Vademecum per il dolore

Prendi il tuo grande dolore.
Bagnalo con le tue lacrime, lasciale scorrere copiose senza vergogna, senza temere il giudizio.
Impastalo col senso di fallimento e con la delusione.
Aggiungici l’aroma dell’amore che porti nel cuore, quello che credevi-ne eri certa-avrebbe fatto la differenza.
Non lasciare spazio alla rabbia, alle recriminazioni, non ti punire.
Domina le tue paure, sono le tue peggiori nemiche.
Affonda tra le braccia di chi è in grado di sorreggerti, consolarti, amarti, spronarti a tirar fuori la tua parte migliore.
Cerca occasioni per sorridere e non per non pensare.
Respira profondamente e non chiederti il perché.
Non lo capirai oggi, forse nemmeno domani, ma augurati di riuscire a vederlo come l’ennesima parte di un grande progetto per la tua vita.
Infine trasforma il tuo dolore in una preghiera di speranza e presentalo a Dio con la certezza della fedeltà delle sue promesse e dell’intervento della sua provvidenza.

 

Immagine tratta da Weheartit.com

Elogio della lentezza

“Le cose belle sono lente” – Pane e Tulipani

Passeggiare, incrociando lo sguardo degli sconosciuti, immaginarne le storie che si nascondono dietro le loro maschere.
Mangiare le ciliegie e assaporarne il gusto, talora dolcissimo, altre volte un po’ aspro, come la vita.
Nuotare quando il mare è una tavola, sentire l’acqua che ti scivola sulla pelle.
Fare l’amore, con la tenerezza e l’abbandono di chi si fida, di chi riconosce l’odore e si sente a casa.
Accarezzare la pelle di un neonato e aspirarne il profumo di innocenza.
Sorseggiare un caffè, chiacchierando con la tua migliore amica.
Guardare vecchie fotografie e lasciarti assalire da ricordi di istanti preziosi di vita.
Fare colazione in albergo prima di immergerti nei colori di un luogo sconosciuto.
Leggere un libro al caldo, con una tazza di tè fumante e il tuo gatto che ti massaggia la pancia.
Cucinare per il tuo compagno, sperando che avverta la cura e la dedizione che hai impiegato per lui.
Riabbracciare chi avevi perduto ed è ritornato.
Lasciarti andare alla dolcezza anche se sei a pezzi.
Pregare, nel silenzio del tuo cuore.
Dirti che sei ancora viva, che puoi ancora continuare a sperare

(Immagine da Pinterest)

50 anni fa moriva Totò. Cosa ci ha lasciato il “principe della risata”.

Era il 15 Aprile 1967. Nella sua casa romana in Via dei Monti Parioli si spegneva il Principe Antonio de Curtis, in arte Totò. Seguirono non uno ma ben tre funerali, incredibile a dirsi: il primo a Roma, gli altri due a Napoli-uno addirittura a bara vuota-nella sua Napoli, dove un mare di folla gli diede l’ultimo saluto, l’ultimo omaggio, l’ultimo abbraccio. Era amato Totò. Lo era soprattutto dalla gente, meno dalla critica, che imparò ad apprezzarlo, fino a riconoscerne l’inestimabile valore, solo dopo la sua morte. Come succede ai più grandi, a quelli che per la propria superiorità e per un’innata capacità di precorrere i tempi, finiscono spesso e volentieri col non essere capiti, anzi addirittura osteggiati, criticati, sminuiti. Ma ciò che un artista, qualsiasi sia il suo campo, è in grado di trasmettere al pubblico, è proprio quello a fare la differenza, decretandone, in alcuni casi, l’immortalità. E Totò è senza dubbio immortale.

La sua fama è giunta, senza essere scalfita dai segni del tempo, sino ad oggi, sino alla nostra generazione, che lo ama, lo osanna, lo cita, si ciba delle sue massime come pane quotidiano. Sì, possiamo dirlo, siamo cresciuti un po’ tutti a pane e Totò, complice l’onnipresenza dei suoi film, soprattutto negli anni ’80 e ’90, su decine di canali televisivi, tra nazionali e locali. Totò è per la maggioranza dei napoletani-e probabilmente per molti italiani-come uno di famiglia, qualcuno con cui si è cresciuti, che c’è sempre stato, come uno zio o un nonno, con cui si è trascorso il pranzo domenicale, i giorni di festa, che ha reso più speciali i momenti lieti e meno amari quelli dolorosi. Un sorriso, i film di Totò, sono sempre in grado di strapparlo, oggi come ieri. E se da bambini non potevamo essere in grado di coglierne tutto il valore, la poeticità, l’immensa capacità di dipingere ritratti dell’umanità, oggi, da adulti, non possiamo non farlo e ringraziare il passato, che ci ha lasciato in eredità un bene prezioso, da proteggere e trasmettere alle generazioni successive, patrimonio di Napoli, patrimonio d’Italia.

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Circa 100 sono le pellicole che costituiscono la filmografia di Totò, tanti i registi con cui ha lavorato, tra i quali anche i mostri sacri del cinema italiano: Monicelli, Rossellini, Risi, Pasolini, Comencini. Altrettanto numerose le cosiddette “spalle”, gli attori che hanno avuto il privilegio di condividere con lui la scena: Peppino de Filippo, Nino Taranto, Aldo Fabrizi, Macario, Mario Castellani. Tanti, troppi per essere qui ricordati, i titoli indimenticabili: da Miseria e Nobiltà a Un Turco Napoletano, da Totòtruffa 62 a La Banda degli Onesti, da 47 Morto che Parla a Totò a Colori, da I Tartassati a Totò, Peppino e la Malafemmina e ancora, i più intimisti, Totò e Marcellino, Guardie e Ladri, Siamo Uomini o Caporali. Vorremmo citarli tutti perché tutti hanno in sé un lampo di genio, un’espressione facciale indimenticabile, un momento di bellezza, una massima che è passata alla storia ed è entrata nel linguaggio comune. Tra queste: “La serva serve”, “Lei con quegli occhi mi spoglia. Spogliatoio!”, “Badi come parli, sa”, “Sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo”, “È la somma che fa il totale”, “Noio… volevan savoir…l’indiriss”, “Lei dica duca, io dico dica”, “Io sono un uomo tutto d’un pezzo”, “Vota Antonio, vota Antonio, vota Antonio”, “Signori si nasce e io modestamente lo nacqui!”. La lista potrebbe allungarsi a dismisura e ci ritroveremmo a recitare intere scene dei suoi film. Eppure, non solo cinema nella lunghissima carriera di Totò, ma anche e soprattutto teatro e ancora poesia e musica; come dimenticare ad esempio “’A livella”, con i suoi versi celebrativi della morte che appiana ogni umana differenza o “Malafemmena”, la struggente canzone scritta e musicata da Totò nel 1951 in occasione del concorso di Piedigrotta “La Canzonetta”, che fu poi portata al successo da Giacomo Rondinella.

La grandezza di Totò è stata suggellata la scorsa settimana con una laurea ad honorem alla memoria in Discipline dello Spettacolo, conferitagli dall’Università di Napoli Federico II e fortemente voluta da un suo illustre estimatore, Renzo Arbore. Tante sono le iniziative in programma per questa settimana e nei mesi a venire per celebrare i 50 anni dalla sua morte: mostre, incontri, spettacoli televisivi e teatrali, visite guidate attraverso i luoghi della vita del “principe della risata”, uno su tutti, il Rione Sanità, che lo vide nascere il 15 febbraio del 1898 in Via Santa Maria Antesaecula. A Totò sarà dedicata anche una speciale programmazione di Sky Cinema Classics, che per tutta la settimana, proporrà alcuni dei suoi film più famosi e amati dal grande pubblico.

 L’articolo è pubblicato integralmente sulla rivista MYGENERATIONWEB al seguente link:

https://www.mygenerationweb.it/201704123607/articoli/agora/3607-50-anni-fa-moriva-toto-cosa-ci-ha-lasciato-il-principe-della-risata

A tutto GREENERY! Come sfoggiare al meglio il colore Pantone 2017.

È ufficialmente primavera! È tempo di lasciarsi riscaldare dai primi raggi di sole, fare passeggiate all’aria aperta-che sia in un parco cittadino, in campagna o in riva al mare non fa differenza-e godere appieno delle ore di luce che ogni giorno ci regala. È tempo di rifiorire fuori e dentro, aiutate da quello straordinario periodo di rinascita che la natura ogni anno ci dona senza chiedere nulla in cambio. Lasciamo che piumoni, pigiamoni di pile, sciarpe di lana, bevande calde e serate al cinema o davanti alla TV siano un piacevole ricordo e respiriamo a pieni polmoni la tiepida aria primaverile.

“Voglio fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi”. Il vostro ragazzo non vi ha (ancora) dedicato il celebre verso di Pablo Neruda? Nessun problema. Immaginate che ve lo stiano sussurrando il vostro guardaroba, il vostro beauty case e, perché no, anche la vostra casa. È ora di dire addio ai capi pesanti e alle tinte scure-a meno che una serata elegante non richieda un look total black-e lasciarsi ispirare proprio dalla natura che rifiorisce anche nelle scelte in fatto di abbigliamento (accessori compresi si intende!), make up e home decor.

Quale migliore fonte di ispirazione allora se non il colore Pantone 2017? Per chi ancora non lo sapesse si chiama Greenery ed è una tonalità verde-gialla fresca e frizzante che rievoca i primi giorni di primavera, quando le infinite sfumature di verde della natura si risvegliano, si riaccendono e tornano a essere più belle che mai. Tipico delle chiome verdeggianti e delle distese lussureggianti dei paesaggi naturali, Greenery richiama il bisogno di respirare aria pura, riossigenarsi e attingere nuova linfa.

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I nostri consigli:

1. Attenzione a non esagerare. Assolutamente da evitare, a nostro parere, un look total green: il rischio di assumere le sembianze di un albero pronto a fiorire è, in questo caso, dietro l’angolo

2. Sì agli abbinamenti di colore! Pantone, guru mondiale della grafica, viene in nostro soccorso proponendoci gli abbinamenti più corretti, che potete visualizzare qui, ricordandoci che Greenery si abbina perfettamente anche ai colori 2016, Rose Quartz e Serenity. Se volete andare sul sicuro, scegliete il denim. L’effetto è strepitoso! Anche il bianco è decisamente promosso.

3. Scegliete la tonalità di verde più in linea con la vostra carnagione.

4. Osate sì, ma meglio se con un accessorio.

A seguire, le nostre proposte più frizzanti, a tutto Greenery!

Tante idee per l’abbigliamento: dalla camicia Coach al mini dress con gonna a tulipano Oscar De La Renta, dal gilet Michael Kors al maglioncino (per le serate più fresche) Gucci con serpente e farfalla, dal mini dress a maniche corte Emilio Pucci al blazer Miss Selfridge con inserti fiorati, passando per i pantaloni L’Autre Chose e ancora Etro, Kenzo, Ungaro, Fay. E per le più audaci, una proposta Greenery di abito da sposa con tanto di bouquet!

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In fatto di scarpe ce n’è davvero per tutti i gusti! Che siate innamorate, da vere fashioniste, dei vertiginosi tacchi di Manolo Blahnik, Jimmi Choo e Dolce e Gabbana (qui nella versione sandalo gioiello e slingback floreali) o non possiate fare a meno delle comodissime Crocs, non rimarrete deluse. E ancora, sneakers, sandali bassi, sabot e stringate!

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Veniamo all’oggetto del desiderio di molte donne: le borse. Le più fortunate (e facoltose) possono accaparrarsi la versione Greenery della Birkin di Hermès. Per tutte le altre c’è una vesta scelta di modelli: si va dalla sportiva e intramontabile Kipling alla clutch gioiello di Charlotte Olympia, dalle borse a spalla di Salvatore Ferragamo e Valentino ai modelli (hand bag e box bag) proposti da Dolce e Gabbana nella versione Sicily con foglie stampate.

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Un po’ meno ricca la scelta in fatto di accessori, dobbiamo essere onesti! Per restare in tema Greenery vi proponiamo, tra gli altri, l’elegante bikini Parah, gli occhiali da sole Ray-Ban e Chimi, il bracciale Maruti Beads, luminosissimo e decisamente adatto alla primavera!

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Un tocco di verde in varie nuances dà colore anche al make up. Le più coraggiose potranno provare a sfoggiare, meglio se con un po’ di abbronzatura, il rossetto della NYX o il mascara della Clinique per ciglia lunghe e folte come foglie! Per le più “timide” matite per occhi, ombretti (l’abbinamento col giallo, a richiamare i colori del Brasile, è decisamente glamour) e perché no, smalti, di cui vi proponiamo le varianti di butter London, Opi e Collistar.

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Qui le idee sono davvero tantissime per dare un’allure lussureggiante ma allo stesso tempo delicata alle vostre case. Cuscini, poltroncine, bicchieri, complementi d’arredo, oggetti per la cucina: tutto si tinge di Greenery. Assolutamente imperdibile la MUG di Pantone con tanto di chip drive.

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 Che altro dire? Buona primavera e buon Greenery a tutte!

L’articolo è pubblicato integralmente sulla rivista MYGENERATIONWEB al seguente link:

https://www.mygenerationweb.it/201704023599/articoli/agora/al-femminile/3599-a-tutto-greenery-come-sfoggiare-al-meglio-il-colore-pantone-2017

Cinema.’Julieta’. Il dolore di una madre nel nuovo film di Almodòvar

Ancora una volta è una donna la figura centrale su cui Almodòvar intesse la ragnatela di emozioni umane che costituiscono il cuore pulsante del suo nuovo film, Julieta. Il regista spagnolo torna dietro la macchina da presa a distanza di tre anni dalla esuberante commedia, non proprio riuscita, “Gli amanti passeggeri”, allontanandosi dagli eccessi che hanno caratterizzato gran parte della sua carriera artistica per guardare alla realtà con maggiore equilibrio e semplicità, realizzando un film essenziale, drammaticamente vero ed intenso, che mette a nudo, lasciandolo disarmato, l’animo umano.

Julieta vive a Madrid ed è in procinto di trasferirsi con il suo compagno, Lorenzo, in Portogallo e dare così una svolta radicale alla sua vita, coltivando l’illusione di liberarsi per sempre dal fantasma della figlia, Antía, scomparsa senza apparenti ragioni 13 lunghi anni prima. Il precario equilibrio della donna crolla in mille pezzi quando, incontrata per caso la migliore amica di sua figlia, viene a conoscenza che quest’ultima vive sul Lago di Como e ha tre bambini. Il passato si riaffaccia così, prepotentemente, alla vita di Julieta, che non può fare altro che immergersi nel suo dolore di madre irrimediabilmente lacerata nel profondo, cercando di ricomporre una volta per tutte i tasselli della sua vita e affrontare il lutto che porta nel cuore.

Lo fa rinunciando a lasciare la città, che la lega visceralmente alla figlia, e trasferendosi in quella che, si apprenderà, era stata la loro casa. Il silenzio, le pareti spoglie, una scrivania sono tutto quello che serve a Julieta per scrivere idealmente ad Antía una lettera, senza pudori e senza reticenze, per rimettersi in contatto con il proprio, drammatico, vissuto. Julieta ripercorre nel racconto alla figlia le sue vicende personali, l’incontro in treno con Xoan (Daniel Grao), il padre di Antía, e il loro rapporto passionale che l’aveva spinta, giovanissima, a lasciare il suo gratificante lavoro da insegnante di letteratura, per trasferirsi in una piccola località di mare, dove l’intrigante amante faceva il pescatore e dedicarsi a lui e alla bimba nata dalla relazione.

La scoperta di un tradimento segna per sempre, con risvolti più che drammatici, la loro vita familiare, riaccendendo ed amplificando lontani sensi di colpa che finiranno per disintegrare la vita di quella che era stata una ragazza luminosa e desiderosa di felicità. Gli stessi sensi di colpa che, come una sorta di virus, Julieta trasferirà inconsapevolmente alla piccola Antía che, diventata maggiorenne, andrà via di casa senza lasciare alcuna traccia di sé. Solo il dolore della ragazza, ormai diventata donna, libererà Julieta dal suo incubo.

Almodòvar, ancora una volta, ma non in modo ripetitivo, rivela un’innata capacità di guardare l’umanità attraverso il suo personale e sensibile caleidoscopio, restituendo allo spettatore il senso della molteplicità dei sentimenti che agitano le vite, ciascuna intrisa della propria storia, in cui i dolori  e le esperienze si cementano fino a diventare il motore del presente. È il vivere esperienze altrettanto dolorose che costituisce l’occasione per immedesimarsi nelle fragilità altrui e guardare ad esse con sguardo più umano e scevro dal giudizio. È il mondo femminile, tanto caro al regista spagnolo e in particolare la figura di Julieta, donna e madre, ad essere protagonista delle trama, a veicolare il contenuto e a scandire i tempi della pellicola. Si alternano nel ruolo di Julieta, giovane e ormai matura, due attrici, rispettivamente Adriana Ugarte ed Emma Suárez, entrambe intense nell’interpretazione.

È Antía, adolescente, che frizionando i capelli della madre e sollevando dal suo capo l’asciugamano, segna il passaggio di testimone dall’una all’altra, come emblema del dolore, che di colpo appesantisce la vita e la trasforma. La pellicola stenta a decollare, incerta com’è nella parte iniziale, restituendo allo spettatore la sensazione di non comprendere in che direzione si stia procedendo, ma a nostro avviso è la scelta del regista di trasmettere lo stesso disorientamento che anima Julieta nella parte iniziale del film. Progressivamente, con lo svilupparsi della trama e il chiarirsi della vicenda e del passato della protagonista, la pellicola acquisisce forza e corposità avviluppando lo spettatore, cui non resta altra scelta che vivere insieme a Julieta la sua storia.

L’articolo è integralmente pubblicato on line sulla rivista Napoleggiamo al seguente link: http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=22328

Certe notti

Certe notti (ma non quelle alla Ligabue) hai il bisogno di raccogliere i pensieri e provare a farne parole. Schiarirti le idee su chi sei e come stai vivendo la tua vita. Farti domande e provare a darti delle risposte. Lo devi a te stessa e ai tuoi sacrifici per essere diventata oggi quello che sei. 

Certe notti hai bisogno di silenzio e di raccoglimento, di startene col tuo cuore fra le mani e sentirlo un po’ più pesante del solito. Di capire quanto ancora sia lunga la strada per amarti davvero, quante curve e quante salite devi ancora affrontare e di quanti sorrisi dovrai armarti per sentire le lacrime un po’ meno amare. 


Certe notti sono l’occasione per ripartire ancora una volta, più forte nella consapevolezza delle tue fragilità, col desiderio di riprendere a sognare in grande perché tra sopravvivere e vivere c’è un abisso e se decidi di vivere devi farlo al meglio delle tue possibilità.


Certe notti fai un viaggio dentro di te e non puoi fare a meno di guardarti con verità e chiederti cosa ti stia rendendo felice e quali sono invece le cose che devi lasciar andare, costi quel che costi. 


Ci sono notti così, un po’ tristi e un po’ speciali.

Sono le notti che rivelano i segreti dell’anima.

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Sogni femminili mostruosamente proibiti(vi): la Birkin Bag

Nel precedente articolo di Lunedì abbiamo appurato che le borse sono le migliori amiche-non umane-di una donna. Ora, non venite a raccontarmi che le amiche sono tutte uguali! Ecco, allora come potrebbero esserlo le borse? Del resto, mica Marilyn quando diceva che “Diamonds are a girl’s best friend” parlava di bijoux! Signore mie, parlava di DIAMANTI, non so se mi spiego.

Bene, io desidero parlarvi oggi di una borsa che è un gioiello, una borsa con la b maiuscola. Non è una Chanel né una Louis Vuitton, con tutto il rispetto per queste ed altre famose maison, che sono veri e propri mostri sacri della moda.

Oggi vi parlo di sua maestà la BIRKIN BAG di Hermès, la borsa delle borse, la più amata, la più sognata. Immortale, inimitabile, iconica, vero e proprio oggetto del desiderio femminile (quel desiderio mostruosamente PROIBITIVO del titolo) sin dagli anni ‘80, quando fu disegnata da Jean Louis Dumas, direttore artistico di Hermès (lo è stato per 28 anni, fino alla sua morte nel 2010).

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Se si chiama Birkin un motivo c’è. Sì, lo so, suona un po’ come il segreto di Pulcinella. Lo sanno più o meno tutti che la più famosa It Bag (non sapete perché viene definita It Bag? Don’t worry, lo scoprirete in uno dei prossimi articoli!) prende il nome da Jane Birkin, attrice e cantante britannica che ha mosso i primi passi nel mondo dello spettacolo nella Swinging London per poi affermarsi soprattutto in Francia. Si narra che il papà della Birkin e la bella Jane si incontrarono su un volo Parigi-New York, nel corso del quale l’attrice si lamentò con Mr Hermès di non aver ancora trovato una borsa che rispondesse in pieno alle sue esigenze di donna che voleva coniugare praticità, femminilità e stile. Zac, detto fatto. Non fosse mai detto che Hermès non era in grado di esaudire i desideri di una donna. La bacchetta magica-e che bacchetta-di Dumas creò l’opera d’arte. Perché di un’opera d’arte si tratta, rimanendo confinati al mondo della moda, ovviamente. La sezione Arte di MYGENERATION potrebbe querelarmi! Che poi, a dirla tutta, la musa ispiratrice si è recentemente schierata contro Hermès (patricidio!) chiedendo di ritirare il suo nome dalla regina delle borse a causa della crudele pratica con cui vengono uccisi i coccodrilli per ricavarne la pregiata pelle che viene utilizzata per realizzare una delle Birkin più desiderate e, manco a dirlo, costose (chissà perché!). Brava, Jane, siamo con te!

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Se la capricciosa Jane Birkin ha ispirato l’omonima borsa oggetto del nostro articolo, l’elegantissima Grace Kelly (sì, proprio lei, la Principessa di Monaco) è stata la dea che ha dato il nome nel 1956 alla Kelly, la sorella maggiore della Birkin, nata in casa Hermès, nel lontano 1935. Entrambe hanno una forma trapezoidale ma se la Kelly è per antonomasia la borsa piccola ed alta con un singolo manico, simbolo indiscusso di uno stile sobrio ed elegante, la Birkin ha un’apertura più pratica ed agevole, ha doppi manici e si presta meglio ad adattarsi ad un look casual.

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E i costi? Veniamo al tasto dolente: il prezzo. Quando si dice svenarsi o farsi un buco in petto (in napoletano!)…..Ecco, queste espressioni rendono bene il concetto. Si stima che il costo di una Birkin (è chiaro che non ho alcuna esperienza personale, al massimo posso rivelarvi i prezzi delle borse Carpisa) vada da 6000 a più di 120000 euro. Non ho sbagliato a scrivere gli zeri, giuro! I prezzi sono veramente da capogiro. Ovviamente il prezzo oscilla in funzione del tipo di pelle: è chiaro che se la pelle è quella del povero coccodrillo di cui sopra il costo diventa esorbitante. C’è da dire, per onor del vero, che la manifattura richiede tempi e tecniche di lavorazione altamente dispendiosi, per cui mi duole ammettere che il costo esorbitante è in qualche modo giustificato. A questo punto la domanda sorge spontanea (citazione per le più anziane): chi può permettersi di sostenere una spesa simile per una borsa? Noi povere studentesse o lavoratrici in questi tempi di crisi sicuramente no. Tra le più accanite fan della Birkin, molto strano a dirsi, un bel po’ di celebrities o presunte tali: da Victoria Adams/Posh Spice/Lady Beckam alle immancabili sorelle Kardashian (quando non si parla di loro?), da Lady Gaga a Beyoncé, da Eva Longoria a Cindy Crawford e ancora Sharon Stone ed Elizabeth Hurley.

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Tutte donne. Normale, no? Parliamo di borse! E invece no, qui sta la sorpresa! Le Birkin sono approdate nell’universo maschile con modelli appositamente pensati per Lui. Praticamente, come può una donna a diventare sterile con il solo potere della vista! Sarò all’antica ma l’uomo con la borsa, come quello depilato, con i risvoltini dei pantaloni alle caviglie e le sopracciglia più curate delle mie (ammetto che non ci voglia molto), per carità, no! Preferirei rimanere single a vita.

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A noi piacciono gli uomini che le borse le regalano alle loro fidanzate, mogli, compagne (no, alle amanti no!), che siano o meno una Birkin. Certo, comprare la regina Hermès è un affare. Pare più redditizio e sicuro dell’oro. Sono impazzita? Assolutamente no. Uno studio condotto dal sito americano Baghunter, e riportato da “The Independent” ha fatto emergere una stramba verità, a quanto pare. Mentre dagli anni ’80 l’oro ha subito un decremento di valore pari allo 0.5 % annuo nel mercato statunitense, il valore della Birkin è salito del 14% circa. Ah, che bello sarebbe un mondo in cui nei quiz televisivi non si regalassero più gettoni d’oro ma Birkin!

Insomma, il paragone con la famosa frase di Marilyn sta proprio come il cacio sui maccheroni: Una Birkin è per sempre, altro che diamante! E guardate qui che scelta, ce n’è davvero per tutti i gusti. No, per tutte le tasche proprio no! Ma almeno rifacciamoci gli occhi con questi modelli che ho scelto per voi, ci sono anche quelli in coccodrillo, non me ne vogliate.

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L’articolo è pubblicato on line sulla rivista MYGENERATIONWEB al seguente link: https://www.mygenerationweb.it/201605203109/articoli/agora/al-femminile/3109-sogni-femminili-mostruosamente-proibiti-vi-la-birkin-bag

Una giornata speciale

Oggi è una giornata speciale. Oggi mi sento felice. Non c’è un motivo in particolare, nessun successo, nessuna grande novità, nessun evento da festeggiare, viaggio in programma (anche se, mioddio, quanto ci vorrebbe!) o vincita milionaria (certo, non mi dispiacerebbe in tutta onestà!).

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Oggi tutto ha un sapore diverso. I raggi di un sole caldo sulla pelle, dopo il freddo di ieri sera, mi hanno caricato d’entusiasmo e mi hanno riconciliato con la vita. Stamattina, andando a lavoro (sì, sono felice di aver lavorato anche di sabato mentre mezza città era a godersi mare e sole), rigorosamente a piedi come da molti giorni a questa parte, ho fatto un incontro che mi ha riempito il cuore di gioia. Una bambina, indiana credo. Grandi occhi dolcissimi ed intensi, un sorriso genuino come solo quello di un bambino può essere, una felicità da conquistare il mondo, un abito rosa pesco che nemmeno una principessa, che risaltava la pelle scura. Le ho sorriso, mi ha sorriso, così come il suo papà, così orgoglioso della sua creatura. “Sei bella come una principessa”, le ho detto. Mi ha sorriso ancora più forte. Una meraviglia.

Ho ripensato a due anni fa. Lo sfacelo più assoluto. Un cuore frantumato in mille pezzi, da troppo tempo sanguinante, incastrato in una storia-non storia che non riuscivo a dimenticare. La mia vita da studentessa allo sbaraglio, senza più forza, senza più motivazioni, col mio lutto personale alle porte da elaborare per la scelta più sbagliata che abbia mai fatto e che mi aveva condannato per anni alla frustrazione e all’infelicità. La salute ormai compromessa di mio padre, sopravvissuto per miracolo. L’inquietudine continua, il peso della solitudine, il disagio in qualsiasi posto o situazione in cui mi trovassi, il miraggio di un’autonomia. Il miraggio della felicità. Porte chiuse in faccia, delusioni, castelli di sabbia che mano a mano venivano giù al primo soffio di vento, all’infrangersi della prima onda. Agosto. Il vuoto pneumatico, la desolazione, l’incubo dell’ennesimo settembre. Era linfa per la nascita di questo blog, così piccolo, così intimo eppure così prezioso. Di lì il potere catartico della scrittura come balsamo che ha contribuito a riparare tutte le mie ferite.

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Come non potrei oggi essere felice? Quanto sarei disgustosamente ingrata alla vita se non lo fossi? Il passato ormai sepolto-ma metabolizzato-nel passato. La certezza che per vivere serenamente la vita una sola cosa è da tenere sempre ben in mente. “Le cose vecchie sono  passate, ecco, ne sono nate di nuove“. San Paolo, Seconda Lettera ai Corinzi. 2000 anni fa. Vera allora come oggi e per sempre. Il mio mantra, la mia luce. Oggi è l’abbraccio forte di Dio che mi protegge e mi consola. Sono tutte le forze e i sacrifici che impiego nel mio lavoro, un’attività messa su con tenacia, che mi danno il senso dei giorni, prima terribilmente vuoti. Guardo indietro. Alle giornate, le ore, i minuti persi di una vita che non torna e che ho sprecato, sicuramente negli anni migliori. Ma nulla in fondo è perso, tutto è da recuperare. Con un sapore nuovo. Quello del senso della possibilità e della gratitudine. Per ogni istante, felice o triste, per la presenza della mia famiglia che, tra sostegno e incomprensioni, è un piccolo grande miracolo e sempre una certezza.

È arrivato anche l’amore. Ormai da un anno. Lo amo, mi ama. È presente e non c’è nulla ora per me che valga di più della presenza. Ci siamo, ci siamo sempre. Senza se e senza ma. Con le nostre profonde e continue differenze, ma ci siamo e non ci risparmiamo l’uno per l’altro. Credo che l’amore sia questo. Il resto, le parole scivolano via, lasciando nient’altro che il vuoto. Le amiche, quelle vere, le conto sulle dita di una mano. Ma si sa, un amico è un dono prezioso e per questo raro. Ho imparato a non darmi a chi capita. A non condividere i miei pensieri più intimi con chi non sa che farsene. Apprezzo piccoli momenti di confidenze e di sincerità, la confusione del mondo intorno non mi interessa. Non fa più per me. È acqua passata. Per fortuna. E poi coltivo il mio sogno nel cassetto. Continuare a sognare fa parte della bimba che sarà presente in me, ormai donna a tutti gli effetti e non solo per la veneranda età di 34 anni. Sì, cominciano a chiamarmi, signora. I segni di questi anni difficili li porto tutti addosso, per fortuna non la cellulite. Il mio sogno dicevo…..scrivere. Il traguardo del tesserino da giornalista pubblicista è ormai alle porte e sì, sono fiera di me per tutto il lavoro svolto con passione e onestà. E chissà che in futuro la vita non mi riservi qualche bella sorpresa……

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Tutto perfetto direte, ogni tassello al suo posto. Sapeste quanto dolore ci è voluto per arrivare fino a qui! Dieci anni e più di inferno. E non sono esagerata. Chi meglio di me conosce la mia storia? Uno solo, ma non è di questo mondo…..Comunque no, non è tutto perfetto. I problemi ci sono, le difficoltà sono tante, economiche soprattutto….aprire una propria attività con uno Stato che ti falcia appena possibile non è facile, per nulla. Tanti sacrifici, tante rinunce. Ma ve bene così. Sono cambiati i miei occhi, è cambiato il mio modo di guardare il mondo. Sono pronta ad accettare nel bene e nel male la mia vita per quella che è, perché è questa la realtà che sono chiamata a vivere. Ci saranno tanti giorni di tempesta, ora mi godo un po’ di sereno. Me lo merito, questo è certo.

Ho smesso di guardare la mia vita come fossi affacciata ad una finestra, ho smesso di farmi trascinare via dalla corrente. Non voglio fare il marinaio. Scelgo di essere il timoniere.

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La pazza gioia, il nuovo, poetico film di Paolo Virzì

Paolo Virzì torna dietro la macchina da presa a due anni di distanza dal successo de Il Capitale Umano (che ha sfiorato la candidatura all’Oscar nel 2015 nella sezione miglior film straniero) realizzando un film poetico, La Pazza Gioia, nelle sale cinematografiche da ieri, 17 maggio. Il regista livornese, che ha scritto la sceneggiatura a quattro mani con Francesca Archibugi, decide per questo suo nuovo lavoro di trattare il delicatissimo argomento della malattia mentale, riuscendo a farlo con un tocco dolce e malinconico, senza pietismi ma con uno sguardo attento, critico e realistico, evidenziando lucidamente gioie e dolori (soprattutto) di persone affette da disturbi psichiatrici. Al centro quindi la malattia mentale che, come ogni altra malattia o forse ancor di più, accomuna tutti coloro che ne sono affetti e nel caso specifico del film donne di diversa estrazione sociale ed età, con differenti storie alle spalle, con il comune denominatore della fragilità, della solitudine e del difficile inserimento nella società.

Protagoniste della storia, che si svolge in Toscana, nei luoghi cari a Virzì, Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella (Micaela Ramazzotti). Le due donne si incontrano in una comunità terapeutica, Villa Biondi, presso la quale sono in custodia giudiziaria in quanto ritenute socialmente pericolose per i loro trascorsi personali. Sono estremamente diverse ma trovano nella loro diversità l’occasione di stringere un rapporto sempre più autentico e commovente, che andrà progressivamente fortificandosi nel corso della storia e che le renderà reciprocamente indispensabili.

Beatrice è una donna più matura, logorroica ed istrionica, a tratti delirante; inventa storie, trasforma la realtà a suo piacimento, fuma nervosamente. Avvezza ad un elevato tenore di vita, non rinuncia pur nella sua condizione a soddisfare la sua vanità e a ricercare momenti di bellezza. L’arrivo in comunità di Donatella non la lascia indifferente. Emaciata, taciturna e col corpo rivestito di tatuaggi, Donatella porta con sé un grande dolore, la separazione dal proprio bambino, e una tristezza sconfinata nello sguardo; unica compagnia una torcia e le note di Senza Fine (Gino Paoli), il solo legame con un padre assente e che accompagnano l’intero film.

Dopo un’iniziale ritrosia della giovanissima e introversa ragazza, tra le due nasce un legame che le donne vivranno intensamente e follemente durante una fuga, tra cene non pagate, ricerca disperata di denaro e abuso di psicofarmaci. Si danno alla pazza gioia per cercare quella felicità che non hanno mai vissuto e lo fanno al di fuori dalla comunità, nel mondo dei “normali”, accorgendosi a loro spese che lì non c’è posto per loro, troppo fragili per sopravvivere senza essere calpestate. L’amicizia tra le donne porterà a galla le loro storie, i loro fallimenti, rapporti familiari distrutti, amori malati, soprusi ed abbandoni, ma permetterà anche a Donatella di rivedere il suo bambino, Elia, e di riscoprirsi entrambe meritevoli di affetto, protezione e soprattutto rispetto.

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La Pazza Gioia, sulla linea de La Prima Cosa Bella, sa essere allo stesso tempo un film straordinariamente lieve e terribilmente duro perché, a nostro avviso, esplora la realtà con le sue brutalità e i suoi momenti di indescrivibile bellezza, rinchiusi che siano in un abbraccio, in un’offerta di aiuto, in una birra fredda o nel contatto silenzioso con il mare. Nel film di Virzì si respira la vita, con le sue lacrime e i suoi sorrisi, con rapporti irrimediabilmente finiti e quelli pronti a nascere. Doloroso ed eccezionalmente umano lo sfondo, quello della comunità terapeutica. Da un lato ci sono le pazienti, donne diverse, ciascuna con il proprio disturbo, costrette a condividere nel proprio dolore la vita, diventando volente o nolente una famiglia. Dall’altro gli operatori sanitari, veri e propri angeli custodi, uomini e donne che non si risparmiano per prendersi cura delle loro pazienti.

In pochi giorni, quelli del tempo della storia e in due ore circa di film, Virzì ha il merito di concentrare i tratti salienti dell’umanità, lasciando allo spettatore un messaggio in fondo positivo, un messaggio di speranza: se, in un modo o nell’altro, ci si spende per gli altri, si vivono rapporti autentici scevri da interessi, respirare un po’ di felicità non è poi così un’utopia. Colonne del film, le due protagoniste,  Valeria Bruni Tedeschi (Il Capitale Umano) e Micaela Ramazzotti (La Prima Cosa Bella), impegnate nella “gestione” di due ruoli tutt’altro che scontati, artefici di un’interpretazione intensa, toccante e straordinariamente naturale. Non avremmo potuto chiedere di più a La Pazza Gioia, un film cha fa incredibilmente bene in questo momento al cinema italiano, né a Virzì che si conferma sempre di più garanzia di qualità, scrivendo un’altra bella pagina della sua carriera cinematografica.

L’articolo è pubblicato integralmente sulla rivista “Napoleggiamo” al seguente link: http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=22033

Bags are a girl’s best friend

Se negli anni ’50 Marilyn Monroe cantava Diamonds are a girl’s best friend, oggi possiamo dire senza grandi dubbi che le migliori amiche di una donna siano essenzialmente due: borse e scarpe. Non che i gioielli non ci piacciano più, sia chiaro, quelli sono sempre i benvenuti, ma nei nostri desideri gli accessori per eccellenza sono diventati con il passare del tempo sempre più la nostra passione. Borse e scarpe, essenziali per creare outfit perfetti, riempiono sempre di più i nostri armadi e svuotano contemporaneamente portafogli e carte di credito. Dalle vetrine richiamano l’attenzione delle addicted di turno seducendole irrimediabilmente: una moderna forma del canto delle sirene che avvolse nelle profondità del mare gli sfortunati compagni di Ulisse. Io ho sviluppato la mia personalissima tecnica: non guardare. Per ora sono viva!

Delle scarpe parleremo poi. Oggi è il turno delle borse, compagne fedeli e discrete, custodi di segreti, vere e proprie appendici del nostro corpo, da cui non osiamo quasi mai separarci, che siamo al lavoro, all’università, ad una festa, in discoteca e persino in chiesa. Ancore di salvezza in momenti di imbarazzo. E quante volte vi è capitato di andare al bagno protette dalle vostre borse, con la scusa di mettere su un po’ di phard solo per lasciar scorrere qualche lacrima? Giuro, non volevo intristirvi ma sono pur sempre frammenti della nostra vita e in bagno senza borsa non si va!

 Le nostre borse….micro mondi misteriosi in cui portiamo con noi oggetti indispensabili (proprio tutti?) alla sopravvivenza nella giungla della quotidianità, con le sue giornate interminabili, i repentini cambi climatici e le molteplici situazioni alle quali essere all’altezza (mamma mia, che ansia!). Portafogli, chiavi (di casa, dell’auto, del motorino), smartphone, fazzoletti (per le più organizzate e previdenti). Poveri illusi-mi rivolgo ai maschietti-pensate che sia finita qui? E vai con: tampax, make up e salviettine struccanti (non vuoi farla una ritoccatina al trucco in ben 12 ore?!), ombrello, penne, agendina, chewingum e caramelle, sigarette (per le maledette fumatrici come me!), portafortuna e qualsivoglia altra forma di cianfrusaglia utile a generare caos e a fare peso tra cerniere, tasche e taschini saggiamente celati. Ovviamente nessuno di questi oggetti sarà scovato in tempi umani all’occorrenza, piuttosto risulterà come dematerializzato manco il mago Silvan (ve lo ricordate, vero?) l’avesse spostato col pensiero. Se vieni messa sotto pressione poi, è la fine. “Mi fai accendere per favore?” E scatta immediato il panico, perché l’accendino, stai certa, non lo troverai mai!

Se il rapporto di una donna con la propria borsa è di amore/odio, quello dell’uomo con la borsa della partner o di una semplice amica (attenzione, qui sono tutte amiche….diffidate sempre!) è di profonda soggezione mista a ossequioso rispetto. Divieto ASSOLUTO di accesso, a meno di differenti ed esplicite indicazioni. Tipicamente nell’immaginario di un uomo ogni nostra borsa è la versione in miniatura della ben più famosa borsa di Mary Poppins. Siate sincere, suvvia! Quante volte vi hanno fatto notare la somiglianza? A me, parecchie!

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Come ogni cosa anche la borsa ha una sua storia. Se i primi modelli rudimentali di borse compaiono nella lontanissima preistoria, epoca in cui per ovvie ragioni erano appannaggio esclusivo degli uomini, che le utilizzavano per trasportare utensili durante la caccia, è dal Medioevo che compaiono modelli più simili a quelli attuali. Con il Rinascimento e la maggiore diffusione di pellami e materiali preziosi la borsa inizia ad acquisire la sua natura di oggetto non solo utile ma anche di moda e il connubio vero e proprio tra le borse e le donne si stabilisce definitivamente tra l’Ottocento e il Novecento, secoli in cui si afferma progressivamente l’autonomia della donna che vede profondamente mutare le sue esigenze di vita. La borsa a quel punto diventa indispensabile. Sono gli anni in cui le più grandi maison di moda si dedicano all’affascinante universo della borsa, realizzando nel tempo modelli diventati delle vere e proprie icone. Coco Chanel vi dice niente?

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Volete approfondire la storia della borsa (ve lo consiglio, le mie parole sono solo una goccia nell’oceano)? Non vi resta altro da fare che godervi una bella visita al Museo della Borsa di Amsterdam, il Tassen Museum Hendrikje o Museum of Bags and Purses. Nell’attesa di un week end nella capitale olandese, tra mulini e tulipani, eccovi il link relativo al Museo

http://tassenmuseum.nl/http://tassenmuseum.nl/.

 Oggi la borsa è per antonomasia simbolo di indipendenza per una donna, ma allo stesso tempo non ha perso, anzi ha rafforzato, il suo valore seduttivo e di indispensabile completamento del look. Sobrie ed eleganti, stravaganti ed eccessive, casual e sportive, da giorno, da sera, piccole, medie e grandi e capienti, invernali o estive, di borse ne esistono davvero per tutti i gusti e per tutte le esigenze. Di ogni materiale e di ogni colore, tinta unita o multicolor, rivestite di borchie, piume, pailletes e chi più ne pensa più ne realizza. A tracolla, con  i manici, cartelle, shopping bag, bauletti, pochette, clutch, buste, ognuno di questi modelli ha la sua ragione di esistere, soprattutto nei nostri armadi, dove le custodiamo gelosamente.

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Per cui, signori uomini, non continuate a chiederci il motivo per cui ne accumuliamo tante, quando possiamo permettercelo, si intende! L’avere una o più borse non riduce in noi il desiderio, che magari rimane irrealizzato, di comprarne un’altra. Ne individueremo sempre una che ci piace e di cui pensiamo di non poter proprio farne a meno, ci sarà sempre un dettaglio che non ci lascerà indifferenti, un colore che si abbinerà perfettamente ad un abito nuovo di zecca, una forma che manca nella nostra collezione. Quella borsa che diventerà semplicemente una compagna inseparabile delle nostre, spesso terrificanti, giornate. Quella borsa da cui spunterà un ombrello mentre a voi non rimarrà altra scelta che inzupparvi di pioggia! Che poi una borsa sia uno dei regali con cui difficilmente ci vedrete deluse scartando la confezione, quella è storia ben più che nota.

 Non mi resta che lasciarvi con un’anticipazione sul prossimo articolo. Parleremo della borsa con la B maiuscola. Shhhhh, se avete capito di CHI sto parlando, mantenete il segreto, in fondo dovete aspettare solo fino a Venerdì!

L’articolo è pubblicato on line sulla rivista #MYGENERATIONWEB al seguente indirizzo: https://www.mygenerationweb.it/201605163103/articoli/agora/al-femminile/3103-bags-are-a-girls-best-friend