#OBEY. Shepard Fairey al PAN: la Street Art sbarca a Napoli

Foto copertinaPresso il PAN(Palazzo delle Arti di Napoli) è in corso la mostra #OBEY, dedicata a Shepard Fairey, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Obey, una delle voci più famose della “Street Art”. Napoli si conferma, quindi, un importante punto di riferimento culturale per l’arte contemporanea, dopo l’enorme successo registrato dalla mostra dedicata lo scorso anno, sempre al PAN, ad Andy Warhol, conclusasi con oltre 45000 presenze. La mostra, curata da Massimo Sgroi e organizzata da “Password Onlus”, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli,  è stata inaugurata il 6 dicembre e sarà visitabile sino al prossimo 28 febbraio.

Sessanta sono le opere in esposizione, provenienti per lo più da collezioni private italiane, attraverso le quali il visitatore compie un vero e proprio viaggio attraverso l’ “Arte di Strada”, movimento artistico originato circa 30 anni fa come diretto discendente della Pop Art, di cui Warhol è stato il protagonista indiscusso. Impossibile non notare nelle opere di Obey un richiamo al padre della Pop Art, soprattutto nella scelta concettuale di trasformare personaggi più o meno noti in vere e proprie icone mediatiche.

Ed è proprio da questo presupposto che ha inizio la produzione artistica di Fairey nel 1989, l’anno successivo al conseguimento del diploma all’Accademia d’Arte (South Carolina), quando realizza una campagna dal nome André the Giant Has a Posse, volta a suscitare nei cittadini una riflessione sull’ambiente urbano. Egli realizza stickers che raffigurano il volto del wrestler André the Giant(con il quale si apre la mostra), scelto senza una particolare ragione se non la sua notorietà al pubblico, e ne tappezza i muri delle città. Non è quindi un caso che Shepard Fairey sia venuto alla ribalta a livello internazionale quando ha fatto di Barack Obama un’icona.

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ANDRè THE GIANT

 

L’artista, infatti, ha “confezionato” un manifesto divenuto l’icona della campagna elettorale del primo Presidente degli USA afroamericano, The Hope Manifesto. Il volto di Obama, stilizzato, è realizzato in quadricromia, con i toni prevalenti del rosso e del blu, ed è accompagnato dalla scritta “HOPE”. Ne viene fuori un’opera che veicola un messaggio immediato e di grande impatto: S. Fairey dichiara pubblicamente la propria speranza, la voglia di appartenere ad un progetto di cambiamento, e li  proietta sul volto di Obama; dà, in definitiva, un’immagine ad un’idea.

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THE HOPE MANIFESTO

 

Alla realizzazione del primo manifesto, seguirà quella di altri due, differenti,  recanti le scritte: “CHANGE” e “PROGRESS”, tutti in esposizione, che accompagneranno Obama all’insediamento alla Casa Bianca. Lo stesso Obama, il cui staff non ha mai ufficializzato una collaborazione con lo street artist, rivolgendosi ad Obey, afferma: “Ho il privilegio di essere parte della tua opera d’arte e sono orgoglioso di avere il tuo sostegno”. Ma, come il curatore della mostra, Sgroi, sottolinea “La hope è passata. L’arte resta”.

Se infatti le speranze di un cambiamento radicale, che hanno animato la campagna elettorale di Obama, si sono scontrate nel tempo con il delicatissimo e gravoso compito della gestione politica del più controverso paese del mondo, l’arte prosegue nel suo compito e non può sottrarsi alla rappresentazione di un Obama alle cui spalle si erge Capitol Hill, simbolo del potere politico, che può cambiare l’essere umano e persino corromperlo. L’opera, Capitol Hill, esposta insieme ai manifesti, è realizzata su tela e vede l’uso del collage e della pittura spray su stencil, tecnica utilizzata da Obey per numerose opere, così come la stampa su carta, la tecnica mista su tela e l’uso di pannelli di legno.

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CAPITOL HILL

 

Interessante è la sezione della mostra “Venezia, Obey e le strade d’acqua”, in cui sono esposte varie opere che Fairey ha realizzato per e a Venezia, tra cui St. Mark’s Square, St. Mark’s Horses e Obey Marittima. Evidente appare il contrasto tra le bellezze storiche ed artistiche della grande Venezia dei Dogi e l’iper contemporaneità del linguaggio espressivo dello street artist americano. In una Venezia, crocevia di popoli e culture, Obey contrappone Angela Davis, attivista del movimento afroamericano statunitense delle Black Panters, ad una combattente vietcong: la guerra per la libertà è però sovrastata dal simbolo della pace.

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ST.MARK’S SQUARE

 

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ST. MARK’S HORSES

Guerra, pace, razzismo, lotta sociale, sovversione, sono i temi che Fairey affronta più frequentemente nelle opere esposte, che, non a caso, sono i temi più cari alla corrente artistica cui appartiene. Interessante è anche il confronto tra aspetti positivi e negativi del capitalismo, come si evince dall’opera Two Sides of Capitalism.

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TWO SIDES OF CAPITALISM – BAD

Tanti volti animano la mostra, che si snoda attraverso il primo e il secondo piano di Palazzo Roccella: dai personaggi dell’intramontabile “Il Padrino”, ciascuno dei quali accompagnato da una frase emblematica, passando per combattenti cinesi, turchi, africani, sino a figure storiche dall’enorme valore simbolico, come Malcom X, Che Guevara, Nixon, Mao, Lenin, Stalin.

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La parte centrale della mostra è dedicata al rapporto di Obey con la musica e con numerose icone del passato: Bob Marley, Sid Vicious(Sex Pistols), Joe Strummer(The Clash), Beatles, Jimi Hendrix, solo per citarne alcuni, insomma quegli artisti che hanno contribuito a creare delle contro-culture. Obey fa quindi un’operazione di recupero nel passato musicale, contrapponendosi ai meccanismi dell’industria discografica che, al contrario, soprattutto oggi, crea un “fenomeno” musicale che sia destinato ad auto estinguersi, per essere immediatamente sostituito da uno nuovo. Ma Obey, in quanto artista di strada, non può esimersi dall’omaggiare nomi quali LL Cool J, Tupac, Biggie(Notorius B.I.G.), musicisti fortemente radicati alla strada (che spesso proprio per le strade hanno incontrato la morte), la cui musica è compagna fedele di chi per le strade, nasce, cresce e sopravvive.

Nell’ultima parte della mostra, opere come Guns and Roses, Rose Soldier, War by Numbers, sono ancora lo spunto per una riflessione sull’eterno conflitto tra guerra e pace, mentre These Sunsets Are to Die for e Jaws Wave, sono il frutto dell’attenzione di Obey per lo spazio, il luogo. Sgroi afferma: “L’uomo non abita semplicemente l’edificio. Egli ha la responsabilità stessa di trasformarlo in senso sociale e culturale”. Di forte impatto emotivo è Eyealert, in versione sia “red” che “cream”, in cui il denaro è associato all’idea di corruzione, sofferenza e morte.

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GUNS AND ROSES

 

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THESE SUNSETS ARE TO DIE FOR

 

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EYEALERT

 

Il linguaggio espressivo, che Sgroi definisce “la casa  dell’essere nella cui dimora abita l’uomo” è il punto chiave dell’attività artistica di Obey. Egli stesso, a proposito della sua attività dice: “È un dialogo costante con l’osservatore. Ciò che faccio è inviare uno stimolo e rispondere con un nuovo stimolo in base alla reazione ricevuta”. Eppure, alla luce della mostra che abbiamo visitato, sembra che in alcuni tratti il linguaggio di Obey risulti ostico, rendendo il dialogo con il visitatore di difficile approccio per i non addetti ai lavori, il che potrebbe essere considerata una pecca se consideriamo che il fondamento dell’Arte Urbana sia proprio raggiungere nella maniera più efficace un pubblico che sia il più vasto possibile. Ma è altrettanto vero che le opere in esposizione sono dislocate rispetto alla loro sede “naturale” e pertanto sono in parte private del valore di cui sono intrinsecamente permeate, in quanto opere di strada.

Altro elemento che non consente al visitatore di entrare in una forte empatia con le opere è probabilmente il trovarsi dinnanzi ad una realtà, che, pur affrontando temi universali, è avvertita come troppo lontana. In definitiva possiamo dire che #OBEY è una mostra che merita sicuramente di essere vista, quantomeno per provare ad entrare in contatto con una realtà di forte impatto socio-culturale come la street art, che ha visto anche l’Italia protagonista in questi anni. Non vi è dubbio che ci troviamo dinnanzi ad un artista di cui sentiremo ancora parlare, basti pensare che il critico d’arte Peter Schjeldahl ha definito The Hope Manifesto “la più efficace illustrazione politica americana dai tempi dello Zio Sam”.

http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=14815

 

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