Vuoi recitare in un corto?

Martedì 16 settembre. Un giorno come un altro, senza nulla di speciale. Fino alle 20:00 circa. Ero in giro per servizi e varie con un aspetto non propriamente dei migliori. Un filo di trucco residuato dal mattino, i capelli legati, la frangetta sconvolta dal caldo e dall’umidità, canotta nera, jeans e converse. Avevo appena finito di fare una cosa non esattamente piacevole, quando ricevo una telefonata da un’amica. Mi dice le testuali parole: “Ti andrebbe di fare la protagonista di un film per Altofest? Il regista cerca urgentemente una ragazza tra i 30 e i 40 anni. Però devi venire subito e dare la disponibilità anche per mercoledì e giovedì ma non so per che orari.” Resto in silenzio per qualche secondo, lievemente basita dalla richiesta inaspettata (non è che capiti proprio tutti i giorni!), passo in rassegna gli impegni dei due giorni successivi e dico, prima a me e poi a lei: “Ma sì!”. E non saprei neanche spiegarmi perché abbia accettato la proposta con tanta facilità. Da lì in poi è iniziata una delle più belle esperienze di vita che io abbia fatto e mi fa piacere condividerla con chi vorrà leggere questo mio post. Fortunata ad aver ricevuto quella telefonata, coraggiosa ad aver detto quel sì. Finora le cose più belle che mi sono accadute sono venute così, con una risposta affermativa ad un invito del tutto al buio. Prendo la funicolare per raggiungere il luogo dell’appuntamento e nel frattempo mi frullano nella mente tanti pensieri. Il più insistente era perché non avessi fatto lo shampoo prima di scendere. Giuro che gli altri erano di spessore lievemente maggiore. “Devo ascoltare il mio sesto senso!”, mi ripeto. Tempo un paio di sigarette e qualche canzone a tutto volume nelle orecchie (senza il mio i-pod sono persa) arrivano la mia amica e un’altra ragazza che lavorano per il festival e mi accompagnano all’appuntamento con il regista. Siamo in una delle più importanti strade di Napoli, il Corso Vittorio Emanuele, arteria di collegamento tra la parte alta e quella bassa della città. Entriamo, salendo un viale, in un parco a me sconosciuto. Mi colpisce immediatamente la presenza di un Tabernacolo con una Madonnina, i fiori, le candele, con quel misto di sacro, malinconia e poesia che solo nella mia città si può cogliere. Prendiamo l’ascensore. Fin qui tutto normale. Quando, uscita dall’ascensore, mi accorgo di non essere su un pianerottolo ma di trovarmi in uno spazio aperto, strizzo gli occhi e inizio a capire che mi trovo in un luogo che ha qualcosa di speciale. Di antico, di inconsueto, di lontano dalla mia realtà. Uno spazio diverso, ampio ma intricato, con scale, scalette, terrazzini, stradine. Percorrendo una di queste arrivo in una casa. La casa che ospita il regista. Mi accolgono i padroni di casa, due degli uomini più simpatici, affettuosi, ironici, intelligenti e sensibili che abbia mai conosciuto. Due uomini innamorati, in una casa in cui per tre giorni ho respirato amore, con la A maiuscola, condivisione, amicizia, senso della bellezza, dell’arte, dell’impegno. La loro casa è speciale, è originale, è calda e vissuta, è piena di ogni genere di meraviglie, di oggetti antichi, di quadri, fotografie. È una casa dove non ci si può sentire se non a proprio agio e da subito questa sensazione mi si attacca alla pelle, proprio come quando, dopo un altro sì al buio, sono entrata in una casa che ho immediatamente sentito come se già la conoscessi, come se in un’altra vita fosse stata mia. Ci sono anche altre persone, ignare come me riguardo quello che avremmo dovuto fare, che più o meno si conoscevano fra loro….non è che ci abbia capito più di tanto in verità! Mi presentano il regista, Soran, iraniano. Mi spiega SOLO che dovrò fare la padrona di casa e che il mio coinquilino sarebbe stato un altro ragazzo presente, senza specificare il tipo di rapporto che avremmo dovuto avere nelle scene girate. Amici, fidanzati, colleghi, fratelli, non si sa. Mi spiega che durante la scena, che si svolgerà in giardino(e che giardino!),dovrò prima presentare me stessa e poi gli “ospiti”, impegnati in una cena. Nessuno sapeva cosa dire o cosa fare. Men che meno io. Che a quel punto decido di lanciarmi e inizio la mia performance. E scopro che le parole scivolano via e che, con un po’ di imbarazzo, reggo egregiamente il mio primissimo contatto con una telecamera. Andiamo avanti, tra spaghetti al pesto, vino rosso, chiacchiere, allegria e una telecamera che ci osserva, mentre di tanto in tanto il regista mi dice cosa fare. Passano le ore. Si conclude la prima giornata e ci salutiamo. I successivi due giorni abbiamo continuato le riprese e mi sono sentita sempre più immersa in quello che stavo facendo, sentivo che in quel cortometraggio, a modo mio, ci stavo mettendo un bel pezzo di me, quello più libero, più spontaneo, pronto a mettersi in gioco, simpatico, buffone anche. E in quanti momenti ho ripensato a quanto avrei sempre desiderato fare un’esperienza del genere, io, che amo il teatro, il cinema, l’arte. Ho creduto, abbiamo creduto fortemente in questo progetto in cui Soran, con tanto entusiasmo ci ha coinvolto, facendocene sentire parte, come fosse non solo una sua creatura, ma anche nostra. È nata dalla sua mente, si è concretizzata col lavoro di tutti, in un giardino, in una casa, in spazi via via sempre più stretti. Il titolo del lavoro è “The box room”. L’ho visto finito ieri sera alla TV davanti alla quale abbiamo girato alcune scene, insieme ai padroni di casa, a Soran e ad un po’ di amici e spettatori che hanno voluto condividere con noi non solo un bel momento ma soprattutto una serata in cui si è respirata un’aria diversa, di cultura, di apertura mentale, di condivisione, di confronto. Soran ci ha spiegato che box room è il termine utilizzato a Londra per indicare una piccola stanza in cui vivere, uno spazio ristretto, a stento vitale, definito da muri che diventano uno strumento di separazione e di limitazione, tanto fisica quanto mentale. È questo il cuore del cortometraggio. Muri, reali o invisibili, divisione, separazione. Soran Qurbani è un rifugiato politico iraniano, ha appena 31 anni, uno meno di me, che potrei sembrare sua figlia. Ha uno sguardo tanto intenso quanto sconvolto. Ha fatto ritorno dall’Iraq subito prima di arrivare a Napoli. Ha visto con i suoi occhi e ha ascoltato con le sue orecchie il massacro che l’ISIS sta perpetrando tra gli iracheni. Ci ha fatto venire la pelle d’oca e le lacrime agli occhi. Ha in sé il coraggio della verità. Ha avuto paura dei fuochi d’artificio che continuamente vengono sparati a Napoli perché quel rumore, quegli scoppi, nella sua mente, nella sua anima e nel suo corpo hanno un significato completamente diverso. Per tutto questo, per le persone speciali che ho conosciuto, per la micetta Mirò e le maschere veneziane, per una vista mozzafiato di Napoli che quella terrazza mi ha regalato, per l’emozione che ho provato nel guardarmi recitare con spontaneità, come io sono, senza bisogno di essere vestita o truccata per sembrare diversa, davvero “The box room” lo porterò sempre nel cuore.

10691665_642808035817450_615243158_n

10609528_10204737467946446_4834699273962665441_n

 

10153642_10204737469266479_2790951204144173502_n

 

10639369_10204659247670648_3789086267722824647_n

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...