Napoli si prepara a vivere la Giornata Mondiale per la lotta all’AIDS

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Giovedì 27 novembre alle 11:30 si è tenuta presso la Sala Giunta del Comune di Napoli la conferenza stampa di presentazione delle attività che si svolgeranno nel capoluogo campano in occasione della prossima “Giornata Mondiale per la lotta all’AIDS”, prevista, come ormai da tradizione, per il primo dicembre. Numerosi sono stati gli interventi, che hanno sottolineato tutti l’importanza del fattore prevenzione nella lotta a quella che è considerata tra le peggiori malattie esistenti, ossia la Sindrome da Immunodeficienza acquisita, provocata dal virus dell’HIV. La consigliera per le Pari Opportunità, Marino, che per prima prende la parola, parla della necessità di una vera e propria cultura della prevenzione e ringrazia gli enti che si sono mobilitati per supportare le iniziative del primo dicembre: l’ANM, VideoMetrò, Guacci farmacisti e Artsana. Proprio VideoMetrò è la piattaforma sulla quale stanno andando in onda (fino al 15 dicembre), dei video sul tema dell’AIDS, con quaranta passaggi giornalieri. La consigliera, reduce da una conferenza tenutasi mercoledì 26 novembre al PAN (in occasione degli eventi legati alla giornata internazionale contro la violenza sulle donne), sottolinea la fragilità, in termini di salute, delle donne campane, legata all’assenza di una politica adeguata di prevenzione. Secondo nuovi dati acquisiti, le donne campane, infatti, hanno un’aspettativa di vita inferiore di ben 5 anni rispetto alle donne delle Marche. E altrettanto preoccupante, come sottolinea anche l’assessore al Welfare, Gaeta, appaiono la diseducazione e la mancanza di informazione dei giovani campani, non soltanto nella fascia di età adolescenziale, ma anche in quella adulta, come risultato dell’assenza di efficaci strumenti di comunicazione tanto nelle scuole quanto nelle università, rispetto, non soltanto alla conoscenza dell’AIDS, ma di tutte le malattie a trasmissione sessuale. L’AIDS, infatti, pur essendo la malattia più grave, non è l’unica dalla quale i giovani devono imparare a proteggersi; basti pensare all’elevata incidenza, proprio nella regione Campania, dell’infezione cronica da HCV(epatite C). L’obiettivo, quindi, è principalmente raggiungere i giovani (la fascia di popolazione che più frequentemente contrae questo tipo di infezioni), tanto omosessuali che eterosessuali, sia nei luoghi di formazione che in quelli di incontro, sottolineando l’importanza di comportamenti sessuali idonei, soprattutto in caso di rapporti occasionali e, tra questi, specialmente, l’uso dei preservativi, pratica che sembra ormai abbandonata dai giovani. A tale scopo è prevista la stipula di una Convenzione con il Rettore dell’Università Federico II di Napoli, per garantire una corretta informazione in tutte le facoltà dell’ateneo. Anna Maria Palmieri, Assessore alla Scuola, concentra l’attenzione, nel corso del suo intervento, su due aspetti sociali che caratterizzano l’AIDS. Il primo è un processo individuale di rimozione, trattandosi di una malattia che fa particolarmente paura, e che conduce necessariamente alla discriminazione e alla ghettizzazione delle persone affette, fenomeni che possono essere combattuti solo con la conoscenza della malattia. Il secondo è la tendenza dell’opinione pubblica e dei mass media a considerare le malattie come fenomeni più o meno di “moda”,  per cui viene enfatizzata la malattia, al momento di moda (basti pensare all’ “Ebola”),  mentre le altre finiscono nel dimenticatoio. Appare lampante quanto l’attenzione nei confronti dell’AIDS, soprattutto da parte dei media, sia scemata a partire dal momento in cui è andato ad estinguersi il binomio ADIS-morte, legato soprattutto ad una maggiore sopravvivenza dei pazienti, grazie all’impiego di terapie antiretrovirali (combinate). Se queste, da un lato prolungano l’aspettativa di vita, è vero anche che, dall’altro, causano un notevole peggioramento della qualità di vita (rispetto ad un paziente sano), nonché la comparsa di malattie concomitanti, che, in ultima analisi, spesso finiscono con l’essere la causa di un elevato numero di morti, tra i pazienti affetti dall’AIDS. Questo il nucleo centrale dell’intervento di Antonio Giordano, direttore generale dell’Ospedale dei Colli, impegnato in prima linea, particolarmente nelle vesti del Cotugno, nella gestione dei pazienti affetti da AIDS, che comporta, tra l’altro, un’elevatissima spesa sanitaria. Riportando una celebre frase di Gaber “la libertà è partecipazione”, Giordano presenta la quinta edizione del “Parliamone Tour”, in cui un bus, partendo da piazza Dante, si muoverà per le strade della città, raggiungendo anche gli edifici scolastici, al fine di favorire la conoscenza di tutte le malattie sessualmente trasmissibili ed eseguire gratuitamente test salivari in presenza di professionisti del settore sanitario. Antonio Sannino, Presidente di Arcigay Napoli, e Margherita Errico, di NPS Italia Onlus, presentano il Flashmob, che si terrà domenica 30 dicembre in Via Toledo (uscita della linea 1 della Metropolitana), durante il quale verranno indossate delle magliette bianche, che riportano la scritta “L’HIV non è un crimine” al fine di contrastare la discriminazione e la criminalizzazione della malattia, considerata in passato come la giusta “punizione” nei riguardi soprattutto degli omosessuali. La manifestazione avverrà alla presenza di “Silver”, disegnatore dello storico fumetto “Lupo Alberto”. Proprio il celebre “lupo” fu protagonista nel 1993, durante il Governo Amato, di una campagna informativa sull’uso dei preservativi, la cui distribuzione nelle scuole fu vietata dall’allora Ministro dell’Istruzione, Rosa Russo Iervolino. Margherita Errico sottolinea il costo sanitario del trattamento farmacologico dell’AIDS, 11700 euro annui, a fronte del costo di un euro del preservativo, la presenza di 2526 persone affette solo in Campania e presenta il dibattito che si terrà il 5 dicembre presso Arcigay. Infine interviene Antonio Perrotta del SISM (segretariato italiano degli studenti di medicina), associazione che promuove attività condotte dagli studenti per sensibilizzare e stimolare tutti i futuri medici al rapporto medico-paziente, spesso tralasciato durante il corso di studi. Un banchetto informativo sul tema dell’AIDS sarà presente lunedì primo dicembre dalle 09:30 alle 12:30 presso l’edificio 20 del II° Policlinico (Facoltà di Medicina della Federico II) e si terrà nel pomeriggio dello stesso giorno un incontro presso Piazza del Gesù, durante il quale saranno scattate delle foto da pubblicare sui social network con l’hashtag #iocimettolafaccia. Sarà inoltre organizzata una festa i cui proventi saranno devoluti alle associazioni impegnate nella lotta all’AIDS.

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Diciamo insieme STOP alla violenza sulle donne!

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Il tema è scottante e purtroppo sempre attualissimo. Si tratta della violenza sulle donne. Non vorremmo continuare ancora a parlarne nel 2014, eppure è doveroso farlo, essendo questa una realtà costantemente presente, tanto nei paesi cosiddetti sottosviluppati, quanto in quelli ad elevato tenore socio-economico.

 Violenza sulle donne: qualsiasi atto di prevaricazione, verbale, psicologica, fisica, sessuale, economico-lavorativa, condotto su una donna, sfruttando l’appartenenza al genere maschile. Causa una sporadica o continuativa sottomissione della donna, che vive in uno stato di sudditanza psico-fisica, paura, angoscia temendo per la propria incolumità, fino ad arrivare, nei casi più gravi, alla perdita totale della propria libertà o della propria vita.

 Abbiamo tutti assistito con angoscia alla tragica vicenda della giovane iraniana Reyhaneh Jabbari, 26 anni, madre di cinque figli, condannata a morte per aver ucciso all’età di 19 anni l’uomo che aveva tentato di stuprarla. Tutti i tentativi di salvare questa giovane vittima di violenza, dall’intervento del Papa a quello di Amnesty International, sono falliti e la condanna, inizialmente rinviata, è stata eseguita lo scorso 25 ottobre nel carcere di Teheran, in cui era prigioniera.

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Reyhaneh, vittima due volte, è così diventata il simbolo più eclatante della violenza a carico delle donne. I dati sono ancora estremamente allarmanti: solo in Europa nel primo semestre del 2014, 62 milioni di cittadine tra i 17 e i 74 anni sono state vittime di una qualsivoglia forma di violenza. Certamente il fenomeno è sottostimato, se consideriamo che i dati fanno riferimento ai soli casi denunciati e tutti sappiamo perfettamente che, molto spesso, la denuncia non avviene, soprattutto quando la violenza è condotta in ambito familiare, tra le mura della propria casa, rappresentando questo un problema nel problema.

 La drammaticità di questo tema è sempre di più sotto i riflettori, di fronte agli occhi sgomenti del mondo intero, che, proprio il prossimo martedì, 25 novembre, celebra la  “Giornata Mondiale Contro La Violenza Sulle Donne”. La data ricorda l’efferato assassinio avvenuto nel 1960 di tre sorelle che, nella Repubblica Dominicana, hanno combattuto contro il regime dittatoriale di Trujillo. Dalle 20:00 alle 21:00 di martedì è previsto il primo flashmob telematico dal nome “Mai più deboli”: un’ora di silenzio collettivo su Facebook in tutto il mondo per gridare silenziosamente, ma altrettanto fortemente, il “no” alla violenza.

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 È l’epoca della comunicazione attraverso i social network e internet, più in generale; l’impatto che questa iniziativa può avere non è certamente da sottovalutare, sebbene costituisca soprattutto una “strategia” per sensibilizzare ogni cittadino del mondo. Non possiamo aspettarci che iniziative come questa siano risolutive del problema, ma che lo sia l’educazione che riserveremo alle future generazioni; di qui, la responsabilità della nostra, che assolutamente non può rimanere a guardare, fingendo che la violenza sulle donne sia una questione risolta ed ormai appartenente al passato. Dunque, conoscere, informare, sensibilizzare, denunciare, protestare se è necessario. Educare ogni donna sin da bambina all’amor proprio, alla stima di sé, a credere alle proprie potenzialità e alla propria realizzazione culturale, sociale, professionale ed economica, indipendentemente da una figura maschile di riferimento. Come non sottolineare allora la straordinaria figura di Malala Yousafzay, giovanissima attivista pakistana di 17 anni, recentemente insignita del Premio Nobel per la Pace, per il suo impegno per il diritto all’istruzione dei bambini, dei giovani e delle donne. Non vi sono, infatti, libertà ed autonomia senza istruzione.

Numerosissimi sono stati, inoltre, i progetti e le testimonianze delle donne stesse in favore delle donne per dire no alla violenza; tra questi quello di quattro donne americane, che hanno fondato un blog chiamato “Project Unbreakable”, in cui hanno raccolto oltre quattromila foto di donne, vittime di violenza, sotto lo slogan “Il silenzio copre le violenze: è ora di parlare”. Si tratta di foto, dal forte impatto emotivo, in cui ciascuna donna mostra un cartello che riporta le parole pronunciate dal proprio stupratore. Raccontare la propria storia, insomma, perché altre donne abbiano la forza di denunciare la loro.

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Altro progetto di sensibilizzazione al tema è quello cui ha partecipato Valentina Pitzalis, donna il cui volto è stato sfigurato dal marito, che l’ha cosparsa di cherosene per poi darle fuoco (e morire lui stesso). Valentina ha avuto lo straordinario coraggio di esporsi personalmente facendo da protagonista dello spot “Anche io credevo fosse amore”, al quale hanno partecipato anche la modella Eva Riccobono, il regista Federico Brugia, nonché numerosi brand di abbigliamento. La realizzazione dello spot è sostenuta dalla Onlus “Fare x bene”, che raccogliere fondi per l’assistenza alle donne vittime di violenza e da “Pari Passo”, un progetto di educazione all’affettività. Lo scopo è soprattutto insegnare alle donne a distinguere un amore sano da una relazione malata, in cui spesso la donna si trova a dover interpretare il ruolo della donna perfetta, che può sfociare in atti di violenza.

Per dire basta alla violenza sulle donne in India, dove il fenomeno è ancora estremamente diffuso, degli studenti della Harvard University (USA) di origine indiana hanno ideato una campagna di sensibilizzazione attraverso l’hashtag #embodyindia, cui hanno partecipato sia donne che uomini. Migliaia di foto provenienti da tutto il mondo sottolineano il rispetto per il corpo femminile, il cui abbigliamento non deve mai essere considerato come una ragione valida per mancare di rispetto ad una donna, nonché la libertà di ciascuna donna di esprimere le proprie idee e la propria personalità.

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Cesare Cremonini in concerto: un successo “Logico”!

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Venerdì 14 novembre. Ore 21:15 circa. Le luci si affievoliscono e partono le dolcissime note di pianoforte di “Cercando Camilla”. I fan di Cremonini sanno già che si tratta del preludio all’inizio dello show, di un richiamo dal sapore fiabesco, con il quale dare inizio al viaggio attraverso il fantastico mondo del trentaquattrenne cantautore bolognese.

Un attimo di buio, poi l’esplosione di luci, le prime note di “Logico”, lo scroscio di applausi di un calorosissimo pubblico napoletano, che gremisce il Palapartenope, vicinissimo al sold-out. È la tappa napoletana del “Logico Tour”, partito con un doppio sold-out al Mediolanum Forum di Milano e proseguito con show di successo nei palazzetti dello sport di Roma, Rimini, Bologna, Padova. I dati di vendita confermano un elemento tangibile: le presenze sono raddoppiate rispetto al precedente tour di due anni fa, che portò in giro per l’Italia le canzoni di quello che, a nostro giudizio, è il migliore album di Cremonini, “La Teoria Dei Colori”.

È lo stesso Cremonini che, nella seconda parte del concerto, si ferma a guardare la platea e ricorda emozionato come, nella precedente esibizione napoletana, il Palapartenope fosse stato attrezzato di sedie, scenario molto differente da quello che si presenta di fronte ai suoi occhi: migliaia di spettatori in piedi, in una festa giocosa e colorata, ad accompagnare con la voce e con le mani ogni canzone, dai vecchi successi ai nuovi brani proposti.

Tra questi, oltre a “Logico”, primo singolo dell’album, vengono suonati “Grey Goose”, manifesto sincero e scanzonato dell’incoerenza maschile (tutte le donne presenti si saranno sentite almeno per un attimo l’Angelina di turno!), “Fare e disfare”, “Vent’anni per sempre” e la romanticissima “Io e Anna”, definita da alcuni l’ideale continuazione di “Anna e Marco” di Lucio Dalla.

È proprio sulle note di “Io e Anna” che scorrono le immagini in bianco e nero di un cortometraggio (regia di Edoardo Gabriellini) che vede un malinconico Cremonini, andare in giro solitario per la sua Bologna, con il cuore e la mente rivolti alla sua “Anna” (Tea Falco). Tanti, dicevamo, i successi proposti in circa due ore di spettacolo: da “Il Comico”, tra le canzoni più applaudite, a “Mondo”, canzone impreziosita dalla collaborazione con Lorenzo Jovanotti, da “PadreMadre” a “Latin Lover” e ancora “Le Sei e Ventisei”, “La Nuova Stella di Broadway”, “Dicono di me”, “Marmellata #25”, in cui Cesare omaggia il pubblico napoletano sostituendo, durante il ritornello, il nome di Baggio con quello di Diego (Maradona, ovviamente!).

Cremonini è in splendida forma, canta, suona (piano e chitarra), balla, corre da una parte all’altra del palco senza risparmiarsi, coinvolge il pubblico, anche e perché no, con sguardi ammiccanti, si muove sul palco con disinvoltura e sicurezza, rimandando la sensazione che il palco sia davvero il suo luogo naturale, non solo di esibizione ma di contatto con il suo pubblico. Un pubblico composto non solo da giovanissimi, ma anche da adulti, a sottolineare lo spessore della sua musica in cui energia e parole, che lui stesso definisce importanti nella musica italiana, si fondono armoniosamente.

Intimo  ed emozionante il medley eseguito al pianoforte sul palco in mezzo al pubblico, armato di smartphone: “Una come te”, in versione jazz, “Figlio di un re” e “Vieni a vedere perché”. Folla scatenata-e c’era da aspettarselo-sulle note di “50 Special”, primo successo di Cremonini, ben 15 anni orsono, con la sua prima band, i “Lunapop”, della quale faceva parte anche l’attuale e fedelissimo bassista Nicola Balestri, meglio conosciuto con il nome di Ballo.

La chiusura dello show è affidata a “Un giorno migliore”, con la quale Cremonini abbraccia virtualmente ciascuno dei suoi fan promettendo il ritorno a breve a Napoli, che lo ringrazia intonando l’immancabile “O Surdato ‘Nnammurato”. In definitiva, un concerto delizioso, che scivola via tutto d’un fiato, semplice nella scenografia e musicalmente privo di sbavature, che consacra definitivamente Cremonini come un artista completo e in costante crescita, che tuttavia rimane umile e spontaneo, ma soprattutto fedele alla sua passione per la musica, iniziata, quando, poco più che bambino, ricevette il suo primo disco dei Queen. Ci auguriamo davvero che torni presto a Napoli con un nuovo spettacolo e rinnovate energie.

Queen Forever: l’attesissimo ritorno della più amata rock band

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I Queen, o meglio quel che ne rimane (Brian May, Roger Taylor), hanno fatto il più bel regalo di Natale ai loro milioni di fans sparsi in ogni angolo del globo, un nuovo disco intitolato Queen Forever, finalmente giunto nei negozi e negli store digitali. La più grande certezza relativa alla carriera del gruppo inglese, rimasto orfano di Freddie Mercury, infatti, è l’amore incondizionato dei suoi seguaci, nonostante molti di loro non abbiano apprezzato la decisione dei “superstiti” di proseguire una qualche sorta di carriera post-Freddie, vista quasi come un tradimento rispetto al frontman e, dai più critici, come un’operazione prettamente commerciale. Apprezzata da molti, la decisione del bassista, John Deacon, di rimanere al di fuori dei progetti discografici della coppia May-Taylor post Made in Heaven, ultimo disco, successivo alla morte di Mercury, risalente ormai al lontano 1995.

Ma veniamo a Queen Forever. Si tratta di una raccolta di grandi successi della band e in particolare delle più belle canzoni d’amore. Non mancano infatti nella discografia della band numerose ballate dal sapore del tutto originale, rispetto a quelle più classiche di numerosi altri gruppi rock, sebbene i Queen siano ricordati e stimati soprattutto per brani storici come Bohemian Rhapsody, We Will Rock You, Under Pressure, Radio Ga Ga, The Show Must Go On e moltissimi altri. La raccolta che May e Taylor propongono ai loro fans in versione standard è ricca di vere e proprie perle, da Love Of My Life a You Take My Breath Away, da These Are The Days Of Our Lives a Who Wants To Live Forever, alcune delle quali meno note al grande pubblico, ma amatissime dai fans storici del gruppo. Eppure, non solo vecchi successi, del tutto rimasterizzati, ma tre brani inediti. Si tratta di Let Me In Your Heart Again, There Must Be More To Life Than This e Love Kills. La prima apre l’album ed è un’autentica perla proveniente dalle sessioni di The Works. L’emozione di riascoltare la voce originale di Freddie Mercury, con le sue tonalità difficilmente raggiungibili, è unica e non può lasciare assolutamente indifferenti, così come l’armonia della canzone, i cori, la chitarra di May, mai arrugginita e sempre inconfondibile.  Quel “Open the door, let me in your heart again”, che Freddie canta, ha il sapore di una vera richiesta d’amore ai suoi fedelissimi di aprire ancora una volta il loro cuore alla sua voce e alla sua memoria. There Must Be More To Life Than This, invece, è un brano scritto da Mercury durante le session di Hot Space nel 1981, e inciso per Mr Bad Guy (album solista di Mercury del 1985), che è stato successivamente impreziosito dello straordinario e storico duetto con Micheal Jackson. Due miti, che, con questo brano, continuano ad emozionarci. Stupenda è anche la nuova versione di Love Kills, brano facente parte della raccolta postuma solista chiamata The Freddie Mercury Album del 1992. Se il brano originario, infatti, ha una sonorità essenzialmente dance, la nuova versione, suona più lenta ed intima, quasi come una confessione su come l’amore possa essere fatale. L’album è inoltre disponibile in versione Deluxe, contenente, oltre al primo disco, composto da 18 brani, un secondo disco che vanta successi, anch’essi rimasterizzati, come I Was Born To Love You, Too Much Love Will Kill You, Friends Will be Friends, One Year Of Love, Save Me, per un totale di altri 18 capolavori immortali.

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Con Queen Forever, qualunque sia il giudizio rispetto alla decisione di pubblicare l’ennesima raccolta, i fan dei Queen potranno, senza ombra di dubbio, vivere momenti estremamente romantici, con una immancabile dose di nostalgia per la grandezza e lo straordinario patrimonio musicale della Regina delle rock band. Sarà anche l’occasione di prepararsi al prossimo attesissimo concerto di Milano (Forum di Assago) del 10 febbraio, in cui May e Taylor saranno accompagnati dalla sorprendente voce e dal carisma di Adam Lambert, trentaduenne cantautore statunitense, giunto alla ribalta per essersi classificato secondo al talent show American Idol.

Piccole incongruenze quotidiane: storie di vita dalla penna di Stefano Benni

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Quattro storie per altrettanti personaggi. Un bar come luogo di incontro. Molta ironia ed altrettanta amarezza. Questi, gli elementi centrali di Piccole Incongruenze Quotidiane, andato in scena l’8 e il 9 novembre al Centro Teatro Spazio di San Giorgio a Cremano. Il regista, Diego Sommaripa, riadatta, insieme a Tommaso Vitiello, quattro famosi testi di Stefano Benni: “La Topastra”, “Onehand Jack”, “La Misteriosa scomparsa di W” e “Sogno di un Muratore”.

Le vite e le storie dei quattro personaggi si incrociano nel luogo d’incontro per eccellenza, un bar, in cui dovrebbe avere luogo uno spettacolo, un “One man show”, che, di fatto, verrà continuamente interrotto dai vari attori che si alternano sul palco, ciascuno dei quali interpreta il proprio monologo, cosicché solo al termine delle altre storie, Marcello Cozzolino potrà finalmente recitare il suo “Sogno di un Muratore”.

Il pubblico è condotto da un monologo all’altro attraverso ben strutturati momenti comici di cui è protagonista, insieme con gli altri, uno scanzonato cameriere (Sommaripa). Sono proprio le “fastidiose” e continue interruzioni a rappresentare quelle “Piccole Incongruenze Quotidiane” che danno il titolo allo spettacolo, imprevisti della quotidianità, in questo caso imprevisti cui un attore va incontro nel tentativo di cimentarsi nel proprio show. Ma anche sfumature che danno colore alla vita, possibilità che nuove cose prendano il loro spazio, che nuovi incontri abbiano luogo, indipendentemente dalla nostra volontà.

Il primo monologo, a nostro parere il migliore andato in scena, è interpretato da una bravissima Federica Totaro, che, con estrema naturalezza e disinvoltura, veste i panni di una (bellissima) “topastra” napoletana (e non romana, come nel testo originale), tristemente abituata a suscitare il disprezzo dei venditori di un mercato, mentre prova a procurarsi da mangiare. Sono gli occhi della topastra a guardare il mondo degli umani e la realtà allora si ribalta: sono gli uomini ad essere mostruosi ed egoisti, ad inquinare, ad emarginare. Alla topastra non resta altro che sognare ad occhi aperti un mondo diverso, un mondo in cui sentirsi bella, apprezzata, accolta.

Segue “Onehand Jack”, interpretato in modo convincente da Davide Magliuolo. Da un mercato alimentare ci trasferiamo negli USA, dove ha luogo la leggenda di un uomo da una sola mano che, per dono divino, riceve ed impara a suonare magistralmente il contrabbasso, diventando un musicista così straordinario da essere ingaggiato dal locale più famoso della città. La vicenda personale dell’uomo, che ha creduto di poter realizzare il suo sogno, si fonde con l’amore e con la malavita cittadina. Onehand Jack non si piega di fronte a chi cerca di abusare del suo potere e misteriosamente si salva.

Gabriella Vitiello è “V”, ragazza nevrotica, fragile ed insicura, che si illude di aver trovato la propria metà in un uomo, “W” e si mortifica ad amarlo solo nel limitatissimo tempo che lui le concede, che lui dedica nella sua vita alla relazione sentimentale, che finisce, inevitabilmente, per sgretolarsi. Incompletezza, solitudine, difficoltà di comunicare: i mali di ogni ipotetica relazione umana. La protagonista finisce col diventare ossessionata dai numeri e dai ricordi, di cui non sembra capace di liberarsi.

Chiude “Sogno di un Muratore”, che ci porta letteralmente tra le nuvole. Marcello Cozzolino veste i panni di Pino, un muratore che si ritrova in Paradiso in compagnia di S. Pietro e S. Giuseppe, dopo essere caduto dall’impalcatura su cui stava lavorando. Anche il muratore, come la topastra, è abituato ad essere maltrattato, considerato come ultimo tra gli ultimi e si stupisce genuinamente di quanto sia meraviglioso sentirsi non solo rispettato e stimato, ma addirittura, importante. Una vita diversa, forse, è possibile, anche per un semplice muratore, sempre che non perda la vita cadendo dall’alto delle travi.

Lo spettacolo, quindi, attraverso i testi di Benni, affronta argomenti importanti, con i quali, ciascuno a proprio modo, si confronta nell’arco della propria esistenza, e offre molteplici spunti di riflessione, concedendo allo spettatore momenti per ridere. Risulta sempre godibile ed estremamente scorrevole, grazie ad un’attenta regia e ad una buona interpretazione degli attori in scena. In chiusura, gli attori invitano uno spettatore a scattare una foto per condividerla immediatamente su Facebook. È una lucida e sarcastica puntualizzazione su una delle più grandi incongruenze dei nostri giorni (che riprende il tema dell’incomunicabilità affrontato da Benni): vivere per condividere la propria vita sui social network, perdendo il senso stesso della vita.

Chiodo schiaccia chiodo: la storia dell’intramontabile giubbotto di pelle

“Chiodo schiaccia chiodo”, espressione tipicamente utilizzata per definire relazioni pseudo-sentimentali, di solito di breve durata, condotte allo scopo di dimenticare ed elaborare(?) velocemente la fine di una storia d’amore che ha lasciato il segno. No, niente relazioni sentimentali questa volta! “Chiodo schiaccia chiodo” oggi è lo slogan che ho scelto per parlarvi del susseguirsi nel tempo e negli armadi di famiglia di differenti modelli un intramontabile articolo di abbigliamento, capo cult da generazioni, nonché must-have della stagione (come vi avevo anticipato). Non esiste “fashion victim”(come amava chiamare le appassionate di moda, l’elegante stilista Oscar de La Renta, recentemente scomparso) che si rispetti, che non abbia già comprato (o non stia per farlo) il suo chiodo per questa stagione. Eppure non possiamo ritenerci “degne” di indossarlo se non ne conosciamo per grandi linee la sua gloriosa storia, per cui, proviamo a ripercorrerla insieme!

La nascita del chiodo, come per ogni leggenda che si rispetti, è piuttosto misconosciuta e avvolta da un alone di mistero. C’è chi sostiene che la sua invenzione sarebbe addirittura da attribuire all’aviatore tedesco Manfred von Richthofen, il cosiddetto “Asso degli assi” nonché “Barone Rosso” (tra i grandi protagonisti della Prima Guerra Mondiale) e che da quel momento gli aviatori non ne avrebbero potuto più fare a meno vista la sua comodità. Ve lo ricordate il chiodo che dopo molti anni indosserà l’aviatore Tom Cruise in Top Gun?

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Ufficialmente il mitico giubbotto di pelle, che da tradizione arriva sino alla vita ed è concepito in due varianti di colore, marrone e nero, fu creato da Irving Schott  e introdotto nel mercato dalla Schott NYC nel 1928 con il nome di Perfecto.

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Era destinato ai motociclisti, i “bikers”, i ribelli per eccellenza, che ne hanno fatto un vero e proprio simbolo di riconoscimento. Quali sono i divi che hanno reso celebre nel mondo il nostro protagonista? Due miti: Marlon Brando e James Dean, che nei rispettivi “Il selvaggio” e “Gioventù Bruciata” indossavano il chiodo nero, con un sex appeal ineguagliabile. Siamo negli anni ’50.

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Chiodo come esclusiva dei bikers? Nient’affatto! Il chiodo diventa ben presto oggetto iconico per i cosiddetti “greasers”, giovani dai capelli unti di brillantina e pettinati all’indietro, che vestivano anche col mitico Levi’s 501 e stivali o Converse ed ascoltavano Rock & Roll e successivamente Rockabilly. Se vi citassi un certo Elvis Presley?

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Greasers…..eppure sono certa che vi viene in mente qualcosa/qualcuno! Ovviamente uno dei musical più famosi di sempre, il mitico “Grease”, degli anni ’70, ma ambientato negli anni ’50, i cui protagonisti (John Travolta e Olivia Newton-John) ancora una volta celebrano il mitico giubbotto.

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Poteva infatti il mondo della musica rimanere sordo al richiamo di un oggetto di abbigliamento così fortemente iconico? Assolutamente no! Negli anni ’50 non solo i greasers americani ma anche i rockers inglesi ed americani adottano il chiodo, che diventerà a partire dagli anni ’70 il capo più indossato dalle star della musica(dal rock al punk fino al pop), acquisendo di volta in volta nuovi elementi di decoro, come borchie, catene e frange, che, peraltro, non ne stravolgono il design. Qualche nome? Robert Plant, Freddie Mercury, Michael Jackson, Sex Pistols, The Ramones, Bon Jovi, Guns & Roses.

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Ma quando le donne si sono decisamente convertite ad indossare il chiodo, che abbiamo visto finora essere oggetto del desiderio maschile? Se c’è una donna che ha sempre dettato legge in fatto di tendenze è Madonna ed è stata proprio lei infatti ad indossarlo tra le prime e continua tuttora a farlo, sebbene, per onestà, va detto che oggi Miss Ciccone indossa soprattutto “semplici” giubbotti di pelle piuttosto che il chiodo vero e proprio. Sicuramente quello che ci insegna la cantante di “Like a Vergin” è che un giubbotto di pelle, sia o meno esso il chiodo, può essere indossato in tutte le occasioni, se nell’ambito del giusto outfit.

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E una conferma viene dalla fashion icon Sarah Jessica Parker, che ha avuto l’ardire di abbinare il suo giubbino nero di pelle, con guanti bianchi, un lungo abito rosa da sera e morbidi capelli sciolti, per uno stile romantic-rock.

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Ma sono tante altre le celebs innamorate del chiodo: da Kate Moss a Eva Herzigova, da Kirsten Dust a Victoria Beckham, da Rihanna alla nostrana Elisabetta Canalis passando per Beyoncè. Ciascuna con il suo stile unico.

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Com’è stato interpretato il chiodo quest’anno dagli stilisti? Vi proponiamo alcuni modelli in un collage!

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Il giovane favoloso. Il travagliato mondo interiore di Giacomo Leopardi.

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Mario Martone vince l’ardua sfida di portare sul grande schermo la vita di uno dei più grandi poeti e scrittori: Giacomo Leopardi. Presentata alla 71^ Mostra del Cinema di Venezia, l’opera del regista napoletano riscuote immediatamente un grande successo da parte tanto del pubblico quanto della critica. Non è nuovo l’interesse di Martone per l’immortale poeta, scrittore, filosofo e filologo ottocentesco, principale esponente della corrente del Romanticismo in Italia, visto che nel 2011 la messa in scena delle “Operette Morali”, gli è valsa il Premio Leopardiano La Ginestra.

Il giovane favoloso attraversa la vita di Leopardi dall’infanzia sino agli ultimi giorni vissuti alle pendici del Vesuvio, non proponendo un mero susseguirsi di vicende personali ma offrendo la possibilità di interpretare la sua vastissima produzione artistica attraverso un focus principalmente sul suo mondo interiore, alla luce del suo vissuto. Giacomo, primogenito, è scrupolosamente e severamente educato ed istruito da precettori sin dai primissimi anni di vita a Recanati, dove cresce fragile ed introverso, costantemente sorvegliato sia dal padre, il conte Monaldo, che presto lo erige a figlio prediletto e morbosamente amato, che dalla madre, integerrima e algida cristiana. La maestosa biblioteca di famiglia rappresenta allo stesso tempo sia la fonte di una conoscenza, che Leopardi sembra assorbire con impressionante naturalezza, ma non senza costante impegno, quanto la prigione che lo condannerà ad una vita infelice, privandolo delle occasioni squisitamente giovanili di aprirsi alla vita e lasciarsi inebriare da essa.

Unica ancora di salvezza per il giovane Giacomo, il fratello Carlo e la sorella Paolina, cui egli rimarrà sempre legato; il ricordo dei giochi di infanzia e degli abbracci amorevoli rappresenterà per lui occasione di conforto nei momenti più critici della sua vita. Presto appaiono evidenti le difficoltà fisiche del ragazzo, accentuate dalle lunghe ore di studio nell’ambiente domestico, lontano dalla luce e dalla vita che, peraltro lentamente e ripetitivamente, scorre per le vie di Recanati sotto l’occhio vigile del clero. L’occasione di sfuggire ad un ambiente repressivo si presenta quando Giacomo, iniziata la composizione dei primi scritti, intraprende una corrispondenza epistolare puntuale ed appassionata con Pietro Giordani, che, non solo lo incoraggia a scrivere, visto l’entusiasmo che egli aveva destato negli artisti contemporanei, ma che più in generale, gli offre un differente punto di vista sulla vita, aprendolo alle idee liberali, che si stavano facendo strada e che avrebbero condotto più tardi al Risorgimento Italiano.

Sarà proprio Giordani ad accompagnare Giacomo nel suo viaggio a Loreto, prima occasione per lasciare la natia Recanati ed immaginare una vita alternativa. L’esperienza ha un tale effetto benefico da spingere Giacomo al gesto estremo, tentare una fuga, che tuttavia viene facilmente scoperta dal padre e costerà al poeta la completa sottomissione. Dopo un salto temporale di 10 anni, ritroviamo un Leopardi, più maturo e gravemente malato, a Firenze, dove egli frequenta, sempre accompagnato dall’amatissimo amico Antonio Ranieri, salotti letterari e si concede rari momenti di svago. Ma anche l’ambiente fiorentino, tanto colto quanto ostile e critico nei confronti delle sue opere, considerate sempre tristi e pessimistiche, finisce col diventare asfittico e i due amici decidono, dopo un breve soggiorno a Roma, di trasferirsi a Napoli, grande capitale del Regno Borbonico.

Torre del Greco, infine, sarà l’ultima dimora del poeta, che, alle pendici del Vesuvio comporrà l’ultima celebrata poesia “La Ginestra”. Lo spazio che nel film occupa il soggiorno napoletano è ampio e Martone sottolinea il rapporto di Leopardi con Napoli, fatto di chiaroscuri, amore e odio, nuovi stimoli vitali e altrettante miserie (vedi l’arroganza dei lazzaroni), speranza di migliorare la propria condizione di salute grazie all’aria salubre e la piaga contagiosa del colera. Il Leopardi proposto da Martone non è solo il padre del pessimismo cosmico, è prima un giovane che, nonostante la malattia, freme di vita e ricerca possibilità, scontrandosi contro le sue limitazioni fisiche e la durezza del suo contesto familiare, poi è un uomo ironico, coraggioso e profondamente convinto dei suoi principi filosofici, che egli cerca di mettere al riparo dalle superficiali considerazioni dei suoi contemporanei illuminati.

Il giovane favoloso di sicuro non sarebbe il film applaudito che è, senza la straordinaria interpretazione di Elio Germano, estremamente convincente nel ruolo di un uomo dalle notevoli disabilità, di un giovane timido ed estasiato nell’incrociare lo sguardo della bella Silvia, del ragazzo che vorrebbe urlare al mondo la sua rabbia e il suo dolore ma rimane impietrito e sconfitto al cospetto del padre, del poeta e dello scrittore che sente esplodere nella mente, nell’anima e nelle vene l’amore e la necessità della composizione. I momenti più alti della pellicola, che vanta un’eccellente fotografia, sono proprio i frammenti in cui Martone prova ad immaginare l’esplosione poetica del Leopardi, il momento compositivo, che suona come un flusso spontaneo e sanguigno, malinconico e doloroso, di versi, dedicati ora alla luna, ora all’ “ermo colle”, ora alla ginestra.

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