Nessuno mi può giudicare!

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Ciascuna donna, così come ogni uomo, indossa gli abiti nei quali si sente maggiormente a proprio agio in ciascuna occasione, con i quali si piace o si sente più sicura di sé. Il corpo e di conseguenza ciò che lo riveste, rappresenta il mezzo attraverso il quale, in primis, si stabiliscono le relazioni umane; ne va di conseguenza che l’abbigliamento sia estremamente importante per sentirsi pienamente parte della società in cui si vive, del mondo.

Proprio per questo è indispensabile guardare agli altri sempre con la giusta dose di spirito critico, senza lasciarsi andare a frettolose e superficiali considerazioni, soprattutto di carattere morale. Potremmo dire, come un famoso proverbio, che “l’abito non fa il monaco”. Sarebbe un grave errore-ammettiamolo, lo abbiamo fatto tutti almeno una volta nella vita-cercare di definire una persona sulla base del suo aspetto fisico, di come veste, del fatto che segua o meno le mode correnti.

Così, affermare che una donna sia una poco di buono o al contrario l’angelo del focolare a seconda della lunghezza degli abiti che indossa e quindi dei centimetri di carne che lascia scoperti o che copre, è grave quanto affermare che una donna che veste in modo provocante sia la responsabile, almeno in parte, di un’eventuale violenza sessuale. “Ma come va vestita in giro? Che poi non si lamenti se qualcuno la infastidisce o peggio ancora se viene violentata!”. Non è per nulla inusuale ascoltare commenti del genere e non solo da parte di detestabili donne in dentiera o in perenni mise da lutto, né tantomeno solo da uomini arrapati fino al midollo. Sono anche le stesse donne, giovani e adulte, non fa distinzione, ad avere questa visione retrograda, che professa l’equivalenza tra tipologia di abbigliamento e principi morali. Con queste riflessioni non sto negando che vi siano luoghi o circostanze in cui sia consigliabile un abbigliamento adeguato. Nessuna di noi sognerebbe di presentarsi ad un colloquio di lavoro con shorts ed infradito o ad un funerale con un abito paillettato (o almeno mi auguro!). Allo stesso modo, secondo quale “metro” di misura (è proprio il caso di dirlo e in seguito capire il perché!), una donna che ama indossare abiti che nulla lasciano intravedere del proprio corpo sia per definizione una donna dai principi morali integri o debba essere considerata priva di femminilità, non attraente, non disposta a relazionarsi positivamente con l’altro(o il proprio) sesso? Eppure, ancora oggi, le donne soprattutto continuano ad essere bersaglio di giudizi più che superficiali solo ed esclusivamente in virtù del proprio abbigliamento, con conseguenti ripercussioni nella vita sociale, lavorativa, affettiva. Troppo riduttivo guardare una persona ed inserirla in una categoria, escludendo tutte le sue qualità umane, troppo facile assegnare un’etichetta, come se si trattasse di un capo di abbigliamento.

A tale proposito, negli ultimi mesi sta spopolando sul web una campagna chiamata “A Woman’s Worth”, divenuta virale, che ha il seguente slogan: “Non misurare il valore di una donna dal suo abbigliamento”. Ad idearla e realizzarla è stata l’artista tedesca Teresa Wlokka che, insieme agli studenti della Miami AD School di Amburgo, ha creato tre immagini, estremamente evocative e provocatorie, che raffigurano le parti del corpo femminile più comunemente sessualizzate accanto ad un metro.

All’inizio la campagna era stata erroneamente associata al nome di “Terre Des Femmes”, un’organizzazione svizzera no profit che opera nel campo dell’uguaglianza di genere, che ha subito  smentito, pur dichiarandosi a sostegno dell’iniziativa, quando la campagna è stata accusata di aver plagiato un progetto analogo del 2013, chiamato “Judgments”. Quest’ultimo, infatti, proponeva immagini e riflessioni simili a sottolineare l’importanza di suscitare riflessioni critiche sull’argomento, evidentemente ancora molto attuale.

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In base all’altezza dei tacchi, alla lunghezza delle gonne e alla profondità della scollatura, le donne vengono etichettate con i seguenti aggettivi: puttana, sgualdrina, “in cerca di quello”-chissà a cosa si staranno riferendo?- sfacciata, una che stuzzica, noiosa, all’antica, pudica o meglio santarellina. Solo 8 aggettivi. Piuttosto pochi per definire un qualsiasi essere umano, non vi sembra? Eppure, sono gli stessi 8 aggettivi che chissà quante volte ci sono stati attribuiti senza che noi lo sapessimo, anche se molto spesso è facile percepirlo dagli sguardi che ci sentiamo incollati addosso, “spermatozoici”, come li definisce un amico.

 Ma anche noi donne, se ci guardiamo con un pizzico di onestà, possiamo riconoscere di aver istintivamente utilizzato lo stesso metro di giudizio quando ci siamo lasciate andare ad una considerazione superficiale su qualcuna che non ci era propriamente simpatica( il capo? l’amica che ci ha tradita? La ex del nostro compagno?)! E allora, iniziamo a dare il buon esempio e auguriamoci di non essere più considerate come una grandezza fisica da misurare, ma esseri umani meritevoli sempre e comunque di rispetto, di valutazioni che esulino dal nostro abbigliamento e della libertà di indossare ciò che desideriamo senza per questo essere un fin troppo facile bersaglio. Lasciamo agli ignoranti considerazioni di altro genere: in ogni caso loro non capirebbero!

http://www.mygenerationweb.it/201504022349/articoli/agora/al-femminile/2349-nessuno-mi-puo-giudicare

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