Il giovane favoloso. Il travagliato mondo interiore di Giacomo Leopardi.

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Mario Martone vince l’ardua sfida di portare sul grande schermo la vita di uno dei più grandi poeti e scrittori: Giacomo Leopardi. Presentata alla 71^ Mostra del Cinema di Venezia, l’opera del regista napoletano riscuote immediatamente un grande successo da parte tanto del pubblico quanto della critica. Non è nuovo l’interesse di Martone per l’immortale poeta, scrittore, filosofo e filologo ottocentesco, principale esponente della corrente del Romanticismo in Italia, visto che nel 2011 la messa in scena delle “Operette Morali”, gli è valsa il Premio Leopardiano La Ginestra.

Il giovane favoloso attraversa la vita di Leopardi dall’infanzia sino agli ultimi giorni vissuti alle pendici del Vesuvio, non proponendo un mero susseguirsi di vicende personali ma offrendo la possibilità di interpretare la sua vastissima produzione artistica attraverso un focus principalmente sul suo mondo interiore, alla luce del suo vissuto. Giacomo, primogenito, è scrupolosamente e severamente educato ed istruito da precettori sin dai primissimi anni di vita a Recanati, dove cresce fragile ed introverso, costantemente sorvegliato sia dal padre, il conte Monaldo, che presto lo erige a figlio prediletto e morbosamente amato, che dalla madre, integerrima e algida cristiana. La maestosa biblioteca di famiglia rappresenta allo stesso tempo sia la fonte di una conoscenza, che Leopardi sembra assorbire con impressionante naturalezza, ma non senza costante impegno, quanto la prigione che lo condannerà ad una vita infelice, privandolo delle occasioni squisitamente giovanili di aprirsi alla vita e lasciarsi inebriare da essa.

Unica ancora di salvezza per il giovane Giacomo, il fratello Carlo e la sorella Paolina, cui egli rimarrà sempre legato; il ricordo dei giochi di infanzia e degli abbracci amorevoli rappresenterà per lui occasione di conforto nei momenti più critici della sua vita. Presto appaiono evidenti le difficoltà fisiche del ragazzo, accentuate dalle lunghe ore di studio nell’ambiente domestico, lontano dalla luce e dalla vita che, peraltro lentamente e ripetitivamente, scorre per le vie di Recanati sotto l’occhio vigile del clero. L’occasione di sfuggire ad un ambiente repressivo si presenta quando Giacomo, iniziata la composizione dei primi scritti, intraprende una corrispondenza epistolare puntuale ed appassionata con Pietro Giordani, che, non solo lo incoraggia a scrivere, visto l’entusiasmo che egli aveva destato negli artisti contemporanei, ma che più in generale, gli offre un differente punto di vista sulla vita, aprendolo alle idee liberali, che si stavano facendo strada e che avrebbero condotto più tardi al Risorgimento Italiano.

Sarà proprio Giordani ad accompagnare Giacomo nel suo viaggio a Loreto, prima occasione per lasciare la natia Recanati ed immaginare una vita alternativa. L’esperienza ha un tale effetto benefico da spingere Giacomo al gesto estremo, tentare una fuga, che tuttavia viene facilmente scoperta dal padre e costerà al poeta la completa sottomissione. Dopo un salto temporale di 10 anni, ritroviamo un Leopardi, più maturo e gravemente malato, a Firenze, dove egli frequenta, sempre accompagnato dall’amatissimo amico Antonio Ranieri, salotti letterari e si concede rari momenti di svago. Ma anche l’ambiente fiorentino, tanto colto quanto ostile e critico nei confronti delle sue opere, considerate sempre tristi e pessimistiche, finisce col diventare asfittico e i due amici decidono, dopo un breve soggiorno a Roma, di trasferirsi a Napoli, grande capitale del Regno Borbonico.

Torre del Greco, infine, sarà l’ultima dimora del poeta, che, alle pendici del Vesuvio comporrà l’ultima celebrata poesia “La Ginestra”. Lo spazio che nel film occupa il soggiorno napoletano è ampio e Martone sottolinea il rapporto di Leopardi con Napoli, fatto di chiaroscuri, amore e odio, nuovi stimoli vitali e altrettante miserie (vedi l’arroganza dei lazzaroni), speranza di migliorare la propria condizione di salute grazie all’aria salubre e la piaga contagiosa del colera. Il Leopardi proposto da Martone non è solo il padre del pessimismo cosmico, è prima un giovane che, nonostante la malattia, freme di vita e ricerca possibilità, scontrandosi contro le sue limitazioni fisiche e la durezza del suo contesto familiare, poi è un uomo ironico, coraggioso e profondamente convinto dei suoi principi filosofici, che egli cerca di mettere al riparo dalle superficiali considerazioni dei suoi contemporanei illuminati.

Il giovane favoloso di sicuro non sarebbe il film applaudito che è, senza la straordinaria interpretazione di Elio Germano, estremamente convincente nel ruolo di un uomo dalle notevoli disabilità, di un giovane timido ed estasiato nell’incrociare lo sguardo della bella Silvia, del ragazzo che vorrebbe urlare al mondo la sua rabbia e il suo dolore ma rimane impietrito e sconfitto al cospetto del padre, del poeta e dello scrittore che sente esplodere nella mente, nell’anima e nelle vene l’amore e la necessità della composizione. I momenti più alti della pellicola, che vanta un’eccellente fotografia, sono proprio i frammenti in cui Martone prova ad immaginare l’esplosione poetica del Leopardi, il momento compositivo, che suona come un flusso spontaneo e sanguigno, malinconico e doloroso, di versi, dedicati ora alla luna, ora all’ “ermo colle”, ora alla ginestra.

 Il-giovane-favoloso-sinossi-ufficiale-e-prima-clip-del-film-di-Mario-Martone
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