Napoli: Mostra “Fuoriserie”, un’occasione per valorizzare il patrimonio artigianale campano

Napoli: per eccellenza la città “vittima” di pregiudizi e stereotipi, che la vogliono solo come la capitale della criminalità, dell’immondizia per le strade, dell’inciviltà, dell’assenza di regole. Unici superstiti: la pizza, il mare e il Vesuvio. Napoli maltrattata agli occhi tanto dell’Italia quanto del mondo.

Non è così per i turisti: un vero boom di presenze, quest’anno, a  dispetto del rischio di incorrere in uno scippo o in un’aggressione o dell’assistere impotenti alla scarsa pulizia del manto stradale, evidentemente, a parte ammirare il panorama mozzafiato del golfo e gustare la regina “Margherita” nei bei locali del lungomare o del centro storico, dovranno pur esserci altre ragioni, che hanno fatto salire le quotazioni della città partenopea, portandola a competere con le grandi mete turistiche: da Parigi a New York, da Londra a Roma, passando per le tradizionali sedi dei mercatini natalizi.

Non solo bellezze paesaggistiche e prelibatezze culinarie, quindi, ma soprattutto arte, nel suo significato più ampio. Musei, chiese, siti archeologici, che dall’epoca greco-romana attraversano i secoli, mostre dedicate all’arte moderna e contemporanea, visite guidate teatralizzate attraverso luoghi più o meno conosciuti di Napoli, numerose occasioni per inebriarsi della cultura tradizionale partenopea, dove il sacro si fonde con il profano, attraverso miti e leggende. Ce n’è davvero per tutti i gusti, soprattutto quest’anno. Fulcro imprescindibile della ricchezza culturale di Napoli, il suo centro storico, facente parte del patrimonio dell’UNESCO che, specialmente nel periodo natalizio, è sinonimo di arte presepiale, quella che rende famosa in tutto il mondo Via San Gregorio Armeno, la cosiddetta via dei presepi.

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Style has no size! Gli angeli supersexy di Victoria’s Secret vs. le ragazze Curvy.

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Il Natale è alle porte. Luminarie sempre più originali e colorate rallegrano le strade delle nostre città, vetrine accattivanti richiamano l’attenzione di tutti quelli che, nonostante la crisi, si apprestano ad intraprendere l’annuale sfida di spuntare in tempo la lista, più o meno lunga, dei regali da disporre sotto l’albero. Addobbi in ogni dove. Tra questi, un tripudio di angeli ed angioletti per decorare alberelli e presepi. Ma conosciamo, ormai da anni, un’altra tipologia di angeli. Hanno le ali, ma non sono casti, né asessuati. Anzi. Sono le straordinarie, glamour ed “irraggiungibili” modelle, che sfilano per il famosissimo Victoria’s Secret Fashion Show. Come di consueto da 18 anni, infatti, il più famoso brand di lingerie made in USA, ha presentato il 2 dicembre la collezione dell’anno a venire, questa volta, per la prima volta a Londra. Su una passerella extralusso, tra le più ambite per ogni modella, ha avuto luogo quello che è definito lo show più sexy dell’anno. Nomi del calibro di Adriana Lima e Lily Donaldson hanno illuminato la scena, arricchita dalle immancabili performance musicali delle icone pop che hanno segnato il 2014: c’era da aspettarselo, sul palco è salita Taylor Swift. I casting sono durissimi, le ragazze si preparano per mesi all’evento, seguendo regimi alimentari proibitivi (loro li definiscono eufemisticamente “alimentazione sana”) ed una strenua attività fisica. Ci sembra scontato. Nel mondo della moda e specialmente in occasioni come questa, siamo abituate a quella che oggi è considerata la perfezione, rispetto ai canoni di bellezza femminile. Alte, magre, scolpite. In una parola “aliene”.

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Chimera: un’immortale storia d’amore andata in scena nel suggestivo Tunnel Borbonico

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La regista ed attrice Livia Bertè vince ancora una volta l’ardua sfida di mettere in scena (sotto la direzione artistica di Ilaria Vitale) un riadattamento di “Chimera: La favola di Amore e Psiche negli occhi di Dino Campana”, omaggio a Carmelo Bene, che è stato attore, regista, drammaturgo, filosofo, scrittore e poeta italiano, e che ha fatto di tutti i Canti Orfici di Campana, uno dei suoi più celebrati lavori. Complice del successo della rappresentazione è il luogo scelto per la messa in scena(avvenuta lo scorso 5 dicembre), il suggestivo Tunnel Borbonico, galleria sotterranea, nonché maestosa opera di ingegneria civile dell’età borbonica, progettato da Errico Alvino e  scavato a partire dal 1853.

Assistere allo spettacolo è quindi anche l’occasione per calpestare il suolo di un altro tempo, di ammirare l’unicità di quel sito, che consentiva il passaggio indisturbato, attraverso la Napoli del sottosuolo, a regnanti e truppe, conducendoli dal Palazzo Reale a Piazza Vittoria, vicinissima al mare e quindi ad una via di fuga. In un susseguirsi di caverne, cunicoli e cisterne, alla luce di fiaccole e candele, al suono di arpa (Gianluca Rovinello) e violino (Anna Rita Di Pace), lo spettatore è proiettato in una realtà quasi onirica, dove le voci si sovrappongono (rendendo tuttavia in alcuni frammenti difficile la piena comprensione del testo) e l’immaginazione prende forma.  Prende vita un tripudio di luoghi, atmosfere, paesaggi, ora paradisiaci, ora tetri e spaventosi; pulsano nelle vene le emozioni senza tempo proprie dell’essere umano: amore, passione, curiosità, invidia, fragilità, forza, spirito di avventura, dolore, riscatto.

Gli attori in scena, vestiti di bianco, appaiono come figure quasi eteree ed immateriali, che, come visioni, in un fluttuare di candidi veli, si muovono sinuosamente tra gli spettatori, rendendoli, in alcuni tratti, parte integrante dello spettacolo che, via via, si snoda sino a raggiungere, nella parte finale, la sua completa realizzazione. La storia è quella dell’amore burrascoso fra Psiche ed Amore, che, nonostante l’invidia e la crudeltà umana e l’arroganza e i dispetti delle divinità, riusciranno, con fedeltà e caparbietà, a coronare il loro sogno di una vita felice insieme. Psiche (Livia Bertè) è una giovane e bellissima fanciulla, che, proprio per le sue doti, attira su di sé l’invidia della dea Venere (la bravissima Orentia Marano), la dea della bellezza.

La sua vendetta è crudele. Costringe infatti suo figlio Amore (Valerio Gargiulo) a far innamorare di sé Psiche, che conoscerà, attraverso di lui, il dolore dilaniante di un amore non corrisposto. Qualcosa, tuttavia, non procede secondo i piani della dea. Amore e Psiche, che si incontrano in un bosco incantato, in una delle scene più emozionanti, si innamorano vicendevolmente, ma, non potendo rivelare la sua vera identità, Amore chiede a Psiche di sposarlo, in cambio della promessa che lei mai gli chiederà di mostrargli il suo volto. Psiche, come ogni donna innamorata, accetta le condizioni del suo amato, che trascorre felicemente ogni notte con lei, lasciandola sola, durante l’intera giornata, in una dimora lussuosa, circondata da oro, gioielli ed ogni sorta di cibi e bevande, per deliziare corpo e spirito. La fanciulla ha però in sé una grande pena, la nostalgia per la sua famiglia che la crede morta, e perciò implora Amore di farle incontrare almeno una volta le sorelle (Serena Pisa e Gabriella Vitiello). Raccontata loro la sua storia incredibile, l’amore passionale per un uomo bellissimo ed il lusso che la circonda, immediatamente le due sorelle, corrotte dall’invidia, preparano un tranello malvagio all’ingenua Psiche, insinuando in lei il sospetto per il suo amato e la convincono a scoprire la sua identità.

Le conseguenze sono terribili: Amore, deluso dalla sfiducia di Psiche e dalla promessa infranta, fugge via. Solo la caparbietà di Psiche nell’affrontare le ire di Venere e le molteplici prove cui viene sottoposta negli inferi, permetteranno ai due innamorati di ricongiungersi e alla bella Psiche di diventare dea ed unirsi per sempre con Amore al cospetto della madre. Lo spettacolo è coinvolgente ed intenso, grazie ad una regia attenta, che non lascia nulla al caso, e alla bravura di tutti gli attori, che interpretano con passione e convinzione ciascuno il suo ruolo. Oltre ai già citati, sono presenti in scena, Giacomo Privitera, nei panni di Gabbiano, il messaggero, e Paolo Gentile, ormai garanzia di successo per ogni spettacolo, che fa da voce narrante, esplodendo nella parte finale, in cui dà voce agli Inferi.

Va soprattutto a lui, a nostro parere, il merito di rendere sempre estremamente comprensibile il testo allo spettatore, condizione necessaria affinché lo stesso si immerga nella storia, apprezzando a pieno la rappresentazione. Ci auguriamo di rivedere presto in scena “Chimera”, che, si candida, avendo ulteriori margini di miglioramento, a diventare uno degli spettacoli al quale il pubblico napoletano (e speriamo non solo)  potrà affezionarsi.

Questo deserto diventerà un prato fiorito.

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Il mio deserto, qui ed ora. Manco di orientamento, manco di una direzione. Ma ho una grande possibilità. Rimanere in silenzio ed ascoltare La Voce. Lo sto facendo e inizio a sentire una dolce carezza, una consolazione che ha il sapore di un abbraccio paterno, di un “non temere, Io sono con te, Io non ti lascio sola, Io non ti deludo, Io non ti farò piangere, Io e solo Io ti donerò la gioia che cerchi da tanto tempo”. Ho guardato la mia vita e vi ho scovato una molteplicità di assurdità, quelle cose che le guardi e ti chiedi: “Ma perché? Perché sempre a me? Ma che senso ha? Perché ogni porta che si apre finisce col chiudersi nel più surreale dei modi? Perché questa perenne insoddisfazione che mi si attacca sulla pelle e nelle viscere e mi fa sentire inquieta, come se la mia vita non fosse questa, come se cercassi altro, come se non ci fosse nessun luogo adatto a me?”. Ok, ho deciso di attraversare tutte queste assurdità, di non chiudere gli occhi, di non mentire a me stessa, di non pensare che siano state casualità né che la vita mi si sia accanita contro, né tantomeno, seppure con le mie fragilità e i miei fallimenti, che io sia colpevole di qualcosa. Ci sono un disegno e un progetto che mi stanno conducendo altrove. Mi stanno conducendo ad una fonte che disseta, la stessa che renderà il mio deserto uno stupendo campo fiorito.

Grazie alla persona che mi sta guidando attraverso questo straordinario percorso di vita e di fede.

I am enough. And you?

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Ho sentito la nuova canzone di Chiara che ad un certo punto dice così: “Tu sei il rimedio, la vita, la cura”. Ora, a meno che non sia dedicata ad Altro, suppongo che queste parole siano dedicate ad un uomo, un salvatore direi, l’evoluzione divina del principe azzurro, un mago merlino senza barba bianca, in grado con la sua bacchetta magica(non malignate!)di risolvere tutti i problemi o le questioni irrisolte della vita. Io dico: “Chiara hai una bellissima voce, ma magari perché non ti fai scrivere qualche testo un po’ più intelligente?”. Il messaggio è sbagliato, continua ad essere quello delle favole, di aspettare l’incontro con un uomo che cambi tutto, che cambi il nostro mondo, che trasformi i nostri grigi in mille tonalità di colore. E le più sensibili a questo messaggio sono sempre le più giovani(ma non solo!), quelle a cui sarebbe necessario insegnare “educazione all’affettività” a scuola, per evitare i macelli che hanno combinato e tuttora combinano le donne delle generazioni precedenti, compresa la mia (compresa me stessa). L’unico rimedio, l’unica cura, ammesso che ne abbiamo bisogno(in fondo un po’ tutti ne abbiamo, maschietti compresi, anche se fanno più difficoltà ad ammetterlo!) siamo noi stesse. Bastiamo a noi stesse per risolvere ciò che ci procura malessere o dolore, le nostre frustrazioni. Tutto il resto è una grande, grandissima illusione. E illusione fa sempre rima con delusione. Non continuiamo ad alimentarle queste illusioni di uomini che, magicamente, vengono a far brillare le nostre vite. Saremo le prime a soffrire come bestie quando quella luce smetterà di brillare e ci ritroveremo a maledire, non soltanto gli uomini cui abbiamo affidato illusoriamente la nostra felicità, ma anche e soprattutto noi stesse.
La potenza dell’amore, poi, è tutto un altro discorso, ma è indipendente dal bisogno e si nutre di progetti, sacrifici e soprattutto del donarsi reciprocamente e gratuitamente.

 

Piccolo e squallido carillon metropolitano

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Piccolo e squallido carillon metropolitano, scritto e diretto dal giovanissimo e talentuoso Davide Sacco, è andato in scena il 9 e 10 dicembre presso il Nuovo Teatro Sancarluccio, nell’ambito della rassegna teatrale “Anche le formiche nel loro piccolo….crescono”, registrando numerose presenze, ma soprattutto applausi e consensi.

C’era da aspettarselo visto che, alla presentazione dello stesso, nell’edizione 2013 de “La corte della formica” lo spettacolo aveva portato a casa due premi, “Migliore Attore” (Orazio Cerino) e “Migliore Scenografia”(Luigi Sacco). E non possiamo che trovarci assolutamente d’accordo. Dopo il successo in “Condannato a morte. The Punk version”, in cui abbiamo ammirato l’ eclettico Orazio Cerino padroneggiare con grande talento il palco, ora lo stesso Cerino interpreta con grande disinvoltura e convinzione il personaggio di Mimma, a nostro parere il più intenso dei tre in scena. Compagni di avventura di Cerino: Eva Sabelli, nel ruolo di Mimì e Giovanni Merano, che interpreta Ettore.    

Una scenografia essenziale con pochi elementi scenici(vasi di fiori, delle sedie, una valigia, un paio di scarpe rosse dal tacco vertiginoso) aiuta lo spettatore a concentrarsi sulle parole, le vere e proprie protagoniste dello spettacolo, il cui ritmo suona talora più pacato, talora più rapido fino a divenire a tratti convulso, in un clima di grande impatto emotivo, soprattutto quando il testo è affidato alla voce e all’interpretazione di Cerino(foto).

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Ciascuno dei tre attori occupa, come un burattino, di spalle, uno spazio ben definito, quasi una nicchia, in fondo al palco, abbandonandola per cimentarsi di volta in volta in dialoghi e monologhi di fronte al pubblico.

Mimma, Ettore e Mimì sono tre fratelli, che, dopo aver perso anni orsono il padre, si ritrovano orfani, per la recente morte della madre, al termine di una lunga malattia. I tre sono gli sfortunati eredi di una travagliata e precaria vita familiare, vissuta nella “periferia”, ai margini del mondo, preda della cattiveria, dell’arroganza, del giudizio, delle maldicenze di uomini, donne e bambini, pronti a condannare, senza un briciolo di comprensione né di pietà per quelli che sono semplicemente dei loro simili. Persone che cercano di portare avanti, come tutti del resto, la propria vita al meglio delle loro possibilità. La “piccola” Mimì, la ballerina dello squallido carillon, è una trentenne, affetta da un indefinito disturbo mentale, che la condanna ad una vita perennemente infantile, completamente dipendente dalle cure, prima materne e poi di quello che lei stessa, nella sua semplicità, chiama “ fratello ricchione” (Mimma).

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È insistente, piagnucola finché non ottiene ciò che vuole, ha come amico un pesciolino rosso, che porta sempre con sé in una boccia di vetro, stringendola fra le mani, come segno della sua unica certezza, del senso di appartenenza a qualcosa, della sua capacità, nel suo piccolo, di prendersi cura di un altro essere. Eppure Mimì comprende, a suo modo, con la sua sensibilità di “bambina”, quello che gli adulti dicono, è in grado di tracciare il filo della storia della sua famiglia, di capire il senso delle azioni, di maturare una propria idea della vita, in cui l’amore per la madre e per i fratelli occupano il primo posto. È proprio Mimì a cercare di ricucire lo strappo tra i fratelli, Mimma ed Ettore.

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Mimma è un transessuale, ripudiato dalla società e dallo stesso fratello Ettore, che disdegna perfino di toccarlo. Ha speso la sua vita a lavorare, a prendersi cura dei familiari, da sola, una donna prigioniera nel corpo di un uomo, schernita per il suo stesso essere, per un’identità che persino il padre, come spesso accade nella realtà, ha rifiutato. La sua solitudine ed il suo dolore suscitano una grande tenerezza, eppure Mimma splende nel suo orgoglio, nel suo coraggio, nella fatica quotidiana e nell’amore solido ed incondizionato per un uomo, l’uomo con cui sogna un giorno di condividere la propria vita.

Ettore, infine, è il “fratello sconosciuto”, il fratello che ha tentato la strada della fuga, dell’allontanamento dalla vita familiare e da una realtà invivibile, unica speranza di sopravvivere. Infatti, egli sopravvive, ma non vive. Non accetta se stesso, né gli altri, ha perso ogni sogno, non ha riferimenti, sono presenti in lui i fantasmi di un passato che ha inutilmente tentato di nascondere e sotterrare, ma che, come un boomerang, sono tornati più violenti di prima, i disagi familiari, gli scherni subiti nella periferia, le aspettative paterne.

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Ricevuta una lettera dalla madre, prima di aggravarsi(scritta in realtà da Mimma), decide di ritornare in famiglia per prendersi cura della sorella: questa l’occasione che dà la possibilità ai tre fratelli di confrontarsi e ai tre bravissimi attori di portare in scena tre storie di vita, di fallimenti e soprattutto di solitudine. Vite il cui ritmo, come quello di tante nostre vite, è scandito da un triste carillon. Briciole di bellezza illuminano pallidamente le vite buie tanto di Mimì quanto di Mimma, che iniziano i rispettivi monologhi, affermando di voler tracciare una linea, a separazione delle cose belle e di quelle brutte della vita.

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Quella stessa linea, Ettore non è intenzionato a tracciarla. Nella sua vita forse non c’è nulla da salvare o più probabilmente egli non riesce più a cogliere in nulla la bellezza. Ed è proprio il monologo finale di Ettore a racchiudere il senso dello spettacolo. Gli uomini sono soli, ciascuno “al riparo” dalla vita nella propria boccia di vetro, e, per quanto tentino di avvicinarsi, non possono mai essere abbastanza vicini da toccarsi. Numerosi sono, quindi, gli spunti che offre lo spettacolo di Sacco: la “diversità”, tanto nella malattia mentale, quanto nell’orientamento sessuale, l’invivibilità in un mondo che si fonda sul giudizio, le ferite familiari che, ciascuno a suo modo, porta vive sulla carne. Rattrista profondamente l’assenza di una qualsivoglia forma di speranza che culmina nell’ineluttabilità della solitudine umana.

 

Diamoci un taglio!

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Per la fortuna e la pace del mio cuore non ho mai provato odio per nessuno. Quando, in situazioni molto difficili, sensazioni che vi si avvicinavano hanno contaminato la mia anima, con tutte le mie forze umane e spirituali sono riuscita a soffiarle via da me, a liberarmi di un peso che mi faceva sentire oppressa e che mi snaturava. Non mi riconoscevo. Ma finivo per fare di tutto per “conservare” uno spazio nella mia vita per quelle stesse persone, che mi avevano procurato dolore, che mi avevano mancato di rispetto, umiliato nei casi più gravi. Oggi so che non c’è spazio per l’odio nella mia vita e forse questo sorprenderà qualcuno che si ritiene così importante da suscitare un “sentimento” così forte. Oggi, allo stesso modo, so che è giusto riservare la propria vita alle persone che contano davvero, quelle che, nonostante gli errori, umani e comprensibili, sanno chiedere scusa se sbagliano, sanno essere presenti, seppure a volte a loro modo, che, con le loro fragilità e debolezze, sanno amare, che vogliono condividere qualcosa delle loro vite con me, che non giudicano ma sono disposte a correggere, che sono felici di vedermi sorridere e che vogliono solo il mio bene, a prescindere da cosa faccia o da cosa pensi, solo perché sono io. Non c’è spazio e non c’è bisogno di affollare la propria vita di anime negative, di persone che null’altro fanno se non succhiare energie vitali, che sono sempre pronte al lamento ingiustificato, al giudizio severo, alle maldicenze, che la vita la disprezzano, la mortificano con la loro presunzione, la affollano di falsità e di ipocrisia. Ho sperimentato quanto la mia vita sia stata imbruttita dalla vicinanza con persone troppo lontane da me e dai miei sentimenti. La negatività è contagiosa, è peggiore della peggiore delle infezioni, perché corrode l’anima ed è impegnativo e costoso ripulirla e darle nuova vita. Io, che l’ho fatto, spero di non tornare mai indietro, di conservare la giusta lucidità per capire in tempo (e ringrazio sempre di più la mia intelligenza emotiva per questo) chi ho davanti e se si tratta di qualcuno meritevole di restare o da far accomodare all’esterno. Circondatevi di persone che vi amino, che siano in grado di asciugare le vostre lacrime e di farvi sorridere genuinamente, che vi sostengano, che vi riportino sulla via della vostra vita nel caso doveste smarrirla, che sappiano parlare ma che capiscano anche quando è il momento di rimanere in silenzio, che sappiano sacrificare un pochino del loro tempo per voi, che vi considerino un dono prezioso e non un optional nella vostra vita. Diffidate da chi vi mostra solo di aver bisogno di voi, saranno gli stessi che vi riporranno in un cassetto quando non gli sarete più necessari.
Buon taglio a tutti.

Un nemico invisibile chiamato AIDS

http://www.mygenerationweb.it/201412062083/articoli/tendenze/pink-generation/2083-un-nemico-invisibile-chiamato-aids

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Nel corso di una conferenza stampa, ho ascoltato, basita, le parole di un ragazzo facente parte di un’associazione omosessuale, impegnata nella lotta all’AIDS. Ha riportato la sua esperienza durante una campagna informativa condotta all’università, nella quale si sottolineava l’importanza dell’uso dei preservativi nella prevenzione del contagio da HIV. Bene, durante la distribuzione gratuita dei preservativi, un ragazzo (universitario!) motiva il suo rifiuto dicendogli: “A me non serve, sono eterosessuale”. Questa risposta, credo, sia l’emblema della disinformazione esistente tra i giovani (e suppongo ancora di più tra i giovanissimi) in tema di AIDS, che tuttora è una malattia estremamente diffusa e mortale. “Prevenire è meglio che curare”. Mai come in questo caso questo slogan è perfetto. Prevenire il contagio è possibile solo attraverso i preservativi, in quanto la principale modalità di trasmissione dell’infezione è proprio il rapporto sessuale, attraverso cui, tra l’altro, si diffondono non meno importanti malattie, come l’epatite B e C ed altre infezioni, che vanno sotto il nome di MTS(malattia a trasmissione sessuale). In origine, essendo stata identificata la malattia in un gruppo di omosessuali di San Francisco, si pensava che essa riguardasse esclusivamente i soggetti omosessuali, per poi comprendere che il contagio avviene anche nel rapporto eterosessuale. Ed anzi, per anni, l’incidenza di malattia(ossia il numero di nuovi casi per anno) è stata superiore proprio negli eterosessuali. In particolare, è bene che si sappia, durante il rapporto sessuale non protetto, la donna ha un maggiore rischio di contagiarsi se il suo partner è infetto, rispetto al rischio cui va incontro un uomo, se è la donna ad essere infetta. Quindi è importante che le donne pretendano da parte degli uomini l’uso del preservativo, il cui uso, attualmente, sembra limitato principalmente allo scopo contraccettivo. Importante, allo stesso modo, è considerare tutti i partner come potenziali individui infetti. Solo un rapporto duraturo con una persona che conosciamo bene e di cui ci fidiamo consente di abbassare la guardia. Perché indicazioni così precise ed inequivocabili? Perché, come vi dicevo prima, l’AIDS è una malattia mortale. Facciamo un po’ d’ordine rispetto ai termini utilizzati, sperando che questi chiarimenti possano essere utili ai nostri lettori. HIV è il nome del virus responsabile dell’infezione, la quale, nella quasi totalità dei casi, segue al contagio, ossia alla penetrazione del virus nell’organismo attraverso il sangue, lo sperma e le secrezioni vaginali. AIDS è il nome della malattia che si sviluppa dopo un periodo di circa 5-10 anni dall’inizio dell’infezione, quando il sistema immunitario(bersaglio del virus) diviene estesamente ed irrimediabilmente compromesso: l’organismo non ha più capacità di difendersi. Mentre l’infezione può essere quasi del tutto asintomatica(non si sviluppano sintomi), l’AIDS si manifesta con una molteplicità di sintomi e malattie, che portano alla morte del paziente. Rispetto al passato, oggi sono disponibili delle terapie, che, tuttavia, non sono in grado di curare la malattia ma solo prolungare di qualche anno la vita del paziente. Si tratta di un vero e proprio cocktail di farmaci, da assumere ogni giorno, con notevole impegno del paziente. Cosa fare oggi? Informare, conoscere e prevenire, sottoporsi al test per l’HIV con un semplice prelievo di sangue.

Per molti questa terribile malattia sembra finita nel dimenticatoio, sostituita dalle malattie di volta in volta protagoniste sui giornali e in TV, SARS, influenza aviaria, l’attualissima EBOLA, eppure c’è, è silenziosa e per questo più insidiosa. È stata, al contrario, sotto i riflettori, durante gli anni ’80-’90, quando, scoppiata una vera e propria epidemia in tutto il mondo, tanti furono i progetti e le campagne informative, per mettere un freno alla diffusione ed informare i giovani, i soggetti più a rischio. In quegli anni era una malattia particolarmente diffusa tra i tossicodipendenti, poiché altra modalità di contagio è lo scambio di siringhe infette e in quegli anni veniva assunta soprattutto eroina(mediante siringhe). Un famoso spot televisivo terrorizzò in quegli anni tutti i ragazzi, ma ha sicuramente avuto il merito di informare e di imprimere indelebilmente la conoscenza e il timore rispetto all’AIDS.

 

Ha avuto un forte impatto sui giovani anche la morte di personaggi celebri, uno su tutti, Freddie Mercury, morto nel 1991, dopo aver annunciato di essere affetto e, di conseguenza, molto forte è stato l’impegno del mondo della musica per sensibilizzare l’opinione pubblica e raccogliere fondi, tanto per la ricerca, quanto per la cura e il sostegno alle persone malate, molto spesso emarginate dalla società, come avveniva in un passato remoto per i malati di peste. Untori, dissoluti, meritevoli della punizione, del disprezzo e dell’allontanamento. Così erano considerati e, in parte, lo sono tuttora, i malati di AIDS. Anche il mondo del cinema ha affrontato l’argomento. Come non ricordare la straordinaria e commovente interpretazione di Tom Hanks nel film Philadelphia.

Il primo dicembre, come ogni anno dal 1988, si celebra la “giornata mondiale contro l’AIDS”, occasione per “ricordare” la malattia, informare, sensibilizzare, proporre iniziative volte alla raccolta di fondi. L’UNAIDS (campagna contro l’AIDS delle Nazioni Unite) ha lanciato la campagna 90x90x90. Essa si propone l’obiettivo di fermare l’epidemia di AIDS entro il 2030, attraverso la diagnosi del 90% delle infezioni, la possibilità di accesso alle cure al 90% degli affetti e l’eliminazione del virus dall’organismo nel 90% dei pazienti(oggi non è ancora possibile).

La Apple ha creato nel suo store 25 apps, di vario genere, chiamate “Apps for Red” il cui ricavato sarà devoluto per il fondo globale della lotta all’AIDS. In Italia, invece, il Cesvi, ha lanciato dal 2011, una campagna sui social networks, definita dall’hashtag #Virusfreeday, per sensibilizzare i giovani e sostenere i paesi più colpiti(Africa), laddove si registrano numerosissimi casi di malattia tra i bambini, come esito del contagio da madri infette.

Grande successo per la superband a Napoli. Fabi, Gazzè e Silvestri ‘padroni della festa’

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È stata una vera e propria festa il concerto tenutosi al Palapartenope il 28 novembre scorso. C’era da aspettarselo, visto il successo de “Il padrone della festa”, disco concepito e realizzato a sei mani da Niccolò Fabi, Max Gazzè e Daniele Silvestri, che si esibiscono per quasi tre ore in uno spettacolo unico. Poche manciate di biglietti rimasti invenduti al botteghino, una folla di spettatori che in trepida attesa dell’inizio dello show, intorno alle 21:15 (apprezzatissima la puntualità del trio), andando avanti sino alla mezzanotte. I tre amici e cantautori romani salgono sul palco, ciascuno in compagnia della sua chitarra, sulle note di Alzo le mani, prima traccia dell’album, invitando il pubblico a portare le braccia verso l’alto. Un inizio di concerto estremamente intimo: il trio è separato dal resto dei musicisti da uno spartano telo bianco, che li rende unici protagonisti davanti ai loro fan, in una sorta di abbraccio di benvenuto.

C’è chi è venuto per Gazzè, chi per Silvestri, chi per Fabi, chi per tutti e tre, chi spinto semplicemente dalla curiosità dell’esperimento musicale, a nostro avviso, perfettamente riuscito, tanto in studio quanto dal vivo. È un viaggio all’indietro nel tempo, si parte dal progetto condiviso, per esplorare poi il repertorio musicale dei singoli artisti, che interpretano, ciascuno, alcuni dei propri brani più famosi, che vengono arricchiti dall’esperienza personale, dalla condivisione con i compagni di viaggio e dall’impronta caratteristica di ognuno di loro. Via via lo spettacolo si arricchisce di elementi scenografici e della presenza preziosa dei componenti della band che supporta il trio, musicisti straordinari nonché amici, tra cui Roberto Angelini, Josè Ramon Caraballo Armas (che interpreta magistralmente il successo di Santana, Corazon Espinado) e Gianluca Misiti.

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Un viaggio ventennale a partire dalle prime serate in cui il trio si esibiva al “Locale” di Roma, davanti a pochi spettatori, come ricordato da Gazzè & co. durante il concerto. Ed è proprio quell’aria di amicizia, complicità scanzonata, passione per la musica, genuinità, che si respira durante la serata, come se tutti questi anni non fossero mai passati, nonostante le carriere e i progetti personali e le vicende, talora dolorose, delle loro vite. Niccolò Fabi con la sua vena intimistica, Max Gazzè con la sua poesia pungente e Daniele Silvestri con la sua ironia tutta romana e l’attenzione al sociale, giocano sul palco come ventenni, passando in rassegna brani storici, con un’energia in crescendo, da Occhi da orientale a Il solito sesso, da È non è ad A bocca chiusa e ancora Il timido ubriaco, Il mio nemico, Costruire, Vento d’estate, Negozio di antiquariato, Testardo (con “sfogo” finale del pubblico su una tipica espressione romanesca), Lasciarsi un giorno a Roma, Sornione, Come mi pare(quest’ultima dall’album del trio).

La prima strofa (e ritornello) della dolcissima Mentre dormi di Gazzè è interpretata divinamente da un emozionato Niccolò Fabi e il momento romantico dello show è affidato al grande successo del trio, L’amore non esiste, con annesso coro finale dei fan napoletani. La parte centrale del concerto vede i tre artisti impegnati sul ring: Daniele Silvestri annuncia e commenta lo “scontro” tra Gazzè e Fabi, sulle note di L’avversario, uno “spettacolo eccezionale”, l’occasione per sfidarsi a colpi di frammenti di canzoni: Annina mia si scontra con Rosso, L’uomo più furbo con Dica e con Le cose che abbiamo in comune.

Non solo musica in una serata tutta da ricordare. Impegno umanitario, partecipazione, sensibilizzazione, condivisione di un’esperienza (da cui è nato tra l’altro il brano Life is sweet), quella del viaggio in Africa, accanto all’associazione “Medici con l’Africa – CUAMM”: l’applauso sentito del pubblico scatta immediato alla proiezione di un video che sottolinea l’impegno dei medici per tutte le popolazioni dell’Africa ancora in stato di indigenza.

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Altro momento commovente, seppure di diversa matrice, è la proiezione di un filmato in cui l’amico Valerio Mastandrea recita “La preghiera del clown” (tratto da “Il più comico spettacolo del mondo”) di Totò, emblema della vita di chi sale su un palco, nonostante le proprie tristezze e i propri affanni, per regalare momenti di gioia agli spettatori. L’ultima parte del concerto è tutta da ballare con Una musica può fare, Gino e l’alfetta e Sotto casa; la conclusione, su una splendida scenografia raffigurante il sole, è affidata a Il padrone della festa (che chiude anche l’album), riflessione sull’ambiente e sulla necessità di preservarlo per le generazioni future. Gli artisti escono di scena: prima Silvestri, poi Gazzè e infine Fabi, quest’ultimo soprattutto, accompagnato da uno scroscio di applausi che suonano come un commosso abbraccio.

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Per le foto del live si ringrazia sentitamente Valeria Pietroluongo.