Specchio specchio delle mie brame…..

   Qualità di ciò che appare o è ritenuto bello ai sensi e all’anima. La connessione tra l’idea di bello e quella di bene, suggerita dalla radice etimologica (il latino bellus “bello” è diminutivo di una forma antica di bonus “buono”), rinvia alla concezione della bellezza come ordine, armonia e proporzione delle parti, che trovò piena espressione nella filosofia greca. In seguito, la nozione di bellezza è diventata categoria autonoma, caratterizzata dalla capacità del bello di essere percepito dai sensi. Dalla dottrina del bello come ‘perfezione sensibile’ nasce e si afferma, nel 18° secolo l’estetica come disciplina autonoma riguardante il bello.

Questa è la definizione di bellezza secondo l’Enciclopedia Italiana Treccani. Nel suo stesso significato sono racchiusi due concetti, apparentemente contrapposti: da un lato la possibilità di identificare dei canoni quanto più possibile universali di bellezza, dall’altro l’interpretazione soggettiva di ciò che ciascuno ritiene sia bello. A tal proposito chi di noi non conosce il detto: “Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace”? Come spesso accade, la cultura popolare esprime in parole semplici e facilmente comprensibili quello che gli studiosi teorizzano da secoli se non millenni. Molto spesso, se non sempre, il raggiungimento della bellezza è stata la massima aspirazione degli artisti, (pittori, scultori, architetti, poeti, fotografi, musicisti, designer) ma è pur vero che nel corso dei secoli i canoni di bellezza si sono andati via via modificando e che ciascun artista non solo ha una propria concezione del bello ma ne dà una propria interpretazione personale. Bellezza come armonia, bellezza come innovazione, bellezza come provocazione, bellezza come espressione dei sentimenti, bellezza come descrizione della realtà. Bellezza, insomma, nelle sue più svariate accezioni.

Se la produzione artistica è sempre stata “condizionata” dal concetto di bellezza, quanto lo è l’immagine umana e quanto sono cambiati i suoi canoni? Molto, direi, rispondendo ad entrambe le domande. A parità di capacità(e neanche sempre!), quante volte ci capita di osservare che una persona di aspetto fisico gradevole, sia facilitata nella sua vita quotidiana rispetto ad una “bruttina”? Non è forse l’aspetto fisico che, di solito, ci attira, almeno all’inizio, verso un possibile partner? Chi non si ferma a guardare un uomo o una donna bellissimi che ci passano accanto? “L’occhio vuole la sua parte”? Assolutamente sì, siamo sinceri! Tutto il resto, che è essenziale, viene certamente in seconda istanza. È pur vero che oggi il raggiungimento della bellezza sembra diventato un’ossessione, tanto per le donne, quanto, ahimè, per gli uomini. Assistiamo al trionfo della cosmesi, dei messaggi, della chirurgia estetica. Sembra quasi che non ci sia spazio in questo mondo per chi non appare sempre in splendida forma. Viso perfetto, abbronzatura tutto l’anno, mani e piedi curatissimi, addominali scolpiti, culetti brasiliani, gambe e braccia sempre toniche e soprattutto tette prosperose per tutte. E i peli? Potremmo aprire un vasto capitolo, considerando che sono del tutto banditi sia dalle donne che dagli uomini(e qui un po’ di ripugnanza viene spontanea al ricordo di un uomo che asportava peli superflui sulle gambe con tanto di rasoio nientepopodimeno che al mare!). Sì, uomini super glabri con sopracciglia perfettamente “disegnate” da fare invidia a Ken! Ma veniamo alle donne. Dicevamo di evoluzione(o regressione?) dei canoni di bellezza. Nel secolo scorso una bella donna era considerata quella dalle curve generose, fianchi larghi, seni prosperosi ma 100% naturali, non troppo alta e dalla capigliatura fluente. Oggi il canone di bellezza, almeno quello che ci “impongono” i media, è rispecchiato da una donna generalmente iper magra e alta, con ritocchini qui e lì e curve ridisegnate. Vi propongo due donne, estremamente diverse, ma a mio parere bellissime entrambe.

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Bettie Page

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Kate Moss

Ma cosa accade quando la ricerca della bellezza, intesa soprattutto come mantenimento della giovinezza, diviene esasperata? Sappiamo essere tanti i casi di donne che, soprattutto quando rivoltesi a chirurghi poco affidabili, si sono sottoposte a molteplici interventi estetici compromettendo gravemente non solo il proprio aspetto fisico ma anche la propria salute. Hanno fatto scalpore gli orientali che si sono sottoposti negli ultimi anni a dolorosissimi interventi(per mezzo dell’induzione di fratture) per l’allungamento delle gambe, c’è chi decide di cambiare il colore della pelle (come non citare Micheal Jackson!), c’è chi ha idealizzato a tal punto Barbie da andare in contro ad oltre 20 interventi (saranno stati un vero affare dal punto di vista economico!) per somigliare quanto più possibile alla sua “eroina”. Si chiama Blondie Bennett, californiana di 38 anni ma non è sicuramente il primo né l’ultimo esempio di una tale scempiaggine (vedi eufemismo!), oltre che di un cattivo gusto da hit parade!

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Blondie Bennett

In questi ultimi giorni ha fatto scalpore il caso di Renne Zellweger che ha deciso di trasformare letteralmente la propria immagine, con un risultato, a mio parere, sconvolgente. Tutto, ma non questo, avremmo potuto immaginare da una donna che, per interpretare il famosissimo ruolo dell’amata Bridget Jones, aveva con grande disinvoltura e sicuramente tanto impegno acquisito e successivamente perso circa 20 Kg. Ebbene, la deliziosa attrice statunitense classe 1969 ha del tutto stravolto i propri lineamenti pur di apparire più giovane rispetto ai suoi ormai suonati 45 anni. Curiosi della trasformazione? Guardate un po’!

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A proposito di prima e dopo, avete mai sentito parlare del progetto Before and After? Si tratta di un progetto che è stato ideato da Esther Honig, giornalista freelance ed esperta in comunicazione, la quale ha “regalato” un’immagine di sé, da sottoporre a modifiche mediante Photoshop, a graphic designers di 25 differenti paesi chiedendo loro: “Rendetemi bellissima!”. Ciascun artista coinvolto nel progetto ha modificato elementi quali: colore degli occhi, capelli, accessori di abbigliamento e perfino colore della pelle. Ne è risultata una carrellata di volti, confrontati rispetto all’originale, che esprimono un’interpretazione soggettiva della bellezza sulla base di differenti istanze culturali e che pongono l’accento sull’utilizzo e l’influenza di Photoshop nella società moderna. Vi propongo il confronto tra due realtà molto ma molto diverse: USA vs. Marocco! A voi la scelta!

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By USA

 

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By Marocco

Vi è mai capitato di guardarvi allo specchio o in qualche fotografia e quasi non riconoscervi? Quanto l’immagine che abbiamo di noi stessi corrisponde alla nostra immagine reale? Gli occhi vedono ma è il cervello ad elaborare l’immagine percepita! Possiamo aspettarci quindi che una serie di fattori, anche emotivi, entrino in gioco nel definire l’immagine che abbiamo di noi stessi. E non è detto che il risultato sia negativo, anzi a volte è una vera e propria iniezione di autostima!

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Original Ideal è un altro progetto dedicato alla bellezza e targato Scott Chasserot, fotografo, che ha provato a catturare l’immagine ideale che ciascun individuo ha di sé. Chasserot è partito dal fotografare una serie di soggetti nelle pose il più semplici e spontanee possibili, quindi ha modificato digitalmente ciascuna immagine ottenendo numerose differenti versioni di ciascuno scatto. Ciascun soggetto fotografato è stato quindi dotato di un dispositivo EMOTIV (EEG scanner) mediante il quale sono state registrate le reazioni emotive associate alla proiezione di tutte le varianti del proprio volto. Ebbene, quella alla quale è associata la reazione più positiva, corrisponderebbe alla propria immagine ideale. Il progetto quindi sottolinea l’importanza della percezione personale nel definire il concetto di bellezza in contrapposizione rispetto a quelle che sono le influenze socio-culturali messe invece in luce dal progetto della Honig. A seguire l’immagine originaria vs. quella ideale di sé di due partecipanti al progetto.

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Questo il link del sito ufficiale di Original Ideal se vi va di saperne di più!

http://originalideal.com/

E quale può essere la reazione delle donne a canoni di bellezza troppo rigidi e poco realistici imposti dai più famosi brand di moda? Hanno fatto sicuramente parlare di sé tre ragazze inglesi che hanno lanciato via web una petizione contro la campagna “The Perfect Body” di Victoria’s Secret (per promuovere il nuovo reggiseno “Body”), il marchio di lingerie più famoso al mondo. Frances Black, Gabriella Kountourides e Laura Ferris, tramite il sito Change, invitano le donne di tutto il mondo ad unirsi a loro nella richiesta al marchio americano di modificare il linguaggio utilizzato per la promozione del nuovo articolo di lingerie in quanto ritenuto non “educativo” e discriminatorio per il pubblico femminile, continuamente bombardato da messaggi fuorvianti in materia di bellezza da parte dei media, che spesso rischiano di compromettere la salute delle giovanissime e forniscono un’immagine stereotipata della donna. Se vi va di sostenere, come ho fatto io, le tre studentesse di Leeds, potete seguire il link sottostante e firmare anche voi la petizione.

http://www.change.org/p/victoriassecret-apologise-for-your-damaging-perfect-body-campaign-iamperfect

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Mai e poi mai sottovalutare l’intelligenza e lo spirito critico femminile, lo dico sempre! Possiamo essere molto ma molto pericolose. Del resto siamo noi a spendere i nostri soldi per l’acquisto dei loro prodotti. Noi rappresentiamo la loro ricchezza. Come minimo, oltre ad articoli di buona qualità, ci meritiamo rispetto! Girl power!!!!!

 

 

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Ottobre si tinge di rosa: un Nastro per la prevenzione

http://www.mygenerationweb.it/201410241961/articoli/tendenze/pink-generation/1961-ottobre-si-tinge-di-rosa-un-nastro-per-la-prevenzione

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Quanto ciascuna donna tiene al proprio aspetto fisico, alla propria bellezza? Molto, direi. Sì, certamente contano il carattere, la personalità, l’animo, affinché una donna possa essere realmente definita bella ma è vero che “l’occhio vuole la sua parte” e che il nostro corpo è il primo mezzo con cui entriamo in relazione con gli altri, con il mondo. Siamo diventate sempre più abili a mettere in risalto le nostre doti fisiche e a nascondere i nostri piccoli difettucci, ammesso che realmente ne abbiamo(spesso sono solo allucinazioni visive!), anche grazie a tutorial di make-up, hair-style e nail-art ma soprattutto ai più disparati tipi di capi di abbigliamento.

Vogliamo parlare di quanto la lingerie e gli abiti permettano di nascondere qualche rotolino qua e là e soprattutto di valorizzare le nostre amatissime curve? Curve. Quanto ci piace e quanto piace agli altri il nostro décolleté? Di solito, è una delle parti più apprezzate del corpo di una donna, una di quelle che per prima attira l’attenzione dello sguardo maschile e anche l’invidia di qualche signora un po’ inacidita dalla menopausa. E allora evviva il tripudio di reggiseni a balconcino, push-up, col ferretto, con le coppe imbottite e così via.

Ma una domanda ben più importante sorge. Quanto teniamo alla salute del nostro seno? Ci hanno mai insegnato a praticare l’autopalpazione? Ci sottoponiamo con regolarità ad indagini strumentali (ecografia e mammografia)? Sappiamo che tuttora il cancro della mammella è il tipo di tumore più frequente nella donna? Conosciamo i fattori di rischio, sappiamo che esiste familiarità? Oltre all’importanza di tutte queste domande (e delle risposte che abbiamo il dovere di darci), c’è un’affermazione chiave quando si parla di tumore al seno. Una diagnosi in fase precoce, attuabile solo grazie alla prevenzione, consente di ridurre drasticamente la mortalità, con possibilità di guarigione elevatissime.

Ecco che il ruolo delle campagne di sensibilizzazione e prevenzione diventa fondamentale. Nastro Rosa è la più importante campagna di prevenzione esistente in Italia per il cancro al seno e opera in collaborazione con LILT (Lega italiana per la Lotta contro i Tumori) e la Breast Cancer Awareness Campaign (della Estèe Lauder Companies). Abbiamo deciso di parlarvene ora perché Ottobre è il mese della prevenzione, mese durante il quale la campagna, giunta quest’anno alla XXII^ edizione, è attiva, con possibilità di effettuare visite gratuite presso gli ambulatori LILT presenti nelle varie città italiane, ma anche affinché le giovanissime entrino in contatto con questa realtà.

Madrina italiana della campagna è la bellissima attrice Nicoletta Romanoff; non è un caso che sia stata scelta una donna trentacinquenne: il cancro non risparmia le donne giovani, anzi, ma abbiamo a nostra disposizione tanti strumenti per combattere questo temutissimo nemico. Uno su tutti la solidarietà. Si sa che quando le donne sono unite per un obiettivo comune sono in grado di realizzare grandi progetti e sicuramente sensibilizzare sorelle, cugine, amiche, colleghe o semplicemente conoscenti riguardo la prevenzione lo è. Così come raccogliere fondi per il Nastro Rosa e partecipare alle varie iniziative proposte. Quest’anno varie location tra le più fantastiche del mondo sono state illuminate per una sera di rosa: l’Empire State Building, la Torre di Tokyo, il Nelson Mandela Bridge, il Quadrilatero della Moda a Milano e il Colosseo ovviamente a Roma che, continua a colorarsi per le donne ogni sera dei fine settimana di ottobre.

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 Manteniamo allora il nostro seno giovane con creme e cremine (solo su consiglio di esperti!), sbizzarriamoci a scegliere il reggiseno che ci piace di più ma ricordiamo sempre che la salute è il nostro primo obiettivo e che sta a ciascuna di noi prendersene cura.

“Disturbo?”. Disturbi ossessivo-compulsivi in scena

http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=13168

Il 21 e 22 ottobre è andato in scena a Sala Assoli (stasera l’ultima replica alle 20:30) lo spettacolo teatrale “Disturbo?”, presentato da GAG Produzioni e K-T Serv, terzo di 4 rappresentazioni proposte da compagnie under 35 nell’ambito della manifestazione “A(s)soli giovani”. Quest’ultima, ideata da Emma Di Lorenzo, patrocinata dal Comune di Napoli,  è stata organizzata in collaborazione con l’Assessorato ai Giovani, Creatività e Innovazione del Comune stesso e avrà termine domenica dopo una tre giorni dedicata all’ultimo spettacolo “Quell’ultima Corsa” proposto dalla compagnia “Naviganti Inversi”.

L’apertura della manifestazione, la scorsa settimana, è stata invece affidata a “Condannato a Morte. The Punk Version” di “Avamposto Teatro” e “Gang Bang” dell’associazione “Primo Aiuto”. Partner è la rivista MYGENERATIONWEB, che ha indetto parallelamente un concorso, “Critici del domani. Oggi” rivolto agli studenti degli ultimi due anni dei licei classici partenopei, invitati a recensire gli spettacoli proposti, con la possibilità, per i vincitori delle migliori recensioni (una per ciascuno spettacolo) di collaborare con la rivista stessa. Una manifestazione ideata, curata, messa in atto e rivolta da e a giovani di Napoli per la valorizzazione e la partecipazione attiva alla realtà teatrale cittadina, a partire da uno dei teatri storici di Napoli.

Ma veniamo a “Disturbo?”. Lo spettacolo, con la regia di Giuseppe Fiscariello, è liberamente ispirato ma ampiamente riadattato da “Toc Toc?” di Laurent Baffie e affronta il tema della patologia psichiatrica, in particolare dei disturbi ossessivo-compulsivi (il cui acronimo francese è Toc).  Nicola Narciso (aiuto alla regia insieme a Livio Montanaro), nei panni dell’assistente del Dr. Stern (figura assente nel testo originale), si rivolge all’inizio dello spettacolo al pubblico, osservandolo con una lente di ingrandimento e insinuando nelle menti degli spettatori, la possibilità che essi stessi, i loro cari, o semplicemente chi siede loro accanto, possano presentare uno dell’ampia sfera dei suddetti disturbi.

La trama dello spettacolo è semplice: 6 personaggi, ciascuno affetto da un differente disturbo ossessivo-compulsivo, si trovano riuniti nella sala d’attesa di un luminare della psichiatria, con la speranza di mettere fine al disturbo che li affligge e che ne compromette la qualità di vita. Si tratta di: Fred (Giuseppe Fiscariello), il più grave, è affetto dalla Sindrome di Tourette, che gli impedisce di controllare gesti e parole, che risultano socialmente sconvenienti; Otto (Domenico Carbone), affetto da aritmomania, conta ossessivamente qualsiasi cosa che lo circonda; Bernardo (Paolo Gentile), affetto da disturbo da contaminazione, è ossessivamente preoccupato di contrarre malattie, di cui ha una conoscenza scrupolosa, per cui lava continuamente le mani, evita il contatto fisico, apre finestre e pulisce ogni sorta di superficie; Maria (Emanuela Iusto), affetta da disturbo da controllo, controlla ripetutamente la borsa nel dubbio di aver dimenticato le chiavi di casa ed ha il continuo timore di peccare, per cui cinge tra le mani il rosario e fa continuamente il segno della croce; Lilli (Claudia Esposito), affetta da disturbo di superstizione eccessiva, deve ripetere ogni frase o parola due volte per “evitare di morire”; Bob (il giovanissimo Valerio Lombardi), affetto da disturbo da ordine e simmetria, non può assolutamente camminare sulle linee e mantiene tutto in ordine simmetrico.

I sei pazienti si trovano costretti a conoscersi e confrontarsi, nell’attesa di un ritardatario (sarà davvero così?) psicanalista, e intraprendono, dopo un iniziale scetticismo, una sorta di terapia di gruppo, nel tentativo di aiutarsi vicendevolmente, consci dell’impossibilità di farcela da soli.

Il percorso terapeutico si attua attraverso un originalissimo, sia in termini di scelta registica che di aspetto scenografico, gioco al monopoli, durante il quale, cinque dei sei personaggi, che si spostano di casella in casella come pedine, riusciranno, ciascuno senza accorgersene, a superare, almeno per un momento, il proprio disturbo. Insomma, “l’unione fa la forza” e si stabilisce tra i pazienti un vero e proprio rapporto non solo di solidarietà ma anche di amicizia. Il solo Fred, impossibilitato a guarire, decide di aspettare il dottor Stern, mentre tutti gli altri personaggi escono di scena, e rincuorati, ritornano alle proprie vite.

Ma chi è in realtà Fred? È proprio lo psichiatra che tutti attendevano, è affetto davvero dalla sindrome di Tourette ed ha sapientemente elaborato una tecnica per restituire fiducia ai suoi pazienti, che si rivela efficace per controllare e, perché no, curare il disturbo ossessivo-compulsivo. Lo spettacolo è senza dubbio godibile, anche per la breve durata, scorrevole, dinamico, fa riflettere ma anche ridere di gusto, soprattutto grazie al personaggio di Lilli.

La compagnia è giovane ma professionale e trasmette perfettamente quel senso del gruppo, necessario ai fini della credibilità della rappresentazione. Bravi tutti, ma un plauso particolare va a Giuseppe Fiscariello, per il difficile ruolo di rielaborazione del testo (che prevede tra l’altro l’inserimento del fattore tempo) e regia, nonché per una presenza scenica esplosiva, e a Paolo Gentile, che sicuramente spicca per la sua interpretazione precisa, sicura e disinvolta.

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Sognare la Cina: A Napoli si può

http://www.mygenerationweb.it/201410211952/articoli/generation-loud/1952-sognare-la-cina-a-napoli-si-puo

Il rapporto tra la cultura napoletana e quella cinese, entrambe frutto di civiltà dalle profonde contraddizioni (in cinese letteralmente “la lancia e lo scudo”), è una realtà antica, che in questi anni ha trovato la sua dimensione più viva nel festival “Milleunacina. I Linguaggi della Contemporaneità”. Giunto alla IV^ edizione, che ha per titolo “Il Sogno Cinese. Sogno e Realtà”, il festival si svolgerà a Napoli dal 20 al 26 ottobre con un programma estremamente ricco di eventi, che investono la cultura a 360 gradi.
La manifestazione culturale è stata presentata giovedì 18 ottobre presso Palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli, dall’Assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, Nino Daniele, dal Rettore dell’ Università “L’Orientale di Napoli” Lida Viganoni, dall’ideatrice del festival, Anna Maria Palermo, docente di Lingua e Letteratura Cinese, nonché Direttrice dell’Istituto Confucio di Napoli, e da Aurora Spinosa, Direttore dell’ “Accademia delle Belle Arti”.
Daniele conferma l’impegno dell’Assessorato nella promozione di eventi culturali che, negli ultimi mesi, si sono incentrati sulla dimensione del sogno, della fiaba, della realtà onirica, sino all’esoterismo, con la finalità di riscoprire tratti antropologici che costituiscono radici universali dell’umanità. Il Rettore Lida Viganoni sottolinea invece l’importante ruolo nel trasferimento a Napoli delle culture di tutto il mondo da parte dell’Università Orientale, a partire dall’istituzione del primo collegio dei Cinesi da parte di Matteo Ripa nel lontano 1732. Ed è proprio a quest’ultimo che è dedicato il Premio istituito quest’anno che verrà consegnato dalla Viganoni a Madame Xu Lin, Direttore Generale della Sede Centrale degli Istituti Confucio, alla presenza del Governatore Caldoro e di Li Ruiyu, ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese in Italia.
Un’emozionata, vigorosa e travolgente Anna Maria Palermo, che si definisce amante tanto della Cina quanto di Napoli, presenta con entusiasmo il ricco calendario degli eventi in programma, sottolineando come il festival si proponga si modificare, ampliandone vedute e risonanza, un “orientalismo” fino a pochi anni fa vissuto come una realtà chiusa, in cui i sinologi trovavano la collocazione a loro più naturale. Il festival sarà pertanto l’occasione di analizzare la realtà cinese dall’interno, attraverso le opere di artisti orientali, e di creare un confronto con la realtà occidentale, attraverso lo spirito critico degli artisti italiani coinvolti.
Il tema scelto quest’anno è il sogno, elemento tipico della tradizione cinese a partire dal filosofo Zhuangzi del V° secolo a.C., ripreso peraltro da Freud, nonché divenuto slogan del Presidente della P.R.C., che ha coniato il cosiddetto “Chinese Dream”, a testimoniare il momento di attuale ricchezza economica che vive la Cina, chiaro richiamo al ben più famoso “American Dream” degli anni ’50 del secolo scorso. Il passato diviene quindi strumento prezioso per la comprensione ed il miglioramento del presente.
L’inaugurazione del festival avrà luogo lunedì 20 ottobre a Palazzo Du Mesnil a Via Partenope; alla consegna del “Premio Matteo Ripa” seguirà l’esposizione di dipinti tradizionali cinesi (che potranno essere successivamente ammirati al PAN) donati all’Istituto Confucio dall’imprenditore Li Yunfei. La giornata di martedì prende il nome di “Pittogrammi ed Ideogrammi in Sogno”, in cui saranno inaugurate due mostre. La prima, “The Remedy” dell’artista contemporanea Zhang Yanzi, avrà luogo al PAN e si propone di indagare sul ruolo dell’arte, specialmente quella tradizionale, come rimedio ai mali della società contemporanea.
La seconda, del fotografo e ritrattista napoletano Fabio Donato, “Uno sguardo da Occidente: dieci artisti cinesi” avrà invece luogo nella Galleria dell’Accademia delle Belle Arti.
Altro evento da sottolineare è quello di mercoledì 22 ottobre, ossia una serata dedicata a reading di narrativa e poesia dal titolo “Sogni e Visioni nel grande Paese di Mezzo”, che saranno ospitati nel Teatrino di Corte di Palazzo Reale. Brani cinesi sia tradizionali (“Sogno della Farfalla” di Zhuangzi) che contemporanei saranno interpretati da ospiti d’eccezione: Cristina Donadio, Gaia Riposati, Maddalena Crippa e Andrea Renzi. Altra location d’eccezione, il Tunnel Borbonico, ospiterà invece giovedì 23 una mostra dedicata al contributo napoletano alla Settimana Internazione del Design di Tianjin, dal nome “Geometrie dei sogni”. Cinema e teatro sono i protagonisti delle giornate di venerdì e sabato. Venerdì Al PAN, dopo la conferenza sul “Sogno nel Cinema Cinese”, saranno infatti proiettati tre film degli anni ’30 per gli appassionati del genere, mentre sabato alle 21 al Teatro Stabile di Napoli andrà in scena “Rinoceronti in amore”, di Liao Yimei, con la regia di Meng Jighui. Si tratta della prima assoluta di uno spettacolo di grandissimo successo, che ha come punto di partenza un classico triangolo amoroso, che va in scena in Cina senza sosta dal 1999 e a cui i giovani sono appassionatissimi. Il festival non poteva che chiudersi con una manifestazione gastronomica, domenica 26 presso Villa Caracciolo, dove andrà in scena una vera e propria gara culinaria tra lo chef napoletano Fabio Ometo e la star della gastronomia cinese in TV Dai Aiqun. “Guarracini pe’ mare e pesci mandarini in caramello” ha tutte le premesse per fare da degna chiusura ad una settimana cinese da sogno.

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‘A ChIeNA: l’onda travolgente della mafia cinese

http://www.mygenerationweb.it/201410191947/articoli/spettacolo/teatro/1947-a-chiena-londa-travolgente-della-mafia-cinese

L’11 e il 12 ottobre la stagione teatrale del Te.Co – Teatro di Contrabbando di Fuorigrotta si è aperta con ‘A ChIeNA, scritto da Diego Sommaripa a quattro mani con Ivan Luigi Antonio Scherillo e diretto dallo stesso Sommaripa (con l’aiuto-regista Tommaso Vitiello), alla terza esperienza come regista. Dopo i premi collezionati lscorso anno dall’opera prima di Sommaripa, Nel Campo delle Viole, alla Rassegna Teatrale “Premio Li Curtidi Cava de’ Tirreni, anche ‘A ChIeNA porta a casa un premio nell’ambito della stessa manifestazione, svoltasi quest’anno. Si tratta del premio come miglior attore, che va a Pippo Cangiano, protagonista indiscusso dello spettacolo. Quest’ultimo si presenta con qualche modifica sia in termini di cast che di sceneggiatura rispetto alla prima edizione, andata in scena lo scorso maggio al Nouveau Téâtre de Poche.

L’intera scena si svolge all’interno di un bunker, buio, umido, spoglio, maleodorante, dove il boss Aniello Santanastaso(Cangiano), dopo essere stato scarcerato, si rifugia, per sfuggire alla vendetta tanto della camorra quanto della mafia cinese, ormai alleate contro di luiSantanastaso ha speso la sua vita nel mettere in piedi, capeggiandola con rigorosa lucidità, un’ efficientissima organizzazione malavitosa, strettamente collusa con la politica da un lato, e con la mafia cinese dall’altro, che trae il suo enorme profitto dalla vendita di articoli di abbigliamento contraffatti, confezionati da cinesi resi schiavi inconsapevoli all’ombra del Vesuvio. Il boss, consapevole che gli rimangono solo pochi giorni da vivereprima di essere fatto fuori dai suoi nemici, mette lucidamente in atto il suo ultimo piano, questa volta, però, di natura strettamente personale.                                                    

Attraverso l’aiuto di un avvocato di discutibili fama e capacità, interpretato da Marcello Cozzolino, e del suo fidatissimo e devoto scagnozzo Gennaro (Sommaripa), Santanastaso, prima si assicura che il suo testamento venga redatto da un notaio e poi “convoca”la bella e giovane giornalista, Maria, interpretata con grande naturalezza da Francesca Romana Bergamo, per rivelarle tutti i segreti del suo impero, dalla sua nascita, fino alla recente e travolgente espansione dei cinesi, affinché possano essere divulgati. Inizialmente restia alla proposta di Aniello, dal quale non sembra apparentemente intimorita, conservando spirito critico e passione per la verità, Maria si lascia convincere e tra i due si instaura una relazione di rispetto e a tratti affetto, che lascia presagire allo spettatore un colpo di scena finale, relativo alla vera natura del loro legame.                                                                                

Santanastaso è un uomo che fa i conti con la sua vita, che sente essere agli sgoccioli, un fervido e irriverente devoto di Padre Pio, davanti alla cui statuetta “prega” quotidianamente per ricevere approvazione e protezione, un amante della voce di Maria Callas, in onore della quale ha scelto i nomi per le tre figlie, un boss che ama essere rispettato ed adorato, che siede sul “trono” e si lascia vestire da Gennaro, quest’ultimo eternamente grato all’assassino di suo padre, che egli considera un padre stesso, il cane al quale la pulce rimane sempre attaccata.

Nel “gioco di lettere” del titolo dello spettacolo è racchiuso il suo stesso contenuto, ‘ChIeNA è  l’onda che tutto travolge e tutto ingloba, l’odiatissima mafia cinese, in grado di sottrarre lo scettro del potere ad Aniello Santanastaso, che cercherà a suo modo di redimersi, offrendo una possibilità di vita alternativa alle persone che condividono con lui i suoi ultimi giorni che egli radunerà intorno ad una tavola come una vera e propria famiglia.                                                                                                            

Ma ‘A ChIeNA è anche il flusso ininterrotto di parole, di dialoghi serrati tra i personaggi che si muovono sulla scena, di momenti di tensione, ma anche di surreale comicità (non mancano le risate tra gli spettatori), di rapporti che mutano seguendo lo scorrere degli eventi. Questa ricchezza fa da contraltare ad un ambiente essenziale, spoglio, in cui un tavolo, due sedie, un altarino, la statua raffigurante un cane nero e una lavagnetta su cui scorrono i numeri che segnano i giorni, sono gli unici elementi scenografici.

I punti di forza di ‘A ChIeNA sono sicuramente il testo, che suggerisce notevoli spunti di riflessione, sia sul tema della malavita che dell’estrema complessità dei più profondi meandri dell’animo umano, da cui solo dipendono scelte talvolta estreme, e l’interpretazione di Pippo Cangiano che, non solo veste abilmente i panni del boss, imponendosi al pubblico con tutta la sua energia e la sua presenza sul palco, ma conduce anche per mano i suoi compagni, mettendoli sempre a proprio agio sulla scena per ottenere il migliore risultato possibile, uno spettacolo che sia capace di coinvolgere lo spettatore dall’inizio sino alla fine e che non risulti mai al di sotto delle proprie possibilità.

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Il Padrone della festa, risultato vincente dell’alchimia tra Fabi, Gazzè e Silvestri

http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=13013

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Sono reduci da un entusiasmante tour europeo che ha toccato città quali Parigi, Londra (doppio sold out), Colonia, Bruxelles, e si apprestano ad iniziare il tour italiano, che partirà da Rimini il 14 novembre. Sono Niccolò Fabi, Max Gazzè e Daniele Silvestri, amici e già protagonisti di collaborazioni, a partire dalla metà degli anni ’90, quando si esibivano insieme al “Locale” in Piazza del Fico a Roma.

Con la consueta voglia di condivisione e sperimentazione i tre artisti, che hanno dato vita alla “superband” (così è stata definita), si sono cimentati nella creazione del primo lavoro discografico insieme, con brani in cui testi e musica sono spesso composti a sei mani. Si chiama Il Padrone della Festa ed è stato anticipato dal primo singolo, Life is sweet, balzato al primo posto delle tracce più scaricate da i-Tunes.
L’intero disco è il perfetto mix delle sonorità che hanno caratterizzato negli anni la carriera di Fabi/Gazzè/Silvestri, i cui ingredienti vincenti sono un equilibrio armonioso di voci che si alternano e si sovrappongono, un’ampia varietà di strumenti, testi ricchi di parole, pregni di vita, amore, ricordi, speranze, cambiamenti, paure.

Il padrone della festa si fa ascoltare con piacere e leggerezza, non risulta mai banale e non presenta sbavature né punti morti. Contiene brani sicuramente di spicco come, oltre alla sopracitata Life is sweet, brano ritmato sul tema del viaggio che percorriamo attraverso la vita, L’Amore non Esiste, grande successo dell’estate e canzone romantica per eccellenza, che propone una nuova prospettiva del rapporto sentimentale, concepito, al di là dell’esistenza dell’amore e delle statistiche, come relazione unica tra due individui.

Come mi pare, a nostro avviso, è la punta di diamante dell’intero lavoro, brano orecchiabile, musicalmente perfetto, che rimane in mente sin dal primo ascolto; Alzo le mani, suona come un dolce e moderno stornello e come un inno alla natura, Spigolo tondo, si distingue per le sonorità sudamericane. Una menzione va sicuramente a Zona Cesarini, composta e interpretata dal solo Daniele Silvestri, che, con la semplicità di voce e chitarra acustica, suona quasi come una confessione in forma di ninna nanna.

Scritte dal solo Fabi sono Canzone di Anna, impreziosita dalla tromba di Paolo Fresu, che ha come protagonista una donna fragile e insicura che conserva la speranza e la voglia di essere amata e Giovanni sulla Terra, storia di un uomo dalla vita difficile che vede “la cima sempre un po’ più su”. Gazzè arricchisce l’album con due brani in cui compare Dio, Il Dio delle Piccole Cose, originale riflessione sul senso della vita e Arsenico, che suona come una triste marcia scandita dal suono di tromba e trombone.

Del tutto particolare è L’Avversario, in cui gli artisti mettono in scena un duello sul ring, dove la voce di Silvestri fa da speaker mentre Gazzè e Fabi interpretano i combattenti, un’ironica riflessione dal suono funky-rock sulle rivalità tra musicisti. Chiude il disco la title track Il Padrone della Festa, lucida riflessione sulla necessità di una svolta socio-politica per il futuro.

Con questo album la svolta è sicuramente per la carriera artistica di Fabi/Gazzè/Silvestri, che confermano un’intesa professionale, oltre che umana, tutta da gustare e da applaudire.

Maria Marobbio

Oggi, un anno fa….

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Le ricordo bene le date. Soprattutto quelle importanti. E l’ultima volta con te è una data scritta indelebilmente nella mia vita. Era “appena” un anno fa, esattamente oggi. 13 ottobre 2013. Credo che a quest’ora fossimo al “Peperoncino dispettoso”. Tu, con il tuo immancabile filetto rigorosamente al sangue(la cottura “mestruata” come dicevi tu), anticipato dalla bruschetta, io con la focaccia con un prosciutto crudo salatissimo, ma con lo stomaco chiuso, serrato, senza alcuna fame, in un mix di stanchezza, incredulità per l’emozione di starti di nuovo vicino e la solita sensazione di precarietà emotiva. E il vino. La consueta bottiglia di vino rosso tra di noi. Cortile. Poche persone, molta tranquillità. Un ambiente che ormai mi era familiare. Mi ricordo la telefonata di mia madre. “Maria, come va?”. “Ve benissimo, mamma, sto con Christian!”. Non c’era bisogno di aggiungere altro perché lei capisse che andava tutto perfettamente, che non avrei voluto essere in nessun altro luogo, con nessun altro. Gli occhi, ne sono sicura, mi brillavano. Come sempre quando stavo con te, parlavo di te o semplicemente quando, tra una cosa e l’altra, ti infilavi in un pensiero. Comparivi con un sorriso sulle mie labbra, con un luccichio nel mio sguardo. E chiunque mi conoscesse almeno un po’ capiva immediatamente di cosa si trattasse, la mia malattia preferita. Sì, il mio amore per te è stato una malattia, febbrile, acuta, con brividi, vertigini, nausea, tachicardia, dimagrimento. Peccato si sia cronicizzata…..e si sa, quando una malattia cronicizza, i sintomi sono più subdoli, si alternano fasi di miglioramento e fasi di peggioramento, qualche volta con la speranza di guarire, altre con l’angoscia della parola fine. Non ci si ricorda nemmeno più di come ci si sentisse prima di ammalarsi. Il corpo si abitua inevitabilmente al cambiamento. Passano i giorni, le settimane, i mesi, eppure sembra di essere sempre allo stesso punto, come in un cerchio senza inizio e senza fine. Così mi sono sentita per tanto tempo. Viaggiavo lungo un’orbita che non mi portava in nessun luogo, se non ad allontanarmi da me stessa, di certo non ad avvicinarmi a te. Ci pensavi tu a farmi scudo e a tenermi lontana, eccetto i pochi momenti in cui la voglia era troppa e le difese stanche. Ultima volta. Tu, io, NOI. Almeno per me. Un libro di favole chiuso e riaperto tante volte, con tanto di castello incantato, labirinti, foreste buie, animali parlanti (Sì, Alice mi parlava e pure tanto!), streghe cattive e ogni altra sorta di personaggi fantastici e vicende surreali. Quella sera qualcosa fu diverso. Quella sera di un anno fa ti ho forse per la prima volta percepito come realmente eri. E ti ho sentito vicino. Forse più di quanto non lo fossi mai stato. I ricordi iniziano a confondersi, le immagini a sovrapporsi, eppure non c’è nulla di quel giorno che io non ricordi, nitidamente, come fosse ieri. Parole, abbracci, canzoni, baci, ogni singolo attimo. La cosa di cui sono più certa a distanza di un anno è quanto ti amassi, quanto avrei sacrificato qualsiasi cosa per amore tuo, quanto fosse grande la mia gioia di risentirti di nuovo vicino e di sapere che forse non mi sbagliavo, forse davvero eravamo fatti per non separarci più. I “se” e i “ma”. Quante volte hanno continuato a tornarmi in mente durante quest’anno! E se avessimo vissuto nella stessa città, sarebbe stato davvero tutto diverso come dicevi tu, o sarebbe stata esattamente la stessa cosa? Domande che sono rimaste e rimarranno per sempre (e per fortuna) senza risposta. Un anno. 365 giorni. Non ne è passato uno senza che, almeno in un momento, ci fossi tu, nelle forme più svariate. Questo mi ha fatto capire non solo quanto ti abbia amato ma quanto ti abbia voluto bene, ammirato, rispettato, conosciuto e quanto tu sia entrato nella mia vita, mettendoci le radici. Hai toccato il mio cuore e la mia anima lasciando un’impronta che rimane. Te l’ho permesso. Barriere crollate, difese inesistenti, carne ed anima nude. Io per te nella mia interezza. E non me ne pento, non me ne sono mai pentita. Un anno. Un oceano di parole non dette, silenzi cosmici, uno strappo che mi ha fatto urlare di dolore. Dolore respinto, inascoltato, rifiutato. Rabbia, incapacità di perdonare, la speranza che il tempo faccia rimarginare la ferita, malinconia, nostalgia. Nostalgia di quello che siamo stati, di quello che solo noi conosciamo, nostalgia di te, del tuo essere oltre il resto, della tua ironia, delle tue mani, della tua dolcezza, dei tuoi occhi profondi e malinconici, nostalgia di me quando pensavo a te. E quando la nostalgia è un po’ più forte ho il mio segreto per farla passare. Riguardo la prima foto che abbiamo fatto insieme. Vicini e sorridenti come se ci fossimo conosciuti da sempre. Mi reimmergo in quel momento e allora….non può che spuntarmi un dolce sorriso sulle labbra. Comunque sia andata, ne è valsa sicuramente la pena.

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I 5 segnali che sei pronta a ricominciare!

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L’hai desiderato, l’hai avuto, l’hai amato. Ti ha lasciata. Ti sei sentita disperata, illusa, abbandonata. Non si contano le lacrime versate e i relativi pacchetti di Clinex consumati, le serate chiusa in camera a ricordare, le telefonate alle amiche (che non ne possono più di sentir parlare ancora di lui!) in cerca di conforto, gli abbracci al cuscino o al gatto, immaginando fosse lui, i barattoli di Nutella su cui ti sei avventata, le canzoni e i film d’amore più deprimenti della storia con cui ti sei narcotizzata. Sì, sei passata per l’inferno. E le fiamme sono state tanto più dolorose quanto più grande era l’amore che portavi nel cuore. Ma c’è una fine per tutto, prima o poi. Anche per il mal d’amore. Quando? Impossibile stimare un tempo, ciascuno ha il proprio! Non badare a chi ti dice che sei “fuori tempo massimo”. Ti rialzerai, ricomincerai a credere nella possibilità di avere un’altra storia. Di innamorarti ancora. Questi sono i segnali che ti diranno che sei sulla buona strada….

  1. Finalmente sei libera dall’angosciante paura di essere affetta da un disturbo ossessivo compulsivo. Sì, perché non hai più l’esigenza maniacale di collezionare “notizie” che lo riguardino. Non chiedi più in giro agli amici comuni cosa lui stia facendo o se si sia fidanzato, non guardi più il suo profilo Facebook, non ti interessa sapere quando si è connesso l’ultima volta su Whatsapp. Complimenti, questo è uno dei segnali più importanti!
  2. Ricominci a guardarti in giro. Gli individui di sesso maschile non ti appaiono più come dei cactus o, peggio, degli esseri inanimati! Certo, i primi tempi ti sembreranno tutti non alla sua altezza (anche se era un nano!) ma pian piano, tra centinaia di maschietti insulsi, spiccherà quello che troverai interessante. Non importa che tu lo conquisti o meno, l’importante è che hai ripreso ad essere interessata all’universo maschile.
  3. Ti svegli una mattina con una bella sensazione di benessere. Hai sognato di stare con un uomo che non fosse lui. Che esista o meno, che sia il tuo attore o contante preferito, non fa differenza. Il tuo inconscio non sta più associando il tuo bisogno di affettività all’uomo che non ti ha voluta. Questa è davvero una grande conquista.
  4. Ti accorgi che anche le pietre esultano al tuo passaggio. Hai un’aria diversa, il tuo corpo, in qualche modo misterioso, sta vivendo una nuova primavera e gli altri intorno a te lo avvertono. Hai dismesso il cartello con su scritto: CHIUSO PER LUTTO. Trasmetti un’energia vitale che non pensavi più di avere. Il baco da seta sta facendo spazio ad una meravigliosa farfalla pronta a spiccare il volo.
  5. Accetti l’invito di un uomo ad uscire insieme. Una pizza, una birra, un film al cinema, un semplice caffè. È arrivato il fatidico momento in cui sei pronta a confrontarti con ALTRO, sei pronta a metterti in gioco, anche solo per dire a te stessa: “No, non fa per me”. Sei consapevole che solo sperimentando puoi capire davvero cosa e chi cerchi. Trovarlo non ti sembrerà più un’operazione impossibile ma solo una questione di tempo e di una scelta giusta! Auguri, sei pronta ad amare di nuovo. E quando accadrà, tutto il dolore sarà ormai un ricordo.

Vincenzo, Malala, le combattenti curde: 3 storie di giovani vite

Giorni affollati di eventi, di storie, di realtà diverse. Molti di questi riguardano dei giovani. Ragazzi e ragazze che, in modo differente, si affacciano alla vita adulta, ciascuno nel proprio contesto.

Oggi l’Italia parla di un episodio di violenza brutale ai danni di un ragazzino napoletano, Vincenzo, di soli 14 anni, la cui colpa è avere qualche chilo di troppo. Buon motivo per 3 balordi di circa 10 anni più grandi per schernirlo, accerchiarlo e infine seviziarlo con un tubo dell’aria compressa fino a lacerargli l’intestino. Il pericolo di vita, un intervento chirurgico durato ore, le condizioni del ragazzo che attualmente sembrano migliorare. Il tutto è avvenuto in un quartiere tra i più difficili di Napoli, Pianura, in un autolavaggio. Fa orrore la violenza gratuita di cui Vincenzo è stato vittima. Una violenza prima di tutto verbale. Parole di scherno ed umiliazione per il suo aspetto fisico. Quanto possono già di per sé ferire le parole, soprattutto quando pronunciate da coetanei, da chi dovrebbe essere un “alleato” e non un nemico? Quale immensa solitudine genera il non sentirsi accettato e il percepirsi diverso, specie in un adolescente? Le battute idiote, gli spintoni, la minaccia di violenza fisica, avrebbero, già da soli, causato delle ferite profonde nella vita di questo ragazzo. Non oso immaginare l’inferno che lo attende. Dover fare i conti con i suoi aggressori, affrontare, sebbene da vittima, un processo. Soprattutto affrontare i ricordi, rivivere l’incubo di quel giorno, provare l’angoscia che gesti simili possano ripetersi, camminare da solo per strada senza tremare di paura. Ricominciare a vivere la vita di sempre, nel quartiere di sempre, con la differenza che tutti conoscono la sua storia. “Ciao, sono Vincenzo, già mi conoscete, sono il ragazzo che è stato seviziato. Smettetela di guardarmi con quell’aria di pietà”. E i carnefici come si sentono ora? Quanto è segnata da questo momento in poi anche la loro vita? Hanno compreso la gravità di quello che hanno fatto, si sentono colpevoli, sono pronti a chiedere perdono? Ad ascoltare le “dichiarazioni” dei parenti del giovane accusato di tentato omicidio, pare di no. Non bastano la brutalità, la cattiveria, la violenza. Si aggiunge tanta vergogna. La vergogna che esistano esseri umani che, di fronte a quanto accaduto, non hanno l’umiltà ma soprattutto la cultura per rimanere in silenzio. Stavano giocando. Hanno giocato, non volevano fargli del male. Questo hanno detto. Parole prive della minima forma di rispetto per una giovane vita in pericolo per mano dei propri figli. Stamattina ho pensato: “Certo, chi di noi da bambino non ha giocato almeno una volta a sevizia un individuo a tuo piacere? E i nostri genitori, certamente, ci lasciavano fare, che male c’era!”. In quelle parole non si riesce a intravedere il disperato tentativo di proteggere i propri figli, si percepiscono una superficialità, una bruttura morale e un’ignoranza che lasciano disarmati. Non si può che provare disgusto per tali genitori e pena per figli cresciuti senza alcuna morale. Il male, la cattiveria, l’ignoranza, sono come il pane, si mangiano a tavola con i propri genitori. Chi cresce in una famiglia priva di morale, sarà un giovane e poi un adulto, privo di morale anch’egli. E non potrà fare a meno di riproporre lo stesso modello di vita ai propri figli. Ci sono le eccezioni, certo. Ma questa è la regola. A meno che non ci siano realtà così forti, una su tutte l’istruzione, da persuadere un ragazzo a percorrere una strada alternativa. E per far questo ci vorrebbero risorse, che non ci sono. Si rimanda all’iniziativa dei singoli. Dei professori amati dagli alunni, dei sacerdoti di frontiera, e così via.

Ma oggi è un giorno importante, speciale, per una giovanissima donna, Malala Yousafzay, 17 anni, attivista pakistana, che ha ricevuto il premio Nobel per la Pace per il suo impegno per il diritto all’istruzione dei bambini, dei giovani e delle donne(con la stessa motivazione è stato premiato anche l’indiano Kailash Satyarthi). Malala è ufficialmente la più giovane ad aver ricevuto l’importante riconoscimento, sbaragliando addirittura Papa Francesco! Ha combattuto in prima persona per il diritto all’istruzione pubblicando nel 2009 un diario nel quale denunciava le angherie compiute dai talebani, motivo per cui ha subito, ad opera dei talebani stessi, un attentato in cui stava per rimettere la vita. E invece, come in una storia a lieto fine, Malala non solo è rimasta in vita, ma ha continuato la sua battaglia fino a raggiungere un traguardo importante, che, immagino, sia solo il punto di inizio per una vita spesa in favore degli altri. Ascoltare le parole di Malala e soprattutto guardare i suoi occhi, il suo sguardo fiero, è poesia per l’anima, è la consapevolezza che esistano creature che sono nel mondo per portare luce e che quando la luce è così abbagliante, non c’è nemico che non possa essere sconfitto. Malala è ufficialmente il simbolo della donna libera, intelligente ed autonoma, è bella, di una bellezza che non segue nessuno schema e nessun canone, perché la sua bellezza emana direttamente dalla sua anima in una maniera così dirompente che è impossibile non restarne affascinati. Oggi questa giovane ragazza rappresenta una speranza per il mondo intero, non solo per l’importanza della sua “missione”, che permetterà ad un numero sempre maggiore di bambini di accedere ad un’istruzione libera, ma anche perché è un monito vivente che ci ricorda quanto anche una sola persona possa essere importante per cambiare la realtà in cui vive.

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Da una donna coraggiosa ad un gruppo di donne coraggiose. Sono le giovani donne combattenti  di Kobane, città siriana al confine con la Turchia, che è diventata negli ultimi giorni il simbolo della resistenza curda all’Isis. Donne che in tuta mimetica o abiti civili imbracciano i kalashnikov, salutano madri e figli e difendono la loro terra, pronte a tutto, pronte a morire. Una donna qualche giorno fa si è fatta esplodere provocando un imprecisato numero di morti tra i militanti dell’Isis; è stato il primo attacco kamikaze ad opera di una donna. Era madre di due bimbi. Era una bellissima ragazza. I suoi occhi e il suo sorriso sono un pugno nello stomaco. La sua morte ha fatto notizia, ne hanno parlato i telegiornali, qualcuno la ricorderà anche in futuro. Mi sembra che neanche vedere donne combattere la guerra faccia orrore al mondo. Stiamo a guardare. Guardo i loro volti, trasfigurati dalla paura, dall’orgoglio, dall’angoscia, dalla speranza, dalla volontà di resistere. Sono donne che non dimenticherò mai.

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Cos’hanno in comune queste storie? I loro protagonisti. dei giovani.

Subsonica già in vetta con ‘Una nave in una foresta’. Concerto a Napoli il 7 novembre

 

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Uscito il 23 settembre, balza immediatamente al numero uno degli album più venduti in Italia “Una nave in una foresta”, il nuovo disco dei Subsonica, a confermare il grande seguito di uno dei gruppi italiani più amati. L’ultimo lavoro, il settimo in studio della band torinese, vede la luce 3 anni dopo “Eden” e a distanza di un anno dal brano “La scoperta dell’alba”, scritto per l’omonimo film di Susanna Nicchiarelli (riadattamento cinematografico del romanzo di Walter Veltroni).

I 5 membri della band si sono ritrovati, quindi, dopo un periodo di esperienze individuali, con la rinnovata voglia di comporre la “loro” musica ed esibirsi davanti ai propri fan. Rimangono fedeli al loro stile inimitabile, alla loro linea musicale, in prevalenza elettronica, ma con piacevoli contaminazioni pop-rock e perfetta per concerti tutti da ballare. Pur non discostandosi troppo dai lavori precedenti, Una nave in una foresta è sicuramente un disco più armonioso ed equilibrato, la cui punta di diamante resta sempre la voce, anch’essa più matura, di Samuel.

I primi due singoli, “Di domenica” e “Lazzaro” sono ben rappresentativi dell’intero lavoro, che si compone di 10 tracce: il primo più melodico, sulla linea di pezzi storici come “Incantevole”, che affronta il tema del cambiamento, il secondo più ritmato ed aggressivo, sia nella musica che nel testo, incentrato sulla volontà come mezzo di rinascita.

L’apertura del disco è affidata alla malinconica “Una nave in una foresta”, la title track: stati d’animo, cose da dimenticare, errori da correggere, separazioni da affrontare. In perfetto stile Subsonica è “Tra le labbra”, piacevolissimo è l’ascolto di “I cerchi degli alberi”, orecchiabile ed accattivante (ci auguriamo sia il terzo singolo); decisamente più elettro-rock sono “Attacca il panico” e “Ritmo Abarth”, mentre la bulimia delle emozioni e la nostalgia sono i temi centrali di “Specchio” e “Licantropia”.

Chiude “Il Terzo Paradiso”, versione musicale dell’opera dell’artista biellese Michelangelo Pistoletto (la cui voce è presente nel brano), che rappresenta il possibile superamento del conflitto tra il primo paradiso, quello naturale, ed il secondo, quello artificiale, in contrapposizione nell’attuale società. I Subsonica sono attualmente impegnati nella promozione del disco presso i megastore “La Feltrinelli” delle principali città italiane; il 1° ottobre hanno fatto tappa a Napoli (Piazza dei Martiri), dove, il giorno seguente, sono stati i protagonisti di un incontro con gli studenti dell’Università Federico II, presso il Dipartimento di Scienze Sociali, dal titolo “I linguaggi della creatività”, sulla commistione dei diversi linguaggi, compreso quello digitale, impiegati nella produzione artistica.

C’è quindi attesa per l’inizio del tour, previsto per il 31 ottobre a Jesolo, con tappa a Napoli il 7 novembre presso il Palapartenope e grande chiusura al Mediolanum Forum di Milano. Un mese di tempo, quindi, per ascoltare il nuovo album e rispolverare i vecchi successi del gruppo, in attesa di vederli dal vivo.

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