Questo amore è una camera a gas…….

dipendenza-affettiva2

I Negramaro cantano così:

Amami come sai uccidermi tutte le volte che accendi la giostra ancora per me e uccidimi come sai amarmi tu tutte le volte che tu scegli la fine del giro per me…..

Lucio Battisti cantava:

Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi…..

Francesco Guccini invece:

Non andare… vai… Non restare…stai… Non parlare… parlami di te…

Giorgia:

Tu mi porti su e poi mi lasci cadere…..

Solo per citarne alcune, quelle che mi sembrano più appropriate (e che in questo momento mi vengono in mente….). Sono lo specchio di una relazione altalenante, come se si stesse perennemente sulle montagne russe. Un attimo prima, su, in Paradiso (o in quello che sembra esserlo), l’istante dopo, nel baratro, nell’incertezza, nella separazione, nei ricordi. Chi sono i protagonisti di una tale relazione o pseudo tale? Con tutta probabilità persone con una difficile affettività, con ferite del passato che si cerca di riparare attraverso il rapporto con il partner. Partiamo dal presupposto che una ferita del genere non si riparerà mai all’esterno ma necessariamente, se si ha il coraggio di ammetterlo a sé e la forza di sopportare un bel carico di dolore, dall’interno, dal proprio vissuto emotivo. Una relazione del genere, per quanto dolorosa e mai a buon fine, si rivela sempre un’occasione per capire un bel po’ di sé, fornendo un’esperienza concreta che ci permette di accedere a ben altro. Come dire: “Non tutto il male viene per nuocere”. Chi è la donna che si getta come un kamikaze in una storia perennemente sul filo del rasoio, dove la parola “domani” è quasi del tutto vietata? Tipicamente è una donna che, in gergo, viene definita affetta da DIPENDENZA AFFETTIVA. Chi è l’uomo che gioca questo gioco al massacro? Il cosiddetto uomo DEPRIVANTE. Ciò che ne viene fuori ha conseguenze possibilmente disastrose. Innanzitutto è molto facile che un uomo e una donna con tali caratteristiche si trovino tra decine o centinaia di altre persone, di altri possibili partner, perché prima di entrare in una relazione concreta, fatta di parole, contatto, frequentazione, condivisione (?), sono le loro parti più inconsce ad entrare in contatto. Troviamo esattamente quello che in un dato momento stiamo cercando. Ecco che tutto, sin dal primo incontro, sembra un’eccezionale casualità, un miracolo quasi! “Senza volerlo ci siamo trovati!” Cazzate. Scusate il termine. Ma in quel momento spesso si è così coinvolti da non poterlo minimamente capire. L’amore, o quello che sembra esserlo, ci invade, ci stravolge, ci emoziona fino a renderci completamente ciechi a tutte le possibilità di comprendere l’intricata situazione in cui ci stiamo impegolando. Questo è il lato femminile, di solito. Siamo estasiate di fronte al nostro partner, lo idealizziamo, siamo accecate dalle sue qualità, fingiamo con noi stesse di non intravedere neppure i suoi lati bui, e se mai dovessimo coglierli, saremo sempre pronti a giustificarli, accettarli e addirittura amarli. “Perché fanno parte di lui ed io amo tutto di lui”. Allora, un discorso sono i difetti, che abbiamo tutti e che in amore si impara a tollerare, altro discorso sono quei chiari atteggiamenti spesso mortificanti, derivanti dalla difficoltà di vivere una relazione amorosa, la cui accettazione è passiva ed implica necessariamente l’esistenza di una vittima e di un carnefice. Una donna affettivamente dipendente farà di tutto per mantenere in piedi nonostante tutto e tutti il rapporto amoroso, subirà dinieghi, umiliazioni, lontananza fisica ed emotiva, insomma tutte cose che una donna che conosce l’amore con la A maiuscola, non potrebbe mai accettare. O meglio, una tale donna mai potrebbe innamorarsi a queste condizioni, semplicemente perché sono malate, e l’amore, quello condiviso, non lo è. Perché la donna si incastra in questo tipo di relazione sentendone profondamente il bisogno? Anche se non parlerà mai in questi termini. Perché l’uomo che ha di fronte, il deprivante, gioca un doppio gioco. Da un lato è evitante, dall’altro, a tratti, sembra essere l’uomo migliore sulla faccia della terra. Agli occhi della compagna, un piccolissimo gesto da parte sua, una canzone dedicata, un fiore all’improvviso, un messaggio dolcissimo, un abbraccio da film Holliwoodiano, una cena romantica, sembreranno gesti straordinari, esemplificativi di un amore inimmaginabile e indistruttibile, in funzione del quale, è concesso sopportare tutto. Guai se la donna, in qualche barlume di lucidità, dà segni di voler andare via. Il suo uomo si riavvicina e immediati scattano i sensi di colpa. “Non posso lasciarlo, lui in fondo mi vuole, a modo suo, con i suoi tempi, ma prima o poi cambierà in funzione del nostro amore. Farò in modo che il mio amore basti per due” (scatta la sindrome della crocerossina, in perenne ricerca di qualcuno da aiutare per sentire di esistere). Solo alibi per scacciare via lo spettro dell’abbandono. Si genera così quella dilaniante alternanza tra momenti di avvicinamento e momenti di lontananza. Quanto più l’uomo scappa, tanto più la donna lo insegue e rimane convulsamente attaccata a lui. Dopo un certo tempo, quando la stabilità emotiva della donna ormai è andata a farsi benedire, la relazione tipicamente si interrompe. In modo brusco, doloroso. Si crea un misunderstanding. Per dirla con eleganza. La donna non comprenderà le ragioni della separazione, perché il ricordo dei momenti felici oscurerà del tutto quelli che non lo sono stati. L’abbandono è insopportabilmente doloroso. Sente di aver fallito senza aver avuto il giusto tempo per continuare a provare ad aggiustare l’ingranaggio. Le sembrerà di vivere un incubo, un temporale a ciel sereno. L’uomo, dal canto suo, non sentirà la necessità di fornire delle spiegazioni o, nel caso lo faccia, sono del tutto incomprensibili, e molto probabilmente scomparirà in silenzio, “perché in fondo i gesti mancati e il silenzio valgono più di mille parole” per poi, attenzione, in alcuni casi, tornare, e riprendere il gioco perverso. Perché una donna ha così terribilmente bisogno di soffrire? Perché è masochista? No. Non è colpa sua se non ha provato il vero AMORE nel rapporto col padre, pur sapendo razionalmente che lui l’ha sempre amata. Con un meccanismo di coazione a ripetere, sceglierà, si innamorerà, sempre dello stesso tipo di partner, finché non deciderà, che per la sua felicità, quella catena va spezzata, che merita anche lei di essere felice, o almeno provarci. E comprende di non poterlo essere scegliendo come compagno un uomo deprivante. Allo stesso modo le ragioni del bizzarro comportamento dell’uomo deprivante (agli occhi di tutti, lo stronzo ed egoista di turno) vanno ricercate nel suo rapporto infantile con la madre, spesso assente. Un tale uomo non tollera l’espressione “per sempre”, non sopporta la certezza di un legame, si maschera dietro l’esigenza di libertà e del vivere alla giornata, senza progettare, se non che per la sua vita. Ha un bisogno ossessivo dei suoi spazi. Ci prova con buona volontà a legarsi e quando si concede si scatena un’esplosione di fuochi d’artificio. Ma finita la luce, prima o poi ritorna il buio, che diventa sempre più fitto. Quando il legame diventa troppo stretto, gli manca l’aria e non ha altra possibilità (a meno che non decida di sradicare il problema alla base) se non quella di voltarsi e scappare. “Ti sei spaventato e sei fuggito!”.  “Sì, è andata così”. Cambierà la donna, la vittima, il meccanismo resta sempre lo stesso. Ce ne sarà un’altra che, in breve, sarà follemente innamorata di lui, che continuerà a ripetere che “non ha bisogno di una relazione per essere felice, che lui basta a se stesso”. Insomma, quanti guai che, non volendo, combinano mamma e papà! Ma ricordiamoci sempre che possiamo SCEGLIERE di sciogliere il cappio, non siamo condannati a soffrire. Dipende da noi. Solo da noi.

cappio

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