame con la letteratura, l’attenzione costante alla relazione tra la parola e il contenuto. Ci troviamo davanti ad un artista poliedrico, che si è espresso non solo nel disegno, nella pittura e nella stampa, ma anche nella scultura, nel mosaico e nella scenografia.

Come anticipa il titolo della mostra, i temi affrontati nelle opere in esposizione sono principalmente relativi alla vita di Chagall e all’amore, che si incarna fortemente nel sentimento dell’artista per l’amatissima moglie, Bella Rosenfeld. L’opera che “accoglie” il visitatore è Sopra Vitebsk, la cittadina natale di Chagall, nell’attuale Bielorussia. L’artista descriveva la sua città con queste parole:

“È solo la mia città, la mia, che ho riscoperto. E torno a lei pieno di emozione”.

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Sopra Vitebsk: Gouache, grafite e matita colorata su cartoncino

Nelle illustrazioni della sua opera letteraria autobiografica, Ma Vie, Chagall fa rivivere i ricordi dell’infanzia, i giorni trascorsi a Vitebsk, le tradizioni e le feste ebraiche, i familiari, gli amici, le case e le botteghe che davano vita alla sua città. Ammirare queste opere è viaggiare alla scoperta delle radici russo-ebraiche di Chagall, vivere l’incontro con Bella, assaporare quanto l’artista sia stato influenzato dai pittori parigini delle Avanguardie del primo Novecento. Le incisioni sono realizzate con la tecnica della puntasecca e lo stile è quello realistico-naïf tipico dell’artista russo, che dà vita a composizioni in cui le immagini sono disposte in modo del tutto originale.

“Ho dipinto il mio mondo, la mia vita, tutte le cose che amavo, tutte le cose che sognavo, tutte le cose che non potevo esprimere a parole”.

Numerose sono anche le illustrazioni che Chagall realizzò per i testi scritti dalla moglie: First Encounter, From My Notebooks e Burning Lights. Si tratta per lo più di disegni lineari a inchiostro di china, che “raccontano” con romanticismo e nostalgia il primo incontro di Bella con Chagall e l’infanzia della donna, la sua vita familiare e sociale. La mostra permette poi di ammirare le illustrazioni che Chagall realizzò per Le Anime Morte di Gogol, capolavoro della letteratura russa, per le Favole di La Fontaine e per la Bibbia, affrontando quindi temi estremamente diversi.

Per il poema di Gogol Chagall realizzò 96 incisioni come semplici complementi pittorici alla storia: i personaggi, le “anime morte” sono i servi della gleba appartenenti ai ricchi proprietari terrieri e, così come li descrive l’autore, hanno dimensioni spropositate. Nel lavorare alle Favole di La Fontaine, dove i protagonisti sono per lo più animali e figure mitologiche, Chagall, che per l’occasione si dedicò allo studio della natura e del mondo animale, potette esprimere al massimo la sua creatività e la sua immaginazione e, attraverso un sapiente gioco di colori e forme, rivelare con ironia le verità sui comportamenti umani che emergono dai racconti. Lascia senza fiato infine il ciclo di illustrazioni dedicato alla Bibbia, che denota una profonda conoscenza da parte dell’artista dei “Testi Sacri”, ma anche una grande autonomia rispetto all’iconografia tradizionale: grande risalto assume infatti sempre la figura umana e per questa ragione le illustrazioni vengono definite “umaniste”. Si ammirano, tra le altre, Il Sacrificio di Isacco, Il Sacrificio di Noè, Daniele, Mosè Riceve le Tavole della Legge e Davide.

Davide: Inchiostro di china, gouache, acquerello e grafite su carta.

Davide: Inchiostro di china, gouache, acquerello e grafite su carta.

La mostra prosegue con una sezione dedicata a ritratti, dedicati soprattutto a familiari ed autoritratti, in cui Chagall inserisce di volta in volta differenti elementi simbolici, che richiamano a particolari momenti della sua vita, a come egli percepiva probabilmente se stesso. Si rimane affascinati e allo stesso tempo fortemente turbati alla vista de La Crocifissione, in cui Chagall utilizza l’elemento chiave della cristianità, la croce, come emblema della sofferenza del popolo ebraico durante la seconda guerra mondiale; il turbamento dell’artista si esprime anche ne L’Angelo Caduto, in cui un ebreo tenta di fuggire con la Torah. Si apprezzano quindi il disegno da cui ha preso vita una delle più famose opere di Chagall, La Passeggiata, conservata a San Pietroburgo, rappresentazione più alta della idilliaca vita matrimoniale con Bella, Ebreo in Preghiera e Apparizione, in cui l’artista utilizza la stessa struttura dell’Annunciazione rappresentata nell’arte cristiana.

La Passeggiata - Il disegno: Gouache, acquerello e grafite su carta.

La Passeggiata – Il disegno: Gouache, acquerello e grafite su carta.

La passeggiata - Museo di San Pietroburgo.

La passeggiata – Museo di San Pietroburgo.

Ebreo in Prehiera: Inchiostro di china, grafite e acquerello su carta.

Ebreo in Prehiera: Inchiostro di china, grafite e acquerello su carta.

“Solo l’amore mi interessa, sono in contatto solo con cose che hanno a che fare con l’amore”.

Queste parole esprimono chiaramente come Chagall pensasse e vivesse l’amore, ma è sicuramente in alcune delle opere esposte al Chiostro del Bramante che lo si percepisce in maniera netta, immediata, viva. Gli Amanti, Coppia di Amanti con Gallo, Coppia di Amanti e Fiori esprimono non solo l’amore di Chagall per la moglie, sua musa ispiratrice per tutta la vita, ma sono simboli dell’amore universale. Gli innamorati sono ritratti ora nell’atto di baciarsi, ora di abbracciarsi, talvolta spiccano il volo, sono appagati, eterei, quasi evanescenti, circondati dal tripudio della natura: le forme sinuose, i colori vivaci contribuiscono ad esaltare la felicità e il totale benessere legati al sentimento di amore.

Gli Amanti: Gouache, inchiostro di china e acquerello su carta.

Gli Amanti: Gouache, inchiostro di china e acquerello su carta.

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Coppia di Amanti con Gallo: Litografia a colori.

Coppia di Amanti e Fiori: Litografia a colori.

Coppia di Amanti e Fiori: Litografia a colori.

“Chagall – Love and Life” è una mostra da assaporare lentamente, che coinvolge il visitatore in un crescendo di emozioni, è un inno alla vita, ai ricordi dell’infanzia, all’amore. È arte allo stato puro.

L’articolo è pubblicato on line al seguente link:

http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=18046

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Decalogo delle “tipe da spiaggia”- Parte I

Pensavate che con il precedente articolo/post (quello di gioie e dolori di una 4^ di reggiseno) avessimo raggiunto il fondo di una sana demenzialità estiva? Vi sbagliavate! Il caldo è ancora troppo, nonostante i temporali sparsi di qua e di là per l’Italia, l’estate ancora ufficialmente in atto, anche se, ahimè, nella sua fase calante, ma soprattutto finalmente in vacanza ci sto io! Ragion per cui ho deciso, prima della mia partenza, di preparare per voi un pezzo alquanto leggero e adatto ad una lettura da spiaggia, sebbene non abbia la minima presunzione di raggiungere i livelli di Novella 2000 o Chi. Se siete in spiaggia, in questo momento vi trovate,  credetemi, nel luogo che più si addice all’articolo, per una semplicissima ragione: avete la ghiotta occasione di testare con mano quanto vi dirò, anche questa volta in modalità lista della spesa, per preservare ancora per un po’ la vostra mente da  inutili sforzi. Le località migliori a questo scopo sono sicuramente le spiagge affollatissime, quelle, per capirci, dove avrete guadagnato con fatica e lotte per la sopravvivenza, un esiguo spazio vitale, destinato a restringersi sempre di più mano a mano che le lancette dell’orologio si spostano in avanti (a meno che non abbiate optato direttamente per un bagno pomeridiano). Il sovraffollamento, tra innumerevoli svantaggi-urla dei bambini, odori di qualsivoglia tipo di alimento e non solo, conoscenza di usi e costumi di popolazioni indigene-offre infatti alcuni vantaggi. Scusatemi, avete ragione, vogliate perdonare la mia ormai definitiva inclinazione naturale a cercare il lato positivo in ogni situazione! Insomma, che vi piaccia o no, avete l’occasione di poter osservare-con discrezione, si capisce-e catalogare, come farò io per voi, le varie tipologie di bellezze al bagno. Veniamo, quindi, alla lista delle “tipe da spiaggia”; non si sentano esclusi i ragazzi, su per giù le categorie sono simili e vi prometto, boys, l’anno prossimo penserò anche a voi!

  1. La smartphone dipendente

Non è un caso che la smartphone dipendente occupi la prima posizione della lista, dato che il cellulare è diventato il migliore amico di gran parte di noi, per svariati motivi che non stiamo qui ad analizzare, finirei con l’essere troppo pesante! La nostra amica con problemi di dipendenza da telefono è perennemente impegnata in qualche attività che implichi l’uso del suo dispositivo mobile, che sia ascoltare la musica con le cuffiette(si spera!), navigare sul web alla ricerca di notizie indispensabili alla sua permanenza sulla spiaggia, consultare uno ad uno tutti i social network in suo possesso, messaggiarsi su wathsapp con mezzo mondo, inclusa la vicina di casa, e, persino inviare i vecchi cari SMS a tutti i contatti in rubrica, che tanto sono gratis nel piano tariffario estivo. Ma udite udite, l’attività preferita della nostra tipa numero 1 da spiaggia è scattarsi tanti selfie quante le fotografie contenute nell’album del matrimonio. Lo so che ho praticamente fatto la scoperta dell’acqua calda ma dirlo era quasi un mio dovere morale! Quanto è bello vederla spostare lo smartphone in tutte le direzioni possibili alla velocità della luce, avvicinare in modo provocante(?) le labbra per riprodurre la tanto amata duck face, sistemarsi i capelli, mettere e togliere gli occhiali da sole, dimenarsi alla ricerca dell’inquadratura migliore? Sappiamo benissimo come andrà a finire. Proverà ad applicare qualche filtro per migliorare il risultato, cancellerà quasi tutte le foto, ne pubblicherà al massimo un paio su Facebook o Instagram (o entrambi). Al tramonto deciderà che la foto migliore è quella dal lettino, con le cosce in primo piano modello wurstel e il mare sullo sfondo. Romanticismo da spiaggia.

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2. La modella

Anche la nostra amica modella ama scattare fotografie o meglio ama farsele scattare. Su dai, lo siamo state un po’ tutte almeno una volta, magari nel periodo della nostra vita in cui ci siamo sentite più carine o avevamo voglia di far vedere a qualche tipo cosa si fosse perso! La ragazza in questione, la fotocamera dipendente, costringe l’anima pia che condivide con lei la giornata al mare, a seguirla in un’impresa a dir poco estenuante: il servizio fotografico sul bagnasciuga. La migliore amica e il fidanzato sono le vittime più gettonate. Si arma di ogni accessorio possibile a rendere la sua immagine invidiabile ed originale (nella sua mente!): pareo, cappello, occhiali da sole, bandana, cocktail, perfino i tacchi nel peggiore dei casi. Insomma le manca solo il suo animale domestico al seguito. Vi aspettate che le foto siano facili da realizzare avendo portato con sé tutto il necessario per un servizio degno della Canalis, ma non è propriamente così. Manca sempre qualcosa e l’improvvisato fotografo sarà costretto ad andarlo a recuperare sotto l’ombrellone: il gloss per le labbra, un paio di orecchini, un ventaglio (che fa molto spagnola) o semplicemente la bottiglina d’acqua, perché fare le foto è indubbiamente faticoso. Lei si trasformerà per l’occasione in una vera e propria sirena, adagiata su una piccola roccia proprio come la sua fonte di ispirazione (la Sirenetta, ovviamente), si distenderà in acqua, si appoggerà ad una parete e….varie ed eventuali. Obiettivo principale della missione: risultare sexy. Qualcuna (e non è il caso della gnocca che vedete nell’immagine) sfortunatamente non tiene in considerazione il fatto che il fotografo non sia il santo patrono della località in cui si trova. San Gennaro, fai il miracolo!

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3. L’insofferente

Non sta mai ferma. Niente e nessuno è in grado di placarla, forse ci riuscirebbe solo uno shock anafilattico da puntura di calabrone (si scherza, eh, nessuno se la prenda!). Appare inquieta, come se il mare piuttosto che rilassarla le facesse da effetto adrenalina, si muove continuamente facendo la spola tra il bar e il lettino, con qualche intermezzo balneare. Fuma, mangia, beve, parla al telefono, si sdraia per 5 minuti al sole per poi rialzarsi, ascolta la musica, fa una passeggiata in riva, chiacchiera continuamente da far invidia a Roberto Benigni. Il suo è un ritmo frenetico, che va avanti fino a che non si riveste e va via, per la gioia di tutti quelli a cui ha fatto venire l’ansia intorno a sé. Se invece la vedete finalmente ferma, preoccupatevi, forse è davvero morta.

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4. La lucertola

L’esatto opposto della precedente. Avete presente l’espressione “dove la metti, sta”? Benissimo, non c’è nessuna frase che sia più adatta a lei, a patto che la mettiate al sole. Il suo corpo ha la necessità di assorbire la maggiore dose di radiazione solare possibile per la singola giornata di esposizione al sole. Sono in corso studi scientifici per ricercare nelle sue cellule la presenza di singolari recettori con la funzione di svegliarla dal torpore mentale in cui cade quando la sua pelle non viene sfiorata da un UVB. Fateci caso, la tipa da spiaggia perennemente al sole è inerte, non muove nessun muscolo, nemmeno quelli mimici-e ancora non ho capito come sia possibile che non corrucci nemmeno per un attimo la fronte-se non per cambiare posizione seguendo il movimento del sole(sì, lo so che è la Terra che si muove!) in perfetto stile girasole o se preferite come si fa quando si friggono le melanzane, prima da un lato e poi dall’altro. A un solo gesto la lucertola, variante VIP, non sa resistere, spruzzarsi di tanto in tanto un po’ d’acqua con l’apposito spruzzino, ma una domanda mi sono sempre posta: perché non concedersi una pausa dal sole direttamente in acqua?

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5. La bambina

I castelli di sabbia non sono per lei una metafora dei suoi eventuali fallimenti, sono proprio le costruzioni da spiaggia che tutti abbiamo fatto nell’infanzia con mamma e papà. Infanzia. Per lei non è un lontano ricordo, anzi. Al mare torna un po’ bambina e si diletta in una serie di giochi senza preoccuparsi minimamente del fatto di avere qualche capello bianco o le prime rughe sul viso. È l’immagine della spensieratezza e di quell’approccio fanciullesco alla vita (e alla vacanza) che mette di buon umore e qualche volta suscita un pizzico di invidia! Insomma, è proprio la tipa che resetta il cervello e si gode ogni istante della sua giornata al mare; le energie ovviamente non le mancano. Come ogni bambino che si rispetti, ha in dotazione pile speciali di durata infinita. La puoi scorgere a raccogliere le conchiglie come faceva “Flo, la piccola Robinson”, o a giocare in acqua, proporre giochi di gruppo o semplicemente una partita a carte o a bocce. Adora indossare pinne e maschera e si incanta a guardare i pesci, con i quali vorrebbe segretamente fare amicizia. Tenetevi assolutamente lontani da lei se non volete essere schizzati al mare: quanto più sarà dispettosa, tanto più lei si divertirà. Volete davvero vederla felice? Proponetele una lotta a cavalcioni in pieno mare o tentate di affogarla. Magari ve ne liberate anche!

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Vi do appuntamento alla prossima settimana per la seconda puntata dell’ “inchiesta” sulle tipe da spiaggia e……buon proseguimento di vacanza!

Qualche (tante) estate fa……

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17-18 anni fa. Non ricordo con precisione ma ad occhio e croce dovevo avere 16-17 anni. Capo Miseno, Lido La Florida. Un’estate come tante, un’estate fatta di giornate al mare con la mia famiglia senza andare in vacanza, godendoci quel poco che la città e le zone limitrofe ci offrivano. Arrivavamo in spiaggia al mattino presto e per ora di pranzo andavamo via. Il sole migliore, la tranquillità, il mare spesso pulito (all’epoca), gli ombrelloni a distanze umane. Poco, pochissimo, rispetto a tutto quello che gli altri intorno a me avevano, e per giunta sempre ottenuto con sacrificio, eppure anche allora sapevo essere felice e so che questo è uno dei motivi per cui oggi conservo la capacità di gioire delle piccole cose e di ringraziare sempre per quello che ho, per i luoghi che vedo, per le esperienze che faccio. Io e un giornale. E fa strano guardarla ora questa foto, proprio ora che il mio desiderio più grande sarebbe quello di essere una giornalista a tutti gli effetti. Lo ricordo come fosse ieri. Leggevo la pagina sportiva…all’epoca ero un’appassionata di calcio, una tifosa agguerrita del Milan e un’adolescente innamorata di Roby Baggio, il calciatore prima che l’uomo (non che i suoi stupendi occhi verdi mi lasciassero indifferente!). E una riflessione non posso non farla. Quanto ero carina! Quanto tempo ho sprecato a sentirmi brutta e inadeguata, come probabilmente tutte le adolescenti di tutto il mondo.
E quanta insicurezza mi sono portata dietro, quanto ha pesato per tutti i difficili anni che sono venuti poi. E’ bello guardarsi in una foto di tanto tempo fa e provare una tenerezza così grande verso se stessa, sapendo che qualche pezzetto di quella adolescente tanto intelligente ma così poco consapevole delle sue grandi qualità ancora fa parte di me……..
In ogni caso, orgogliosa del mio passato-perché la mia vita ho imparato a benedirla-e felice del mio presente!

Cinema. Ant-Man: il riscatto di un uomo attraverso le gesta di un supereroe-formica

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Mercoledì 12 agosto ha fatto il suo debutto nelle sale italiane Ant-Man, la “creatura” che segna in modo cruciale la cosiddetta fase 2 dell’Universo Cinematografico Marvel. Dirige la pellicola Peyton Reed, già regista di commedie quali “Yes Man” e “Ti Odio, Ti Lascio, Ti…”, realizzando un lavoro che, nel perfetto stile dei film Disney (la Walt Disney è proprietaria della Marvel), si configura come un classico film per tutta la famiglia. C’era grande attesa per il debutto del film dedicato al supereroe più scanzonato del colosso americano di fumetti, che segue il grande successo di “Avengers: Age of Ultron”.

Scott Lang (Paul Rudd), di professione scassinatore, tenta di dare una nuova piega alla sua vita non appena uscito di prigione, soprattutto per dare prova alla ex moglie e al suo nuovo compagno di meritare l’affetto incondizionato dell’amata figlioletta, Cassie. Ma si sa, la vita di un ex galeotto non è facile, così, dopo qualche tentativo, fallito, di lavorare onestamente, Scott accetta dall’amico Luis (Michael Pena) una proposta di “lavoro” degna della sua eccellente carriera. Dovrà infiltrarsi nella casa di un ricco anziano e rubare il contenuto di una cassaforte a prova di ladro. Quello che vi troverà, in apparenza una strana “tuta da motociclista”, è in realtà il “costume”  di un supereroe, Ant-Man: Scott sperimenterà l’avventura straordinaria di rimpicciolirsi assumendo le dimensioni di una formica, per poi ritornare alla realtà umana. Proprietario e custode della tuta è lo scienziato Hank Pym (Michael Douglas) che molti anni prima aveva scoperto le cosiddette particelle di Pym, particelle in grado di modificare le distanze tra gli atomi e quindi di consentire variazioni di dimensioni di materiale organico. Resosi conto della pericolosità della sua invenzione, Pym cerca di occultarla e di difenderla dalle grinfie di Darren Cross (Corey Stoll) ex pupillo, compagno della figlia Hope (Evangeline Lilly) e nuovo proprietario della super azienda fondata dallo stesso Pym. Hope infatti rivela al padre che Darren Cross, scoperte le particelle, ha creato una nuova tuta, “il calabrone”, è ad un passo dal riuscire a miniaturizzare l’uomo e a vendere al migliore offerente  il dispositivo a fini bellici, con i conseguenti catastrofici risvolti sugli equilibri politici del mondo. Pym individua in Scott Lang, assetato di riscatto, l’unico uomo a poter vestire (dopo averlo fatto lui in gioventù insieme alla moglie defunta) i panni di Ant-Man, infiltrarsi nell’azienda dove è custodita la tuta del calabrone e mettere fine ai piani sinistri di Cross. Il resto è tutto da vedere.

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Ant-Man, come dicevamo, è un film per tutti, senza le pretese di essere un film indimenticabile ma con tutti gli ingredienti per essere un film godibile, che risulta equilibrato sia nella forma che nei contenuti, con una trama discretamente strutturata. Ci sono la giusta dose di azione, effetti speciali, sentimenti, elementi di comicità, una moderata dose di suspense ed anche qualche spunto di riflessione, vedi il rapporto padre figlia nella duplice versione Lang-Cassie e Pym-Hope. Ant Man è un supereroe atipico, apparentemente inaffidabile e spesso inopportuno, ma è anche il prototipo del perdente che diventa un eroe, che si riscatta e riacquisisce la dignità che la vita sembrava avergli tolto. Come da marchio Disney in Ant-Man il confine tra bene e male è netto, senza possibilità di contaminazione tra i due mondi, ma forse la connotazione del “cattivo” Darren Cross avrebbe meritato qualcosa di più al fine di rendere più interessante lo scontro tra protagonista e antagonista. Meritano un accenno la brillante presenza di Douglas nel cast e l’incontro-scontro spassoso, durante il film, tra Ant-Man e Falcon (Avengers), a confermare ancora una volta la interconnessione tra i vari personaggi, elemento tipico dell’universo Marvel. Punto di forza del film senza dubbio è ammirare le gesta del supereroe in versione formica nel micro mondo degli insetti, tra “cavalcate” selvagge sotto terra o nelle tubature e voli spericolati. Non ci resta che aspettare il prossimo capitolo, già preannunciato in una scena extra a metà dei titoli di coda.

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Gioie e dolori di una 4^ di reggiseno

Estate. Voglia di vacanze, relax e frivolezza. Già vi vedo spalmate sui vostri lettini in spiaggia, a scattarvi selfie a raffica e a commentare gli album di foto delle vacanze dei vostri amici, rigorosamente immortalati nell’atto di addentare una bistecca, sciacquare il costume da bagno, in cima a una montagna o su un cammello, arenati sul bagnasciuga in modalità megattera. Per non parlare di quanto sentiate il bisogno, ne sono certa, dopo un anno all’insegna dello stress, di sgombrare la mente dai pensieri, leggendo post di Selvaggia Lucarelli o gossip alla Sandro Mayer. Ebbene, in questo tripudio di leggerezza, inseriteci, se vi va, anche queste mie chiacchiere.

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Dammi tre parole: mare, spiaggia, costume. Si fa presto a dire costume, si fa presto a dire bikini. Sì, perché l’acquisto del due pezzi è stato quasi sempre un evento traumatico della mia estate, così come quello del reggiseno in tutto il resto dell’anno. “Perché?”-forse si starà chiedendo qualcuno! Beh, perché una taglia quarta non ha propriamente vita facile. Almeno non io e soprattutto d’estate. E oggi ho proprio voglia di rivelarvi le ragioni per cui una donna con un decolleté-diciamo così-abbondante, non viva di sole gioie ma anche di dolori. Dite la verità, non avevate mai pensato alla possibile esistenza di un altro lato della medaglia “taglia di reggiseno”! Immaginavate la vita di una donna con delle belle curve anteriori come un’ oasi di prosperità, complimenti, femminilità e lei, la proprietaria del bendidìo, come la donna più invidiata tra le donne (vi smentisco subito, lo è quella che non deve sottoporsi alla ceretta!), come la più desiderata dal sesso maschile, per la serie “gli uomini preferiscono le bionde? No, gli uomini preferiscono le tette!”. Sì, è vero, e mi duole dirlo: un bell’aspetto, accompagnato da una quarta di reggiseno, è un’ottima presentazione-inutile far finta che non sia così-è molto meglio che sfoggiare un sorriso degno della Colgate Whitening o di una laurea alla Bocconi. Tristi verità.

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Bene, quali sono dunque gli effetti collaterali derivanti dall’avere una taglia quarta? Affrontiamo l’argomento nel modo più semplice possibile, ossia con una breve lista della spesa, sempre per venire incontro all’esigenza di non sforzare troppo la mente.

  1. Non tutti i reggiseno, così come non tutti i costumi, ti calzano a pennello.
    Che tradotto vuol dire che ci sono dei modelli off limits, che a indossarli faresti ridere anche i sassi: alcuni reggono l’aria fritta, altri ti schiacciano, con altri corri il rischio che le tue rotondità ti sguscino via da un momento all’altro. E con il costume i problemi aumentano. Devi preoccuparti di non essere indecente, di essere moderatamente comoda e soprattutto di evitare di rimanere nuda nel caso in cui il mare sia agitato e un’onda ti faccia il brutto scherzo di travolgerti. Non sono belle cose, vi assicuro. E per qualche strana ragione che ancora stento a comprendere, di solito la fantasia che mi piace di più è esattamente quella corrispondente a uno dei modelli sopra descritti, cioè quelli con cui risulterei oscena. Attenta alla coppa, scarta l’imbottitura, analizza la fascia, dosa il push-up. Ragazze, a volte è un inferno e tutto quello che vorresti è avere un paio di tette più facili da gestire!

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2. Non puoi indossare tutto quello che ti pare.

Simile al punto precedente, forse per alcuni aspetti più tragico. Se in lingerie ti vede “soltanto” il tuo ragazzo-tua madre tutt’ al più-e in costume ti guardano solo al mare, vestita ti guardano tutti, è impossibile sfuggire, soprattutto al giudice supremo, a te stessa. Così ti guardi e ti riguardi allo specchio e ti dici che “no, questa maglietta proprio non me la posso permettere” e a seguire tutta una serie di altri indumenti, troppo stretti, troppo trasparenti e così via. In più aggiungete che, se proprio volete saperlo, molti abiti li fanno su misura di chi porta la taglia 1 e così si restringe anche la possibilità di acquisto, per il beneficio della sola carta di credito e la frustrazione della povera maggiorata. E così guarderai con un pizzico di invidia la ragazza magrissima e pressoché piatta che è seduta di fronte a te in metro, che sfoggia una canotta bianca senza reggiseno senza risultare minimamente volgare, mentre lei, molto probabilmente, si sta domandando se tu non sia per caso a rischio esplosione! Si sa, si vuole sempre quello che non si ha!

P.S. Nicki Minaj non sembra farsi troppi problemi.

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3. Subisci puntualmente i commenti dell’uomo di Neanderthal.

È inutile, è come se non ne avessero mai viste altre prima delle tue, non possono fare a meno di dirti qualche volgarità-anche se sei sottobraccio a tua madre-incollarti i loro sguardi viscidi addosso-anche se indossi un maglione a collo alto-spalancare la bocca e fare il classico sguardo da triglia. E non è che il DOC (disturbo ossessivo compulsivo) riguardi solo la triade camionisti/muratori in pausa lavoro con panino alla mortadella/psicopatici ambulanti (con tutto il rispetto eh!); si tratta di una condizione che taglia trasversalmente la popolazione maschile (ovviamente con le dovute, rare, eccezioni) indipendentemente da stato sociale, potere d’acquisto, cultura generale. Imperativo: far finta di nulla. Forse all’epoca della clava funzionava così. E qualcuno evidentemente ha dimenticato di guardare avanti-anche perché troppo impegnato a guardare altrove.

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 4. È un problema contenerle quando fai sport.

Se corri, stai certa che loro correranno insieme a te-o meglio saltelleranno insieme a te-ed è una sensazione incredibilmente imbarazzante, oltre che essere di una scomodità enorme. Va leggermente meglio con gli sport acquatici o che prevedono una divisa: saranno così fasciate che dimenticherete di averle. Un bel corso di yoga? Non avete idea di quanto possano essere ingombranti durante la pratica delle “asana”, vi stanno sempre davanti, manco avessero paura che le abbandoniate! E se semplicemente passeggerete con un bel paio di scarpe tacco 12, sculettando moderatamente, le vostre amiche non si esimeranno dal dirvi che “arrivano prima loro e poi tu!”. Amiche…..

Ricordate quello che è successo alla Tatangelo a “Ballando con le stelle”?

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5. In fase premestruale diventano le tue peggiori nemiche.

La sindrome premestruale la conosciamo bene: siamo irritabili, cambiamo umore una ventina di volte al giorno, ci avventiamo su qualsiasi cosa ricordi lontanamente il cibo. Ma c’è un di più. Il seno è terribilmente dolente: si chiama tensione mammaria ed è una cosa del tutto normale. C’è solo un piccolo particolare. Se sei piuttosto ben dotata, non solo ti daranno tanto ma tanto fastidio, ma non riuscirai neppure a fare cose banali come stenderti su un fianco; insomma, ti sembrerà di possedere delle vere e proprie bombe a mano, faresti di tutto per disfartene il più velocemente possibile! E non oso immaginare gli effetti della gravidanza e dell’allattamento. Ma di quelli, forse, parleremo poi! Nel frattempo vi ricordo che vi basterà ingrassare di qualche etto perché aumentino di volume anche loro, di solito!
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E se avessi fatto cambiare idea a qualche lettrice che a settembre aveva voglia di ingrandire il seno con un bell’intervento di chirurgia plastica? Prontissima a fare mea culpa!

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Buono sfoggio di curve a tutte, qualsiasi taglia di reggiseno abbiate!

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Abbandonarsi un po’ alla propria debolezza.

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«Era la vertigine. L’ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere. La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa».

Milan Kundera – L’insostenibile leggerezza dell’essere

Per un bel po’ di tempo sono stata-e non ne vado affatto fiera-una specialista della vertigine, di questa ebbrezza di debolezza di cui scrive Kundera. Sì, perché nutrivo una paura paralizzante di esplorare dentro me stessa alla ricerca di ciò che mi procurava dolore e così, per non dover affrontare, per non dover cambiare, mi crogiolavo nel desiderio incessante della caduta. Meglio cadere, una, due, cento volte e rimanere tramortita, piuttosto che camminare e sentire la fatica, guardare indietro e desiderare fortemente di cambiare strada perché un giorno potessi finalmente imparare a guardare avanti. E poi, necessariamente, è venuto il tempo di dire addio a quella debolezza, per sentire la forza che sprigionava ogni piccola, infinitesimale parte di me, per troppo tempo mortificata ed intrappolata in una prigione dorata. Ci sono state dure lotte, combattimenti estenuanti, puntate avvincenti di una lunga guerra di cui sono stata la protagonista indiscussa. Di battaglie ne ho vinte tante e quelle che ho perso ho avuto il coraggio di giocarle e questa rimane la mia grande soddisfazione, il mio grande orgoglio.

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E allora ci sta, ci può stare che ogni tanto dopo questo gran lavorare, questo duro combattere per scucire la trama della mia vita e tesserne con gli stessi fili una nuova e più resistente-ma soprattutto solo ed esclusivamente a mia misura-io mi ritrovi qualche volta a lasciarmi andare. È difficile essere forti sempre. A volte ricordarsi di essere infinitamente deboli è un bene. Si rimane con i piedi ben piantati per terra. Cosa che se ti convinci di essere forte ed invincibile non riuscirai mai a fare ed è facile a quel punto volarsene via e magari non saper tornare più indietro. Stasera mi sento così. Stasera mi lascio andare alla mia debolezza. Stasera le fragilità sono più forti della mia volontà di sentirmi forte comunque e nonostante tutto. Stasera ho bisogno di cullarmi nella mia malinconia, quella che sottilmente ha sempre accompagnato la mia vita e che uno sguardo attento può cogliere nei miei occhi anche quando sorrido, anche quando tutto va bene. Stasera avevo bisogno di scrivere e forse per farlo dovevo rinunciare per un po’ alla mia corazza, per sentire i pensieri più vicini, l’anima più scoperta e il cuore più fragile. Stasera guardo pezzi di me che appartengono al passato e che sono rimasti esattamente nella posizione in cui li ho lasciati. Non fanno più male ma ne riconosco la presenza. Ogni tanto mi chiamano ed è solo una flebile voce quella che sento, troppo debole per distogliere la mia attenzione eppure abbastanza forte per essere udita, ancora.

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Stasera un po’ di passato ha bussato alla mia porta. Di solito la porta la lascio chiusa con il catenaccio. Stasera no, stasera non so bene perché, è stato più forte il desiderio, quella stupida ebbrezza, di aprirla. Anche solo per un attimo, anche solo un pochino.