Stragi di innocenti. Riflessioni.

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Che il mondo tutto viva un momento storico particolarmente critico è sotto gli occhi di tutti. Lo apprendiamo dalla carta stampata, dal web, dai telegiornali (quelli che ancora rimangono fedeli al dovere di diffondere notizie importanti e non solo le beghe della politica italiana o il gossip), dalla radio. Lo sentiamo sulla pelle, lo avvertiamo nell’inquietudine e nel senso di precarietà che accompagnano come un nemico invisibile e subdolo la vita di tutti i giorni, specie dei giovani, che in questo clima cercano di sviluppare le proprie identità, i propri obiettivi personali, di realizzarsi, di comprendere il loro ruolo nel mondo, di tessere relazioni umane. La vita a 360 gradi è permeata dall’incertezza dell’oggi quanto del domani, e ci si trova per giunta a fare ancora i conti con un passato che ha lasciato-ed è sempre più evidente-strascichi difficili non solo da superare ma anche da comprendere pienamente, passo indispensabile per capire le ragioni dello sfacelo che ci circonda.

Negli ultimi mesi si sono succedute vere e proprie stragi di innocenti, davanti alle quali abbiamo provato un senso disarmante di impotenza e sebbene ciascuna abbia “motivazioni” differenti, credo ci sia alla base una radice comune: un profondo e quanto mai violento smarrimento dell’umanità, rispetto al quale dobbiamo fare per forza di cose i conti.

Due sono le riflessioni-o se vogliamo domande-che sono scaturite dai fatti più recenti : le vite umane, agli occhi dell’opinione pubblica, hanno realmente tutte lo stesso valore? Abbiamo forse sviluppato una sorte di assuefazione alla morte, tanto da rimanerne scioccati per breve tempo, per poi riprendere le nostre vite come se niente di estremamente drammatico e preoccupante sia successo?

Gli attentati, prima alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi e poi al Museo del Bardo di Tunisi, l’agghiacciante suicidio-omicidio del copilota dell’ Airbus della Germanwings, Andreas Lubitz, che ha trascinato con sé verso la morte ben 250 persone, la strage di studenti cristiani nel campus universitario di Garissa (Kenya) e nelle ultime ore, nel nostro paese, il triplice omicidio avvenuto nel Tribunale di Milano. “Esempi” di atti che si collocano sulla sempre più sottile linea di confine tra la follia umana e la malvagità.

Rispetto alla prima questione, a mio parere l’atto terroristico contro la rivista francese di satira, tra queste tragedie, è stata quella che ha suscitato la maggiore attenzione e partecipazione emotiva, soprattutto sui social network (ci siamo sentiti tutti “Charlie”) che, volente o nolente, costituiscono uno specchio della società. Credo sia stato l’attacco al cuore dell’Europa e del suo stato più liberale per tradizione la vera ragione di un così grande clamore, piuttosto che la minaccia alla libertà di espressione e di stampa.

Probabilmente Tunisi, pur essendo così geograficamente vicina a noi e meta di sempre maggiori flussi turistici, è ancora considerata una realtà lontana nell’immaginario degli occidentali; eppure tra quei turisti, vittime dell’attentato, sarebbe potuto esserci ciascuno di noi, così come sull’aereo che, partito da Barcellona e diretto a Dusseldorf, si è schiantato sulle montagne francesi. Non ho potuto fare a meno di pensare che ancora siano troppi i condizionamenti culturali che influenzano il nostro modo di percepire la realtà e di dare peso ad una notizia piuttosto che ad un’altra, pur essendo l’elemento finale identico: la morte di innocenti.

Analogo discorso per gli studenti trucidati brutalmente in Kenya da milizie islamiche. Che sia una realtà troppo lontana quella africana? La totale indifferenza per le decine di guerre civili che si combattono ancora oggi nel “continente povero” mi fanno propendere per il sì.

Mi chiedo: possiamo veramente percepire come qualcosa che non ci appartiene fino in fondo la morte di 148 ragazzi, a prescindere che si tratti di cristiani, islamici, ebrei, buddisti o atei? Ragazzi come molti di noi, giovani impegnati per costruire la propria vita, il proprio futuro. Chi è scampato alla furia degli estremisti islamici di Al Shabaab ha visto morire amici e colleghi, si è nascosto come e dove ha potuto vivendo ore di terrore, ha finto di essere morto, ricoprendosi del sangue dei cadaveri vicini. Vivi, sì, ma probabilmente morti dentro.

Se fosse accaduto in un’università italiana, tedesca, francese, inglese, americana, questa tragedia avrebbe assunto una rilevanza diversa, inutile far finta che non sia così. Inutile gridare a forte voce durante le manifestazioni che “siamo tutti uguali”. Non lo siamo affatto. Come non lo sono tra di loro-e probabilmente non lo saranno mai-poveri e ricchi. Ci sono differenze che esistono sin dalla notte dei tempi e non sembrano per nulla essere sulla strada della risoluzione.

Il massacro di Garissa inoltre ha riacceso i riflettori, che troppo spesso rimangono del tutto spenti, sulla realtà sempre più drammatica del massacro dei cristiani che sta avvenendo ormai da anni nei paesi in cui la religione cristiana è una minoranza. Non sembra interessare a nessuno, tanto che di “silenzio complice” ha parlato anche Papa Francesco. Proprio così, il nostro silenzio, la nostra indifferenza verso ciò che accade nel mondo, che si tratti di religione o altro, contribuiscono a tingere di sangue vite umane, alimentano violenza, discriminazioni, atti di terrore, di fronte ai quali poi rimaniamo attoniti, come se ne fossimo solo spettatori. Ecco perché prima scrivevo che probabilmente ci siamo assuefatti alla violenza, ad ascoltare notizie tragiche, che occupano i nostri pensieri per qualche giorno per poi evaporare e forse è anche per questa ragione che la vicenda di “Charlie” ha suscitato una così grande partecipazione: ha avuto la “fortuna”(perdonatemi l’espressione) di essere stata la prima di una serie di tragedie in successione. Più continuano ad accaderne, più voltiamo rapidamente pagina.

È vero, siamo umani e fragili, abbiamo bisogno di evadere, ma forse è proprio questo l’obiettivo di tanta violenza concentrata nei nostri giorni: renderci insensibili ad essa, fino ad accettarla passivamente come una condizione ineluttabile, con la quale imparare a convivere alla meglio.

http://www.mygenerationweb.it/201504112367/articoli/agora/dal-mondo/2367-stragi-di-innocenti

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2 pensieri su “Stragi di innocenti. Riflessioni.

  1. pp56 ha detto:

    È vero, i morti non sono tutti uguali. Ma è pur vero che la società stia involvendo drammaticamente sul fronte dei valori. Il problema di fondo è l’egoismo dilagante, acuito dalla crisi economica, dalla disoccupazione, dall’instabilità politico-amministrativa. Dal futuro incerto! Se fossimo di più, ad avere la tua sensibilità così da elevare tutti insieme un “grido di dolore” che tutti i potenti della Terra potessero udire! E che potessero temere. Grazie di aver condiviso le tue riflessioni.

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