La regina delle nevi: un invito a non smettere di sognare

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Ancora una volta il Tunnel Borbonico di Napoli, con i suoi antri, cunicoli, cisterne e ponti, che rimandano ad un tempo passato e a dolorose vicende (la galleria fu infatti utilizzata come rifugio durante la II^ Guerra Mondiale), si presta ad essere la cornice ideale per la rappresentazione di una favola senza tempo. Questa volta si tratta de “La regina delle nevi” (nell’ambito de “Racconti d’Inverno”) dello scrittore danese Hans Christian Andersen, conosciuto in tutto il mondo per aver scritto numerose altre fiabe, amate da grandi e piccini, quali “La Sirenetta”, “Il Brutto Anatroccolo”, “La Piccola Fiammiferaia”, solo per citarne alcune.

Lo spettacolo, la cui visione è sicuramente ideale durante le vacanze natalizie, per l’ambientazione della storia nei paesi nordici, tra distese di ghiaccio e foreste, è andato in scena lo scorso venerdì 2 gennaio, in due appuntamenti consecutivi, alle 19:30 e alle 21:00. Nato da un’idea di Valerio Gargiulo, il testo è stato riadattato e messo in scena dalla regista Livia Bertè, sotto la direzione artistica di Ilaria Vitale e si è avvalso delle musiche, composte ed eseguite da Gianluca Rovinello e delle coreografie di Luisa Leone. Come di consueto, la rappresentazione, è stata preceduta da una breve visita guidata, ricca di aneddoti e curiosità, attraverso il tunnel sotterraneo.

“La regina delle nevi”, tra le fiabe più lunghe dello scrittore, si apre con un antefatto, ossia l’esistenza di un incantesimo: una creatura malvagia ha creato uno specchio, che ha la capacità di trasformare la realtà, facendo scomparire la bellezza e accentuando il male. Quando lo specchio si rompe, la regina delle nevi, con il suo soffio gelido, disperde nell’aria i frammenti di vetro dello specchio. Alcuni di questi colpiscono il cuore degli uomini, congelandolo, ed altri vengono usati per costruire occhiali, attraverso i quali gli uomini, sperando di guardare con maggiore obiettività,  iniziano, al contrario, a vedere una realtà distorta.

Un frammento di vetro penetra negli occhi di un bambino buono e sensibile, Kay, che è solito giocare con la sua dolce vicina, Gerda. Le finestre delle loro stanze sono infatti unite da un piccolo giardino pensile di rose, in cui i due trascorrono i loro momenti felici. Kay, divenuto irriconoscibile per effetto dell’incantesimo, viene quindi rapito dalla regina delle nevi, durante una corsa con lo slittino in paese: un bacio della regina lo congelerà e gli impedirà di avvertire il freddo.

Attraverso peripezie, incontri con personaggi fantastici ed animali parlanti, la piccola Gerda, mantenendo sempre vivo il ricordo delle fiabe raccontatele dall’amata nonna e la capacità di raccontarle a sua volta,  riuscirà, senza mai arrendersi di fronte alle difficoltà, ad approdare al castello della regina, e con le sue lacrime d’amore a liberare dall’incantesimo l’amico, riscaldando finalmente il suo cuore. Commosso per aver ritrovato l’amica ed essere stato salvato, Kay piange, liberandosi dalla scheggia di vetro e riesce finalmente a comporre con i frammenti di vetro la parola “eternità”, unica soluzione perché la regina, come promesso, lo lasci libero.

In scena, nelle vesti di Jerda e Kay, ci sono Livia Bertè, impegnata nel difficile, doppio ruolo, di regista e protagonista,  e Andrea Cioffi. I due attori si alternano in monologhi e danno vita ad intensi dialoghi, ricchi di molteplici sfumature: talora dolcezza, talora incomprensione, ironia, furbizia, disillusione, affetto, complicità. Cioffi è estremamente credibile sul “palco”, efficace nel dar vita ad un personaggio tenebroso, vittima di un sortilegio, è in grado di passare rapidamente attraverso differenti stati emotivi ed è particolarmente abile nell’interpretazione degli animali parlanti che si incontrano durante il viaggio. Livia Bertè, capace di interpretare personaggi di volta in volta diversi nei suoi spettacoli, esalta le caratteristiche di Jerda, la dolcezza, la purezza, la caparbietà, il coraggio, la fantasia.

Tanta magia nello spettacolo, che viene lasciata all’immaginazione del pubblico, grazie alle parole, alle musiche straordinarie di Rovinello, eseguite all’arpa, che evocano luoghi e tempi lontani, alle leggiadre coreografie della regina delle nevi, Luisa Leone, di cui si apprezzano anche le doti canore, che è in scena candidamente vestita di bianco. Particolarmente suggestiva la scena in cui la regina è sconfitta e scompare dietro un lenzuolo bianco, unico elemento scenico insieme ad un cubo nero, su cui i protagonisti interpretano parte della storia. Il messaggio della fiaba è chiaro ed efficacemente trasmesso al pubblico dalla rappresentazione.

Di fronte ad un’umanità divenuta incapace di guardare il mondo attraverso gli occhi del cuore e quindi incapace di credere alle fiabe e sognare, chi, se non due bambini, potrebbe riuscire nell’ardua sfida di mostrare che è ancora possibile farlo, guardando alla realtà con lo sguardo semplice e puro proprio dei fanciulli?

Agli uomini e agli spettatori, come suggerito dagli attori nella parte finale, la possibilità di scegliere, secondo il libero arbitrio, se conservare la capacità di credere alle fiabe o lasciare che la propria fantasia venga intrappolata da una maglia di giganti e mostruosi fiocchi di neve.

http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=14512

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