Presentazione de “Il resto della settimana” di Maurizio De Giovanni

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Ieri pomeriggio(2 marzo), a partire dalle 18:00, con ingresso libero, il Teatro Diana di Napoli ha ospitato uno di quegli eventi culturali che danno nuova linfa alla nostra città, come dimostra l’estesa ed emozionata partecipazione del pubblico: la presentazione del nuovo, attesissimo, romanzo di Maurizio De Giovanni, dal titolo “Il resto della settimana” (edito da Rizzoli). Lo scrittore napoletano, classe 1958, abbandona quindi, anche se solo momentaneamente, il noir e le saghe del commissario Ricciardi e dell’ispettore Lojacono, che tanto lo hanno reso famoso, non solo in Italia ma a livello internazionale (i suoi libri sono infatti tradotti in numerose lingue). Nel nuovo romanzo si dedica infatti ad un altro tema, a lui non meno caro, né di certo meno popolare rispetto alle indagini poliziesche: il calcio o meglio la passione per il calcio, che, per un napoletano DOC, non può che essere sinonimo di passione per il Napoli. De Giovanni ha salutato con sincero affetto il pubblico presente e ringraziato organizzatori e sostenitori, con una particolare menzione per la libreria Iocisto, di cui è socio, e per il Teatro Diana, per l’attenzione che sempre riserva alla cultura in tutte le sue forme. Ma l’abbraccio più caloroso lo ha riservato al gruppo dei “malati azzurri”, tifosi che vivono di passioni e follie e che lo stesso De Giovanni definisce come “il gruppo virtuale in cui il lunedì mattina si può scrivere di stare male senza essere presi per pazzi, trovando anzi una piena condivisione”: è al gruppo che lo scrittore dedica il suo romanzo, a suo avviso il migliore, proprio perché frutto di una grande passione. Sul palco, insieme allo scrittore, c’era il regista e dirigente televisivo RAI, Francesco Pinto, a cui De Giovanni lascia la parola non senza un minimo di timore, data l’ironia che, di consueto, accompagna le sue presentazioni. “Siamo poveri, non c’è niente da fare, le nostre arterie sono i vicoli da cui parte il romanzo”, così esordisce Pinto, raccontando le tante “anomalie” di Napoli, una città in cui popolo e aristocrazia si mischiano, al cui centro c’è la periferia, una città in cui bar non sono quelli opulenti delle metropoli, ma luoghi angusti e in perenne attività, laddove quella del caffè è un’arte che richiede ingegno e fatica. E tra le tante anomalie si colloca il simbolo del calcio Napoli, non un diavolo arrabbiato, un’aquila imperiale o un animale della savana, ma un umile e paziente asino, che prese il posto nel lontano 1926 di un cavallo rampante, al termine del primo campionato, disastroso, della squadra partenopea nella serie maggiore. “E siamo così poveri”, continua Pinto, “che non possiamo permetterci nemmeno il lusso di una seconda squadra, così Napoli è il Napoli e il Napoli è Napoli”, si condividono gioie e dolori in nome di un unico e grande amore, intorno al quale ruotano i personaggi del romanzo di De Giovanni, malati, malati per il Napoli. E ancora aneddoti, ricordi, emozioni, follie, condivisi non solo da Pinto e De Giovanni, ma da un’intera città, che rivivono nelle pagine de “Il resto della settimana”. La presentazione di quest’ultimo si arricchisce di una perla, la vibrante performance teatrale di Paolo Cresta, sempre impeccabile, accompagnato sul palco dalla chitarra “sudamericana” di Giacinto Piracci. Cresta dà superbamente voce ai personaggi di “Luiz torna a casa”, di De Giovanni, il racconto del ritorno a Napoli di un professore universitario, razionale e solitario, per far visita al padre, malato terminale e grande tifoso del Napoli. Sono proprio l’amore per il Napoli e la passione condivisa con il padre che consentono all’uomo, rivivendo i suoi ricordi di bambino, di ritornare alle origini, alla sua città rifiutata, al suo passato, da cui, invano, aveva tentato di fuggire.

Il calcio, e soprattutto la folle dedizione al Napoli, è in ultima istanza veicolo di unione, tanto tra sconosciuti in un bar (che di lunedì, dopo una vittoria, si ritrovano a sorridersi increduli), quanto tra padre e figlio, è una realtà che emoziona, che può far paralizzare o esultare, è sangue che scorre nelle vene, è non solo il ricordo dei tempi felici del “nano gigante” ma anche desiderio di riscatto, perché “i poveri sono molto legati alle cose che hanno, perché se le sono conquistate” (Pinto).

http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=15491

 

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