Caro Primo Maggio…

Caro Primo Maggio,

ti scrivo come fossi un caro amico che non sento da un po’ per raccontarti di me, per condividere con te le mie impressioni su questo strano periodo che sto vivendo, che stiamo vivendo. Tutti. Ci sentiamo fragili e impauriti, stiamo acquisendo la consapevolezza che tutte le certezze su cui pensavamo di poter contare per andare avanti nella nostra vita, in realtà sono molto spesso solo il frutto del nostro disperato  – e più che umanamente comprensibile – tentativo di assicurarci stabilità, controllo, pianificazione. Abbiamo avuto tutti una doccia fredda. Ci siamo ritrovati tutti di fronte all’evidenza che molto poco – o comunque molto meno di quanto speravamo – dipende da noi, dalle nostre capacità, dalle nostre forze. Che restano però, allo stesso tempo, un’inestimabile ricchezza, la nostra forza motrice. Ci sono molti eventi, senza dubbio straordinari, che possono far crollare ogni nostro castello di sabbia, tanto sotto un leggero soffio di vento, quanto di un’onda impetuosa, non fa differenza. Il castello vien giù in un attimo che è una bellezza. Questa volta la parte del cattivo la recita un nemico invisibile, un virus così piccolo eppure così infido da aver messo sotto scacco l’intero pianeta. Altre volte è il turno di una catastrofe naturale, di un abbandono, di una malattia che si abbatte nella nostra vita, di un licenziamento. Il denominatore è comune: l’imponderabile, l’imprevedibile. Che ci travolge con tutta la sua forza inarrestabile e  la sua scia di domande. Senza risposta. Perché? Perché proprio a me? Perché proprio ora? E come farò adesso? Come mi rialzerò? Quale futuro mi aspetta? Ma un futuro riuscirò a vederlo?

Ecco, come tante volte ho letto e ascoltato in questo periodo, “siamo tutti sulla stessa barca”. È indubbiamente vero. Ma in questa barca c’è sicuramente chi corre qualche rischio in più di affogare, di perdere la speranza, di soccombere. In quanto è più fragile. Penso a chi già viveva una situazione di malattia, fisica o psicologica (perché della malattia mentale si parla sempre e ancora troppo poco, come fosse una malattia di serie B; di cancro si muore, certo, ma si muore anche di altri disturbi, soprattutto in questo periodo). Penso ai bambini affetti da disabilità – con un mondo interiore spesso  inaccessibile e a contatto con un mondo esterno pieno di limiti – alle loro famiglie, stanche. Stanche di lottare, ogni singolo giorno, da sempre.

Oggi, caro primo maggio, penso ai lavoratori, o meglio a chi un lavoro non ce l’ha. A chi l’ha perso, a chi rischia di perderlo, a chi non ha un guadagno “sicuro”, ai tanti precari, ai tanti lavoratori “a nero”, a chi un contratto lo sogna o a chi non ha mai avuto il privilegio di firmarlo, a chi si sente, ingiustamente, uno scarto della società, inutile. Da buttare via. Che non c’è sensazione peggiore da provare per qualsiasi essere umano. A chi aveva avviato da poco un’attività imprenditoriale, avendo magari realizzato il sogno di una vita e ora si ritrova a un passo dal fallimento, subito, ancor prima di iniziare. Penso ai tanti che sul luogo di lavoro perdono la vita, per la negligenza di chi dovrebbe tutelarli e invece li tratta alla stregua di schiavi, di carne da macello. Penso a tutti coloro che sono sfruttati, che sono maltrattati, che non sono garantiti in alcun modo, a chi non può permettersi neppure di ammalarsi, a chi non ha diritto al riposo o alle ferie, a chi si sente ripetere con superficialità e strafottenza “non posso assumerti” dalle stesse persone che possiedono case, auto, barche, che vestono griffato da capo a piedi. Penso a chi ha dovuto chiudere i propri sogni in un cassetto dopo anni di studi e sacrifici, perché nel nostro Belpaese non trova spazio, perché c’è sempre qualcuno più furbo o con più “conoscenze” che lo scavalca, e si è dovuto accontentare di un lavoro non commisurato alle proprie competenze e alle proprie aspirazioni, ma che con tutta la dignità possibile, fa il suo dovere ogni giorno. E magari anche col sorriso sulle labbra, perché in fin dei conti ogni lavoro, se fatto onestamente, è dignitoso.

Penso a tutte le donne che sul lavoro, ancora oggi, non godono di pari diritti, riconoscimento e retribuzione rispetto ai colleghi uomini, a quante, solo perché donne sono ancora discriminate, a quante si trovano costrette a scegliere tra la cosiddetta carriera – o anche il più umile dei lavori – e una famiglia, a quante per le quali, lavorando, la maternità non è concessa, strappando al mondo la benedizione di nuove vite. E ancora alle donne discriminate per il loro aspetto, perché se sei “bruttina” a certi impieghi non puoi ambire, ma se invece sei molto più che gradevole allo sguardo, rischi di essere vittima di abuso. Che poi, in realtà, vittime di “attenzioni” morbose, ahimè, possono esserlo tutte, solo per il fatto di avere due cromosomi X. Penso a chi arriva nel nostro paese o in qualsiasi altro paese industrializzato, attirato con la speranza di un lavoro e di nuove pagine di vita da scrivere, che viene ricompensato dei suoi sacrifici con la trappola della prevaricazione e della violenza.

Lo sfruttamento del lavoro, lo sfruttamento dei lavoratori è una pagina dolorosa della nostra storia, lo è ancora troppo dei nostri giorni. Non è solo una piaga sociale, un’ingiustizia, un motivo per continuare a lottare, per alzare la propria voce affinché qualcuno ancora disposto ad ascoltare pensi a delle risposte concrete da mettere in atto. Non è solo un reato, che troppo spesso rimane impunito. È un peccato, un peccato mortale. Perché chi sfrutta il lavoro degli altri, in ogni forma possibile, ruba. Ruba la dignità dell’essere umano, ruba i suoi sogni, la sua possibilità di vivere onestamente, di concretizzare nel lavoro la vocazione della propria vita, ruba la salute, fisica e mentale, ruba la possibilità di riscattarsi dagli errori del passato, ruba quello che per tanti, come me, è un obiettivo che appare sempre più lontano, la tanto agognata autonomia. Ma il mio pensiero oggi più che mai va anche a tutti quelli che in questi mesi difficilissimi hanno onorato ogni minuto della propria giornata il proprio lavoro, salvando vite, accudendo gli ultimi tra gli ultimi, garantendo quei servizi essenziali che hanno permesso a noi di vivere senza che ci mancasse nulla, permettendoci anche il lusso della noia e delle lamentazioni. A chi, per mantener fede al proprio impegno, la vita l’ha donata. Tutta. Avendo come obiettivo l’altro e non se stesso. A chi all’egoismo imperante del nostro tempo ha risposto con l’altruismo, la generosità, il servizio, la carità. Ed è un esercito operoso e silenzioso a cui va tutta la mia riconoscenza. Insomma, i pensieri sono tanti, sono amari, sono dolenti. Ma in questo, come in ogni dolore, si nasconde una bellezza, che è la possibilità di scorgere un’occasione di cambiamento, di coltivare una nuova speranza, di veder germogliare ancora vita, possibilmente una vita in cui il lavoro, quello con la l maiuscola, non sia considerato un capriccio, ma quell’inalienabile diritto su cui la nostra nazione è fondata, come ci ricorda non l’ultimo, ma il primo articolo della nostra Costituzione. E un motivo ci sarà!

Tutti questi pensieri li affido al cuore di San Giuseppe, patrono dei lavoratori. Lui, che con il suo lavoro, umile e operoso, ha custodito la Sacra Famiglia, permettendo così a Gesù di realizzare la sua missione salvifica per tutta l’umanità, possa ascoltare il grido di tutte le persone che in questo momento vivono la difficoltà e l’angoscia di sostenere se stessi e le proprie famiglie, di tutti coloro che chiedono giustizia, rispetto e condizioni di lavoro più dignitose. Perché di lavoro si possa vivere. E non morire.

Corriamolo il rischio

Corriamolo il rischio

di pronunciare quel ‘mi piaci’ o quel ‘ti amo’ che affiora sulle labbra e un attimo dopo finisce incastrato in una smorfia di imbarazzo, che avere il coraggio di affermare i propri sentimenti è come dire ‘io sono vivo, io esisto e vorrei esistere insieme a te’,

di essere fedeli nelle nostre relazioni e alle nostre scelte, che venir meno alla prima difficoltà ci abitua alla debolezza; la forza a cui tanto ambiamo, in definitiva, è una questione di esercizio,

di rinunciare a ricorrere continuamente alle comodità, che talvolta qualche piccola rinuncia ci aiuta a riscoprire le sorprendenti potenzialità dell’essenzialità e della creatività,

di perdonare una volta ancora chi ci ha ferito senza motivo, che magari quell’attacco sferrato è solo uno sbilenco tentativo di difendersi da una inconsapevole fragilità,

di abbandonare le false sicurezze alle quali ancoriamo le nostre vite, per poi accorgerci, un giorno, di essere stati gli architetti di una prigione dorata, tanto confortevole quanto limitante,

di non ripiegarci su noi stessi e sulle nostre ‘protesi’ tecnologiche e alzare invece lo sguardo per sorprenderci della bellezza che ci circonda e a cui sembriamo esserci così tanto abituati da non farci più caso,

di educare i bambini a non dover essere a tutti i costi i primi ma a conservare per tutta la vita lo stupore, la semplicità e quell’abbandonarsi fiducioso che li rende speciali e di sostenerli in quel processo così decisivo per la loro realizzazione che è comprendere quali sono i loro desideri più veri, quali le potenzialità e le attitudini che custodiscono intimamente nel loro essere,

di amare ogni singolo giorno della nostra vita, così com’è, dritto o storto, buio o luminoso, semplicemente perché è un giorno in più e non è un nostro merito poterlo vivere, ma una chiamata alla quale rispondere con un ‘sì’ forte, convinto e coraggioso,

di non lasciarci consumare dalla rabbia, dall’invidia, dalla gelosia, che il cuore che batte al ritmo di questi sentimenti invecchia in un istante e lo sguardo si spegne e il corpo tutto si ammala e diventa faticoso persino abbracciare chi ci è più vicino,

di fare scelte radicali, anche a costo di incontrare la disapprovazione altrui, se attraverso quelle scelte, guardandoci allo specchio, ritroviamo riflessa esattamente la nostra immagine, nitida, come non lo è mai stata fino a quel momento,

di liberarci di persone, situazioni e cose che ci danneggiano, ci umiliano, ci allontanano dalla nostra verità e minano la nostra bellezza più profonda, anche se questo significherà dover attraversare un deserto tanto vasto da non intravederne la fine, ma il deserto può essere grazia se diventa l’occasione per guardare con verità dentro di sé,

di non consumare la nostra intera esistenza in una corsa spasmodica, ciechi e indifferenti a chi è intorno a noi, che l’obiettivo non è né arrivare in tempo, né arrivare primi, ma arrivare insieme,

di guardare tutta la nostra storia, tutto il cammino che abbiamo percorso con uno sguardo colmo di gratitudine per quanto abbiamo ricevuto e di misericordia verso noi stessi, verso tutti gli errori, le cadute, le scelte che si sono rivelate sbagliate, che noi siamo molto di più di quello in cui falliamo, siamo tutto l’amore che doniamo,

Corriamolo il rischio, che il rischio è di incontrare quella chimera che inseguiamo tutta la vita e che sembra sempre sfuggirci un attimo prima di poterla finalmente afferrare. Banalmente, la felicità. Quella felicità che sembra giocare a nascondino, che sembra divertirsi per anni alle nostre spalle tendendoci tranelli e che invece è molto spesso solo una vittima. Che seppelliamo sotto macerie di paure, aspettative, illusioni, ipotesi, tentativi mai realizzati, sogni abbandonati, desideri non abbastanza fervidi. Rischi che non abbiamo avuto il coraggio di correre.

Vademecum per il dolore

Prendi il tuo grande dolore.
Bagnalo con le tue lacrime, lasciale scorrere copiose senza vergogna, senza temere il giudizio.
Impastalo col senso di fallimento e con la delusione.
Aggiungici l’aroma dell’amore che porti nel cuore, quello che credevi-ne eri certa-avrebbe fatto la differenza.
Non lasciare spazio alla rabbia, alle recriminazioni, non ti punire.
Domina le tue paure, sono le tue peggiori nemiche.
Affonda tra le braccia di chi è in grado di sorreggerti, consolarti, amarti, spronarti a tirar fuori la tua parte migliore.
Cerca occasioni per sorridere e non per non pensare.
Respira profondamente e non chiederti il perché.
Non lo capirai oggi, forse nemmeno domani, ma augurati di riuscire a vederlo come l’ennesima parte di un grande progetto per la tua vita.
Infine trasforma il tuo dolore in una preghiera di speranza e presentalo a Dio con la certezza della fedeltà delle sue promesse e dell’intervento della sua provvidenza.

 

Immagine tratta da Weheartit.com

Elogio della lentezza

“Le cose belle sono lente” – Pane e Tulipani

Passeggiare, incrociando lo sguardo degli sconosciuti, immaginarne le storie che si nascondono dietro le loro maschere.
Mangiare le ciliegie e assaporarne il gusto, talora dolcissimo, altre volte un po’ aspro, come la vita.
Nuotare quando il mare è una tavola, sentire l’acqua che ti scivola sulla pelle.
Fare l’amore, con la tenerezza e l’abbandono di chi si fida, di chi riconosce l’odore e si sente a casa.
Accarezzare la pelle di un neonato e aspirarne il profumo di innocenza.
Sorseggiare un caffè, chiacchierando con la tua migliore amica.
Guardare vecchie fotografie e lasciarti assalire da ricordi di istanti preziosi di vita.
Fare colazione in albergo prima di immergerti nei colori di un luogo sconosciuto.
Leggere un libro al caldo, con una tazza di tè fumante e il tuo gatto che ti massaggia la pancia.
Cucinare per il tuo compagno, sperando che avverta la cura e la dedizione che hai impiegato per lui.
Riabbracciare chi avevi perduto ed è ritornato.
Lasciarti andare alla dolcezza anche se sei a pezzi.
Pregare, nel silenzio del tuo cuore.
Dirti che sei ancora viva, che puoi ancora continuare a sperare

(Immagine da Pinterest)

50 anni fa moriva Totò. Cosa ci ha lasciato il “principe della risata”.

Era il 15 Aprile 1967. Nella sua casa romana in Via dei Monti Parioli si spegneva il Principe Antonio de Curtis, in arte Totò. Seguirono non uno ma ben tre funerali, incredibile a dirsi: il primo a Roma, gli altri due a Napoli-uno addirittura a bara vuota-nella sua Napoli, dove un mare di folla gli diede l’ultimo saluto, l’ultimo omaggio, l’ultimo abbraccio. Era amato Totò. Lo era soprattutto dalla gente, meno dalla critica, che imparò ad apprezzarlo, fino a riconoscerne l’inestimabile valore, solo dopo la sua morte. Come succede ai più grandi, a quelli che per la propria superiorità e per un’innata capacità di precorrere i tempi, finiscono spesso e volentieri col non essere capiti, anzi addirittura osteggiati, criticati, sminuiti. Ma ciò che un artista, qualsiasi sia il suo campo, è in grado di trasmettere al pubblico, è proprio quello a fare la differenza, decretandone, in alcuni casi, l’immortalità. E Totò è senza dubbio immortale.

La sua fama è giunta, senza essere scalfita dai segni del tempo, sino ad oggi, sino alla nostra generazione, che lo ama, lo osanna, lo cita, si ciba delle sue massime come pane quotidiano. Sì, possiamo dirlo, siamo cresciuti un po’ tutti a pane e Totò, complice l’onnipresenza dei suoi film, soprattutto negli anni ’80 e ’90, su decine di canali televisivi, tra nazionali e locali. Totò è per la maggioranza dei napoletani-e probabilmente per molti italiani-come uno di famiglia, qualcuno con cui si è cresciuti, che c’è sempre stato, come uno zio o un nonno, con cui si è trascorso il pranzo domenicale, i giorni di festa, che ha reso più speciali i momenti lieti e meno amari quelli dolorosi. Un sorriso, i film di Totò, sono sempre in grado di strapparlo, oggi come ieri. E se da bambini non potevamo essere in grado di coglierne tutto il valore, la poeticità, l’immensa capacità di dipingere ritratti dell’umanità, oggi, da adulti, non possiamo non farlo e ringraziare il passato, che ci ha lasciato in eredità un bene prezioso, da proteggere e trasmettere alle generazioni successive, patrimonio di Napoli, patrimonio d’Italia.

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Circa 100 sono le pellicole che costituiscono la filmografia di Totò, tanti i registi con cui ha lavorato, tra i quali anche i mostri sacri del cinema italiano: Monicelli, Rossellini, Risi, Pasolini, Comencini. Altrettanto numerose le cosiddette “spalle”, gli attori che hanno avuto il privilegio di condividere con lui la scena: Peppino de Filippo, Nino Taranto, Aldo Fabrizi, Macario, Mario Castellani. Tanti, troppi per essere qui ricordati, i titoli indimenticabili: da Miseria e Nobiltà a Un Turco Napoletano, da Totòtruffa 62 a La Banda degli Onesti, da 47 Morto che Parla a Totò a Colori, da I Tartassati a Totò, Peppino e la Malafemmina e ancora, i più intimisti, Totò e Marcellino, Guardie e Ladri, Siamo Uomini o Caporali. Vorremmo citarli tutti perché tutti hanno in sé un lampo di genio, un’espressione facciale indimenticabile, un momento di bellezza, una massima che è passata alla storia ed è entrata nel linguaggio comune. Tra queste: “La serva serve”, “Lei con quegli occhi mi spoglia. Spogliatoio!”, “Badi come parli, sa”, “Sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo”, “È la somma che fa il totale”, “Noio… volevan savoir…l’indiriss”, “Lei dica duca, io dico dica”, “Io sono un uomo tutto d’un pezzo”, “Vota Antonio, vota Antonio, vota Antonio”, “Signori si nasce e io modestamente lo nacqui!”. La lista potrebbe allungarsi a dismisura e ci ritroveremmo a recitare intere scene dei suoi film. Eppure, non solo cinema nella lunghissima carriera di Totò, ma anche e soprattutto teatro e ancora poesia e musica; come dimenticare ad esempio “’A livella”, con i suoi versi celebrativi della morte che appiana ogni umana differenza o “Malafemmena”, la struggente canzone scritta e musicata da Totò nel 1951 in occasione del concorso di Piedigrotta “La Canzonetta”, che fu poi portata al successo da Giacomo Rondinella.

La grandezza di Totò è stata suggellata la scorsa settimana con una laurea ad honorem alla memoria in Discipline dello Spettacolo, conferitagli dall’Università di Napoli Federico II e fortemente voluta da un suo illustre estimatore, Renzo Arbore. Tante sono le iniziative in programma per questa settimana e nei mesi a venire per celebrare i 50 anni dalla sua morte: mostre, incontri, spettacoli televisivi e teatrali, visite guidate attraverso i luoghi della vita del “principe della risata”, uno su tutti, il Rione Sanità, che lo vide nascere il 15 febbraio del 1898 in Via Santa Maria Antesaecula. A Totò sarà dedicata anche una speciale programmazione di Sky Cinema Classics, che per tutta la settimana, proporrà alcuni dei suoi film più famosi e amati dal grande pubblico.

 L’articolo è pubblicato integralmente sulla rivista MYGENERATIONWEB al seguente link:

https://www.mygenerationweb.it/201704123607/articoli/agora/3607-50-anni-fa-moriva-toto-cosa-ci-ha-lasciato-il-principe-della-risata

A tutto GREENERY! Come sfoggiare al meglio il colore Pantone 2017.

È ufficialmente primavera! È tempo di lasciarsi riscaldare dai primi raggi di sole, fare passeggiate all’aria aperta-che sia in un parco cittadino, in campagna o in riva al mare non fa differenza-e godere appieno delle ore di luce che ogni giorno ci regala. È tempo di rifiorire fuori e dentro, aiutate da quello straordinario periodo di rinascita che la natura ogni anno ci dona senza chiedere nulla in cambio. Lasciamo che piumoni, pigiamoni di pile, sciarpe di lana, bevande calde e serate al cinema o davanti alla TV siano un piacevole ricordo e respiriamo a pieni polmoni la tiepida aria primaverile.

“Voglio fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi”. Il vostro ragazzo non vi ha (ancora) dedicato il celebre verso di Pablo Neruda? Nessun problema. Immaginate che ve lo stiano sussurrando il vostro guardaroba, il vostro beauty case e, perché no, anche la vostra casa. È ora di dire addio ai capi pesanti e alle tinte scure-a meno che una serata elegante non richieda un look total black-e lasciarsi ispirare proprio dalla natura che rifiorisce anche nelle scelte in fatto di abbigliamento (accessori compresi si intende!), make up e home decor.

Quale migliore fonte di ispirazione allora se non il colore Pantone 2017? Per chi ancora non lo sapesse si chiama Greenery ed è una tonalità verde-gialla fresca e frizzante che rievoca i primi giorni di primavera, quando le infinite sfumature di verde della natura si risvegliano, si riaccendono e tornano a essere più belle che mai. Tipico delle chiome verdeggianti e delle distese lussureggianti dei paesaggi naturali, Greenery richiama il bisogno di respirare aria pura, riossigenarsi e attingere nuova linfa.

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I nostri consigli:

1. Attenzione a non esagerare. Assolutamente da evitare, a nostro parere, un look total green: il rischio di assumere le sembianze di un albero pronto a fiorire è, in questo caso, dietro l’angolo

2. Sì agli abbinamenti di colore! Pantone, guru mondiale della grafica, viene in nostro soccorso proponendoci gli abbinamenti più corretti, che potete visualizzare qui, ricordandoci che Greenery si abbina perfettamente anche ai colori 2016, Rose Quartz e Serenity. Se volete andare sul sicuro, scegliete il denim. L’effetto è strepitoso! Anche il bianco è decisamente promosso.

3. Scegliete la tonalità di verde più in linea con la vostra carnagione.

4. Osate sì, ma meglio se con un accessorio.

A seguire, le nostre proposte più frizzanti, a tutto Greenery!

Tante idee per l’abbigliamento: dalla camicia Coach al mini dress con gonna a tulipano Oscar De La Renta, dal gilet Michael Kors al maglioncino (per le serate più fresche) Gucci con serpente e farfalla, dal mini dress a maniche corte Emilio Pucci al blazer Miss Selfridge con inserti fiorati, passando per i pantaloni L’Autre Chose e ancora Etro, Kenzo, Ungaro, Fay. E per le più audaci, una proposta Greenery di abito da sposa con tanto di bouquet!

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In fatto di scarpe ce n’è davvero per tutti i gusti! Che siate innamorate, da vere fashioniste, dei vertiginosi tacchi di Manolo Blahnik, Jimmi Choo e Dolce e Gabbana (qui nella versione sandalo gioiello e slingback floreali) o non possiate fare a meno delle comodissime Crocs, non rimarrete deluse. E ancora, sneakers, sandali bassi, sabot e stringate!

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Veniamo all’oggetto del desiderio di molte donne: le borse. Le più fortunate (e facoltose) possono accaparrarsi la versione Greenery della Birkin di Hermès. Per tutte le altre c’è una vesta scelta di modelli: si va dalla sportiva e intramontabile Kipling alla clutch gioiello di Charlotte Olympia, dalle borse a spalla di Salvatore Ferragamo e Valentino ai modelli (hand bag e box bag) proposti da Dolce e Gabbana nella versione Sicily con foglie stampate.

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Un po’ meno ricca la scelta in fatto di accessori, dobbiamo essere onesti! Per restare in tema Greenery vi proponiamo, tra gli altri, l’elegante bikini Parah, gli occhiali da sole Ray-Ban e Chimi, il bracciale Maruti Beads, luminosissimo e decisamente adatto alla primavera!

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Un tocco di verde in varie nuances dà colore anche al make up. Le più coraggiose potranno provare a sfoggiare, meglio se con un po’ di abbronzatura, il rossetto della NYX o il mascara della Clinique per ciglia lunghe e folte come foglie! Per le più “timide” matite per occhi, ombretti (l’abbinamento col giallo, a richiamare i colori del Brasile, è decisamente glamour) e perché no, smalti, di cui vi proponiamo le varianti di butter London, Opi e Collistar.

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Qui le idee sono davvero tantissime per dare un’allure lussureggiante ma allo stesso tempo delicata alle vostre case. Cuscini, poltroncine, bicchieri, complementi d’arredo, oggetti per la cucina: tutto si tinge di Greenery. Assolutamente imperdibile la MUG di Pantone con tanto di chip drive.

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 Che altro dire? Buona primavera e buon Greenery a tutte!

L’articolo è pubblicato integralmente sulla rivista MYGENERATIONWEB al seguente link:

https://www.mygenerationweb.it/201704023599/articoli/agora/al-femminile/3599-a-tutto-greenery-come-sfoggiare-al-meglio-il-colore-pantone-2017

Cinema.’Julieta’. Il dolore di una madre nel nuovo film di Almodòvar

Ancora una volta è una donna la figura centrale su cui Almodòvar intesse la ragnatela di emozioni umane che costituiscono il cuore pulsante del suo nuovo film, Julieta. Il regista spagnolo torna dietro la macchina da presa a distanza di tre anni dalla esuberante commedia, non proprio riuscita, “Gli amanti passeggeri”, allontanandosi dagli eccessi che hanno caratterizzato gran parte della sua carriera artistica per guardare alla realtà con maggiore equilibrio e semplicità, realizzando un film essenziale, drammaticamente vero ed intenso, che mette a nudo, lasciandolo disarmato, l’animo umano.

Julieta vive a Madrid ed è in procinto di trasferirsi con il suo compagno, Lorenzo, in Portogallo e dare così una svolta radicale alla sua vita, coltivando l’illusione di liberarsi per sempre dal fantasma della figlia, Antía, scomparsa senza apparenti ragioni 13 lunghi anni prima. Il precario equilibrio della donna crolla in mille pezzi quando, incontrata per caso la migliore amica di sua figlia, viene a conoscenza che quest’ultima vive sul Lago di Como e ha tre bambini. Il passato si riaffaccia così, prepotentemente, alla vita di Julieta, che non può fare altro che immergersi nel suo dolore di madre irrimediabilmente lacerata nel profondo, cercando di ricomporre una volta per tutte i tasselli della sua vita e affrontare il lutto che porta nel cuore.

Lo fa rinunciando a lasciare la città, che la lega visceralmente alla figlia, e trasferendosi in quella che, si apprenderà, era stata la loro casa. Il silenzio, le pareti spoglie, una scrivania sono tutto quello che serve a Julieta per scrivere idealmente ad Antía una lettera, senza pudori e senza reticenze, per rimettersi in contatto con il proprio, drammatico, vissuto. Julieta ripercorre nel racconto alla figlia le sue vicende personali, l’incontro in treno con Xoan (Daniel Grao), il padre di Antía, e il loro rapporto passionale che l’aveva spinta, giovanissima, a lasciare il suo gratificante lavoro da insegnante di letteratura, per trasferirsi in una piccola località di mare, dove l’intrigante amante faceva il pescatore e dedicarsi a lui e alla bimba nata dalla relazione.

La scoperta di un tradimento segna per sempre, con risvolti più che drammatici, la loro vita familiare, riaccendendo ed amplificando lontani sensi di colpa che finiranno per disintegrare la vita di quella che era stata una ragazza luminosa e desiderosa di felicità. Gli stessi sensi di colpa che, come una sorta di virus, Julieta trasferirà inconsapevolmente alla piccola Antía che, diventata maggiorenne, andrà via di casa senza lasciare alcuna traccia di sé. Solo il dolore della ragazza, ormai diventata donna, libererà Julieta dal suo incubo.

Almodòvar, ancora una volta, ma non in modo ripetitivo, rivela un’innata capacità di guardare l’umanità attraverso il suo personale e sensibile caleidoscopio, restituendo allo spettatore il senso della molteplicità dei sentimenti che agitano le vite, ciascuna intrisa della propria storia, in cui i dolori  e le esperienze si cementano fino a diventare il motore del presente. È il vivere esperienze altrettanto dolorose che costituisce l’occasione per immedesimarsi nelle fragilità altrui e guardare ad esse con sguardo più umano e scevro dal giudizio. È il mondo femminile, tanto caro al regista spagnolo e in particolare la figura di Julieta, donna e madre, ad essere protagonista delle trama, a veicolare il contenuto e a scandire i tempi della pellicola. Si alternano nel ruolo di Julieta, giovane e ormai matura, due attrici, rispettivamente Adriana Ugarte ed Emma Suárez, entrambe intense nell’interpretazione.

È Antía, adolescente, che frizionando i capelli della madre e sollevando dal suo capo l’asciugamano, segna il passaggio di testimone dall’una all’altra, come emblema del dolore, che di colpo appesantisce la vita e la trasforma. La pellicola stenta a decollare, incerta com’è nella parte iniziale, restituendo allo spettatore la sensazione di non comprendere in che direzione si stia procedendo, ma a nostro avviso è la scelta del regista di trasmettere lo stesso disorientamento che anima Julieta nella parte iniziale del film. Progressivamente, con lo svilupparsi della trama e il chiarirsi della vicenda e del passato della protagonista, la pellicola acquisisce forza e corposità avviluppando lo spettatore, cui non resta altra scelta che vivere insieme a Julieta la sua storia.

L’articolo è integralmente pubblicato on line sulla rivista Napoleggiamo al seguente link: http://www.napoleggiamo.it/articolo.php?id=22328

Certe notti

Certe notti (ma non quelle alla Ligabue) hai il bisogno di raccogliere i pensieri e provare a farne parole. Schiarirti le idee su chi sei e come stai vivendo la tua vita. Farti domande e provare a darti delle risposte. Lo devi a te stessa e ai tuoi sacrifici per essere diventata oggi quello che sei. 

Certe notti hai bisogno di silenzio e di raccoglimento, di startene col tuo cuore fra le mani e sentirlo un po’ più pesante del solito. Di capire quanto ancora sia lunga la strada per amarti davvero, quante curve e quante salite devi ancora affrontare e di quanti sorrisi dovrai armarti per sentire le lacrime un po’ meno amare. 


Certe notti sono l’occasione per ripartire ancora una volta, più forte nella consapevolezza delle tue fragilità, col desiderio di riprendere a sognare in grande perché tra sopravvivere e vivere c’è un abisso e se decidi di vivere devi farlo al meglio delle tue possibilità.


Certe notti fai un viaggio dentro di te e non puoi fare a meno di guardarti con verità e chiederti cosa ti stia rendendo felice e quali sono invece le cose che devi lasciar andare, costi quel che costi. 


Ci sono notti così, un po’ tristi e un po’ speciali.

Sono le notti che rivelano i segreti dell’anima.

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Sogni femminili mostruosamente proibiti(vi): la Birkin Bag

Nel precedente articolo di Lunedì abbiamo appurato che le borse sono le migliori amiche-non umane-di una donna. Ora, non venite a raccontarmi che le amiche sono tutte uguali! Ecco, allora come potrebbero esserlo le borse? Del resto, mica Marilyn quando diceva che “Diamonds are a girl’s best friend” parlava di bijoux! Signore mie, parlava di DIAMANTI, non so se mi spiego.

Bene, io desidero parlarvi oggi di una borsa che è un gioiello, una borsa con la b maiuscola. Non è una Chanel né una Louis Vuitton, con tutto il rispetto per queste ed altre famose maison, che sono veri e propri mostri sacri della moda.

Oggi vi parlo di sua maestà la BIRKIN BAG di Hermès, la borsa delle borse, la più amata, la più sognata. Immortale, inimitabile, iconica, vero e proprio oggetto del desiderio femminile (quel desiderio mostruosamente PROIBITIVO del titolo) sin dagli anni ‘80, quando fu disegnata da Jean Louis Dumas, direttore artistico di Hermès (lo è stato per 28 anni, fino alla sua morte nel 2010).

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Se si chiama Birkin un motivo c’è. Sì, lo so, suona un po’ come il segreto di Pulcinella. Lo sanno più o meno tutti che la più famosa It Bag (non sapete perché viene definita It Bag? Don’t worry, lo scoprirete in uno dei prossimi articoli!) prende il nome da Jane Birkin, attrice e cantante britannica che ha mosso i primi passi nel mondo dello spettacolo nella Swinging London per poi affermarsi soprattutto in Francia. Si narra che il papà della Birkin e la bella Jane si incontrarono su un volo Parigi-New York, nel corso del quale l’attrice si lamentò con Mr Hermès di non aver ancora trovato una borsa che rispondesse in pieno alle sue esigenze di donna che voleva coniugare praticità, femminilità e stile. Zac, detto fatto. Non fosse mai detto che Hermès non era in grado di esaudire i desideri di una donna. La bacchetta magica-e che bacchetta-di Dumas creò l’opera d’arte. Perché di un’opera d’arte si tratta, rimanendo confinati al mondo della moda, ovviamente. La sezione Arte di MYGENERATION potrebbe querelarmi! Che poi, a dirla tutta, la musa ispiratrice si è recentemente schierata contro Hermès (patricidio!) chiedendo di ritirare il suo nome dalla regina delle borse a causa della crudele pratica con cui vengono uccisi i coccodrilli per ricavarne la pregiata pelle che viene utilizzata per realizzare una delle Birkin più desiderate e, manco a dirlo, costose (chissà perché!). Brava, Jane, siamo con te!

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Se la capricciosa Jane Birkin ha ispirato l’omonima borsa oggetto del nostro articolo, l’elegantissima Grace Kelly (sì, proprio lei, la Principessa di Monaco) è stata la dea che ha dato il nome nel 1956 alla Kelly, la sorella maggiore della Birkin, nata in casa Hermès, nel lontano 1935. Entrambe hanno una forma trapezoidale ma se la Kelly è per antonomasia la borsa piccola ed alta con un singolo manico, simbolo indiscusso di uno stile sobrio ed elegante, la Birkin ha un’apertura più pratica ed agevole, ha doppi manici e si presta meglio ad adattarsi ad un look casual.

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E i costi? Veniamo al tasto dolente: il prezzo. Quando si dice svenarsi o farsi un buco in petto (in napoletano!)…..Ecco, queste espressioni rendono bene il concetto. Si stima che il costo di una Birkin (è chiaro che non ho alcuna esperienza personale, al massimo posso rivelarvi i prezzi delle borse Carpisa) vada da 6000 a più di 120000 euro. Non ho sbagliato a scrivere gli zeri, giuro! I prezzi sono veramente da capogiro. Ovviamente il prezzo oscilla in funzione del tipo di pelle: è chiaro che se la pelle è quella del povero coccodrillo di cui sopra il costo diventa esorbitante. C’è da dire, per onor del vero, che la manifattura richiede tempi e tecniche di lavorazione altamente dispendiosi, per cui mi duole ammettere che il costo esorbitante è in qualche modo giustificato. A questo punto la domanda sorge spontanea (citazione per le più anziane): chi può permettersi di sostenere una spesa simile per una borsa? Noi povere studentesse o lavoratrici in questi tempi di crisi sicuramente no. Tra le più accanite fan della Birkin, molto strano a dirsi, un bel po’ di celebrities o presunte tali: da Victoria Adams/Posh Spice/Lady Beckam alle immancabili sorelle Kardashian (quando non si parla di loro?), da Lady Gaga a Beyoncé, da Eva Longoria a Cindy Crawford e ancora Sharon Stone ed Elizabeth Hurley.

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Tutte donne. Normale, no? Parliamo di borse! E invece no, qui sta la sorpresa! Le Birkin sono approdate nell’universo maschile con modelli appositamente pensati per Lui. Praticamente, come può una donna a diventare sterile con il solo potere della vista! Sarò all’antica ma l’uomo con la borsa, come quello depilato, con i risvoltini dei pantaloni alle caviglie e le sopracciglia più curate delle mie (ammetto che non ci voglia molto), per carità, no! Preferirei rimanere single a vita.

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A noi piacciono gli uomini che le borse le regalano alle loro fidanzate, mogli, compagne (no, alle amanti no!), che siano o meno una Birkin. Certo, comprare la regina Hermès è un affare. Pare più redditizio e sicuro dell’oro. Sono impazzita? Assolutamente no. Uno studio condotto dal sito americano Baghunter, e riportato da “The Independent” ha fatto emergere una stramba verità, a quanto pare. Mentre dagli anni ’80 l’oro ha subito un decremento di valore pari allo 0.5 % annuo nel mercato statunitense, il valore della Birkin è salito del 14% circa. Ah, che bello sarebbe un mondo in cui nei quiz televisivi non si regalassero più gettoni d’oro ma Birkin!

Insomma, il paragone con la famosa frase di Marilyn sta proprio come il cacio sui maccheroni: Una Birkin è per sempre, altro che diamante! E guardate qui che scelta, ce n’è davvero per tutti i gusti. No, per tutte le tasche proprio no! Ma almeno rifacciamoci gli occhi con questi modelli che ho scelto per voi, ci sono anche quelli in coccodrillo, non me ne vogliate.

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L’articolo è pubblicato on line sulla rivista MYGENERATIONWEB al seguente link: https://www.mygenerationweb.it/201605203109/articoli/agora/al-femminile/3109-sogni-femminili-mostruosamente-proibiti-vi-la-birkin-bag

Una giornata speciale

Oggi è una giornata speciale. Oggi mi sento felice. Non c’è un motivo in particolare, nessun successo, nessuna grande novità, nessun evento da festeggiare, viaggio in programma (anche se, mioddio, quanto ci vorrebbe!) o vincita milionaria (certo, non mi dispiacerebbe in tutta onestà!).

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Oggi tutto ha un sapore diverso. I raggi di un sole caldo sulla pelle, dopo il freddo di ieri sera, mi hanno caricato d’entusiasmo e mi hanno riconciliato con la vita. Stamattina, andando a lavoro (sì, sono felice di aver lavorato anche di sabato mentre mezza città era a godersi mare e sole), rigorosamente a piedi come da molti giorni a questa parte, ho fatto un incontro che mi ha riempito il cuore di gioia. Una bambina, indiana credo. Grandi occhi dolcissimi ed intensi, un sorriso genuino come solo quello di un bambino può essere, una felicità da conquistare il mondo, un abito rosa pesco che nemmeno una principessa, che risaltava la pelle scura. Le ho sorriso, mi ha sorriso, così come il suo papà, così orgoglioso della sua creatura. “Sei bella come una principessa”, le ho detto. Mi ha sorriso ancora più forte. Una meraviglia.

Ho ripensato a due anni fa. Lo sfacelo più assoluto. Un cuore frantumato in mille pezzi, da troppo tempo sanguinante, incastrato in una storia-non storia che non riuscivo a dimenticare. La mia vita da studentessa allo sbaraglio, senza più forza, senza più motivazioni, col mio lutto personale alle porte da elaborare per la scelta più sbagliata che abbia mai fatto e che mi aveva condannato per anni alla frustrazione e all’infelicità. La salute ormai compromessa di mio padre, sopravvissuto per miracolo. L’inquietudine continua, il peso della solitudine, il disagio in qualsiasi posto o situazione in cui mi trovassi, il miraggio di un’autonomia. Il miraggio della felicità. Porte chiuse in faccia, delusioni, castelli di sabbia che mano a mano venivano giù al primo soffio di vento, all’infrangersi della prima onda. Agosto. Il vuoto pneumatico, la desolazione, l’incubo dell’ennesimo settembre. Era linfa per la nascita di questo blog, così piccolo, così intimo eppure così prezioso. Di lì il potere catartico della scrittura come balsamo che ha contribuito a riparare tutte le mie ferite.

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Come non potrei oggi essere felice? Quanto sarei disgustosamente ingrata alla vita se non lo fossi? Il passato ormai sepolto-ma metabolizzato-nel passato. La certezza che per vivere serenamente la vita una sola cosa è da tenere sempre ben in mente. “Le cose vecchie sono  passate, ecco, ne sono nate di nuove“. San Paolo, Seconda Lettera ai Corinzi. 2000 anni fa. Vera allora come oggi e per sempre. Il mio mantra, la mia luce. Oggi è l’abbraccio forte di Dio che mi protegge e mi consola. Sono tutte le forze e i sacrifici che impiego nel mio lavoro, un’attività messa su con tenacia, che mi danno il senso dei giorni, prima terribilmente vuoti. Guardo indietro. Alle giornate, le ore, i minuti persi di una vita che non torna e che ho sprecato, sicuramente negli anni migliori. Ma nulla in fondo è perso, tutto è da recuperare. Con un sapore nuovo. Quello del senso della possibilità e della gratitudine. Per ogni istante, felice o triste, per la presenza della mia famiglia che, tra sostegno e incomprensioni, è un piccolo grande miracolo e sempre una certezza.

È arrivato anche l’amore. Ormai da un anno. Lo amo, mi ama. È presente e non c’è nulla ora per me che valga di più della presenza. Ci siamo, ci siamo sempre. Senza se e senza ma. Con le nostre profonde e continue differenze, ma ci siamo e non ci risparmiamo l’uno per l’altro. Credo che l’amore sia questo. Il resto, le parole scivolano via, lasciando nient’altro che il vuoto. Le amiche, quelle vere, le conto sulle dita di una mano. Ma si sa, un amico è un dono prezioso e per questo raro. Ho imparato a non darmi a chi capita. A non condividere i miei pensieri più intimi con chi non sa che farsene. Apprezzo piccoli momenti di confidenze e di sincerità, la confusione del mondo intorno non mi interessa. Non fa più per me. È acqua passata. Per fortuna. E poi coltivo il mio sogno nel cassetto. Continuare a sognare fa parte della bimba che sarà presente in me, ormai donna a tutti gli effetti e non solo per la veneranda età di 34 anni. Sì, cominciano a chiamarmi, signora. I segni di questi anni difficili li porto tutti addosso, per fortuna non la cellulite. Il mio sogno dicevo…..scrivere. Il traguardo del tesserino da giornalista pubblicista è ormai alle porte e sì, sono fiera di me per tutto il lavoro svolto con passione e onestà. E chissà che in futuro la vita non mi riservi qualche bella sorpresa……

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Tutto perfetto direte, ogni tassello al suo posto. Sapeste quanto dolore ci è voluto per arrivare fino a qui! Dieci anni e più di inferno. E non sono esagerata. Chi meglio di me conosce la mia storia? Uno solo, ma non è di questo mondo…..Comunque no, non è tutto perfetto. I problemi ci sono, le difficoltà sono tante, economiche soprattutto….aprire una propria attività con uno Stato che ti falcia appena possibile non è facile, per nulla. Tanti sacrifici, tante rinunce. Ma ve bene così. Sono cambiati i miei occhi, è cambiato il mio modo di guardare il mondo. Sono pronta ad accettare nel bene e nel male la mia vita per quella che è, perché è questa la realtà che sono chiamata a vivere. Ci saranno tanti giorni di tempesta, ora mi godo un po’ di sereno. Me lo merito, questo è certo.

Ho smesso di guardare la mia vita come fossi affacciata ad una finestra, ho smesso di farmi trascinare via dalla corrente. Non voglio fare il marinaio. Scelgo di essere il timoniere.

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