Napoli Film Festival, al via la XVI^ edizione

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Il Napoli Film Festival è una realtà ormai consolidata sia nel panorama culturale della città che nell’ambito dei festival cinematografici internazionali indipendenti. Giunge quest’anno alla XVI^ edizione, diretta da Davide Azzolini e Mario Violini,  e si svolgerà dal 29 settembre all’8 ottobre in molteplici location cittadine, il PAN (Palazzo delle Arti di Napoli), l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, i Cinema Metropolitan e Vittoria, l’Institut Français e l’ Instituto Cervantes.

Nucleo centrale della manifestazione i numerosi concorsi, volti alla scoperta di nuovi talenti, tra i quali il Concorso Europa e Mediterraneo, che vede la partecipazione di numerose pellicole provenienti dall’Est Europa, SchermoNapoli Corti, che presenta un’ampia selezione di cortometraggi (tra cui i 5 “film in Residency” di Altofest) e web-series, 39 per la precisione, diretti da registi campani o aventi la Campania come tema centrale, SchermoNapoli DOC, che presenta 18 documentari e SchermoNapoli Scuola, dedicato ai giovanissimi.

Tanti gli omaggi quest’anno ai grandi del cinema: da Michelangelo Antonioni con le proiezioni di alcuni dei suoi capolavori “I vinti”, “Le amiche”, “L’Avventura”, “Cronaca di un amore”, “La Notte”, “Deserto Rosso”, “Blow-up” a Vittorio De Sica con “Ieri, Oggi e Domani”, “L’Oro di Napoli”, “La Ciociara”, “Matrimonio all’Italiana” e “Ladri di Biciclette”, da Roman Polanski ad Eduardo de Filippo. Un omaggio va anche a Pier Paolo Pasolini con la proiezione di immagini tratte da “Il Vangelo secondo Matteo”, a 50 anni dall’uscita, accompagnate dal pianista Stefano Battaglia.

Si preannuncia del tutto speciale la serata dedicata a Massimo Troisi per il trentennale di “Non ci resta che piangere”(1984-2014), nel corso della quale interverranno ospiti a raccontare aneddoti legati alla realizzazione del film. “Scusate il Ritardo”, sempre del compianto attore e regista partenopeo, sarà anche l’occasione per l’intervento di Giuliana De Sio, che, con Giorgio Pasotti, Edoardo Leo e la regista francese Justine Triet, sarà tra gli ospiti della manifestazione di quest’anno. Ad alcuni di loro non solo l’onore di animare le serate della rassegna cinematografica, ma anche il compito di confrontarsi con gli studenti napoletani sul modo di vivere ed interpretare il cinema, attraverso incontri mattutini chiamati “Parole di Cinema”ai quali prenderanno parte anche Licia Maglietta (a seguire la proiezione di Pane e Tulipani di Soldini), Antonio Piazza e Fabio Grassadonia.

Il festival è anche occasione per l’impegno civile, che prende forma nel sostegno che gli artisti daranno per la riapertura del “TAN”(Teatro Area Nord), importante simbolo culturale del quartiere “Piscinola”. Del tutto originali si preannunciano la serata “Cinegustologia”, in cui l’enogastronomia partenopea si propone di far assaporare al meglio il “gusto” del Cinema con la realizzazione di pietanze ispirate ad Eduardo, de Sica e Troisi e il tour lungo i luoghi che hanno segnato la storia del cinema napoletano, che si svolgerà domenica 5 ottobre, a partire dalle 10. Infine arricchisce il cartellone di eventi un Concorso Fotografico che avrà sede all’Institut Francais di Napoli.

Maria Marobbio

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Un papà per ogni principessa

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Ogni bimba che si rispetti, o almeno quelle della nostra generazione, è cresciuta nel mito delle protagoniste dei film Disney, tra sortilegi, castelli incantati, ricerca dell’amore, ostacoli da superare sino al lieto fine. Belle, dolci, simpatiche, combattive, ironiche, coraggiose. A ciascuna la sua qualità, esattamente come vale per ciascuna di noi. Molte di loro, da Cenerentola a Biancaneve, da Ariel (La Sirenetta) a Jasmine (Aladin), passando per Belle(La Bella e La Bestia) e Pocahontas, sono cresciute senza la mamma, tutt’al più con matrigne acide, malvagie ed invidiose, avendo come figura di riferimento, di solito, quella di un padre, coraggioso, spesso severo, ma protettivo ed amorevole.

Questa osservazione sicuramente non è sfuggita agli amanti dei cartoon Disney ma la motivazione di questa particolare caratteristica non è mai stata conosciuta. In questi giorni è circolata sul web quella che viene definita la motivazione ufficiosa, da ricercare direttamente nella vita di Walt Elias Disney. Era già noto che il creatore statunitense della fabbrica dei sogni avesse perso la mamma in circostanze drammatiche (esalazioni di gas) rispetto alle quali il piccolo Walt ha sempre nutrito un profondo senso di colpa. Il vissuto personale del disegnatore più famoso del mondo sembra trasferirsi quindi direttamente nelle sue creature, che vivono in un contesto dove, non solo la figura materna è assente, ma addirittura sembra che non sia mai esistita, come a celare le cause della sua morte.

Andiamo oltre. Come dicevamo, ogni favola si conclude con il lieto fine, che nei cartoon Disney, è sempre, al di là della singola vicenda, coronato dal sogno d’amore della principessa. C’è per caso qualcuna di loro che sposa uno psicopatico, un anaffettivo, un egoista, un violento? Sì, è vero, si tratta di fiabe e tutto deve essere perfetto, a differenza della nostra, ahimè, triste realtà. Eppure credo che volontariamente o no, Walt Disney, attraverso le sue storie, ci insegni una grande realtà. Una bambina e poi una giovane donna che cresce con un padre amorevole ha una grande fortuna. Trovarsi sulla buona strada per incontrare e scegliere, sebbene sembri sempre essere un caso, il compagno ideale, quello che possa renderla felice.

Vi state chiedendo perché? Perché una tale donna ha una innata e inconscia capacità di ricercare nel proprio partner le stesse caratteristiche del padre, riproducendone la relazione affettiva. Ad ognuna di voi auguro di trovare il proprio Principe Azzurro. Se continuerete a pensare di trovarvi sempre davanti l’uomo sbagliato, vi consiglio di iniziare a capirne il perché.

Buona ricerca a tutte e…..se lo avete già trovato, ringraziate con un abbraccio affettuoso il vostro papà!

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Questo amore è una camera a gas…….

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I Negramaro cantano così:

Amami come sai uccidermi tutte le volte che accendi la giostra ancora per me e uccidimi come sai amarmi tu tutte le volte che tu scegli la fine del giro per me…..

Lucio Battisti cantava:

Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi…..

Francesco Guccini invece:

Non andare… vai… Non restare…stai… Non parlare… parlami di te…

Giorgia:

Tu mi porti su e poi mi lasci cadere…..

Solo per citarne alcune, quelle che mi sembrano più appropriate (e che in questo momento mi vengono in mente….). Sono lo specchio di una relazione altalenante, come se si stesse perennemente sulle montagne russe. Un attimo prima, su, in Paradiso (o in quello che sembra esserlo), l’istante dopo, nel baratro, nell’incertezza, nella separazione, nei ricordi. Chi sono i protagonisti di una tale relazione o pseudo tale? Con tutta probabilità persone con una difficile affettività, con ferite del passato che si cerca di riparare attraverso il rapporto con il partner. Partiamo dal presupposto che una ferita del genere non si riparerà mai all’esterno ma necessariamente, se si ha il coraggio di ammetterlo a sé e la forza di sopportare un bel carico di dolore, dall’interno, dal proprio vissuto emotivo. Una relazione del genere, per quanto dolorosa e mai a buon fine, si rivela sempre un’occasione per capire un bel po’ di sé, fornendo un’esperienza concreta che ci permette di accedere a ben altro. Come dire: “Non tutto il male viene per nuocere”. Chi è la donna che si getta come un kamikaze in una storia perennemente sul filo del rasoio, dove la parola “domani” è quasi del tutto vietata? Tipicamente è una donna che, in gergo, viene definita affetta da DIPENDENZA AFFETTIVA. Chi è l’uomo che gioca questo gioco al massacro? Il cosiddetto uomo DEPRIVANTE. Ciò che ne viene fuori ha conseguenze possibilmente disastrose. Innanzitutto è molto facile che un uomo e una donna con tali caratteristiche si trovino tra decine o centinaia di altre persone, di altri possibili partner, perché prima di entrare in una relazione concreta, fatta di parole, contatto, frequentazione, condivisione (?), sono le loro parti più inconsce ad entrare in contatto. Troviamo esattamente quello che in un dato momento stiamo cercando. Ecco che tutto, sin dal primo incontro, sembra un’eccezionale casualità, un miracolo quasi! “Senza volerlo ci siamo trovati!” Cazzate. Scusate il termine. Ma in quel momento spesso si è così coinvolti da non poterlo minimamente capire. L’amore, o quello che sembra esserlo, ci invade, ci stravolge, ci emoziona fino a renderci completamente ciechi a tutte le possibilità di comprendere l’intricata situazione in cui ci stiamo impegolando. Questo è il lato femminile, di solito. Siamo estasiate di fronte al nostro partner, lo idealizziamo, siamo accecate dalle sue qualità, fingiamo con noi stesse di non intravedere neppure i suoi lati bui, e se mai dovessimo coglierli, saremo sempre pronti a giustificarli, accettarli e addirittura amarli. “Perché fanno parte di lui ed io amo tutto di lui”. Allora, un discorso sono i difetti, che abbiamo tutti e che in amore si impara a tollerare, altro discorso sono quei chiari atteggiamenti spesso mortificanti, derivanti dalla difficoltà di vivere una relazione amorosa, la cui accettazione è passiva ed implica necessariamente l’esistenza di una vittima e di un carnefice. Una donna affettivamente dipendente farà di tutto per mantenere in piedi nonostante tutto e tutti il rapporto amoroso, subirà dinieghi, umiliazioni, lontananza fisica ed emotiva, insomma tutte cose che una donna che conosce l’amore con la A maiuscola, non potrebbe mai accettare. O meglio, una tale donna mai potrebbe innamorarsi a queste condizioni, semplicemente perché sono malate, e l’amore, quello condiviso, non lo è. Perché la donna si incastra in questo tipo di relazione sentendone profondamente il bisogno? Anche se non parlerà mai in questi termini. Perché l’uomo che ha di fronte, il deprivante, gioca un doppio gioco. Da un lato è evitante, dall’altro, a tratti, sembra essere l’uomo migliore sulla faccia della terra. Agli occhi della compagna, un piccolissimo gesto da parte sua, una canzone dedicata, un fiore all’improvviso, un messaggio dolcissimo, un abbraccio da film Holliwoodiano, una cena romantica, sembreranno gesti straordinari, esemplificativi di un amore inimmaginabile e indistruttibile, in funzione del quale, è concesso sopportare tutto. Guai se la donna, in qualche barlume di lucidità, dà segni di voler andare via. Il suo uomo si riavvicina e immediati scattano i sensi di colpa. “Non posso lasciarlo, lui in fondo mi vuole, a modo suo, con i suoi tempi, ma prima o poi cambierà in funzione del nostro amore. Farò in modo che il mio amore basti per due” (scatta la sindrome della crocerossina, in perenne ricerca di qualcuno da aiutare per sentire di esistere). Solo alibi per scacciare via lo spettro dell’abbandono. Si genera così quella dilaniante alternanza tra momenti di avvicinamento e momenti di lontananza. Quanto più l’uomo scappa, tanto più la donna lo insegue e rimane convulsamente attaccata a lui. Dopo un certo tempo, quando la stabilità emotiva della donna ormai è andata a farsi benedire, la relazione tipicamente si interrompe. In modo brusco, doloroso. Si crea un misunderstanding. Per dirla con eleganza. La donna non comprenderà le ragioni della separazione, perché il ricordo dei momenti felici oscurerà del tutto quelli che non lo sono stati. L’abbandono è insopportabilmente doloroso. Sente di aver fallito senza aver avuto il giusto tempo per continuare a provare ad aggiustare l’ingranaggio. Le sembrerà di vivere un incubo, un temporale a ciel sereno. L’uomo, dal canto suo, non sentirà la necessità di fornire delle spiegazioni o, nel caso lo faccia, sono del tutto incomprensibili, e molto probabilmente scomparirà in silenzio, “perché in fondo i gesti mancati e il silenzio valgono più di mille parole” per poi, attenzione, in alcuni casi, tornare, e riprendere il gioco perverso. Perché una donna ha così terribilmente bisogno di soffrire? Perché è masochista? No. Non è colpa sua se non ha provato il vero AMORE nel rapporto col padre, pur sapendo razionalmente che lui l’ha sempre amata. Con un meccanismo di coazione a ripetere, sceglierà, si innamorerà, sempre dello stesso tipo di partner, finché non deciderà, che per la sua felicità, quella catena va spezzata, che merita anche lei di essere felice, o almeno provarci. E comprende di non poterlo essere scegliendo come compagno un uomo deprivante. Allo stesso modo le ragioni del bizzarro comportamento dell’uomo deprivante (agli occhi di tutti, lo stronzo ed egoista di turno) vanno ricercate nel suo rapporto infantile con la madre, spesso assente. Un tale uomo non tollera l’espressione “per sempre”, non sopporta la certezza di un legame, si maschera dietro l’esigenza di libertà e del vivere alla giornata, senza progettare, se non che per la sua vita. Ha un bisogno ossessivo dei suoi spazi. Ci prova con buona volontà a legarsi e quando si concede si scatena un’esplosione di fuochi d’artificio. Ma finita la luce, prima o poi ritorna il buio, che diventa sempre più fitto. Quando il legame diventa troppo stretto, gli manca l’aria e non ha altra possibilità (a meno che non decida di sradicare il problema alla base) se non quella di voltarsi e scappare. “Ti sei spaventato e sei fuggito!”.  “Sì, è andata così”. Cambierà la donna, la vittima, il meccanismo resta sempre lo stesso. Ce ne sarà un’altra che, in breve, sarà follemente innamorata di lui, che continuerà a ripetere che “non ha bisogno di una relazione per essere felice, che lui basta a se stesso”. Insomma, quanti guai che, non volendo, combinano mamma e papà! Ma ricordiamoci sempre che possiamo SCEGLIERE di sciogliere il cappio, non siamo condannati a soffrire. Dipende da noi. Solo da noi.

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Orrori “religiosi”

Si chiamano Pool Paulini e Marianela Perelli e sono argentini. Fino a qualche giorno fa, esattamente due sconosciuti, almeno per me. Si tratta dei creatori di una discutibile collezione di bambole, soprattutto della linea Barbie, che vestono i panni di figure religiose. Chi? La Madonna, Gesù Cristo, vari Santi e Sante, ma anche la Dea Kalì e Buddha. Per non scontentare nessuno. Anzi, a dirla tutta, la collezione religiosa esclude Maometto, come fa notare l’Agenzia dei Vescovi, che “accusa” gli artisti di temere, evidentemente, l’ira dei musulmani, che, in questo non proprio facile momento(per usare un eufemismo), forse è l’ultima cosa da augurarsi. Effettivamente desta un po’ di sorpresa che “i personaggi” reinterpretati siano quelli sopracitati,  perchè, checché se ne dica, al di là di qualche sacrosanta (è il caso di dirlo!) contrariata dichiarazione, ovviamente e per fortuna non si va. Si accoglie la provocazione, si dà il proprio punto di vista (e ci mancherebbe!) e si continua a pensare a cose più importanti. E IlPuntoV ci tiene a dire la sua. L’idea, sinceramente, non mi è piaciuta affatto. Lo dico da persona che oltre ad avere una propria personale fede, nutre profondo rispetto per tutte le confessioni religiose, di qualsiasi angolo della terra. Sono onesta nel dire che da Cristiana Cattolica, mi disturba parecchio vedere un Gesù-Ken, per di più in croce(questa almeno, se la sarebbero potuta risparmiare), una Madonna-Barbie, e una sfilza di Santi/e ridicolizzati. Provocazione. Ma relativamente a cosa, mi chiedo? Criticare, se ce n’è l’occasione, ok. Le critiche credo siano sempre costruttive. Qui si va al di là. Si oltrepassa il confine tra la presa in giro e la dissacrazione. La provocazione è per definizione la manifestazione di chi, vivendo un conflitto, non lo ha superato, ma è ancora pienamente coinvolto in esso. Non so se in questo caso sia così o sia stato per i due artisti argentini più semplicemente e astutamente una mossa strategica per farsi conoscere, per far parlare di sé. Evidentemente in altro modo non ci sono riusciti.

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Mi appare ancora più strana, sebbene se ne sia parlato di meno, la trovata “geniale” e veramente di cattivissimo gusto, di Dolce & Gabbana. Stilisti conosciuti e apprezzati a livello mondiale da anni.  Scandalizzare, sempre e comunque, è la loro filosofia.  Che non abbiano più nulla da inventarsi neanche loro per dare risalto alle loro creazioni, che abbiano perso la loro consolidata e straordinaria vena artistica? Perché osservando le scarpe che hanno presentato durante la recente “Settimana della Moda” di presentazione della collezione primavera/estate 2015, non mi viene davvero nient’altro in mente. Parlo di una scarpa provvista di un tacco dorato (già di per sé inguardabile) che, aprendosi, contiene un Tabernacolo con il Sacro Cuore, “simbolo” utilizzato anche nell’invito ufficiale dei due stilisti italiani. “Sono impazziti”, è stata la prima cosa che mi è venuta in mente guardando l’obbrobrio che hanno inventato. D’accordo la commistione tra sacro e profano, ma che si stia completamente perdendo il rispetto per il sacro? Sicuramente signorine eccentriche come Lady Gaga o Miley Cirus apprezzeranno la trovata. E questa la dice lunga sul gusto. Miei cari D&G, stavolta avete proprio toppato. Andatevi a fare una bella vacanza e ritemprate il vostro spirito, che mi sa tanto che ne avete proprio bisogno!

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Vuoi recitare in un corto?

Martedì 16 settembre. Un giorno come un altro, senza nulla di speciale. Fino alle 20:00 circa. Ero in giro per servizi e varie con un aspetto non propriamente dei migliori. Un filo di trucco residuato dal mattino, i capelli legati, la frangetta sconvolta dal caldo e dall’umidità, canotta nera, jeans e converse. Avevo appena finito di fare una cosa non esattamente piacevole, quando ricevo una telefonata da un’amica. Mi dice le testuali parole: “Ti andrebbe di fare la protagonista di un film per Altofest? Il regista cerca urgentemente una ragazza tra i 30 e i 40 anni. Però devi venire subito e dare la disponibilità anche per mercoledì e giovedì ma non so per che orari.” Resto in silenzio per qualche secondo, lievemente basita dalla richiesta inaspettata (non è che capiti proprio tutti i giorni!), passo in rassegna gli impegni dei due giorni successivi e dico, prima a me e poi a lei: “Ma sì!”. E non saprei neanche spiegarmi perché abbia accettato la proposta con tanta facilità. Da lì in poi è iniziata una delle più belle esperienze di vita che io abbia fatto e mi fa piacere condividerla con chi vorrà leggere questo mio post. Fortunata ad aver ricevuto quella telefonata, coraggiosa ad aver detto quel sì. Finora le cose più belle che mi sono accadute sono venute così, con una risposta affermativa ad un invito del tutto al buio. Prendo la funicolare per raggiungere il luogo dell’appuntamento e nel frattempo mi frullano nella mente tanti pensieri. Il più insistente era perché non avessi fatto lo shampoo prima di scendere. Giuro che gli altri erano di spessore lievemente maggiore. “Devo ascoltare il mio sesto senso!”, mi ripeto. Tempo un paio di sigarette e qualche canzone a tutto volume nelle orecchie (senza il mio i-pod sono persa) arrivano la mia amica e un’altra ragazza che lavorano per il festival e mi accompagnano all’appuntamento con il regista. Siamo in una delle più importanti strade di Napoli, il Corso Vittorio Emanuele, arteria di collegamento tra la parte alta e quella bassa della città. Entriamo, salendo un viale, in un parco a me sconosciuto. Mi colpisce immediatamente la presenza di un Tabernacolo con una Madonnina, i fiori, le candele, con quel misto di sacro, malinconia e poesia che solo nella mia città si può cogliere. Prendiamo l’ascensore. Fin qui tutto normale. Quando, uscita dall’ascensore, mi accorgo di non essere su un pianerottolo ma di trovarmi in uno spazio aperto, strizzo gli occhi e inizio a capire che mi trovo in un luogo che ha qualcosa di speciale. Di antico, di inconsueto, di lontano dalla mia realtà. Uno spazio diverso, ampio ma intricato, con scale, scalette, terrazzini, stradine. Percorrendo una di queste arrivo in una casa. La casa che ospita il regista. Mi accolgono i padroni di casa, due degli uomini più simpatici, affettuosi, ironici, intelligenti e sensibili che abbia mai conosciuto. Due uomini innamorati, in una casa in cui per tre giorni ho respirato amore, con la A maiuscola, condivisione, amicizia, senso della bellezza, dell’arte, dell’impegno. La loro casa è speciale, è originale, è calda e vissuta, è piena di ogni genere di meraviglie, di oggetti antichi, di quadri, fotografie. È una casa dove non ci si può sentire se non a proprio agio e da subito questa sensazione mi si attacca alla pelle, proprio come quando, dopo un altro sì al buio, sono entrata in una casa che ho immediatamente sentito come se già la conoscessi, come se in un’altra vita fosse stata mia. Ci sono anche altre persone, ignare come me riguardo quello che avremmo dovuto fare, che più o meno si conoscevano fra loro….non è che ci abbia capito più di tanto in verità! Mi presentano il regista, Soran, iraniano. Mi spiega SOLO che dovrò fare la padrona di casa e che il mio coinquilino sarebbe stato un altro ragazzo presente, senza specificare il tipo di rapporto che avremmo dovuto avere nelle scene girate. Amici, fidanzati, colleghi, fratelli, non si sa. Mi spiega che durante la scena, che si svolgerà in giardino(e che giardino!),dovrò prima presentare me stessa e poi gli “ospiti”, impegnati in una cena. Nessuno sapeva cosa dire o cosa fare. Men che meno io. Che a quel punto decido di lanciarmi e inizio la mia performance. E scopro che le parole scivolano via e che, con un po’ di imbarazzo, reggo egregiamente il mio primissimo contatto con una telecamera. Andiamo avanti, tra spaghetti al pesto, vino rosso, chiacchiere, allegria e una telecamera che ci osserva, mentre di tanto in tanto il regista mi dice cosa fare. Passano le ore. Si conclude la prima giornata e ci salutiamo. I successivi due giorni abbiamo continuato le riprese e mi sono sentita sempre più immersa in quello che stavo facendo, sentivo che in quel cortometraggio, a modo mio, ci stavo mettendo un bel pezzo di me, quello più libero, più spontaneo, pronto a mettersi in gioco, simpatico, buffone anche. E in quanti momenti ho ripensato a quanto avrei sempre desiderato fare un’esperienza del genere, io, che amo il teatro, il cinema, l’arte. Ho creduto, abbiamo creduto fortemente in questo progetto in cui Soran, con tanto entusiasmo ci ha coinvolto, facendocene sentire parte, come fosse non solo una sua creatura, ma anche nostra. È nata dalla sua mente, si è concretizzata col lavoro di tutti, in un giardino, in una casa, in spazi via via sempre più stretti. Il titolo del lavoro è “The box room”. L’ho visto finito ieri sera alla TV davanti alla quale abbiamo girato alcune scene, insieme ai padroni di casa, a Soran e ad un po’ di amici e spettatori che hanno voluto condividere con noi non solo un bel momento ma soprattutto una serata in cui si è respirata un’aria diversa, di cultura, di apertura mentale, di condivisione, di confronto. Soran ci ha spiegato che box room è il termine utilizzato a Londra per indicare una piccola stanza in cui vivere, uno spazio ristretto, a stento vitale, definito da muri che diventano uno strumento di separazione e di limitazione, tanto fisica quanto mentale. È questo il cuore del cortometraggio. Muri, reali o invisibili, divisione, separazione. Soran Qurbani è un rifugiato politico iraniano, ha appena 31 anni, uno meno di me, che potrei sembrare sua figlia. Ha uno sguardo tanto intenso quanto sconvolto. Ha fatto ritorno dall’Iraq subito prima di arrivare a Napoli. Ha visto con i suoi occhi e ha ascoltato con le sue orecchie il massacro che l’ISIS sta perpetrando tra gli iracheni. Ci ha fatto venire la pelle d’oca e le lacrime agli occhi. Ha in sé il coraggio della verità. Ha avuto paura dei fuochi d’artificio che continuamente vengono sparati a Napoli perché quel rumore, quegli scoppi, nella sua mente, nella sua anima e nel suo corpo hanno un significato completamente diverso. Per tutto questo, per le persone speciali che ho conosciuto, per la micetta Mirò e le maschere veneziane, per una vista mozzafiato di Napoli che quella terrazza mi ha regalato, per l’emozione che ho provato nel guardarmi recitare con spontaneità, come io sono, senza bisogno di essere vestita o truccata per sembrare diversa, davvero “The box room” lo porterò sempre nel cuore.

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Songs of Innocence: il nuovo disco degli U2

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Songs of Innocence è il 13° album in studio della storica band irlandese e secondo recenti dichiarazioni di Bono via Facebook dovrebbe essere seguito da un altro disco concepito sulla stessa linea dal nome “Songs of Experience”. Esce a distanza di ben 5 anni dall’ultimo “No Line on The Horizon”, che ha raggiunto ad oggi 5 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Il silenzio era stato interrotto solo da “Ordinary love”, brano facente parte della colonna sonora originale di “Mandela: Long Walk to Freedom” e dalla recente “There is no Them”. 11 nuove tracks quindi, che, come suggerisce il titolo, si rifanno alle influenze musicali dei primissimi anni di attività della rock band: The Ramones, Motown, The Clash, Beach Boys.

Il nuovo disco vede la luce dopo svariati tentativi non andati a buon fine per motivi non meglio precisati, che iniziavano a preoccupare non poco i milioni di fan nel mondo. La sorpresa, quindi, è stata doppia, quando, in occasione della presentazione ufficiale dell’iPhone 6, la Apple, nella persona di Cupertino, ha annunciato che l’album sarebbe stato disponibile gratuitamente per tutti gli utenti iTunes, comparendo direttamente nelle “librerie”. L’annuncio ha suscitato nei giorni a seguire non poche polemiche. A quanto pare, dei 500 milioni di utenti che hanno ricevuto in omaggio il disco da Bono & co., molti, non solo non hanno apprezzato il dono, ma addirittura lo hanno considerato una vera e propria imposizione, protestando con la società statunitense fondata da Steve Jobs. Detto, fatto. La Apple è corsa ai ripari provvedendo a creare un “sistema” affinché le tracce possano essere eliminate da tutti coloro che non sono interessati alla nuova “creatura” della band.  In molti hanno ritenuto inoltre che si sia trattato di un’operazione commerciale condotta allo scopo di pubblicizzare un prodotto che altrimenti sarebbe destinato al fallimento. L’album rimane comunque disponibile su iTunes fino al 13 ottobre, data della sua uscita “fisica”: a questo punto aumenta la curiosità in termini di risposta del pubblico e dati di vendite. Di certo, le polemiche suscitate dalla nuovissima ed originale modalità di presentazione del disco, se da un lato hanno fatto parlare della band, dall’altro hanno ridotto l’attenzione rispetto alla musica.

I brani di Songs of Innocence non sono di facile ascolto. Ci troviamo classicamente di fronte ad un album che necessita di più ascolti per essere apprezzato sul serio. La prima traccia, estremamente accattivante, è The Miracle (Of Joey Ramone), omaggio al frontman dei Ramones, che si candida a diventare un sicuro successo in radio. Seguono Every Breaking Wave, dal sound malinconico e dal ritornello orecchiabile, e California, fresca, da ascoltare in auto a tutto volume, dedicata al viaggio a Los Angeles, pregno di esperienze, che la band intraprese nei primi anni di attività. Non manca la ballata, Song for someone, sicuro momento romantico durante il prossimo tour, seguita da un pezzo struggente Iris(Hold me close), che Bono dedica direttamente alla madre.

I pezzi della seconda metà dell’album sono quelli decisamente più rock; all’esplosiva Volcano, seguono l’interessantissima Raised by Wolves, che ricorda l’esplosione di un autobomba avvenuta vicino la casa di Bono a Dublino durante la sua gioventù e Cedarwood Road, dal potente reef di The Edge, che celebra la strada in cui Bono è cresciuto. Sleep like baby tonight, che potrebbe sembrare un pezzo per riempire l’album, è probabilmente un brano concepito per giocare un po’ con gli effetti,  This Is Where You Can Reach Me Now(For Joe Strummer) è ancora una dedica, questa volta al defunto cantante dei Clash ed è un brano che rimane in mente, dal sound corposo, tra i migliori.

L’album si chiude con la stupenda The Troubles, il pezzo più originale, dalle contaminazioni sonore orientali e con un ritornello che ricorda Teardrop dei Massive Attack. Complessivamente un disco buono, degno dell’attesa e sicuramente da apprezzare col tempo. Non si può chiedere di più(e sicuramente non originalità) ad una band che è sulla cresta dell’onda da trenta anni. 

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AltoFest, Festival Internazionale di Arti Performative e Interventi Trasversali

http://www.mygenerationweb.it/201409211891/articoli/spettacolo/teatro/1891-altofest-festival-internazionale-di-arti-performative-e-interventi-trasversali

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AltoFest, Festival Internazionale di Arti Performative e Interventi Trasversali, giunge quest’anno alla IV^ edizione, essendo stato inaugurato nel luglio 2011. La direzione artistica del festival è a cura di “TeatrInGestazione”, organismo creativo nato dall’incontro tra Anna Gesualdi, pedagoga e regista e Giovanni Trono, pedagogo e performer, volto alla ridefinizione dell’arte scenica AltoFest avrà luogo a Napoli dal 22 al 28 settembre e non solo si conferma come interessante realtà artistica a 360° ma si candida anche a diventare un appuntamento annuale per la città. Qual è l’eccezionalità di questa manifestazione? Altofest nasce, si sviluppa e si concretizza grazie alla partecipazione diretta, economica, ideativa e pratica, dei cittadini e di tutti coloro che amano l’arte nelle sue molteplici sfaccettature. Il festival, infatti, è finanziato da risorse raccolte mediante la politica del crowdfunding e gli stessi cittadini mettono a disposizione spazi privati (case, giardini, botteghe) per la realizzazione e la presentazione al pubblico di ciascun progetto artistico. Il fine è quindi la valorizzazione del patrimonio culturale ed anche urbanistico della città coinvolgendo in prima persona i suoi abitanti, come espresso dal “motto” del festival che è DARE LUOGO.                                                                                                                                                                                                                                                                             Il festival è stato anticipato da una serie di laboratori sia diretti agli artisti, quali il laboratorio di teatro-danza, che ai non addetti ai lavori, quali laboratori fotografici, di riparazioni domestiche, di realizzazione di origami, di cucina creativa e consapevole e persino di astrologia.

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Il tema di quest’anno è “ReWriting Spaces” (riscrivere gli spazi), dare, cioè, un significato nuovo agli spazi sia fisici che umani. Alla manifestazione parteciperanno artisti sia italiani che internazionali, in tutto 40 provenienti da 18 diversi paesi, ospitati gratuitamente nelle case dei napoletani, che presenteranno progetti di vario genere: spettacoli di danza, poesie, installazioni audio-visive, performance teatrali, film, reportage giornalistici e fotografici. In ciascun progetto elementi essenziali sono la multidisciplinarietà, la centralità del corpo, la relazione con lo spettatore e con gli spazi circostanti. Tanti i donatori, i sostenitori e i partner, tanti i luoghi che ospitano i singoli eventi: case private, il Centro di Alimentazione Consapevole, La Controra Hostels, l’associazione CleaNap, La Stanza del Gusto, i Giardini di Santa Chiara, Geda, la Basilica di San Giovanni Maggiore, il Palazzo Sanfelice, l’Associazione Fantasmatica, Evaluna e molti altri. La partecipazione ad ogni evento prevede una prenotazione obbligatoria e vi è la possibilità di assistere a tre spettacoli con una singola card del costo di 12 euro. La chiusura del festival avrà luogo il 28 settembre presso la Controra Hostels, dove si terrà un simposio sul tema stesso del festival in presenza di docenti universitari, scrittori e giornalisti.

Vittime. Il suicidio-omicidio di Pietro e la morte di Alessandra

“Lascio un piccolo consiglio finale, sì lo so che fa impressione, ma penso sarà utile sia alle future vittime che ai forse futuri carnefici, dubitate di quelli che ridono sempre, a volte non possono semplicemente fare altrimenti e nel frattempo, perderanno l’anima”.

Temo che le parole di Pietro Di Paola, il ventenne suicida-omicida che si è lanciato insieme ad Alessandra Pelizzi, dal settimo piano di un palazzo di Milano, lasceranno dietro di loro solo un grande vuoto. Pare che la tragedia, che si è consumata nella notte tra lunedì e martedì, sia passata del tutto inosservata e con essa il terribile e angosciante urlo di dolore che Pietro ha consegnato alla carta. Un monito, quasi, verso tutti coloro che mai si sono accorti del suo malessere o che, ancor più pericolosamente, lo hanno sottovalutato. Evidentemente il ragazzo, da buon ventenne, appariva spesso di buon umore, magari, chissà, gli piaceva attirare su di sé l’attenzione, indossare una maschera da “giullare” per evitare che qualcuno si accorgesse di chi fosse veramente e di quanto potesse soffrire. Perché di solito, chi soffre, soprattutto nell’anima, è scartato, specialmente dai propri coetanei, dal “gruppo”. Giovane uguale frivolo, spensierato, felice, sognatore, ribelle, padrone del mondo. Non per tutti è così. Evidentemente tutto questo non apparteneva a Pietro. Perché penso che alle sue parole seguirà un assordante silenzio? Perché mi stupisce il modo in cui la notizia è stata “vissuta”. I social network, nel bene e nel male, sono, con buona approssimazione, uno specchio della realtà. I contatti che ciascuno di noi ha, di solito sono un numero statisticamente significativo per farsi un’idea di cosa pensano le persone quando c’è un evento che scuote in qualche modo le coscienze. Non voglio condurre alcuna indagine statistica. Faccio un’operazione molto più semplice. Scorro velocemente la mia home page, come faccio di solito, e non colgo alcun post dedicato a questa vicenda. Davanti alla morte siamo tutti uguali. Specialmente la morte di un giovane fa male. Continua a leggere

Mostra del Cinema: Al Pacino mattatore della kermesse, premiati J. Franco e F. McDormand

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Dal 27 agosto al 6 settembre è andata in scena La Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, organizzata da La Biennale e giunta quest’anno alla 71^ edizione. Star internazionali che hanno sfilato sul Red Carpet per la gioia di cronisti e fotografi, “vecchie glorie” e nuove promesse, tanti film interessanti presentati, sia in gara che fuori concorso, documentari e ambiti premi: questi gli elementi della kermesse. Direttore della mostra Alberto Barbera, madrina la bellissima Luisa Ranieri. Come di consueto erano già noti i nomi dei vincitori dei due premi: James Franco (Premio Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker 2014), che si presenta al Lido, rasato e tatuato, e Frances McDormand (Persol Tribute to Visionary Talent Award 2014).

Due i principali filoni su cui viaggiano le pellicole. Il primo: le vicende storiche di un’umanità malvagia, raccontate negli stranieri The Cut e The Look of Silence, sul massacro, rispettivamente, di Armeni ed Indonesiani e Good Kill sulla guerra contro i talebani, con Ethan Hawke, protagonista anche di Cymbeline (tratto da Shakespeare) e nelle pellicole italiane Anime Nere di Munzi, Belluscone, una storia siciliana di Maresco e La Trattativa di Sabina Guzzanti.

Secondo tema,  l’introspezione nei meandri del tormentato animo umano, dove l’amore, in tutte le sue sfaccettature, spesso drammatiche e controverse, rimane l’unica ancora di salvezza, come in Burning the Ex, 3 Coeurs, Heaven Knows What e Flapping in the Middle of Nowhere.                                                                                                

Risalta, sia nel cinema internazionale che in quello nostrano, la tendenza alla trasposizione sul grande schermo di testi letterari, quasi ad indicare la crisi della sceneggiatura, incapace, presumibilmente, di “raccontare” i nostri giorni, i conflitti personali e dell’intera umanità.

Ne sono un esempio The Sound and the Fury di Franco, Tsili di Amos Gitai, Hungry Hearts di Costanzo, I Nostri Ragazzi (con Alessandro Gassmann e Giovanna Mezzogiorno) di De Matteo. Protagonisti i grandi scrittori, quindi, da Leopardi in “Il giovane favoloso” di Martone con uno straordinario Elio Germano, a Pasolini (col titolo omonimo) di Abel Ferrara, interpretato da Willem Dafoe (con Riccardo Scamarcio e Valerio Mastandrea) fino a Camilo de Castelo Blanco, autore romantico.

Non è un caso, pertanto, che i protagonisti di più film siano attori in crisi: uno su tutti il personaggio interpretato da Al Pacino, grande mattatore della kermesse, in The Humbling, che racconta la vicenda di un attore di teatro che non riesce più a recitare e che, caduto in depressione, tenta il suicidio. Lo stesso Al Pacino è il protagonista di Maglehorn, in cui interpreta il ruolo drammatico di un fabbricante di chiavi, incapace di “riaprirsi” all’amore dopo una grande delusione.

Tante le star che brillano in due film dal cast straordinario: Micheal Keaton, Edward Norton, Emma Stone e Naomi Watts in Birdman, Owen Wilson e Jennifer Aniston in She’s Funny That Way. Brillano sul red carpet celebrità del calibro di: Uma Thurman, Tim Roth, Isabella Ferrari (protagonista de La Vita Oscena di De Maria), Milla Jovovich, Charlotte Gainsbourg (interprete di 3 Coeurs con Catherine Deneuve e Chiara Mastroianni), Gabriele Salvatores, Viggo Mortensen, Luca Zingaretti e Carlo Verdone che, da giurato del concorso, ironizza sulla sua personale battaglia contro i selfie.

10630616_10204631132807794_8480902978931839252_oVeniamo ai vincitori dei principali premi. Il Leone d’Oro per il miglior film va allo svedese Roy Andersson per A Pigeon Sat on a Banch Reflecting on Existence, Il Leone d’Argento per la miglior regia al russo Andrei Konchalovski per The Postman’s White Nights, mentre Alba Rohrwacher e Adam Driver(assente alla premiazione), interpreti del film di Costanzo, si aggiudicano la Coppa Volpi femminile e maschile. Infine Oppenheimer riceve il Gran Premio della Giuria e la coppia Banietemad-Mostafavi si aggiudica il Premio per la migliore sceneggiatura per Tales. Anche quest’anno la Mostra non delude le aspettative quindi e si conferma tra i più importanti festival cinematografici del mondo, in cui il classico e le novità convivono in un armonioso ed elegante equilibrio, sempre all’insegna della qualità.

Maria Marobbio

 

 

 

 

 

 

 

100 giorni di felicità – parte III^

Per voi…..gli ultimi 40 giorni!

Giorno 61. Che soddisfazione ritrovare un po’ di femminilità dopo giorni di studio intenso….meravigliosa ristrutturazione….capelli ricci, tipici delle mie estati e uno dei miei abiti preferiti, manca solo l’abbronzatura!

10535562_509960322481264_4373677272069298084_oGiorno 62. Sentire chiaramente che in giorni come questo ti interessa molto di più la felicità di chi ami profondamente….e questo pensiero ti dà felicità!

Giorno 63. Si parte. L’entusiasmo di un nuovo viaggio, una nuova avventura, un altro pezzo di vita da respirare, assaporare, mordere. La necessità di staccare la spina dopo un anno impegnativo e difficile. La voglia di sole, mare, risate, spensieratezza! Una coppia collaudata, l’affetto e la sintonia che non possono far altro che crescere. Welcome summer! ….il bagaglio ovviamente è Pink!!!!!

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Giorno 64. Il primo bagno nelle acque cristalline di Cala Tarida, la sensazione ineguagliabile di libertà che solo il mare mi sa regalare. Una serata a San Antonio in cui ti senti straordinariamente felice per la capacità di godere di piccole e semplici cose di fronte a chi sa divertirsi solo bevendo fino allo sfinimento e vivere di eccessi. Il disgusto di fronte all’abbigliamento dei folli che invadono un’isola tanto bella quanto deturpata dal genere umano. Essere originali è davvero un’altra cosa.

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Giorno 65. Una granita rinfrescante mango e guaranà al bar sulla spiaggia, il meglio per la mia passione per i frutti esotici.
Passeggiata attraverso i vicoli del centro storico di Ibiza(Eivissa), perdendosi tra boutique coloratissime, ristorantini, bar e le immancabili sfilate di personaggi tanto bizzarri e sfrontati quanto malinconici. Una gelata cerveza San Miguel e il ricordo che va a “Ramon”……(e mi ritoni in mente, ancora e ancora)

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Giorno 66. Cala Comte. Un luogo dalla bellezza selvaggia e incontaminata. Mare caraibico. Pranzo con terrazza vista mare. Un tramonto mozzafiato. Un’avventura per rientrare in hotel, ringraziando la provvidenza divina!

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