Vittime. Il suicidio-omicidio di Pietro e la morte di Alessandra

“Lascio un piccolo consiglio finale, sì lo so che fa impressione, ma penso sarà utile sia alle future vittime che ai forse futuri carnefici, dubitate di quelli che ridono sempre, a volte non possono semplicemente fare altrimenti e nel frattempo, perderanno l’anima”.

Temo che le parole di Pietro Di Paola, il ventenne suicida-omicida che si è lanciato insieme ad Alessandra Pelizzi, dal settimo piano di un palazzo di Milano, lasceranno dietro di loro solo un grande vuoto. Pare che la tragedia, che si è consumata nella notte tra lunedì e martedì, sia passata del tutto inosservata e con essa il terribile e angosciante urlo di dolore che Pietro ha consegnato alla carta. Un monito, quasi, verso tutti coloro che mai si sono accorti del suo malessere o che, ancor più pericolosamente, lo hanno sottovalutato. Evidentemente il ragazzo, da buon ventenne, appariva spesso di buon umore, magari, chissà, gli piaceva attirare su di sé l’attenzione, indossare una maschera da “giullare” per evitare che qualcuno si accorgesse di chi fosse veramente e di quanto potesse soffrire. Perché di solito, chi soffre, soprattutto nell’anima, è scartato, specialmente dai propri coetanei, dal “gruppo”. Giovane uguale frivolo, spensierato, felice, sognatore, ribelle, padrone del mondo. Non per tutti è così. Evidentemente tutto questo non apparteneva a Pietro. Perché penso che alle sue parole seguirà un assordante silenzio? Perché mi stupisce il modo in cui la notizia è stata “vissuta”. I social network, nel bene e nel male, sono, con buona approssimazione, uno specchio della realtà. I contatti che ciascuno di noi ha, di solito sono un numero statisticamente significativo per farsi un’idea di cosa pensano le persone quando c’è un evento che scuote in qualche modo le coscienze. Non voglio condurre alcuna indagine statistica. Faccio un’operazione molto più semplice. Scorro velocemente la mia home page, come faccio di solito, e non colgo alcun post dedicato a questa vicenda. Davanti alla morte siamo tutti uguali. Specialmente la morte di un giovane fa male.

Hanno fatto male le morti, in tre diverse situazioni, di tre giovani napoletani. Ciro Esposito, 31 anni, tifoso del Napoli, ucciso a Roma, prima della finale di coppa Italia. Salvatore Giordano, 14 anni, schiacciato dai calcinacci staccatisi dalla Galleria Umberto I. Infine Davide Bifolco, 17 anni, colpito da un proiettile partito(?) dalla pistola di un carabiniere di 22, per non essersi fermato al posto di blocco. Tre vite giovani, diverse, che ciascuna nella propria tragedia, sono finite. Le bacheche di facebook sono state letteralmente invase di post dedicati a queste tre morti. Ciascuno con il proprio parere, spesso superficiale, come se non si stesse parlando di vite umane e soprattutto di vite giovani, di vite in cui ci sarebbe dovuta essere solo la parola “futuro”. Preghiere, immagini commemorative, parole di rabbia e di dolore, di vicinanza ai familiari. Quanti hanno dedicato un pensiero a Pietro? Quanti hanno dedicato un pensiero ad Alessandra? Non sono morti napoletani, quindi non ci interessano? È forse più comodo inveire contro gli ultras, l’incuria che uccide una città e i suoi cittadini, le istituzioni, i carabinieri, la polizia? È forse più difficile e scabroso parlare di disturbi psichiatrici? Perché un disturbo non diagnosticato e non curato ha ucciso prima, lentamente, Pietro, e poi, come conseguenza la povera Alessandra, che a quanto pare da alcune dichiarazioni, l’indomani sarebbe andata ad iscriversi all’università. Ho i brividi. Alessandra non c’è più, non ci sono i suoi sogni, i suoi progetti, non troverà l’amore, non vivrà la sua vita. Alessandra è stata la vittima sacrificale, il capro espiatorio di tutto il dolore che Pietro portava dentro di sé e che era diventato un mostro ormai troppo grande da sconfiggere. Perché senza aiuto, ci sono dolori che non vanno via e che hanno effetti disastrosi sulla propria vita o su quella degli altri. Nei casi più drammatici, come questo, entrambi. La condizione di Pietro ha ucciso se stesso e una giovane di appena 19 anni. L’ex fidanzatina. L’aveva lasciato tre settimane fa. Non c’è età per soffrire per amore, lo sappiamo tutti. Ma se c’è una piccola certezza è che non sia stato il dolore per la separazione da Alessandra ad aver ferito ed ucciso Pietro, né tantomeno la causa per progettare un lucido e sadico incontro con la morte. È stata “solo” la miccia che ha fatto saltare in aria la mente destabilizzata di Pietro, che ha quindi deciso che Alessandra dovesse morire con lui. Ha deciso di torturarla psicologicamente prima di costringerla al gesto definitivo. “Ho sfogato 7 anni di dolore in 45 minuti di terrorismo psicologico” ha scritto. Ha deciso che in quel momento lei capisse cosa significasse provare il dolore che egli stesso provava. “Un odio così forte da essere felice di sacrificare la propria vita per far provare all’altro la vera tristezza”. Pietro si è, a suo modo, vendicato e ribellato alla sua vita intrisa di dolore, dicendo: “Mi stupisce che dopo un po’ ci si abitua a tutto, a tutto tranne il dolore, che merita di essere vissuto, ma quando arriva a mangiarti vivo, tanto da rendere decisamente insapore qualsiasi esperienza…..”. Una vicenda del genere non può lasciarci indifferenti. Queste due morti rappresentano un fallimento collettivo. Prima della famiglia. Poi della nostra società. Possibile che nessuno si sia accorto che l’anima di Pietro fosse scavata da tutto questo dolore? Possibile non ci sia stato nessuno in grado di aiutarlo? Impossibile solo lontanamente immaginare il senso di colpa che per sempre vivranno i suoi familiari. Ognuno ha la sua storia, ognuno ha la sua vita. La storia di Pietro, evidentemente, è una di quella che inizia particolarmente male. Subire un abbandono. Lasciare la propria terra. Sentirsi sradicato. Trovare nuovi genitori. Subire ancora un abbandono. Sì, perché il papà di Pietro va via di casa. “Sappi comunque che non voglio addossarti la colpa di questo, se fossi rimasto qui con noi sarebbe successo lo stesso? Non lo so”. Queste le parole dedicate al papà. Nel “non lo so” Pietro dà la risposta, eppure il suo amore per il padre lo porta fino alla fine a proteggerlo, a sollevarlo dalle sue responsabilità. Un equilibrio familiare presumibilmente instabile, una madre forse fragile. Pietro le dice addio così: “Spero non seguirai il mio esempio e continuerai la tua vita, non serve trovarsi per forza un uomo, anche perché come dici tu facciamo tutti un po’ schifo”. Dice addio alla sorella, augurandole una vita felice, e alla nonna, chiarendole i motivi della sua scelta: “smetterla con tutta questa non felicità”. Un dolore radicato e insostenibile, schiacciante, devastante, che esplode nel momento in cui anche Alessandra sceglie di separarsi da lui. Una sequenza di abbandoni che conduce Pietro ad abbandonare la sua vita e distruggere quella della ragazza cui si era legato. Il dolore fa parte della vita, ognuno ne fa esperienza. La questione non è quantificarlo o giustificarlo in funzione della causa. Non è possibile stabilire a priori quale situazione “meriti” di causare sofferenza e quale no. Un adulto è giustificato nella sua sofferenza solo se ha subito una violenza nell’infanzia o perde il lavoro? Un bambino può soffrire solo se i suoi genitori si separano o se vive una malattia fisica? No. Spesso i dolori più difficili da superare sono quelli striscianti, subdoli, quelli dimenticati, non capiti, non condivisi. Gli eventi della vita hanno un impatto emotivo soggettivo. Forse, se solo smettessimo di giudicare tutto e tutti superficialmente, presteremmo più attenzione ai segnali di sofferenza che una persona con un profondo disagio inevitabilmente manda. Ogni individuo è un mondo a sé. L’unica possibilità di aiutarlo è aiutarlo ad entrare nel suo stesso mondo e fare pace con lui.

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