Cinema. “Mia Madre”: Il nuovo film di Nanni Moretti

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Lo scorso giovedì 23 aprile Nanni Moretti ha presentato al cinema Modernissimo il suo ultimo lavoro cinematografico, Mia Madre, con due proiezioni alle ore 18:00 e alle ore 21:00 che hanno registrato il tutto esaurito e, come lo stesso regista romano ha sottolineato, la presenza di un pubblico giovane. Al termine di entrambe le proiezioni si è tenuto un vivace dibattito con gli spettatori presenti in sala, che è stato l’occasione per riflettere su alcuni aspetti del film e per mostrare 7 scene inedite escluse dal montaggio finale e due videoclip registrati sul set.

Nanni Moretti ritorna dunque dietro la macchina da presa per dirigere il suo dodicesimo film in cui, dopo La Stanza del Figlio affronta nuovamente il tema della malattia e della morte, seppure in maniera diversa. Il dolore straziante e paralizzante per la morte improvvisa del figlio nella pellicola del 2011 si trasforma nell’ultimo film in un’inadeguatezza quasi adolescenziale dell’adulto di fronte soprattutto alla malattia e in ultima istanza alla morte del genitore, della madre nello specifico. Traendo più di uno spunto proprio dalla vicenda umana di sua madre, Nanni Moretti costruisce una storia che ruota intorno alla figura di Margherita, interpretata dall’omonima Buy, che si trova costretta ma del tutto impreparata ad affrontare la malattia della madre.

Margherita, in cui Moretti proietta evidentemente se stesso, è una regista impegnata sul set di un film in cui, pur di sfuggire all’incapacità di  raccontare relazioni umane e parlare di qualcosa che senta parte della sua vita, affronta per l’ennesima volta nella sua carriera una questione sociale, tanto attuale quanto lontana dal suo mondo. Si tratta dell’occupazione di una fabbrica da parte dei suoi dipendenti sull’orlo del licenziamento, dopo la vendita della stessa ad un imprenditore americano, magnificamente interpretato da John Turturro. Margherita è una donna insicura tanto nel lavoro quanto nelle relazioni affettive: sul set appare impacciata, quasi non all’altezza del compito, cercando da un lato continuamente l’appoggio e il consenso dei suoi collaboratori e dall’altro di comunicare in modo goffo agli attori le sue richieste.

Pur non essendo perfettamente chiaro neanche a sé il significato della sua richiesta, lei vorrebbe che i suoi attori non si fondessero completamente con il personaggio ma si mantenessero a qualche ideale centimetro di distanza per osservarsi dall’esterno, che conservassero cioè la propria identità di attori. È la stessa richiesta che Nanni Moretti fa ai suoi attori, come egli stesso afferma nel corso del dibattito. Sul piano affettivo Margherita è altrettanto insicura, costruisce barriere che la pongono in una posizione di difesa e di estraneità rispetto agli altri, all’esterno da sé, che si tratti indifferentemente del compagno, della figlia, della madre. Accanto a lei ad affrontare l’ospedalizzazione e la malattia della madre, c’è suo fratello Giovanni, interpretato da Nanni Moretti.

Il regista sveste i panni di sé stesso per indossare quelli di un personaggio per lui insolito: un uomo centrato, accudente, affidabile, che faccia da contraltare alla figura a tratti nevrotica e del tutto disgregata di Margherita, che le faccia insomma da angelo custode. Le vite dei due figli, seppure in modo differente, sono profondamente scosse dalla precarietà di vita che ha investito la madre, una straordinaria Giulia Lazzarini, professoressa di lettere in pensione, amatissima dai suoi ex alunni, come lo era del resto la madre napoletana di Nanni Moretti. Margherita barcolla sempre più affannosamente tra le cure da dedicare alla madre, rifiutando peraltro l’idea che le resti poco da vivere e provando invano a manifestarle un affetto che rimane trattenuto, il rapporto con la figlia, che ha difficoltà scolastiche e le riprese del film. La sua inadeguatezza nell’affrontare le circostanze difficili della vita, che assumono il carattere quasi di un accanimento, trova piena dimostrazione nella fuga di Margherita dalla sua casa allagata verso il porto più rassicurante della casa materna.

A complicare il lavoro della regista vi è la presenza sul set di un attore americano che, oltre ad essere del tutto fuori dagli schemi, non è in grado di memorizzare le proprie battute e registrare le scene, la cui realizzazione diventa  perciò estenuante. È John Turturro, come dicevamo, a dar vita a questo personaggio esilarante, bizzarro, che, solo alla fine del film, dopo essere stato quasi ridicolizzato, si riscatta, acquistando un’inattesa dignità.  Certamente il “ruolo” di Turturro e del suo personaggio nel contesto del film è quello di smorzare il tono drammatico, non tanto per il tema affrontato quanto per l’instabilità emotiva della protagonista, che a tratti diviene angosciante. L’alternarsi, volutamente non ben definito, tra scene di vita reale, ricordi, incubi e proiezioni mentali, la presenza sullo stesso piano di stati d’animo e preoccupazioni sono l’espediente registico attraverso cui Moretti restituisce al pubblico la condizione confusionale di Margherita, che si trova costretta infine ad accettare quella realtà dalla quale aveva sempre cercato una via di fuga e che prende forma negli ultimi giorni di sofferenza della madre.

La  reazione di Giovanni è alquanto inaspettata rispetto alla calma apparente che mostra, in quanto decide di lasciare il suo lavoro dopo un periodo di aspettativa: anche lui, a suo modo, è profondamente turbato dalle vicende familiari, tanto da mettere in discussione le scelte fatte e la sua intera esistenza. Anche la sua dimensione di adulto è nettamente scricchiolante. Non possiamo non notare inoltre un parallelismo o meglio un contrasto che Moretti sottolinea rispetto al tema del lavoro: da un lato la possibilità di un professionista di rinunciare alla sua attività e al suo guadagno, dall’altro la lotta degli operai per difendere il proprio lavoro. All’immaturità degli adulti fa quasi da contrasto la maturità della figlia di Margherita, Livia (Beatrice Mancini) che, pur essendo nel pieno conflitto adolescenziale, è colei che vive la malattia e la morte della nonna tanto amata nella maniera più “sana”: la scena in cui si sveglia nel cuore della notte allo squillare del telefono e piange nel sentire che la nonna è finita è tra le più toccanti e realistiche del film.

“Mia madre” si conclude con un primo piano su Margherita Buy, il cui volto esprime in un attimo un turbinio di emozioni contrastanti: amore, tenerezza, perdita, smarrimento delle proprie radici e quindi della sicurezza. In definitiva Nanni Moretti realizza un film che rappresenta un ulteriore elemento di evoluzione nella sua carriera artistica e in cui l’elemento di maggiore risalto, come lo stesso regista ha affermato durante il dibattito, è la contrapposizione tra la solidità della trama, che procede attraverso elementi di certezza-malattia, angoscia, morte-e la totale destrutturazione della sua protagonista.

L’articolo è pubblicato su “Napoleggiamo” al seguente indirizzo:

http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=16466

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Pensavo fosse amore invece era un calesse….

Prendo in prestito il titolo di un famoso film del mio concittadino e compianto regista Massimo Troisi….

“Pensavo fosse amore, invece era un calesse”…..

…..che doveva portarmi sino a qui, tra salite e discese, strade sterrate, curve e qualche strapiombo, percorrendo gli antri più bui del mio passato, col cuore in gola, i brividi sulla pelle, il tremore delle mani e dell’anima, tra illusioni di felicità e delusioni brucianti, tra sorrisi ingenui e lacrime salate. Fino a qui. A rivedere il significato della parola AMORE. E sia benedetto ogni attimo di questo lungo ed entusiasmante cammino.

Buona ricerca dell’AMORE a tutti voi. Che sia un amore autentico, pieno e libero, che sia un amore vero!

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New Logo!

È solo la prima ma la più bella di alcune novità de Il PuntoV, che è in fase riorganizzativa!

Un nuovo logo realizzato apposta per me da un “grafico di razza”, Davide Serio!

Spero vi piaccia almeno la metà di quanto è piaciuto a me, che me ne sono innamorata a prima vista. Ve l’avevo già detto vero che io ci credo all’amore a prima vista? Beh! questa è solo l’ennesima conferma!

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“Eppur si muove: vento di cambiamento in passerella – II^ Parte

Nella prima parte dell’articolo abbiamo fatto un excursus attraverso le contraddizioni esistenti nel mondo della moda e abbiamo riflettuto sull’influenza che il mondo patinato delle passerelle ha sull’immaginario, soprattutto della donna, in termini di canoni di bellezza, influenzando in maniera netta la percezione della propria immagine. Vi ho anticipato anche quali sono le novità sulle passerelle. Non parlo di nuove collezioni e tendenze, ma di qualcosa di più importante. Solo modelle perfette, taglia 40, strafighe e da invidiare? Assolutamente no. Donne normali, donne che rappresentano tutte le donne, finalmente, indipendentemente dalla taglia, dallo stato di salute, dall’essere madri e perfino dall’identità sessuale. A questo punto non ci resta che entrare nel dettaglio delle principali “rivoluzioni”!

Di curvy abbiamo sentito parlare moltissimo. Ha fatto scalpore nei mesi scorsi la scelta del calendario Pirelli di avere come testimonial la rotondissima e bellissima Candice Huffine, a dimostrazione che non solo magrezza è sinonimo di bellezza da copertina. E, ancora a proposito di curvy, dopo che il brand americano più famoso di lingerie ha dovuto affrontare la polemica sollevata dalle tre studentesse inglesi-che non si sentivano adeguatamente rappresentate dallo slogan Perfect Body-Victoria’s Secret è stato anche il bersaglio della campagna #ImNoAngel, promossa da Lane Bryant, produttore di intimo plus-size. La stessa Candice Huffine, insieme ad altre modelle dalle curve prosperose, di taglia rigorosamente superiore alla 44, hanno posato in lingerie invitando le donne a scrivere l’hashtag relativo alla campagna con rossetto rosso su uno specchio e a fotografarlo per diffondere sempre più l’idea che le donne siano belle a prescindere dalla taglia.

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Molto più di impatto, a mio avviso e di grande significato socio-culturale, l’apertura del mondo della moda a realtà di malattia: da un lato la sindrome di Down, che sappiamo essere una condizione tanto frequente quanto grave, dall’altro la vitiligine, una semplice patologia cutanea nella quale aree più o meno estese del corpo sono prive o quasi di melanina, per cui la pelle assume un colore molto più chiaro del normale, con grande disagio estetico e psicologico.

Jamie Brewer è la prima modella Down della storia. Ha sfilato in un prestigioso evento newyorkese, tra l’altro dopo aver recitato ed essere diventata popolare nella serie televisiva American Horror Story, a dimostrazione che oggi la malattia non necessariamente esclude una persona da quelle attività che sino ad ora sono state riservate alle sole donne sane. L’esplosiva Jamie è diventata un vero e proprio simbolo non solo per tutte le donne con disabilità ma anche per tutte coloro che per i più svariati motivi hanno un cattivo rapporto con sé e la propria immagine. La stessa Jamie ha affermato: “”Se posso farcela io, può farcela chiunque; sento il supporto delle altre donne. Io mi mostro come sono e questo è d’ispirazione per loro. Mi sento molto onorata”.

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E tanto successo sta riscuotendo anche Chantelle Harrow, modella diciannovenne affetta da una forma molto estesa di vitiligine, che interessa cioè tutto il corpo: per giunta, essendo Chantelle di colore, il contrasto cromatico è più evidente. Eppure, fiera di sé e consapevole della propria bellezza, è stata in grado di trasformare la sua imperfezione in una caratteristica di unicità, spesso un miraggio nel mondo della moda. L’ironia realizzata nel servizio fotografico attraverso la contrapposizione bianco/nero ha fatto il resto!

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Non possiamo che fare a queste due donne speciali una standing ovation e prendere esempio da loro ogni qual volta, guardandoci allo specchio, passiamo del tempo a lamentarci di peso, imperfezioni e chi più ne ha più ne metta, perché, diciamocelo, noi donne siamo grandi campionesse quando si tratta di trovare in noi stesse dei difetti. Ahhhhh, l’insicurezza!

E non finisce qui! Andiamo ben oltre, dove era assolutamente impensabile arrivare. Sulla scia dell’esempio di Jillian Mercado, fashion blogger affetta da distrofia muscolare, che è diventata l’anno scorso testimonial per Diesel (campagna We Are Connected #DieselReboot), numerose sono state le sfilate di moda “aperte” a bellissime donne disabili, così come a uomini con arti artificiali). L’ultimo evento ha avuto luogo il 15 febbraio al Lincoln Center durante la New York Fashion Week 2015 con il nome di FTL Moda Loving You, organizzato in collaborazione con la Fondazione Vertical, che si occupa della sensibilizzazione sul tema delle lesioni spinali. Quanta forza e voglia di mettersi in gioco hanno dimostrato queste donne con la D, quanto abbiamo da imparare da loro, quanta forza possono aver tratto donne nella stessa condizione e nella più totale invisibilità!

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Ma veniamo alle super mamme di Dolce e Gabbana! Chi l’ha detto che una mamma non possa sfilare in passerella? Può mai l’aver avuto un figlio essere sinonimo di decadimento fisico o perdita della femminilità? Anzi, è del tutto il contrario. La gravidanza è il tripudio della femminilità e non sto dicendo, al contrario, che una donna che non abbia un figlio non sia altrettanto donna, le cosiddette “child-free” (anche se è un’espressione che non tollero) potrebbero linciarmi! Bene, la mitica coppia di stilisti, ha fatto sfilare mamme insieme ai loro bimbi e la stupenda Bianca Balti con il suo pancione di 6 mesi: inevitabile la commozione per la bellezza e l’unicità di questo evento. Le note sulle quali le modelle hanno sfoggiato i capi? Ovviamente quelle di “Viva la Mamma” di Edoardo Bennato.

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E raggiungiamo il top del top. Se nel lontano 1996 fece scalpore per il colore della pelle l’elezione di Denny Mendez come Miss Italia, oggi fa notizia ammirare sulla copertina, niente popò dimeno di Vogue, Andreja Pejic. Chi è? È la prima modella transgender della storia e scusate se è poco! Nel 2011 aveva sfilato come modello meritando, per il suo aspetto androgino, l’appellativo di “più bel ragazzo del mondo”. L’anno scorso ha annunciato la sua decisione di sottoporsi ad interventi per la rassegnazione chirurgica del sesso e oggi ritroviamo la 23enne australiana sulla copertina della più importante rivista di moda e come nuovo volto di Make Up Forever. Credo non ci sia bisogno di aggiungere altro.

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Insomma, nel mondo della moda qualcosa e forse di più sta realmente cambiando. Non resta che augurarci che la stessa apertura a differenti tipologie di bellezza, ciascuna con la propria unicità, si realizzi concretamente, rendendo tutte noi libere dall’ossessione della bellezza stereotipata e dall’incubo della bilancia. Non possiamo pretendere di piacere a tutti a tutti i costi, l’importante è piacere a noi stesse!

Il Punto V ne è una convintissima sostenitrice e si augura lo siano anche le sue lettrici ed i suoi lettori.

L’articolo è pubblicato su MYGENERATIONWEB al seguente link:

http://www.mygenerationweb.it/201504232396/articoli/agora/al-femminile/2396-eppur-si-muove-vento-di-cambiamento-in-passerella-ii-parte

Libri: Global Gay di Frèdèric Martel, uno sguardo sulle diverse realtà gay nel mondo

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Ieri, 20 aprile, a partire dalle 19:00, si è tenuto presso l’Institut Français di Napoli (Via Crispi 86) un evento letterario di grande valore socio-culturale, che ha avuto come tema la questione gay nel mondo. L’occasione è stata la presentazione del libro Global Gay di Frèdèric Martel, scrittore e giornalista d’inchiesta francese classe 1967, reduce dal successo di “Mainstream. Come si costruisce un successo planetario e si vince la guerra mondiale dei media”. L’incontro conclude la rassegna “Poetè – Letture poetiche (e non solo) infuse di teina” (che ha sede ordinaria al Chiaja Hotel de Charme) giunta quest’anno alla 6^ edizione, sotto la direzione artistica di Claudio Finelli, che ha moderato l’incontro di ieri con Martel. All’incontro, svoltosi alla presenza del console francese Christian Thimonier, ha preso parte anche l’attrice Cristina Donadio-prossima protagonista femminile di Gomorra – La Serie 2, che ha dato voce ed anima ad alcuni brani tratti da Global Gay. Come il direttore dell’Institut Français di Napoli ha tenuto a precisare all’inizio, quella di ieri è stata l’occasione per riflettere non solo sui diritti dei gay in un mondo sempre più globalizzato, ma più in generale sui diritti umani, ponendo anche l’accento sulla sensibilità che in questi anni ha mostrato il “Grenoble” rispetto al tema dell’omosessualità e della cultura trans.

Cristina Donadio

Cristina Donadio

Global Gay è un libro di inchiesta, è il frutto di numerosissime esperienze dirette dell’autore in molteplici aree del mondo, circa 40 paesi, dagli Stati Uniti alla Russia, dalla Cina al Medio Oriente e all’Africa, nonché dell’incontro e del confronto con decine e decine di persone in ciascuno di questi, tanto persone comuni quanto attivisti che lottano per l’affermazione dei diritti dei gay, rischiando ancora oggi in molti casi la propria vita. L’idea sostenuta è che, pur essendo in piena globalizzazione, in termini di questione dei diritti gay sia più corretto affrontare il tema considerando singolarmente le differenti realtà geografiche, troppo diverse le une dalle altre in termini politico-economici e specialmente socio-culturali, piuttosto che analizzare la questione gay presupponendo l’esistenza di un’omogeneità e in questo senso il titolo del libro “Global Gay” può quindi essere fuorviante. Alla globalizzazione va sicuramente il merito, soprattutto grazie ai nuovi media, internet e social networks, di consentire alle comunità gay di tutto il mondo di riconoscersi in alcune importanti rivendicazioni, come sottolinea Finelli e di costituire una forza propulsiva a livello mondiale, globale, che oggettivamente sta trasformando la “questione gay” in tutto il mondo. Così, pur essendo molti simboli ormai universali per i gay, basti pensare alla bandiera arcobaleno, il “coming out”, il Gay Pride, Milk, il film Brokeback Mountain, Ricky Martin, la situazione è troppo differente nei vari paesi del mondo per essere affrontata in maniera globale: ecco che sarebbe più corretto parlare di “Local Gay” piuttosto che di “Global Gay”.

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Proprio rispetto alle differenti realtà da considerare, Martel individua tre macroaree: la prima, racchiusa nell’ampia definizione di Occidente, comprendente gli USA, l’Europa e larghe aree dell’America Latina (soprattutto Argentina, Uruguay, Brasile, Messico), una seconda comprendente Russia, Cina ed India, con diverse sfumature-essendo paesi molto vasti-ed una terza nella quale possono essere inseriti numerosi stati africani e medio-orientali. Nel primo, il “nostro mondo” si sta passando dalla penalizzazione e criminalizzazione dell’omosessualità a quella dell’omofobia: il simbolo di questa evoluzione secondo Martel è il Presidente degli USA, Barack Obama che, a poche settimane dalle elezioni presidenziali, si dichiarò in prima persona favorevole al matrimonio tra persone dello stesso sesso, correndo un grosso rischio rispetto alla possibilità di essere rieletto e successivamente inserì la questione gay nella più ampia lotta per i diritti civili.

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Nel secondo mondo, definito dallo scrittore quello “dell’omofobia fredda”,  non vi sono leggi restrittive, tuttavia i pregiudizi limitano ancora ampiamente la libertà dei gay e soprattutto quella degli attivisti pro-gay, che addirittura in alcuni casi non hanno accesso ad impieghi pubblici. In questa macroarea, comunque, si inseriscono realtà molto differenti, che risentono anche delle diverse possibilità economiche e del livello socio-culturale individuali. Nella terza area, quella “dell’omofobia calda”, vi sono, tra gli altri, paesi che prevedono ancora la pena di morte per i gay; si tratta di paesi islamici, 8 per la precisione: Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti, Yemen, la parte settentrionale della Nigeria e del Sudan, Mauritania, e alcune regioni della Somalia. Se quindi, nei paesi occidentali l’attuale sfida è raggiungere la piena affermazione dei diritti degli omosessuali e sostanzialmente ottenere il riconoscimento del diritto al matrimonio, gli interventi più urgenti riguardano le aree dove l’omofobia è ancora una realtà drammatica, fatta di limitazioni, condanne sommarie, morte. E a tale proposito l’autore sottolinea l’importanza di individuare interventi che siano realmente di sostegno e di divulgazione mediatica che non cadano quindi nella possibilità di inasprire il problema e di aggravare maggiormente le condizioni di vita dei gay.

Al termine della presentazione c’è stato anche il tempo per un dibattito con il pubblico, con interventi, tra gli altri, del Presidente di Arcigay Napoli, Antonello Sannino e di Paolo Valerio, ordinario di Psicologia Clinica presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Federico II di Napoli. L’incontro letterario è stato quindi un’occasione preziosa per osservare dal di dentro e in maniera trasversale la realtà ancora spesso misconosciuta del mondo gay, non senza i consueti riferimenti critici al ruolo delle religioni ed uno sguardo tipicamente francese rispetto alla situazione italiana.

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“Eppur si muove”: Vento di cambiamento in passerella – I^ Parte

Non me ne voglia Galileo Galilei per essermi concessa la libertà di usare, fuori da un contesto scientifico, la frase con cui-secondo la tradizione-egli sostenne di fronte al Tribunale dell’Inquisizione la Teoria Copernicana. “Eppur si muove”: lo scienziato toscano si riferiva al moto della Terra intorno al Sole (sempre meglio ricordarlo, non si sa mai!), io mi riferisco a quel timido ma percettibile vento di cambiamento che da un po’ ha iniziato a soffiare sul mondo delle passerelle, ripulendole un po’ dalla polvere che si è accumulata in anni e anni di staticità.

Sì, parliamo di moda e di sfilate, del tempio della perfezione-o di quella che ci viene proposta dall’alto come tale-di una realtà tanto patinata quanto discussa. Non sono solo gli stilisti e le modelle sotto i riflettori, ma lo sono finalmente le passerelle stesse, che sono sempre più frequentemente oggetto di critiche, in quanto considerate come lo specchio di una realtà quasi inesistente, che non parla a tutti, ma solo ad una fascia ristrettissima di donne soprattutto e qualche volta di uomini. Tralasciando l’inaccessibilità in termini di possibilità economica di acquisto dei capi soprattutto dell’haute couture (“alta moda”) ma anche del pret à porter (“pronta da indossare”-mi chiedo per chi!), che meriterebbe una riflessione a parte, voglio concentrare l’attenzione sull’esistenza di un gap, apparso sino ad oggi incolmabile, tra le passerelle e la realtà autentica di coloro che gli abiti li comprano e li indossano nella vita quotidiana.

La “moda” ci presenta in passerella delle proposte-diciamo così-di abbigliamento, secondo dei canoni che più o meno tutte noi sentiamo troppo lontani da ciò che siamo realmente, specialmente per il modo in cui queste proposte arrivano ai nostri occhi, condizionando fortemente il nostro modo di percepirci. Se non fosse chiaro mi sto riferendo a quelle statue viventi che chiamiamo modelle.

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Per carità, in molti casi non è altro che un piacere vederle sfilare per bellezza, portamento, personalità, stile, così come è un piacere per gli occhi ammirare vere e proprie creazioni di artisti più che comuni abiti: mi vengono in mente Valentino, Versace, Armani, giusto per tenere alta la bandiera del “made in Italy”. E accanto a loro le immagini di donne che sono diventate delle vere e proprie icone: Twiggy, Brooke Shields, Cindy Crawford, Claudia Shiffer, Noemi Campbell, Eva Herzigova, Linda Evangelista, Helena Christensen, Carla Bruni, Carol Alt, Elle Macpherson, Kate Moss, Milla Jovovich, Laetizia Casta, Adriana Lima, Heidi Klum, Bar Rafaeli, Bianca Balti, Gisele Bundchen. La lista della “perfezione” è chiusa in bellezza dalla modella brasiliana, icona degli anni 2000, che proprio in questi giorni ha dato l’addio alle passerelle direttamente dalla San Paolo Fashion Week.

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La maggior parte di questi nomi, e senza dubbio l’ultimo, sono legati sì ad una bellezza non ordinaria, irraggiungibile forse, ma anche all’armonia delle curve, alla femminilità, alla prorompenza, che restituiscono un’immagine di donna prima di tutto in salute. Per cui non credo assolutamente che modella sia sinonimo di magrezza al limite della malattia e pertanto non mi sento di demonizzare il mondo delle passerelle, come molti fanno. È pur vero che moltissime altre modelle, non a caso non divenute famose, con le “bonissime” elencate sopra non hanno nulla a che vedere: corpi quasi scheletrici, visi emaciati, spesso esaltati da make up e acconciature furbamente studiate. Sembra si reggano in piedi solo col vento a favore. Fin troppo oggetto di discussione la pericolosità del messaggio che passa e che trova un terreno fertile nelle donne (ma anche negli uomini) che vivono condizioni di disagio personale tali da condurre allo sviluppo di pericolosissimi disturbi della sfera alimentare.

Ha fatto scalpore in questo senso, suscitando l’indignazione soprattutto su web, l’immagine della modella sedicenne Lulu Leika Ravn Liep, evidentemente anoressica, apparsa sulla copertina di Cover Magazine (famoso giornale danese).

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La direttrice della rivista, Malene Malling, non ha potuto esimersi dalla richiesta pubblica di scuse con le seguenti parole: “Nessuno deve pensare che ciò che è successo passerà inosservato, mi auguro che non ricapiti mai più. Mi scuso”. Attualmente solo in Israele è prevista una legge che vieta “l’utilizzo” di modelle anoressiche, stabilendo come limite un BMI (Indice di massa corporea) di 18.5, che è tuttavia già al di sotto dell’intervallo di normalità (20-25 Kg/m2). Recentemente in Francia il deputato del Partito Socialista e medico Olivier Vèran ha presentato un emendamento al progetto di legge sulla Sanità, con il quale si chiede proprio che modelle troppo magre non sfilino in passerella né sia usata la loro immagine per campagne pubblicitarie, con sanzioni che vanno da multe a un periodo di reclusione.

Ben più vasta, comunque, è la platea di donne che è influenzata negativamente dal mondo della moda rispetto al proprio stile di vita, con conseguenze quali un ossessivo ricorso a diete restrittive, palestra e ricorso a pericolosi farmaci con effetto dimagrante (vedi amfetamine), pur di raggiungere un’immagine soddisfacente, pur di risultare “adatte” a esporsi in pubblico, ma soprattutto di sperimentare un po’ di quella autostima che evidentemente latita in altri ben più importanti aspetti della vita. Ma, come dicevamo, qualcosa o forse più-e lo spero-si sta muovendo e non possiamo non tenerne conto: dal “fenomeno” delle modelle curvy alle polemiche che hanno investito le “Angels” di Victoria’s Secret, dalla prima ragazza Down in passerella, alla prima modella affetta da vitiligine, passando per le ormai numerose modelle affette da paralisi che sfilano sulle loro sedie a rotelle. E uno spazio a parte lo meritano sicuramente le mamme modelle che hanno sfilato per Dolce e Gabbana con i loro bimbi tra le braccia.

Per tutti questi segnali positivi di cambiamento vi do appuntamento nei prossimi giorni con la seconda parte.

Stay tuned!

http://www.mygenerationweb.it/201504162381/articoli/agora/al-femminile/2381-eppur-si-muove-vento-di-cambiamento-in-passerella-i-parte

 

“D’amore e ombra” e un pezzetto di te…..

«A dire il vero fu appena un bacio, la suggestione di un contatto atteso e inevitabile, ma entrambi erano sicuri che quello sarebbe stato l’unico bacio che avrebbero potuto ricordare sino alla fine dei loro giorni e fra tutte le carezze l’unica che avrebbe lasciato una traccia sicura nelle loro nostalgie»

Isabel Allende – “D’amore e ombra”

Me lo ricordo come fosse ieri….era il bacio dentro uno spazio che lasciava il mondo all’esterno con l’anonima scritta “Privato” o “Riservato”, non riesco ad essere così precisa, sono passati più di tre anni e sono brilla stasera. Rileggendo le parole della mia scrittrice preferita e di un libro che ho amato e che lui teneva sulla sua mensola sopra il letto(mi sembrò strano quando me ne accorsi), quello stesso accogliente e caldo letto dove tante volte abbiamo dormito insieme abbracciati e dove abbiamo ripetutamente fatto l’amore, il mio pensiero non può che andare a lui, ancora una volta. Sì, è un pensiero nostalgico dei giorni in cui amavo, dei giorni in cui lo amavo, ma non mi rende triste, no. Anzi, mi rende estremamente felice perché è stato il tempo in cui ho lottato, pur sbagliando, per qualcosa, per qualcuno, che per me era sinonimo di vita, di desiderio, passione ardente, amore, condivisione, speranza, gioia, attesa, evasione, allegria. Fa nulla se sia stato così solo per me. Io non ti dimentico, zingaro del mio cuore, non lo farò mai. E quella carezza, poi? Al mattino, prima di separarci….la carezza per svegliarti. Avevi sonno, eri stanco, faceva freddo e io dovevo andare via, senza neppure sapere se ti avrei rivisto, se ti avrei baciato ancora, se ti avrei stretto forte ancora. Era la carezza che aspettavi da tanto, la carezza a cui non eri più abituato. Sì, era mio “compito” farti rivivere la sensazione di essere coccolato, protetto, di farti sentire che nella vita c’era ancora qualcosa di dolce che ti aspettava, che aspettava proprio te, anche se avevi perso la fiducia e la speranza che questo accadesse. Era tutto previsto per noi, se ancora non l’avessi capito. Quella serata, quell’incontro, quegli sguardi, quei baci, quelle confessioni silenziose e dolcissime, che non so se siano durate un istante o un’eternità. Quella carezza ti ha mosso qualcosa di imprecisato e di profondo che ti ha avvicinato a me più di quanto io sperassi e più di quanto tu mai avresti immaginato. Che meravigliosa storia, la nostra, comunque, a prescindere dalla conclusione. Che meraviglioso viaggio attraverso la vita, le sue mille possibilità, le sorprese, i piani che non possiamo comprendere ma solo sceglierne di farne parte. Una cosa ci accomunerà e ci legherà per sempre: quella sera io e te ci siamo scelti. Il resto non conta nulla.

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Scarrafunera – poemetto lurido/iastemma cantata: un insolito sguardo sull’umanità

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È una riflessione intrisa di angoscia e disillusione sulla vita, è la metafora di qualsivoglia battaglia combattuta strenuamente, sino all’estremo anelito di vita, è soprattutto il tentativo individuale di uscire dalla propria tana, di liberarsi dal peso schiacciante del proprio ego. Tutto questo è, a mio parere, Scarrafunera, il “poemetto lurido” scritto e diretto dal giovane Cristian Izzo, andato in scena da venerdì 10 a domenica 12 aprile presso il Te.Co. Teatro di Contrabbando (Via Diocleziano 316). In scena, venerdì, il regista stesso ha eccezionalmente sostituito l’attore Luigi Credendino-impossibilitato ad essere sul palco per motivi di salute-che, insieme con Diego Sommaripa e Alessandro Langellotti, costituisce il trio di performers. Lo spettacolo, infatti, vede impegnati i tre attori in una vera e propria performance fisica, estremamente intensa-e se ne vedono interamente i segni al termine della rappresentazione-il cui ritmo, incalzante, segue quello del testo, registrato a tre voci dagli attori stessi. Dalle premesse risulta già chiaro che ci troviamo di fronte ad uno spettacolo di sicuro non convenzionale, almeno per quanto concerne la messa in scena: solo per una limitata ma intensa porzione dello spettacolo, la voce o meglio le grida dei protagonisti trovano espressione viva sul palco, accompagnandone i gesti densi di tensione.

Gli attori sono già presenti sul palco quando si entra in sala per prendere posto: sono seduti con le spalle rivolte al pubblico su tre cubi disposti al centro dello spazio e davanti a loro sono posti tre specchi. Un lenzuolo nero separa la scena dal musicista Salvatore Torregrossa, che accompagna con la sua musica dal vivo la rappresentazione, contribuendo senza dubbio alla capacità e alla forza dello spettacolo di restituire emozioni vivide, che si attaccano sulla pelle sempre più tenacemente via via che la rappresentazione si svolge e cresce d’intensità.

Per circa 30 minuti gli attori, disposti davanti al rispettivo specchio, guardano la propria immagine riflessa e in essa si scrutano, si cercano convulsamente, provando in tutti i modi a dar vita all’immagine di sé che vogliono vedere, che li appaghi. Indossano di volta in volta i più svariati abiti ed accessori, sovrapponendoli l’uno sull’altro, sino a dar vita a dei veri e propri mostri. Eppure l’immagine riflessa non è mai soddisfacente, il risultato non è mai all’altezza dell’aspettativa e del desiderio: i tre attori si svestono e si rivestono rabbiosamente sino all’atto estremo di possedere-letteralmente-la propria immagine, in un rapporto sessuale con lo specchio. È “l’amore” ossessivo per se stessi, è l’egocentrismo più esasperato, è la smania di essere qualcosa che non si è, che isola, che non rende consapevoli della presenza dell’altro-gli attori, infatti si ignorano sul palco-che schiaccia, che uccide. In scena, al contempo, risuonano le voci registrate degli attori, voci di scarafaggi intrappolati in una tana buia e lurida, una “scarrafunera”, dove la vita non è vita, dove la vita è fatta per morire. Parlano gli scarafaggi. Si lamentano, urlano, imprecano, maledicono le loro inutili vite, delle quali peraltro si fanno gioco per mezzo di un’amara e scostumata ironia. Improvvisamente la speranza di una luce, la decisione di tentare, insieme, di trovare una via d’uscita; lo spazio è troppo angusto, mancano aria e luce, la vita è un affanno, è un costante rimanere fermi pur muovendosi spasmodicamente. Evadere è l’unica possibilità. Si delinea così quella scarrafunera umana ed universale descritta da Salvatore di Giacomo, che in “ ‘O Funneco” scrive:“E sta ggente, nzevata e strellazzera/cresce sempe, e mo’ so’ mille e triciento/ Nun è nu vico; è na scarrafunera.”

Ecco che, negli ultimi 15 minuti circa, i due “pezzi” dello spettacolo, il testo e la performance degli attori in scena, si congiungono; la rappresentazione raggiunge il suo acme nella straziante morte degli “scarafaggi”-rigorosamente con le zampe all’aria-morte ideale di qualsiasi essere umano, illuso da una speranza, che, nella sua ora finale grida il suo dolore con le stesse parole che Cristo crocifisso urla verso il cielo. Quella luce che gli scarafaggi avevano intravisto nient’altro era se non il consumarsi di una sigaretta gettata nella loro putrida tana. Agli scarafaggi, dopo la morte, non resta che fare un’ultima, drammatica, considerazione: l’umanità, vista dall’alto verso il basso, è essa stessa una triste ed anonima “scarrafunera”. Siamo sempre gli scarafaggi di qualcuno che ci guarda dall’alto.

Il disorientamento che inizialmente si prova confrontandosi con lo spettacolo, gradualmente scema per sentirsi sempre più in sintonia tanto con il testo registrato quanto con la performance attoriale, quest’ultima estremamente intensa. Inaspettatamente inoltre lo spettatore si ritrova lui stesso proiettato nello spettacolo quando, con gli attori sul pavimento nell’atto della morte, vede la propria immagine riflessa negli specchi: la “storia” non solo parla a lui ma potrebbe parlare anche di lui. “Scarrafunera” e il suo regista meritano un giudizio positivo soprattutto per come lo spettacolo è concepito e reso e per la bravura degli attori, ma sarebbe interessante senza dubbio assistere allo stesso in una versione completamente “live”, probabilmente meno originale ma, credo, ancora più vibrante.

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Stragi di innocenti. Riflessioni.

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Che il mondo tutto viva un momento storico particolarmente critico è sotto gli occhi di tutti. Lo apprendiamo dalla carta stampata, dal web, dai telegiornali (quelli che ancora rimangono fedeli al dovere di diffondere notizie importanti e non solo le beghe della politica italiana o il gossip), dalla radio. Lo sentiamo sulla pelle, lo avvertiamo nell’inquietudine e nel senso di precarietà che accompagnano come un nemico invisibile e subdolo la vita di tutti i giorni, specie dei giovani, che in questo clima cercano di sviluppare le proprie identità, i propri obiettivi personali, di realizzarsi, di comprendere il loro ruolo nel mondo, di tessere relazioni umane. La vita a 360 gradi è permeata dall’incertezza dell’oggi quanto del domani, e ci si trova per giunta a fare ancora i conti con un passato che ha lasciato-ed è sempre più evidente-strascichi difficili non solo da superare ma anche da comprendere pienamente, passo indispensabile per capire le ragioni dello sfacelo che ci circonda.

Negli ultimi mesi si sono succedute vere e proprie stragi di innocenti, davanti alle quali abbiamo provato un senso disarmante di impotenza e sebbene ciascuna abbia “motivazioni” differenti, credo ci sia alla base una radice comune: un profondo e quanto mai violento smarrimento dell’umanità, rispetto al quale dobbiamo fare per forza di cose i conti.

Due sono le riflessioni-o se vogliamo domande-che sono scaturite dai fatti più recenti : le vite umane, agli occhi dell’opinione pubblica, hanno realmente tutte lo stesso valore? Abbiamo forse sviluppato una sorte di assuefazione alla morte, tanto da rimanerne scioccati per breve tempo, per poi riprendere le nostre vite come se niente di estremamente drammatico e preoccupante sia successo?

Gli attentati, prima alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi e poi al Museo del Bardo di Tunisi, l’agghiacciante suicidio-omicidio del copilota dell’ Airbus della Germanwings, Andreas Lubitz, che ha trascinato con sé verso la morte ben 250 persone, la strage di studenti cristiani nel campus universitario di Garissa (Kenya) e nelle ultime ore, nel nostro paese, il triplice omicidio avvenuto nel Tribunale di Milano. “Esempi” di atti che si collocano sulla sempre più sottile linea di confine tra la follia umana e la malvagità.

Rispetto alla prima questione, a mio parere l’atto terroristico contro la rivista francese di satira, tra queste tragedie, è stata quella che ha suscitato la maggiore attenzione e partecipazione emotiva, soprattutto sui social network (ci siamo sentiti tutti “Charlie”) che, volente o nolente, costituiscono uno specchio della società. Credo sia stato l’attacco al cuore dell’Europa e del suo stato più liberale per tradizione la vera ragione di un così grande clamore, piuttosto che la minaccia alla libertà di espressione e di stampa.

Probabilmente Tunisi, pur essendo così geograficamente vicina a noi e meta di sempre maggiori flussi turistici, è ancora considerata una realtà lontana nell’immaginario degli occidentali; eppure tra quei turisti, vittime dell’attentato, sarebbe potuto esserci ciascuno di noi, così come sull’aereo che, partito da Barcellona e diretto a Dusseldorf, si è schiantato sulle montagne francesi. Non ho potuto fare a meno di pensare che ancora siano troppi i condizionamenti culturali che influenzano il nostro modo di percepire la realtà e di dare peso ad una notizia piuttosto che ad un’altra, pur essendo l’elemento finale identico: la morte di innocenti.

Analogo discorso per gli studenti trucidati brutalmente in Kenya da milizie islamiche. Che sia una realtà troppo lontana quella africana? La totale indifferenza per le decine di guerre civili che si combattono ancora oggi nel “continente povero” mi fanno propendere per il sì.

Mi chiedo: possiamo veramente percepire come qualcosa che non ci appartiene fino in fondo la morte di 148 ragazzi, a prescindere che si tratti di cristiani, islamici, ebrei, buddisti o atei? Ragazzi come molti di noi, giovani impegnati per costruire la propria vita, il proprio futuro. Chi è scampato alla furia degli estremisti islamici di Al Shabaab ha visto morire amici e colleghi, si è nascosto come e dove ha potuto vivendo ore di terrore, ha finto di essere morto, ricoprendosi del sangue dei cadaveri vicini. Vivi, sì, ma probabilmente morti dentro.

Se fosse accaduto in un’università italiana, tedesca, francese, inglese, americana, questa tragedia avrebbe assunto una rilevanza diversa, inutile far finta che non sia così. Inutile gridare a forte voce durante le manifestazioni che “siamo tutti uguali”. Non lo siamo affatto. Come non lo sono tra di loro-e probabilmente non lo saranno mai-poveri e ricchi. Ci sono differenze che esistono sin dalla notte dei tempi e non sembrano per nulla essere sulla strada della risoluzione.

Il massacro di Garissa inoltre ha riacceso i riflettori, che troppo spesso rimangono del tutto spenti, sulla realtà sempre più drammatica del massacro dei cristiani che sta avvenendo ormai da anni nei paesi in cui la religione cristiana è una minoranza. Non sembra interessare a nessuno, tanto che di “silenzio complice” ha parlato anche Papa Francesco. Proprio così, il nostro silenzio, la nostra indifferenza verso ciò che accade nel mondo, che si tratti di religione o altro, contribuiscono a tingere di sangue vite umane, alimentano violenza, discriminazioni, atti di terrore, di fronte ai quali poi rimaniamo attoniti, come se ne fossimo solo spettatori. Ecco perché prima scrivevo che probabilmente ci siamo assuefatti alla violenza, ad ascoltare notizie tragiche, che occupano i nostri pensieri per qualche giorno per poi evaporare e forse è anche per questa ragione che la vicenda di “Charlie” ha suscitato una così grande partecipazione: ha avuto la “fortuna”(perdonatemi l’espressione) di essere stata la prima di una serie di tragedie in successione. Più continuano ad accaderne, più voltiamo rapidamente pagina.

È vero, siamo umani e fragili, abbiamo bisogno di evadere, ma forse è proprio questo l’obiettivo di tanta violenza concentrata nei nostri giorni: renderci insensibili ad essa, fino ad accettarla passivamente come una condizione ineluttabile, con la quale imparare a convivere alla meglio.

http://www.mygenerationweb.it/201504112367/articoli/agora/dal-mondo/2367-stragi-di-innocenti

Quello che gli uomini non dicono ma sopportano – #Uominituttolanno – Parte II

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Continuiamo il breve ma intenso viaggio attraverso le torture che le donne infliggono al genere maschile circa 365 giorni l’anno. Spero che la prima parte vi sia piaciuta e che leggiate anche questa rigorosamente con il sorriso sulle labbra. Voi, ragazze, cercate di non odiarmi troppo. E voi ragazzi, mi raccomando, non prendete per oro colato le mie parole e non le usate contro le vostre compagne: io sarò sempre dalla loro parte, è una questione di cromosomi!

Passiamo allora in rassegna i successivi 5 punti del decalogo delle torture:

6) Casalinghi disperati.

Molti uomini cercano seriamente di impegnarsi in ambito domestico, alcuni addirittura subiscono una vera e propria trasformazione con la convivenza e il matrimonio-i miei fratelli ne sono i perfetti esemplari-eppure spesso i loro sforzi non sono propriamente apprezzati, anzi. “Mi devi aiutare, non posso fare tutto da sola, guarda che anch’io lavoro e in questa casa ci vivi anche tu, per cui devi collaborare”. Giusto, anzi sacrosanto. Il problema è che a molte donne-non è il caso delle mie cognate, ci tengo a precisarlo-non va mai bene nulla di quello che gli uomini si sforzano di fare tra le mura domestiche. “Lascia stare, invece di aiutarmi, peggiori la situazione e mi tocca lavorare il doppio; proprio non sei in grado di lavare/spazzare/stirare, perfino per preparare un caffè o innaffiare le piante combini guai”. Ma poveri, dico io, almeno apprezzate che ci mettano tutto il loro impegno! Esistono ancora uomini che non alzano un dito e amano, anzi pretendono, di essere serviti e riveriti dalle loro compagne schiavizzate. Stanno facendo passi da gigante, hanno bisogno di un incoraggiamento e prima o poi, se ben istruiti e con un po’ di pazienza, diventeranno dei perfetti casalinghi. E anche quando li sguinzagliate per fare la spesa, chiudete un occhio se tornano con qualcosa che non era inserito nella lista: avranno anche loro la libertà di scegliere qualcosa? Che sarà mai se tornano a casa con un etto di prosciutto crudo in più o con una marca di detersivo diversa da quella che gli avevate detto di comparare? Pazienza, ragazze, pazienza!

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7) Abbasso la suocera.

La mamma è sempre la mamma, si sa. Peccato che molte donne, spesso a ragione, ma qualche volta per definizione, la mamma del loro compagno non la possono proprio tollerare, per usare un eufemismo. Due donne a confronto: la competizione è inevitabile se si tratta del “loro uomo”, figlio da un lato, compagno dall’altro. La suocera diventa così un’acerrima nemica e, soprattutto in caso di litigi, colei che è responsabile di aver messo al mondo l’individuo peggiore esistente, tra l’altro quello che loro stesse hanno scelto come compagno. “Sei così infantile, è colpa di tua madre che ti ha sempre trattato come un bambino anche da adulto e che ti ha dato sempre ragione, lasciandoti fare quello che volevi, ma ora la musica è cambiata”. Uomini, a queste parole avete tutto il diritto di tremare e tutta la mia comprensione. Sì, è vero, ci sono uomini che proprio non riescono a recidere il cordone ombelicale ma voglio sperare non siano la maggioranza, altrimenti siamo tutti rovinati! Insomma, l’uomo di turno spesso e volentieri finisce per trovarsi tra due fuochi: a chi dare ragione, come salvarsi senza scontentare nessuno? A voi, ragazzi, la risposta, ma fate attenzione, potrebbe essere fatale! Ragazze, cercate di non disprezzate le suocere e ricordate che inevitabilmente il vostro uomo avrà trovato-inconsciamente-in voi qualche caratteristica che gli ricorda lei; lo so è un trauma, ma qualcuno dovrà pur dirvelo! E non abbiate la presunzione di voler raggiungere il livello culinario di vostra suocera: è uno scontro perso in partenza, dedicatevi ad altro!

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8) Le amiche onnipresenti.

“Amore esce anche X con noi stasera, scusa, lo so che volevi trascorrere un po’ di tempo soli io e te, ma proprio non me la sento di lasciarla da sola, ha litigato per l’ennesima volta con Y”. “Cara, ma con chi stai chattando da mezz’ora? Poi mi chiedi di spiegarti il film, dicendo che non hai capito niente”. “Scusa, è che X ha un problemino e mi sta chiedendo un consiglio, sono la sua migliore amica, lo sai, se non ne parla con me, con chi lo fa?”. “Ma se invitassimo anche X e le presentassimo il tuo amico, quello simpatico che si è lasciato da poco con la fidanzata, che ne dici, carina come idea, no?”. Carinissima. Insomma, avete capito, le amiche di una donna possono trasformarsi rapidamente in ulteriori compagne da coccolare, riaccompagnare a casa, a cui fare da padre, migliore amico e….no, amante no, per carità! Poveri voi, ragazzi, la vostra salute mentale-nonché intimità di coppia-può essere messa a dura prova da interminabili giornate trascorse in tre, nelle quali, paradossalmente, sarete voi a sentirvi del tutto fuori luogo. Ragazze, le amiche non si abbandonano mai, ma mi raccomando, procedete con moderazione! A “sopportare” troppe donne tutte insieme il vostro uomo potrebbe soccombere.

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9) Addio, look, è stato un piacere conoscerti!

Le avete conosciute carinissime, strafighe, nei primi tempi sempre bellissime, vestite e truccate alla perfezione, da manuale e poi? Poi, dopo qualche tempo, le trovate trasformate in una fotocopia sbiadita, a volte del tutto irriconoscibili. Non voglio enfatizzare l’aspetto fisico-non rientra nel mio modo di vedere una donna-però a tutto c’è un limite. Ho conosciuto donne che accanto ai loro uomini lentamente si sono lasciate andare, travolte in un vortice di svogliatezza e trascuratezza, che hanno detto addio alla ceretta, lasciando spuntare sulle proprie gambe vere e proprie foreste amazzoniche, che hanno smesso di indossare tacchi, abitini e che si sono convertite a modelli di lingerie di cui Bridget Jones andrebbe fiera, per non parlare del make-up e delle tenute anti sesso dell’inverno: un tripudio di pile, neanche vivessero in Groenlandia. Il tutto ovviamente peggiora durante la convivenza/il matrimonio e soprattutto con l’arrivo dei bebè, quando davvero può non esserci nemmeno il tempo per uno shampoo, per cui, finché siete in tempo, dedicatevi alla cura del vostro corpo, il vostro uomo di certo apprezzerà. Occhio, possibili rivali in amore sono sempre in agguato, mantenete viva la vostra femminilità e non trascurate il vostro aspetto. Anche l’occhio vuole la sua parte.

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10) Sesso? No grazie.

Il tasto dolente. Non a caso l’ultima tortura, la peggiore, o almeno credo. Per me lo sarebbe, immagino anche per voi ragazzi (e per tante tante ragazze). “Amore, stasera no, proprio non mi va, ho mal di testa”. “Tesoro, no, mi sta venendo il ciclo/ho il ciclo/mi è da poco finito il ciclo (praticamente abbiamo un rapporto a tre, io, te e il ciclo!). “Sono troppo stanca, è stata una giornata pesante/sono nervosa/ho freddo/non ho fatto la ceretta(se se la fa ancora!)/domani devo svegliarmi presto”. Quante di queste “scuse” avete ascoltato e quante volte? Ok, lo so, state pensando che “no, a me non è mai successo perché tutte le ragazze che ho avuto con me non hanno mai avuto di questi problemi, non potevano resistermi”, ma non ci credo affatto. Prima o poi sarà capitato a tutti di subire un rifiuto(su, almeno uno, confessatelo!), così come è capitato a tutte-me compresa-di tirare in ballo una scusa per evitare il sesso: se non ti piace non ti piace, c’è poco da fare! Non c’è nulla di male se accade una volta o poco più, il problema-e lì diventa frustrante-è quando la scenetta, per non dire l’incubo, si ripete continuamente. Sappiate che non è una cosa normale, correte presto ai ripari prima che sia troppo tardi. C’è tanto tempo davanti prima che la passione, ammesso che accada, si riduca sul serio; godetevi una delle cose più belle della vita!

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Insomma, siamo anche noi piene di difetti, anche se qualche volta fatichiamo ad ammetterlo, ma sappiamo bene che ci trovate adorabili anche per questo, altrimenti sai che noia?

http://www.mygenerationweb.it/201504082362/articoli/agora/al-femminile/2362-quello-che-gli-uomini-non-dicono-ma-sopportano-uominituttolanno-–-parte-ii