Mostra omaggio a Pino Daniele. Un viaggio attraverso la napoletanità.

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Quando un gruppo di artisti napoletani di riconosciuta fama coopera per realizzare un progetto comune, sostenuto dalla professionalità e dalla voglia di esprimere la propria creatività, al di là di logiche di interesse meramente economico, ma piuttosto per un fine sociale, il risultato, nella stragrande maggioranza dei casi, non può essere che positivo.

Queste le premesse di Io vivo come te, la mostra omaggio a Pino Daniele, inaugurata il 19 marzo, nel giorno in cui il musicista napoletano, improvvisamente scomparso lo scorso 4 gennaio, avrebbe compiuto 60 anni. Da qui la decisione di celebrare la sua “napoletanità” attraverso 60 immagini, scatti di incredibile valore artistico e simbolico, ad opera di 10 fotografi, di differente età e formazione, uniti dal comune denominatore di vivere un rapporto viscerale con la propria città, la stessa contraddittoria Napoli di Pino Daniele.

Eduardo Castaldo

Le fotografie, quindi, non ritraggono né l’uomo Daniele, né il cantautore ma sono un’occasione preziosa viaggio attraverso le pieghe più nascoste e meno raccontate della nostra città. Una città che, pur essendo sempre stata riconosciuta come polo culturale di inestimabile valore, tanto in Italia quanto nel mondo, presenta anche nel campo artistico quelle stesse difficoltà che la caratterizzano in altri e probabilmente più noti e discussi aspetti.

Claudio Morelli

E non è un caso, quindi, che a fungere da cornice naturale per l’allestimento della mostra sia uno dei tanti luoghi simbolo del centro storico di Napoli, patrimonio dell’Unesco, la Chiesa seicentesca di San Biagio Maggiore, laddove si incontrano due tra le vie più caratteristiche, via San Gregorio Armeno e via San Biagio dei Librai. La Chiesa è sede, insieme con la contigua San Gennaro all’Olmo, e Palazzo Marigliano della fondazione Giambattista Vico, dove opera l’associazione culturale Domus Memini.

Roberto Salomone

Il progetto fotografico è stato fortemente voluto dal fotografo Francesco Ciotola, che ha provveduto anche alla sua realizzazione insieme con Luigi Fedullo, Mario Spada e Angela Verrastro. Lo stesso Ciotola ha affermato con entusiasmo che tutti i fotografi facenti parte del collettivo hanno risposto con incredibile entusiasmo e immediato assenso alla “chiamata”, all’invito ad essere parte di questo originale evento culturale che, come prevedibile, ha catturato l’attenzione del pubblico.

Biagio Ippolito

Non solo colleghi fotografi tra coloro che hanno partecipato alla conferenza stampa, all’inaugurazione e che stanno visitando la mostra in corso, ma soprattutto “semplici” cittadini, sostenitori o meno di Pino Daniele, curiosi che percorrono le vie del centro storico, tanti giovani, famiglie, turisti attratti tanto dalla bellezza del sito ospitante quanto dalle fotografie. Ed è proprio in virtù del riscontro più che positivo che la mostra sta riscuotendo, che la stessa sarà probabilmente prorogata oltre la data prevista inizialmente del 2 aprile, a distanza di due settimane dall’inaugurazione. Inaugurazione che è stata senza dubbio impreziosita dai contributi musicali video, realizzati per l’occasione, da Raiz e Fausto Mesolella e dalla partecipazione dello scrittore napoletano, ormai celebre a livello internazionale, Maurizio De Giovanni. Il suo intervento, come c’era da aspettarselo, è stato tutt’altro che scontato; le sue riflessioni sono apparse completamente in linea con lo spirito della mostra e ne hanno sottolineato aspetti che sarebbero potuti passare inosservati ai più. Quello che emerge osservando attentamente e con lo sguardo dell’anima piuttosto che dell’intelletto-imprescindibile elemento quando ci sia accosta a qualsiasi forma d’arte-è un misto di malinconia, dolore, emarginazione, solitudine, perfino invisibilità di persone e luoghi, elementi questi che connotano purtroppo e per fortuna Napoli, tingendola di sfumature che vanno ben oltre e coesistono con altri, sicuramente importanti, aspetti della nostra città: colore, allegria, folclore, calore, partecipazione, passione.

Mario Spada

La scelta di Io vivo come te come nome della mostra è da ricercare nel lavoro personale dell’ideatore del progetto, Francesco Ciotola, che sceglie proprio l’omonimo brano di Daniele per rendere il suo omaggio al compianto musicista partenopeo, a sottolineare che il suo rapporto con Napoli si avvicina fortemente a quello di Pino Daniele. Ci sono amore e odio, appartenenza e rifiuto, voglia di rimanere e di andar via, di lottare e di gettare la spugna, in un duello infinito da cui spunta la creatura più straordinaria, la composizione, musicale o fotografica che sia. Del resto lo stesso Pino Daniele, dopo aver per molti anni cantato la sua Napoli e tutte le sue realtà contraddittorie, ha scelto di “abbandonarla” in cerca di una dimensione più serena, elemento questo che ha segnato una sorte di confine ideale tra il prima e dopo Napoli nella sua produzione artistica.

Francesco Ciotola

I fotografi che espongono le loro opere non potevano non concentrarsi sulla musica di Daniele degli anni napoletani, scegliendo come fonte di ispirazione per i loro lavori brani diventati veri e propri “manifesti” di napoletanità, da “Bella ‘Mbriana” a  “Je so’ pazzo”, da “Lazzari felici” a “Il mare” e ancora “Aria”, “Alleria”, “Na tazzulella ‘e cafè”, “Appocundria”. Ciascun artista, quindi, affronta un diverso tema, dal mare al tempo, dalla follia all’aria, passando per le diversità, come suggerito da ciascuna canzone, permeata della straordinaria sensibilità di Pino Daniele, con una visione unica, personale e altrettanto sensibile, tutta da ammirare. La riflessione degli artisti, che nasce da particolari, volti e luoghi di Napoli, si estende attraverso le immagini all’umanità tutta, “inserendosi nel dibattito sulla contemporaneità”.

Daniele Veneri

A Pasquale Autiero, Stefano Cardone, Eduardo Castaldo, Francesco Ciotola, Luigi Fedullo, Biagio Ippolito, Claudio Morelli, Roberto Salomone, Mario Spada e Daniele Veneri, va il merito di aver reso omaggio a Pino Daniele nella più autentica essenza dell’arte, la stessa di cui il cantautore è stato grande protagonista e di averlo fatto con grande umiltà, impegno, rispetto e senza clamore. Altro grande merito è senza dubbio aver regalato ai napoletani e non solo (è infatti disponibile un QR code per la visualizzazione delle opere sul web) un’occasione imperdibile per riconciliarsi con la fotografia, termine, oggi, fin troppo maltrattato e abusato per riferirsi a quanto di più lontano da essa esista.

Pasquale Autiero

Luigi Fedullo

Stefano Cardone

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Birdman: il tentativo estremo di un attore di affrancarsi dal suo passato

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Sapere che il film che si sta per guardare ha portato a casa ben quattro statuette all’ultima edizione degli Oscar mette non solo un grande entusiasmo ma anche una certa soggezione. Naturalmente stiamo parlando di Birdman, del regista messicano Alejandro Gonzalez Inarritu, che il mese scorso ha trionfato alla cerimonia più attesa dell’anno (non solo cinematograficamente parlando), dove si è aggiudicato quattro dei nove premi per cui aveva ricevuto la candidatura: Miglior Film, Migliore Regia, Migliore Sceneggiatura Originale, Migliore Fotografia.

Birdman è la storia di un attore holliwoodiano, Riggan Thomson, interpretato da un redivivo Micheal Keaton, che vive in pieno la fase discendente della sua carriera artistica, il quale, dopo aver interpretato in gioventù il ruolo di un gigante pennuto dai poteri soprannaturali, si imbarca nella rischiosa e quindi coraggiosa avventura di mettere in scena una pièce teatrale nientedimeno che in quel di Broadway. Sin dall’inizio, il suo appare come un tentativo sgangherato e senza alcuna speranza di successo, di liberarsi della scomoda e ingombrante figura del supereroe cui deve la notorietà, nonché di dimostrare di essere un attore tutt’altro che finito, all’altezza di interpretare ruoli di spessore e di calpestare il palcoscenico più famoso del mondo.

Sostenuto dal suo produttore, Jake (Zach Galifianakis), Thomson riunisce la compagnia, nella quale spicca la figura di Mike Shiner (Edward Norton), attore eccentrico ed arrogante, che, insieme a Lesley (Naomi Watts), con cui intrattiene una relazione destinata al fallimento, Laura (Andrea Riseborough) e lo stesso Thomson, avrà l’onore e l’onere di mettere in scena il riadattamento di un’ opera di Raymond Carver, considerata dai più ormai desueta. Le difficoltà di tenere riunita la compagnia, di gestire le pressioni interne ed esterne, divengono sempre più evidenti per Thomson che, nonostante tutto, rimane intenzionato a perseguire il suo obiettivo. Si intersecano alla storia le vicende e i rapporti personali del protagonista, i suoi fallimenti come marito di Sylvia (Amy Ryan) e padre di Sam (Emma Stone), ragazza dal carattere aggressivo e ribelle, reduce dalla riabilitazione per tossicodipendenza. Le anteprime che precedono il debutto si rivelano, per un motivo o l’altro, delle avventure rocambolesche, più che ghiotte occasioni di perfezionare lo spettacolo in vista della prima, sulla quale pesa la minaccia della stroncatura da parte della più quotata critica teatrale, Tabitha (Lindsay Duncan) che promette cinicamente la chiusura immediata dello spettacolo. Letteralmente perseguitato dal suo alter ego Birdman, Thomson giunge alla prima, che, con un colpo di scena finale, si rileverà un successo. Quando l’attore sembra essersi ormai liberato dalla ossessionante presenza del supereroe alato, dimostrando, prima di tutto a se stesso nonché all’opinione pubblica, le sue capacità, la sua sottomissione al personaggio che lo ha consacrato star di Holliwood, si rivela totale.

Birdman è un viaggio prima di tutto attraverso l’uomo e le sue ossessioni, i suoi vizi, le sue debolezze, i fantasmi del passato, i fallimenti relazionali. Ma è anche un viaggio attraverso il mondo tormentato dell’attore, dipendente dall’immagine che è in grado di restituire al suo pubblico, che paradossalmente trova in scena e non nella sua vita reale, la sua naturale collocazione nel mondo. È un viaggio attraverso la realtà convulsa del teatro, di ciò che il teatro è dietro il sipario e non sul palco, dei protagonismi personali che si scontrano e si fondono con l’obiettivo comune del successo, di portare a compimento un progetto nonostante imprevisti e difficoltà. È una critica pungente alla società contemporanea, nella quale la parola successo non può prescindere dal consenso che viene dai social network, dove l’indice di gradimento si esprime attraverso il numero di condivisioni e il seguito dei follower, dove tutto fa rapidamente notizia per poi, altrettanto rapidamente, dissolversi nel nulla, facendo spazio al nuovo “fenomeno” di turno. Non mancano, come in ogni pellicola americana, i cliché: il sesso come bene di consumo, il tormento giovanile che si esprime con l’uso di droga, il fallimento della famiglia.

Il film ha l’originalità di essere girato in un unico piano sequenza: il passaggio da una scena all’altra avviene cioè in un continuum che, da un lato, cala lo spettatore direttamente nella realtà della pellicola, tenendolo letteralmente inchiodato allo schermo, ma dall’altro, finisce con l’essere eccessivo, quasi convulso, contribuendo comunque a connotare quella crescente sensazione di spasmodica attesa del finale. L’interpretazione di Keaton, che torna da protagonista sul grande schermo, è di altissimo livello, tanto da aver meritato la candidatura all’Oscar come migliore attore: a lui l’arduo compito di dare vita a Riggan Thomson e soprattutto ai suoi angoscianti “dialoghi” con Birdman. Pieni voti per l’intero cast stellare della pellicola, che ha senza dubbio contribuito al successo del film di Inarritu.

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Che ne dite: meglio nude o in pelliccia?

Ricordo nitidamente un’immagine della mia infanzia, quella di donne dell’età di mia madre (ma anche di mia nonna) che orgogliosamente indossavano morbide e sontuose pellicce. Ora non so se si trattasse di pellicce vere, ma immagino che molte lo fossero, visto che ad indossarle erano signore che sapevo essere piuttosto facoltose. Non oso immaginare quanti e quali capi sfoggiassero poi le donne della Napoli bene, quelle di Via Dei Mille per esempio o le abituali frequentatrici del Teatro San Carlo o dei circoli vip, le mogli di famosi primari ospedalieri e via discorrendo. Certo è che già a quell’epoca rimanevo piuttosto basita dall’atteggiamento superbo con cui queste signore sfoggiavano, lasciatemelo dire, nient’altro che i resti di animali morti.

Devo dire di essere sempre stata piuttosto sensibile alla “questione” animali, tanto che più volte mi sono rifiutata, sempre da bambina, di mangiare la carne, chiedendo ai miei genitori perché si dovessero uccidere degli animali per nutrirci, prima di venire a conoscenza della catena alimentare. No, non sono diventata né vegana né un’animalista agguerrita ed impegnata in manifestazioni a favore degli animali, ma di certo nutro per loro un grande amore, soprattutto per i gatti, avendone due. Sono fermamente convinta che gli animali, in quanto esseri viventi, così come le piante e tutto quanto facente parte della natura, vada profondamente rispettato e protetto, senza estremismi, considerando sempre che l’essere umano, pur essendo al vertice della creazione, non abbia alcun diritto di sfruttare in modo indiscriminato altre “creature”. Sono d’accordo (e immagino che potrò suscitare disdegno in alcuni lettori), sull’uso degli animali da laboratorio per la sperimentazione dei farmaci, se questi, come nel caso degli antitumorali o di altre importanti classi, consentono di salvare o prolungare la vita di milioni di persone malate. Esistono protocolli stilati con il beneplacito di comitati etici che stabiliscono regole, più o meno condivisibili, ovviamente, riguardo tale argomento. Personalmente provo orrore all’idea che animali domestici, come il cane o il gatto, vengano torturati: non che la loro vita valga più di quella dei topini da laboratorio ma è innegabile che le differenze ci siano. Ciò che proprio non mi va giù è pensare che si debbano torturare animali per scopi che non siano “alti” e sicuramente tra questi c’è la fabbricazione di pellicce. Lo sappiamo tutti, l’abbiamo studiato alle elementari. Gli uomini primitivi indossavano le pelli degli animali poiché era per loro l’unica possibilità di ripararsi dal freddo. Allo stesso modo sappiamo bene che oggi, grazie alle innovazioni nel campo della tecnologia tessile, si possono produrre un’infinità di capi altrettanto caldi che, oltre ad essere funzionali, sono anche estremamente eleganti. Da qui nasce la mia incredulità rispetto al fatto che, ancora oggi, esista chi, pur di indossare uno degli “status symbol” per eccellenza in fatto di abbigliamento, approva deliberatamente la tortura di animali. Di alcuni mesi fa è l’inchiesta di una nota trasmissione televisiva sullo spietato trattamento destinato alle oche, le cui penne sono la materia prima con la quale vengono prodotti giubbini famosi in tutto il mondo, che vengono definiti da molte riviste come un “must have” se si vuole essere davvero di moda. Insomma, per essere di moda siamo (sono) disposti proprio a tutto. Volpi, linci, ermellini, zibellini, foche, lontre: alcuni degli animali dai quali, più frequentemente, vengono ricavate le pellicce. Annegamento, dissanguamento, asfissia, alcune delle tecniche utilizzate per ucciderli, senza alcuna considerazione per la sofferenza prodotta all’animale, ma con il solo scopo di mantenere quanto più possibile intatta la sua pelliccia, affinché mantenga tutte le caratteristiche che la rendono così pregiata agli occhi degli acquirenti. “Che bella pelliccia, com’è morbida, com’è lucente!”. “E non sai quant’è calda!”. Spero di non assistere mai ad una conversazione del genere nella mia vita. Tra le modalità di uccisione degli animali, menzione del tutto a parte merita lo scuoiamento: la pelliccia è rimossa dal povero animale mentre è ancora vivo, lasciandolo morire lentamente e dolorosamente. Non si può che provare orrore, a mio modesto parere. Sono numerose le associazioni che lottano nel mondo affinché queste pratiche diventino un ricordo di tempi lontani, ma non tutti i paesi sono, per così dire, sensibili all’argomento e sebbene in molti esistano leggi in difesa degli animali, si sa: “fatta la legge, trovato l’inganno”. Tra le associazioni che operano per la tutela degli animali, non solo relativamente alla questione pellicce, vi è PeTA (People For The Ethical Treatment of Animals), attiva in tutto il mondo attraverso numerose campagne di sensibilizzazione, diffusione di informazioni che molto spesso ignoriamo e petizioni. Numerosi sono i personaggi famosi del mondo dello spettacolo, dal cinema alla musica alla moda, che prestano il loro volto a favore di nobili cause. Quest’anno, a proposito del nostro capo incriminato, è stata la volta di Pink, la famosa ed eclettica cantautrice statunitense. Pink è stata la principale protagonista di una campagna targata PeTA dal nome “Meglio nude che in pelliccia”, nella quale viene ironicamente suggerito di “imparare a sentirsi a proprio agio nella propria pelle lasciando che anche gli animali facciano altrettanto”.

Pink

Se Pink ha attirato soprattutto l’attenzione dei media, senza tralasciare quella di tutti coloro (fan e non) che hanno potuto ammirare il suo bel corpo tatuato e la sua nuova capigliatura, tre attiviste di PeTA hanno fatto grande scalpore durante la settimana londinese della moda lo scorso mese, presentandosi completamente nude davanti alla Somerset House con un cartellone, rigorosamente rosa, recante il medesimo slogan a coprire il lato A. Il lato B nel frattempo è stato preso d’assalto dai flash. Saranno riuscite nel loro intento di sensibilizzare l’opinione pubblica o avranno solo creato un bell’ingorgo nel centro della capitale inglese? Ci sarebbe da informarsi sul numero di tamponamenti avvenuti durante quella giornata! Scherzi a parte, non c’è dubbio che con questa “trovata” abbiano fatto conoscere PeTA a chi come me (lo confesso) non ne era a conoscenza.

attiviste PeTA

Molte altre star hanno prestato i loro corpi per questa ed altre nobilissime cause, tra cui il divieto ad impiegare gli animali negli spettacoli circensi e la protezione delle povere anatre, letteralmente torturate per preparare il pregiatissimo paté de foie gras. Personalmente, mi sono sempre rifiutata di assaggiarlo; tra l’altro si tratta di un cibo grasso per definizione. Direi che sarebbe il caso di unire l’utile al dilettevole ed evitare di consumarne, in Francia ovviamente, perché in Italia è vietato da una legge del 2007.

Elisabetta Canalis

Eva Mendes

Pamela Anderson

Nel nostro Paese la LAV (Lega Anti Vivisezione) ha presentato una proposta di legge in materia di “Divieto di allevamento, di cattura e di uccisione di animali per la produzione di pellicce”, chiedendo che sia vietata l’apertura di nuove strutture, che siano chiuse quelle esistenti da un anno dall’entrata in vigore della legge ed altre forme di tutela per gli animali. Il triste dato è che in Italia vi sono ancora ben 18 strutture che causano la morte di oltre 150000 visoni l’anno.

Se da un lato è necessario tutelare gli animali con una specifica normativa, dall’altro è essenziale l’esempio proveniente dal mondo della moda. Vedere sfilare in passerella modelle in pelliccia non è di sicuro un elemento che scoraggia le donne ad acquistarne una per sé. A tal proposito, è da lodare la politica adottata dal gruppo Inditex, quello di Zara e Bershka per intenderci, che ha sottoscritto con la Fur Free Alliance l’impegno a non utilizzare nelle sue collezioni nessun tipo di pelliccia di animale, compresa quella di coniglio. Mi auguro che molti altri brand possano seguire lo stesso esempio e soprattutto che si comprenda che non si può barattare l’illusione della bellezza, né l’ostentazione della propria ricchezza, con la vita di un animale.

Consentitemi di lasciarvi con una riflessione leggera, rivolta soprattutto alle amiche lettrici. Partendo dal presupposto banale che una pelliccia la si indossi per piacere a qualcuno, credete davvero che ad un uomo importi di vedervi in pelliccia piuttosto che nude? E se proprio volete illudervi che l’abbigliamento faccia la differenza, almeno acquistatene una completamente sintetica. Una volpe ringrazia!

http://www.ladyo.it/che-ne-dite-meglio-nude-o-in-pelliccia-mygenerationweb-per-ladyo/

http://www.mygenerationweb.it/201503182317/articoli/agora/al-femminile/2317-che-ne-dite-meglio-nude-o-in-pelliccia-mgw-per-ladyo

Il calendario della felicità

Stasera avevo in programma una di quelle serate che, ipoteticamente, aspetti tutta la settimana. Bene, io la mia vita non la vivo più così, non vivo più aspettando che venga un giorno “speciale” rispetto agli altri. A ciascuno il suo colore, la sua luce, la sua ragione di esistenza, il suo piccolo senso nell’insieme della vita. Insomma, stasera avrei dovuto trascorrere una serata con le amiche nel locale che sento più familiare, tanto che lo chiamo “Casa” ….., dove tra l’altro ho festeggiato il mio 33° compleanno. Fantasia, creatività, selezione musicale che ti fa proprio venire voglia di ballare e lasciar andare via i pensieri, visi ormai conosciuti ma sempre (alcuni) piacevoli a vedersi (sai com’è, certe volte hai proprio bisogno di rifarti gli occhi dopo giorni in cui hai visto solo scimmie), cocktail discreti e soprattutto uno stile ed un arredamento che sembra fatto su misura per me: vintage (vero!) e stravagante, insomma, una chicca!

Pensavo di uscire! Ma, complici la stanchezza di giorni convulsi, la pigrizia post riposino(di 2 ore)pomeridiano, che non facevo da un bel po’, la crisi economica (la mia!) e soprattutto il mal di stomaco che mi allieta da ieri, ho preferito rimanere a casa. E quanto sono belli quei sabato sera in cui rimanere a casa è una decisione personale e non la conseguenza del fatto che ti ritrovi da sola a non sapere proprio che fare e ti senti un’aliena. Sì, sono passata anche e più volte per quei momenti là. Anche quelli in fondo, pur spiacevoli, sono passaggi importanti, sono i momenti in cui impari, volente o nolente, a startene da sola con te stessa, anche se vorresti urlare al mondo che hai bisogno di compagnia, di vedere gente nuova, di svagarti, di non pensare. E invece no. Io, purtroppo, per fortuna, mi sono sempre trovata nella scomodissima posizione di dover pensare. Dover pensare, non, voler pensare, a dispetto di quanto a volte gli altri e soprattutto io abbia pensato di me stessa. Era una strada, si è trattato di un percorso ad ostacoli, ma non potevo saperlo o meglio, in cuor mio lo sapevo, ma forse non ho mai avuto il coraggio di ammetterlo a me stessa. Ho dovuto pensare così tanto e per così tanto tempo da consumare energie. Non so nel frattempo quanti neuroni siano potuti morire…..Pensare per capire, sentire di stare male, voler cambiare, cercare altro. Pensare: il motore di ogni cambiamento decisivo. Guardo indietro a un bel po’ di mesi fa. Sono cambiate molte, moltissime cose.

Sono cambiata io, radicalmente. E mi piace gridarlo! Forte, come una bella notizia, come un canto liberatorio, come una voce che possa dare speranza, incoraggiare. Desidero così tanto che la luce che oggi io riesco a vedere dentro di me possano vederla anche gli altri dentro di loro, perché io sono testimonianza vivente che si possa essere felici pur avendo una storia difficile alle spalle. Perché la luce c’è, e c’è in tutti. Peccato che, molto spesso, facciamo di tutto per oscurarla. Con scelte sbagliate, soprattutto. Scelte sbagliate non per gli altri, ma per noi stessi. Scelte che non rispecchiano la nostra reale identità, che ci allontanano dal bene per noi stessi, che crediamo siano la chiave della felicità, per poi ritorcersi contro, come un boomerang. E che dolore, ragazzi!

choose-happiness

Il 3 giugno dello scorso anno ho iniziato e portato a termine la “sfida” dei cento giorni di felicità. Ne sono cambiate di cose da quel giorno. Direi che il cambiamento sostanziale è stata la decisione definitiva di abbandonare la folle idea, che per 30 anni circa mi ha perseguitato, di diventare un medico. E a 33 anni, con la media del 28, con riconosciute capacità intellettive e umane, con un’esperienza stupenda di reparto e soprattutto senza alcuna reale alternativa e contro il parere di molti, non è che sia propriamente facile. I sogni mi perseguitano ancora di tanto in tanto….ma l’elaborazione del più grande lutto della mia vita è un’altra storia. Ce la vediamo io e il mio inconscio. Tanti altri cambiamenti sono avvenuti e sono ancora in atto….non smetterò mai di cambiare, questo è certo! (Magari ve ne parlerò in qualche altro post).

Oggi, complice questa serata casalinga (benedetta!) ho deciso che voglio intraprendere una nuova sfida, molto più avvincente della precedente. I “giorni di felicità” non saranno 100 ma 365. Sarà l’anno della felicità. Sarà l’anno durante il quale mi impegnerò a intravedere sottilissimi raggi di luce anche nei giorni più bui e voi sarete non solo gli spettatori ma anche e soprattutto i destinatari di questa avventura. Ce la si può fare, ma si deve scegliere di cambiare prospettiva. In quei 100 giorni trascorsi a cercare pillole di felicità di cose brutte ne sono successe parecchie. Il 18 agosto, lo ricordo come fosse ieri, il mio papà ebbe l’ennesimo arresto cardiaco. Lo vidi morire e resuscitare grazie al nostro amico defibrillatore. Ecco, quel giorno per molti sarebbe stato solo un giorno nero, di tristezza, angoscia, preoccupazione. Per me è stato il giorno in cui mio padre è rimasto in vita, il giorno in cui ha riaperto gli occhi ed io ho potuto abbracciarlo e parlargli e dirgli di rimanere tranquillo, che a breve sarebbe tornato in sé. E allora non importa che ogni giorno accadano decine e decine di cose da dimenticare. Vale la pena ricordare una minuscola perla, una stella luminosa, perché ho provato e sto provando sulla mia pelle che è possibile, ma lo si deve volere fortemente. Troppa tristezza, troppe delusioni, troppa rabbia, troppo sconforto in giro! Sembra che la speranza e la voglia di gioire siano andate a fare una passeggiata su Marte. La felicità c’è. Sarà che ci siamo disabituati a vederla? Sarà che preferiamo guardare il negativo perché lamentarsi è più comodo e alla portata di tutti? Sarà quel che sarà. Io, per la mia vita, ho deciso così!

E allora via a questo calendario della felicità. Sono le ore 00:37….si comincia da oggi, domenica 15 marzo 2015 (che poi, per me, è ancora “ieri”, perché tra un po’ mi vado a rifugiare al caldo delle coperte con i miei fedelissimi felini domestici) e si proseguirà per i successivi 365 giorni.

Di settimana in settimana o di mese in mese, a seconda del tempo, che attualmente scarseggia, sarete opportunamente informati sui miei momenti felici!

Cavolo, che sfida! Intrecciate le dita per me!

 

C’è un’ape che si posa su un bottone de rosa,

lo succhia e se ne va…..

Tutto sommato, la felicità

è una piccola cosa.

Trilussa.

La prima volta da addetto stampa – Mostra fotografica in omaggio a Pino Daniele

Io vivo come te è un omaggio fotografico per celebrare la vita e la carriera di Pino Daniele, il più

grande rappresentante di una napoletanità “altra”, nel giorno del suo 60° compleanno. Una

reunion di suoi sostenitori, prima ancora che autori riconosciuti, persone che, come lui, ben

conoscono le difficoltà di fare arte e cultura a Napoli e, nonostante ciò, diffondono nel mondo il

nome della città come luogo di creatività.

Io vivo come te racconta, così come la musica e le parole di Pino Daniele, la profonda conoscenza

di un territorio ed, allo stesso tempo, l’esigenza di rinnovamento di una “forma mentis”

fortemente ancorata al passato, che si esprime attraverso immagini di storie diverse che parlano

al pubblico.

60 immagini di 10 autori, 10 storie per 10 canzoni, visioni personali sostenute da un comune

denominatore: l’esigenza di espressione di forze creative di una città, sempre a metà tra tradizione

e rinnovamento. Un intreccio di immagini d’autore con contributi di musicisti internazionali che,

con la loro arte, ripercorreranno la musica di Pino.

Io vivo come te è, dunque, un progetto che si inserisce nel dibattito sulla contemporaneità. Il fine

sociale è offrire spunti di riflessione per andare oltre, sorvolando logiche semplicistiche,

didascaliche o meramente descrittive di un luogo, così come della vita stessa.

La città si pone, come nelle canzoni di Pino Daniele, sullo sfondo; quella città, musa ispiratrice

che ha, a sua volta, omaggiato il poeta come solo Napoli avrebbe potuto fare. Nei giorni

immediatamente successivi alla sua inaspettata scomparsa, da tutte le botteghe, negozi e bar, da

tutte le case, è risuonata forte soltanto la sua voce, al di là di ogni polemica.

Io vivo come te è un ulteriore omaggio al grande Pino, un atto d’amore incondizionato nei suoi

confronti, ma anche per la città, i suoi abitanti e l’umanità tutta.

 

 

L’inaugurazione della Mostra avrà luogo il 19 marzo 2015, giorno del 60° compleanno di Pino,

alle ore 18:00, nella sua Napoli, nel centro storico, cuore pulsante della città e luogo dove il

cantautore è nato, cresciuto, mosso i primi passi e laddove sono nate tutte le sue canzoni più

intense e significative, sempre a metà tra un grido di aiuto ed un atto di riconoscenza.

 Il progetto sarà presentato per la prima volta presso la chiesa seicentesca di San Biagio Maggiore,

sita in via San Gregorio Armeno 35/39, che è stata recentemente riaperta al pubblico e funge da

sede della Fondazione Giambattista Vico, luogo simbolo del centro storico di Napoli, riconosciuto

patrimonio dell’Unesco.

 

 

La diffusione delle opere verrà amplificata attraverso una galleria QR-Code che sarà disponibile,

dal giorno dell’inaugurazione, alle comunità di napoletani all’estero, così da riavvicinarli alla

propria città d’origine.

 

Fotografie di:

–           Pasquale Autiero

–           Stefano Cardone

–           Francesco Ciotola

–           Luigi Fedullo

–           Biagio Ippolito

–           Claudio Morelli

–           Roberto Salomone

–           Mario Spada

–           Daniele Veneri

–           Eduardo Castaldo

 

 

Nel giorno dell’ inaugurazione, la Mostra sarà introdotta dallo scrittore Maurizio De Giovanni e

sarà arricchita dai preziosi contributi musicali di Raiz e Fausto Mesolella.

 

La partecipazione di tutti gli artisti è a titolo gratuito, così come la sede della Mostra e la visita

alla stessa.

 

L’ evento avrà una durata di due settimane e sono previsti un aperitivo inaugurale e la distribuzione

di un catalogo delle opere.

 

Il 18 marzo, alle ore 18:00, presso l’ex Asilo Filangieri di Napoli, in vico Giuseppe Maffei 4,

avrà luogo la conferenza stampa, con presentazione degli artisti coinvolti. Ogni fotografo illustrerà

la propria opera attraverso uno slideshow, cui seguirà dibattito ed illustrazione dei lavori personali.

 

 

 Io vivo come te” è un progetto di Francesco Ciotola.

A cura di Francesco Ciotola, Mario Spada, Luigi Fedullo e Angela Verrastro.

Comunicazione e grafica di Davide Serio e Maria Marobbio.

 

Francesco Ciotola

Autore: Francesco Ciotola

 

Daniele Veneri

Autore: Daniele Veneri

 

Biagio Ippolito

Autore: Biagio Ippolito

 

Claudio Morelli

Autore: Claudio Morelli

 

Eduardo Castaldo

Autore: Eduardo Castaldo

 

Luigi Fedullo

Autore: Luigi Fedullo

 

Mario Spada

Autore: Mario Spada

 

Pasquale Autiero

Autore: Pasquale Autiero

 

Roberto Salomone

Autore: Roberto Salomone

 

Stefano Cardone

Autore: Stefano Cardone

 

Dalla morte nasce la vita “Nel Campo delle Viole”

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Vite spezzate, brutalmente interrotte nel corso della loro storia, da una criminalità violenta e disgustosa, che ha il nome di camorra. L’eco di quelle stesse vite, vittime innocenti di un male feroce, risuona in eterno in un campo di viole, perché “ciò che distrugge, muore e ciò che costruisce, vive in eterno”.

“Nel Campo delle Viole” è andato in scena al Teatro Di Sotto (Via Tasso 296) con numerose repliche e serate sold out, è vincitore del Premio Li Curti 2012 ed è stato insignito della menzione speciale all’edizione 2013 del Premio Landieri. Nonostante il grande successo di pubblico e critica, l’autore (insieme a Ivan Antonio Luigi Scherillo e Marianna Grillo) e regista dello spettacolo, Diego Sommaripa, non ha voluto presentare la sua opera prima nella versione originaria, ma ha voluto coraggiosamente apportare delle modifiche, solo in parte legate ad esigenze logistiche (lo spettacolo ha debuttato al Theatre de Poche nel maggio 2013), e piuttosto frutto della sua innata voglia di sperimentare e mettersi in gioco con nuove sfide.

E non manca una punta di orgoglio quando Sommaripa afferma di essere stato tra i primi, proprio in questo spettacolo, scritto nel 2012, ad avere utilizzato un linguaggio ed affrontato delle tematiche “filo-gomorriane”. Sicuramente lo splendido lavoro dell’autore e regista è supportato da un cast di tutto rispetto, del quale, tra l’altro, fanno parte (così come nella prima versione) due reduci proprio da “Gomorra – La Serie”: Salvatore Presutto e soprattutto Ivan Boragine, che, non a caso, rappresentano sul palco il fronte malavitoso.

“Nel Campo delle Viole” non può essere banalmente definito uno spettacolo teatrale che parla di vittime della camorra, ma è molto di più. Partendo infatti dal rispetto e dall’ammirazione per tre vittime innocenti, a rappresentanza di tutte le vittime della malavita organizzata, apre un vero e proprio squarcio su quella che è una delle realtà più scottanti della nostra quotidianità. Il punto di vista è duplice: da un lato le storie, che non possono non commuovere e scuotere profondamente, di Simonetta Lamberti, Antonio Landieri e Salvatore Nuvoletta; dall’altro i loro carnefici, assassini mandatari e materiali, non solo di vite umane, ma di valori ed ideali, quelli di una fetta di società che non si arrende, che continua a difendere la propria terra e la propria onestà, a dispetto della paura, delle minacce, del silenzio omertoso.

Le storie dei personaggi, quindi, si intrecciano idealmente, valicando il confine tra la vita e la morte, che prende la forma, sulla scena, di un led luminoso sul pavimento. Da un lato l’oscurità, la tenebra, le vite maledette di coloro che distruggono, che spargono sangue, che inquinano, che mortificano la vita in ogni modo possibile. C’è il politico corrotto (Boragine) che, in virtù del patrimonio consegnatogli dal padre e dei suoi studi di giurisprudenza, vive la sua personalissima “missione” di operare per la sua gente, da cui pretende, più che rispetto, amore incondizionato, adorazione; è assetato di potere, è disposto a tutto, tranne che a sporcarsi, affidando il compito più bieco, al suo braccio armato, Corrado, interpretato magnificamente da Presutto. Fedelissimo, quest’ultimo asseconda ogni volontà del suo “padrone”, è un figlio rispettoso, proveniente dalla strada, da quella realtà, la cui unica ragione d’essere sembra la violenza, fino al rinnegamento della vita stessa: un’infanzia trascorsa ad osservare pistole, rapine, prostituzione, violazione dell’infanzia, che diviene il motore più logico per scegliere di prenderne parte, per arricchirsi, per meritare rispetto.

Al limite “tra il male e il bene”, si colloca la figura della “donna” del malavitoso, interpretata con bravura e credibilità da Sara Saccone, che riesce nel difficile ruolo di dar vita ad una donna che ha consegnato l’anima al diavolo, a cui viene tolta ogni dignità, che agisce da schiava inerme e silente, terrorizzata, letteralmente paralizzata nel corpo e nello spirito, dal potere dell’uomo a cui ha scelto irrimediabilmente di legarsi. Sottomessa, accetta di essere calpestata. “Perché parli? Mi piaci quando stai zitta.” Vive consapevolmente la sua vita di dannazione ma è anch’ella vittima di qualcuno, qualcosa, più grande di lei ed ecco che appare come l’anello di congiunzione con il bene, con le vittime innocenti: Simonetta Lamberti (Claudia De Biase), Antonio Landieri (Paolo Gentile) e Salvatore Nuvoletta (Alessandro Palladino). Incontratisi in una dimensione ultraterrena, decidono di riappropriarsi del bene più grande che la camorra ha tolto loro, le loro vite, “costruendo” sulle macerie qualcosa che possa non morire mai, che possa testimoniare la speranza di cambiare, che possa rendere il loro sacrificio non vano. Una bambina strappata al salto della corda, alle onde del mare, ai sogni e all’abbraccio dei genitori, che, impotente, ascolta le lacrime e lo strazio della madre. Un ragazzo disabile col sogno di essere rispettato ed amato, di sentirsi uguale agli altri, scambiato per spacciatore insieme ai suoi amici, che non è riuscito a scappare in tempo per la sua condizione e che muore colpito alla schiena. Un giovane carabiniere, cresciuto nello stesso ambiente degradato di Corrado, con cui condivideva le partitelle di calcio, che ha scelto di schierarsi dall’altra parte, che ha speso la sua vita fino all’ultimo istante, per proteggere gli indifesi, per proteggere un bambino da una pallottola, morendo con orgoglio.

Rivivono le proprie vite e le rispettive morti sulla scena, arrivando al pubblico con un’intensità così forte da sentire un vero e proprio pugno nello stomaco, merito del testo, della regia mai scontata e sicuramente delle performance dei tre bravissimi attori, impegnati con monologhi e dialoghi nella dura prova di esprimere frammenti di vita, sentimenti ed inquietudini, così delicati, così meritevoli di rispetto. Nel limbo tra la vita e la morte i personaggi si incontrano. Le tre vittime non cedono al loro intento, non si lasciano intimidire e, nonostante i momenti di sconforto, rimangono uniti contro l’usurpatore e il suo scagnozzo, che lottano, inutilmente affinché la memoria sia spazzata via. Il messaggio è chiaro: un nemico comune si combatte insieme e, alla fine della battaglia, al termine della vita, tutto ciò che rimane è il bene per cui si è combattuto, l’esempio che si è lasciato, con la propria testimonianza di vita, che concima la terra affinché nasca nuova vita, affinché nascano le viole.

Non c’è un attimo in cui lo spettacolo non attiri magneticamente l’attenzione dello spettatore, nessun passaggio scontato, nessuna parola superflua, nessun movimento che non sia perfettamente incastrato nella scena corale. La storia è articolata in modo da non consentire alcuna distrazione, pena l’incompleta comprensione di ciò che accade sulla scena, laddove, in un’eterna lotta, il bene e il male si scambiano il ruolo di protagonista. Perfetto a questo fine è il gioco di luci. La scenografia è essenziale e pulita: ogni oggetto in scena ha una sua precisa funzione, nella storia o nella rappresentazione; nulla, anche in questo caso, è superfluo. Lo spettacolo è arricchito dalla malinconica musica di Marcello Cozzolino, che fa da colonna sonora ai monologhi di Claudia De Biase, la quale è protagonista di una performance intensa, complici proprio i frammenti canori, estremamente evocativi. Come la sua, ottime anche le interpretazioni di Paolo Gentile e Alessandro Palladino.

Non possiamo non sottolineare la prova artistica di Ivan Boragine, che mette la sua ormai consolidata tecnica a disposizione di una profonda lettura personale, raggiungendo il risultato di una realistica interpretazione del personaggio. Appare freddo e spietato calcolatore, ma allo stesso tempo estremamente complesso nelle sue molteplici sfaccettature: arroganza, perfidia, crudeltà, bassezza morale, ambizione, vanità. Boragine è il protagonista della forte scena finale, nella quale il politico, schiavo di sé, vive il terrore e l’angoscia delle sue ultime ore e più, che della condanna umana, di quella eterna.

Il plauso finale va a Diego Sommaripa, per l’altissima qualità di uno spettacolo che speriamo, un giorno, di vedere rappresentato a livello nazionale, ritenendo che, al di là dell’indiscusso valore artistico, possa avere anche un ruolo sociale: guardare diversamente ad una realtà che fa paura e che troppo spesso è misconosciuta, nella quale non sia dato solo risalto ai carnefici ma anche, doverosamente, alle vittime.

http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=15629

E, a seguire, una foto con i protagonisti: Diego Sommaripa, Ivan Boragine. Attori e preziosi miei amici.

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Quello che gli uomini non dicono, ma sopportano! #uominituttolanno – parte I

 

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Pur essendo donna, ammetto che non sempre riesca ad essere solidale con alcune rappresentanti del gentil sesso, soprattutto con gli esemplari, sempre più diffusi, di donna eternamente lamentosa, isterica e proibitrice. Con questo non voglio dire che anch’io non cada o non sia caduta in alcuni dei più fastidiosi atteggiamenti che i poveri uomini sono costretti a tollerare per amore e per il buon andamento di una relazione sentimentale. Uno dei miei slogan di vita, infatti, è: “Autocritica, sempre!”. Di sicuro esistono donne che, al contrario, a fare autocritica rispetto ai propri comportamenti, non ci pensano neanche un secondo, partendo dalla certezza assoluta, di avere sempre e comunque ragione. Trascorsa la festa della donna, ho sentito, quindi, il bisogno di spendere un po’ del mio tempo e qualche parola in difesa del genere maschile, tanto spesso bistrattato (da me in primis, in questo periodo della mia vita!). Insomma, esiste pur sempre l’altro lato della medaglia. E in questo caso si tratta degli adorabili portatori del cromosoma Y, quelli senza i quali le donne, oltre che non poter procreare, non avrebbero uno dei più quotati argomenti di cui parlare e per il quale sprigionare quantità industriali di adrenalina.

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Passiamo quindi in rassegna i primi 5  peggiori tormentoni ai quali le donne sottopongono i loro compagni.

1. Lo shopping.

Certo, esistono uomini che, vuoi per passione per la moda e l’abbigliamento, vuoi per narcisismo, o per gelosia, perché non lascerebbero mai uscire le loro donne da sole (anche chiamati i siciliani degli anni ’20), trovano lo shopping un momento piacevole o addirittura di svago. Ammettiamolo, si tratta della minoranza. Nella maggior parte dei casi, la fatidica domanda “tesoro, stamattina che siamo liberi, ti va di andare a fare qualche spesa?”, è seguita nella mente maschile da una visione apocalittica, che si traduce nella risposta sommessa: “Certo, tesoro!”. Soprattutto quando l’uscita è programmata perché lo shopping lo faccia solo lei. “Devo assolutamente comprare un borsa nuova”, “Mi manca un paio di scarpe da abbinare all’abito per il matrimonio a cui siamo stati invitati”, “Non so cosa mettere per il lavoro, i mezzi tempi mi mandano in crisi”. Qualsiasi sia il pezzo mancante, la donna ha sempre una necessità impellente, che richiede tempo, km a piedi, concentrazione e gli immancabili consigli del compagno. E se, malauguratamente, l’uomo non approva un acquisto, il confine tra il muso lungo e il litigio è davvero labile. “Quindi non mi sta bene? Di’ la verità, è perché sono ingrassata!”. “Quando mai ne hai capito di moda, tu?”. Solo per citare le espressioni più gettonate. E li vedi disarmati, impotenti, frustrati, sudati, contare i minuti alla fine dello strazio e lanciarsi tra di loro occhiate complici, in file interminabili alle casse, fuori ai camerini di prova, con uno smartphone come unico “salvatore”, da consultare rigorosamente di nascosto per il rischio di ricevere l’accusa di risultare distratti. Ragazze, ma perché, dico io, sottoporli a questo supplizio? Valutate la possibilità di cambiare, almeno una tantum, l’accompagnatore: amica, mamma, sorella? O magari optate per una bella passeggiata da sole in tutta tranquillità! Ah, dimenticavo! Le buste degli acquisti? Ovviamente le porterà lui. “Sono troppo stanca, amore!”.

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2. Il ciclo mestruale

Arriva ogni mese o almeno così sperano le donne che, di avere una gravidanza, non se lo sognano minimamente, se non nei loro peggiori incubi (che poi quelli degli uomini sono di gran lunga peggiori!). Lo sappiamo. Lo aspettiamo. Ma come un fulmine a ciel sereno ci coglie sempre impreparate. Un tripudio di sintomi, la lacrima facile, l’incazzatura pure. “Non è colpa nostra, è colpa della tempesta ormonale”, si difendono alcune. E quale occasione migliore di lamentarsi di tutto e di tutti se non i fatidici 5 giorni (più o meno) del mese? Peccato che per molte donne, davvero, il “problema” non siano quei 5 giorni, ma insieme a loro, i restanti dell’intero mese, il che equivale a dire quasi tutti i giorni dell’anno. Ci sono l’ovulazione, la sindrome pre-mestruale, le mestruazioni e poi la fase post-mestruale(“sono stata troppo male questo mese, devo assolutamente riprendermi in questi giorni, mi sento fiacca!). Uomini, davvero, avete la mia più totale comprensione, il mio sostegno indiscusso. In “quei” giorni possiamo diventare veramente insopportabili, moleste, addirittura: ci sono l’acida, l’isterica, la depressa, la cioccolata-dipendente e chi più ne ha, più ne metta. E poi c’è lei. La peggiore di tutte. Quella che pensa di avere una malattia mortale: non esce, trascorre la giornata a letto, quasi non mangia, non si lava (perché alcune donne credono ancora di non poter fare la doccia o lo shampoo, vi giuro!) e, specie d’inverno, è sommersa da Kg di lana o di pile e non scoprirebbe mai un solo cm del suo corpo; insomma, è morta e non lo sa. Il suo compagno è la vittima designata a subire ogni santissimo mese lo stesso copione e per giunta, deve simulare una certa sorpresa perché non gli sia detto che è un insensibile ed un maschilista. Forza e coraggio, ragazzi, in fondo 5 giorni (ammesso siano solo 5) passano presto!

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3. Le attese infinite

L’attesa ad un appuntamento è uno dei capitoli più tragici della relazione uomo-donna, soprattutto nella fase di fidanzamento, quella in cui è lui ad andare a prendere lei per uscire insieme. Qui, lo ammetto, cado di brutto. Sarei curiosa di sapere negli anni il totale dei minuti(?)di ritardo che ho fatto….potrebbe trattarsi di giorni, ahimè! Non so se esistano donne puntuali con i loro uomini, ma per me, ritardo e donna vanno a braccetto. In piedi sotto il portone, seduti in auto ad ascoltare la musica o a messaggiare (neanche la gelosia ha potere su di noi), appoggiati allo scooter, se ne stanno pazientemente e puntualmente (loro!) ad attenderci e guai se al nostro arrivo tentano di lamentarsi. “Volevo solo essere bella per te! Neanche questo apprezzi, potresti farmi un complimento di tanto in tanto”. Cosa rispondere a questo punto? Nulla! Incassare e silenzio! E guai se nell’attesa ci chiamano più volte. “Ti ho detto che faccio 5 minuti di ritardo, perché continui a chiamarmi ogni quarto d’ora? Mi fai solo fare ancora più tardi e non so se ti conviene. Aspettami, che faccio subito!”. Una tortura che si ripete uguale a se stessa, 10, 100, 1000 volte; inizio a pensare che esista un gene del ritardo e che lo ereditino solo le donne. Non mi resta che fare “mea culpa” pubblicamente a nome mio e dell’intero genere femminile. Almeno, impegniamoci affinché il risultato valga l’attesa, soprattutto quando l’uomo rischia il congelamento acuto.

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4. I bagagli delle vacanze

“Amore è che tu sei forte, io non riesco a portare tutto da sola e ho già la borsa e il beauty case!”. Peccato che lui debba portare la sua valigia e quella (magari fosse soltanto una!) della sua compagna. La scena si ripete ad ogni viaggio. Lui che porta con sé l’indispensabile o poco più e lei che svuota letteralmente l’armadio, la scarpiera, il bagno di casa, una sorta di trasloco insomma. Affaticato e sudato, lui, per amore di lei, mette a dura prova la sua massa muscolare, solo perché a lei possa non mancare nulla per essere “perfetta” in ogni circostanza, in campeggio, sulla spiaggia, in città. Peccato che poi, la lei in questione, usi solo un terzo di ciò che ha infilato nei suoi bagagli fino a farli scoppiare. Ma si sa, deve poter scegliere l’outfit più adeguato e non è che sia questione da poco. Se non è amore questo?!

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5. Il proibizionismo

Le donne “proibizioniste” sono tipicamente quelle fidanzate/sposate con i cosiddetti uomini “zerbino”, quelli che sarebbero disposti a sopportare tutto, ma proprio tutto, per non perdere la loro dolce (?) metà. Quindi, in questo caso, le colpe sono da dividere al 50%. Serate con gli amici e partite di calcio sono del tutto bandite. Raramente può essere fatto uno strappo per qualche ora trascorsa a giocare alla playstation o per inviare la formazione del fantacalcio, non senza l’accusa di essere infantile. Qualsiasi attività che non sia il lavoro, che lo tenga lontano da lei, non è ammessa, nel modo più categorico. “Quel poco tempo che abbiamo a disposizione lo DOBBIAMO trascorrere insieme, altrimenti il nostro rapporto non ha più senso”. Catastrofe, cataclisma. E lui rinuncia a qualsiasi spazio di libertà pur di non mettere in crisi il rapporto, sperando in cuor proprio di avere per sempre la stessa pazienza. Ma se c’è una cosa che molte donne proprio non tollerano, costringendo gli uomini ad un perenne autocontrollo, al quale volentieri si vorrebbero sottrarre almeno in qualche momento (giusto per ricordare i bei tempi selvaggi dell’adolescenza) sono quelle, chiamiamole così, piccole libertà del tutto maschili. Non scendo nei particolari, confido nella vostra fervida immaginazione. E allora ergo a “mito assoluto” il caro, vecchio, ragioniere Fantozzi e il suo grido di combattimento, espressione alta del libero arbitrio maschile: “calze, mutande, vestaglione di flanella, tavolinetto di fronte al televisore, frittatona di cipolle, familiare di Peroni gelata, tifo indiavolato, rutto libero”.

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A presto con le prossime 5 torture!

http://www.mygenerationweb.it/201503092295/articoli/agora/al-femminile/2295-quello-che-gli-uomini-non-dicono-ma-sopportano-uominituttolanno-–-parte-i

 

 

Donna oggetto? No, grazie! #donnetuttolanno

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Era il lontano 1991, ma io lo ricordo come fosse ieri (anche perché avevo già 10 anni!). Jo Squillo e Sabrina Salerno facevano coppia a Sanremo, sfoggiavano un look glam-rock che oggi farebbe invidia a numerose celebs e cantavano la mitica “Siamo donne”. “Siamo donne, oltre le gambe c’è di più, siamo donne, un universo immenso e più”.

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Banale, direte. Io non credo affatto. Queste parole, molto più che semplici, incastrate in un motivetto orecchiabile, (che all’epoca fu un vero e proprio tormentone) racchiudono in sé una piccola grande verità, che, in modo scanzonato, ha raggiunto centinaia di migliaia di donne. Una donna non è un paio di gambe. E non è nemmeno un paio di tette (rigorosamente dalla terza taglia in su), né un fondoschiena (sono consapevole che Kim Kardashian rimarrà delusa nell’apprendere questa notizia, chiedendosi probabilmente il perché della sua esistenza!), né tantomeno un corpo da mettere in bella mostra in una vetrina, su un cartellone pubblicitario, su una passerella, in un programma televisivo. God save the radio!

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Quello della donna è un universo così immensamente straordinario che, nella maggior parte dei casi, agli uomini non resta che ammettere la loro irrimediabile incapacità di comprenderlo. Sconfitti, davanti alla nostra complessità, dopo averci dato delle isteriche, delle rompico…(bip!), delle eterne vittime della sindrome pre-mestruale, gettano le armi e addirittura (qualche volta) sono in grado di renderci felici, nonostante di noi, probabilmente, non ci capiscano quasi nulla.

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Ma siamo proprio sicure che oggi noi donne siamo consapevoli di non essere solo un paio di gambe o, per dirla brutalmente, un pezzo di carne? Sì, d’accordo, siamo istruite, lavoriamo, facciamo carriera, occupiamo posti di responsabilità, addirittura qualche volta persino ruoli istituzionali e, contemporaneamente, riusciamo ad essere figlie amorevoli, fidanzate e mogli fedeli (?), mamme premurose. Allo stesso tempo, possiamo negare che per molti uomini e in tante diverse situazioni, siamo ancora considerate poco più che “oggetti”? Ci sono i casi limite, certo, quelli sicuramente più lontani dalla nostra realtà, quelli che raggelano il sangue solo a sentirne parlare: le condanne sommarie, con cui, ancora oggi, si uccidono donne nel modo più brutale possibile (vedi lapidazione), la mutilazione dei genitali, il turismo sessuale (ne sono vittime anche i maschi, va detto per onestà!). Ci sono poi piccole creature vendute al miglior offerente solo per la disgrazia di essere nate con due cromosomi X e bambine, o poco più, date in spose a uomini che potrebbero essere i loro nonni, donne attratte nei paesi “sviluppati” con l’inganno e costrette alla prostituzione e alla schiavitù del corpo e dell’anima. Corpi e nient’altro, merce, senza dignità. E sono solo alcuni dei più squallidi esempi. Esempi di vite umane, che valgono meno di zero agli occhi del mondo.

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E noi, emancipate donne occidentali? Non cadiamo, pur senza accorgercene, anche noi in questa logica perversa quando, pur di fare carriera, ci prestiamo a concedere favori sessuali? Non facciamo finta che questa realtà non esista, sappiamo bene che è intorno a noi, anche se spesso fingiamo di ignorarla. E perché continuiamo ad accettare che, per alcune tipologie di lavoro, sia richiesta una bella presenza? Discriminazione. La lingua italiana è ricca di parole, usiamole! E perché siamo ancora così maledettamente sensibili al bombardamento di messaggi mediatici, che ci vogliono tutte stereotipate, “perfette” ed incredibilmente sexy, magari accanto a uomini che non sono altro che i diretti discendenti della scimmia? Perché, noi donne italiane, abbiamo accettato (e votato, ma è un’inezia!) di essere governate da un uomo che ha sempre ritenuto la donna nient’altro che un oggetto sessuale? Quanti uomini ci considerano solo come strumenti di piacere! Le battute continue e per lo più del tutto fuori luogo, gli sguardi ai raggi X di viscidi esemplari di sesso maschile mentre camminiamo per la strada con il nostro bagaglio di pensieri, con i nostri progetti, le nostre insicurezze, gli approcci da trogloditi che subiamo quando usciamo tra amiche, le proposte che riceviamo da uomini più o meno impegnati. Cerchiamo molto spesso, ahimè, relazioni sentimentali che nulla hanno a che vedere con l’amore, ci leghiamo morbosamente ad uomini che, con i loro atteggiamenti, ci svalutano, ci maltrattano, ci feriscono, ci offendono nella nostra dignità. E la tragedia vera e propria è che glielo lasciamo fare, dimenticando quanto ognuna di noi sia preziosa e meritevole di rispetto, prima che di amore.

Non sono forse, tutte queste, situazioni in cui la donna è “oggettivizzata” e sessualizzata?

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Ci ho pensato su a lungo. Credo che in parte la questione dipenda da millenni di sottomissione (nonostante in alcuni periodi storici e presso alcune culture la donna abbia avuto un ruolo importante nella società), come se (e probabilmente è così) nel nostro patrimonio genetico sia impresso un marchio che ancora ci condanna, una sorta di ancestrale dote alla sopportazione, da cui, con grande fatica, stiamo provando ad affrancarci. Ma un secolo è davvero un tempo troppo limitato per raggiungere in toto questo risultato, nonostante i grandi passi fatti. Potrei citare centinaia di donne che, in tutti i campi, hanno fatto la differenza e hanno scritto indelebilmente un pezzo della storia, da Rita Levi Montalcini a Madame Curie, da Maria Montessori a Madre Teresa di Calcutta, da Coco Chanel a Frida Kahlo, passando per la giovanissima, premio Nobel, Malala.

E allora non è che ci dispiaccia ricevere le mimose l’8 marzo; personalmente gli estremismi non fanno parte del mio DNA e della mia visione della vita, ma la mimosa nel giorno della festa della donna, per me, ha lo stesso valore di una rosa, di una margherita o di un girasole negli altri 364 giorni dell’anno, che siano o meno giorni importanti sul calendario o nella propria vita. Nessuna donna (così come nessun essere umano, sia chiaro!) ha bisogno che ci sia qualcuno a ricordarle, in un unico giorno dell’anno, quanto sia importante, quanto valga la sua presenza nel mondo. Ogni donna, 365 giorni su 365, deve essere rispettata ed essere considerata pari all’uomo nella sua dignità, nel suo lavoro, nella sua identità, nella sua sessualità, nella sua libertà religiosa e politica, nella sua affettività. E questo è molto diverso dal voler essere considerate uguali all’uomo. Noi donne, al nostro essere donne, non rinunceremo mai.

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A voi la scelta, ragazze. Prima opzione: una tristissima uscita tutta al femminile la sera dell’8 marzo (occasione ghiotta, è anche domenica!) che, per alcune, è l’unico, rarissimo momento di libertà che si concedono dalla simbiosi col partner e per altre, l’occasione di sfoggiare gli abiti più trash e gli atteggiamenti meno femminili che possano immaginarsi, esponendosi al pubblico ludibrio degli uomini. Seconda opzione: impegnarvi concretamente a vivere una vita all’altezza del vostro essere donne, pretendendo il rispetto SEMPRE.

IlPuntoV e le donne di MGW hanno già deciso da tempo. Loro, con le amiche, escono tutte le settimane!

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In bocca al lupo. A me. A voi.

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Non lo nego, è dura. Devi sempre fare affidamento solo tu te stessa, sulle tue forze e perfino sulle tue debolezze. Arriva un momento in cui tu e solo tu ti trovi davanti ad uno specchio e non puoi più fingere di guardare altrove, di girarti e andare via, di fissare un altro punto: sei costretta a guardare la tua immagine, e di lì, a guardarti dentro. Ti tocca sbattere la testa contro il muro, così tante volte, senza nessuno a curare le tue ferite. Se sei fortunata, gioirai per una mano che qualcuno è in grado di tenderti, per un abbraccio sincero, per una parola detta nel momento e nel modo giusto. Percorrerai strade in salita, ripide molto più di quanto immaginassi, cadrai e ti rialzerai, sempre da sola, avrai paura, penserai di non farcela, ti sentirai sola, tremendamente sola, con tutto il tuo bagaglio di ricordi, con tutte le tue illusioni di felicità, che ti hanno lasciato anch’esse sola. E guarderai centinaia di volte le vite degli altri, che ti sembreranno migliori della tua. Ma non farti distrarre, sono tentazioni pericolose, renderanno il tuo cammino più difficile e stancante. Rinuncerai a malincuore a delle occasioni di piacere, ma solo perché capirai che si tratterebbe di piaceri effimeri, che ti toglierebbero la sete per un attimo per renderti poi ancora più assetata di prima. La certezza che dovrai portare con te è di camminare per raggiungere un luogo migliore da quello da cui sei partita. Diventerai forte, sarai solo tu la tua eroina e vincerai tutte le battaglie da cui, prima, eri uscita sconfitta e sanguinante.
In bocca al lupo. A me. A voi.

 

Presentazione de “Il resto della settimana” di Maurizio De Giovanni

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Ieri pomeriggio(2 marzo), a partire dalle 18:00, con ingresso libero, il Teatro Diana di Napoli ha ospitato uno di quegli eventi culturali che danno nuova linfa alla nostra città, come dimostra l’estesa ed emozionata partecipazione del pubblico: la presentazione del nuovo, attesissimo, romanzo di Maurizio De Giovanni, dal titolo “Il resto della settimana” (edito da Rizzoli). Lo scrittore napoletano, classe 1958, abbandona quindi, anche se solo momentaneamente, il noir e le saghe del commissario Ricciardi e dell’ispettore Lojacono, che tanto lo hanno reso famoso, non solo in Italia ma a livello internazionale (i suoi libri sono infatti tradotti in numerose lingue). Nel nuovo romanzo si dedica infatti ad un altro tema, a lui non meno caro, né di certo meno popolare rispetto alle indagini poliziesche: il calcio o meglio la passione per il calcio, che, per un napoletano DOC, non può che essere sinonimo di passione per il Napoli. De Giovanni ha salutato con sincero affetto il pubblico presente e ringraziato organizzatori e sostenitori, con una particolare menzione per la libreria Iocisto, di cui è socio, e per il Teatro Diana, per l’attenzione che sempre riserva alla cultura in tutte le sue forme. Ma l’abbraccio più caloroso lo ha riservato al gruppo dei “malati azzurri”, tifosi che vivono di passioni e follie e che lo stesso De Giovanni definisce come “il gruppo virtuale in cui il lunedì mattina si può scrivere di stare male senza essere presi per pazzi, trovando anzi una piena condivisione”: è al gruppo che lo scrittore dedica il suo romanzo, a suo avviso il migliore, proprio perché frutto di una grande passione. Sul palco, insieme allo scrittore, c’era il regista e dirigente televisivo RAI, Francesco Pinto, a cui De Giovanni lascia la parola non senza un minimo di timore, data l’ironia che, di consueto, accompagna le sue presentazioni. “Siamo poveri, non c’è niente da fare, le nostre arterie sono i vicoli da cui parte il romanzo”, così esordisce Pinto, raccontando le tante “anomalie” di Napoli, una città in cui popolo e aristocrazia si mischiano, al cui centro c’è la periferia, una città in cui bar non sono quelli opulenti delle metropoli, ma luoghi angusti e in perenne attività, laddove quella del caffè è un’arte che richiede ingegno e fatica. E tra le tante anomalie si colloca il simbolo del calcio Napoli, non un diavolo arrabbiato, un’aquila imperiale o un animale della savana, ma un umile e paziente asino, che prese il posto nel lontano 1926 di un cavallo rampante, al termine del primo campionato, disastroso, della squadra partenopea nella serie maggiore. “E siamo così poveri”, continua Pinto, “che non possiamo permetterci nemmeno il lusso di una seconda squadra, così Napoli è il Napoli e il Napoli è Napoli”, si condividono gioie e dolori in nome di un unico e grande amore, intorno al quale ruotano i personaggi del romanzo di De Giovanni, malati, malati per il Napoli. E ancora aneddoti, ricordi, emozioni, follie, condivisi non solo da Pinto e De Giovanni, ma da un’intera città, che rivivono nelle pagine de “Il resto della settimana”. La presentazione di quest’ultimo si arricchisce di una perla, la vibrante performance teatrale di Paolo Cresta, sempre impeccabile, accompagnato sul palco dalla chitarra “sudamericana” di Giacinto Piracci. Cresta dà superbamente voce ai personaggi di “Luiz torna a casa”, di De Giovanni, il racconto del ritorno a Napoli di un professore universitario, razionale e solitario, per far visita al padre, malato terminale e grande tifoso del Napoli. Sono proprio l’amore per il Napoli e la passione condivisa con il padre che consentono all’uomo, rivivendo i suoi ricordi di bambino, di ritornare alle origini, alla sua città rifiutata, al suo passato, da cui, invano, aveva tentato di fuggire.

Il calcio, e soprattutto la folle dedizione al Napoli, è in ultima istanza veicolo di unione, tanto tra sconosciuti in un bar (che di lunedì, dopo una vittoria, si ritrovano a sorridersi increduli), quanto tra padre e figlio, è una realtà che emoziona, che può far paralizzare o esultare, è sangue che scorre nelle vene, è non solo il ricordo dei tempi felici del “nano gigante” ma anche desiderio di riscatto, perché “i poveri sono molto legati alle cose che hanno, perché se le sono conquistate” (Pinto).

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